Noemi uccisa a pietrate. Indagati padre e figlio

Dopo il ritrovamento, sul posto sono anche intervenuti i carabinieri del Ris per effettuare i rilievi di rito ed i magistrati delle procure ordinarie e per i minorenni. Sul luogo sono anche intervenuti diversi giornalisti che però si sono tenuti distanza almeno fino a che non è stato concesso loro di potersi avvicinare.

Secondo i primi riscontri e dunque secondo le prime rilevazioni effettuate dal medico legale sul corpo della sedicenne, pare che Noemi sia stata uccisa lo stesso giorno in cui è scomparsa da casa, ovvero lo scorso 3 settembre e inoltre sembra che sia stata uccisa con una pietra, colpita più volte alla testa.

Sui social la Noemi aveva pubblicato alcuni post che lasciavano intendere che forse qualcosa non andasse per il verso giusto con il fidanzato e nello specifico pare che la sedicenne avesse fatto intendere che più volte il fidanzatino l’avrebbe malmenata, costringendola anche a ricorrere a delle cure al pronto soccorso dell’ospedale di Tricase, violenze che però Noemi aveva tenuto nascoste per amore di quel ragazzo che purtroppo però, l’amava ma nel modo sbagliato. Secondo quanto riferito da alcuni parenti, pare che il fidanzato e l’assassino di Noemi, fosse particolarmente possessivo e geloso e pare che non volesse addirittura che Noemi vedesse altre persone e per questo motivo era stata anche picchiata alcune volte.

A riferirlo è il cugino di Noemi ovvero Davide, il quale ha raccontato che una volta la cucina insieme ai genitori si è recata in caserma per denunciare le aggressioni subite dal diciassettenne, con ancora i segni della violenza sul volto ma non è stato fatto mai nulla.  La confessione delle fidanzatino diciassettenne di Noemi Durini, pare sia arrivata nella giornata di ieri dopo avere saputo di essere stato iscritto nel registro degli indagati e come abbiamo detto, è stato proprio lui a far ritrovare il cadavere della giovane parzialmente nascosto sotto alcuni massi nelle campagne di Castrignano del Capo in provincia di Lecce.

Sono quasi le undici del mattino quando il pm dei minori Anna Carbonara, prende il fascicolo, trasforma il reato di sequestro di persona in omicidio volontario e mette sotto accusa il ragazzo che ha davanti. Come non bastasse, gli dice che la collega della procura ordinaria Donatina Buffelli, ha fatto la stesa cosa con suo padre. Biagio M., 41 anni. Omicidio volontario e occultamento di cadavere, le accuse. Entrambi, in concorso, sarebbero responsabili della fine di Noemi Durini, 16 anni.

Sparita nel niente da dieci giorni. È soltanto a quel punto che il ragazzo (L.M., 17 anni) cede, si rimangia le bugie reiterate dal 3 settembre fino a ieri, e confessa: «Sì, l’ho uccisa io».Non è soltanto un annuire col capo, il suo. «L’ho uccisa io, sono stato io e soltanto io», ripete il ragazzo. Quasi a volere proteggere suo padre. «Dove l’hai messa? Dillo, dillo dove l’hai portata!», urla il carabiniere del comando di Specchia (Lecce). E così sarà proprio il ragazzo a guidare i militari fino da Noemi. È coperta dai massi. Sta sotto «una catasta di pietre», in fondo al campo incolto di località San Giuseppe, a ridosso della Statale 275 che collega Maglie a Santa Maria di Leuca.

Castrignano al Capo, si chiama quel comune diventato la sua tomba, a trenta chilometri da casa. Lei è vestita, coi pantaloncini e la maglietta che aveva la mattina in cui è uscita per andare all’appuntamento con l’assassino (o gli assassini). Fra quelle pietre, probabilmente c’è anche quella impugnata per colpirla. Lo direbbero (a prima vista) le ferite sul capo e sul volto, e lo confermerebbe il sangue caduto intorno. Segno che Noemi potrebbe essere stata uccisa proprio quella mattina del 3 settembre. Quando il fidanzato è andata a prenderla a casa, all’alba. Erano le cinque. Lei è uscita lasciando a casa tutto: il cellulare, i soldi e la piastra per i capelli dalla quale non si separava mai. Ecco i primi indizi che fin da subito fanno escludere che fosse andata via di sua volontà, come aveva fatto qualche altra volta in precedenza. Assentandosi al massimo tre giorni, però. Poi a rendere ancora più sinistrala scomparsa, saltano fuori tutti gli altri segnali. A cominciare da quel ragazzo col quale era fidanzata da un anno, che era violento e faceva uso di droga, che la picchiava e si era beccato la denuncia di Imma Rizzo, la mamma di Noemi.

Per finire Biagio M., il padre di lui, che non vedeva di buon occhio la fidanzatina del figlio. Anzi: la detestava proprio, come odiava la famiglia di lei. Così, quando l’11 agosto scorso, Noemi scrive su face- book che si è fidanzata «ufficialmente», l’uomo commenta per iscritto: «Un cancro». Ora è indagato per avere commesso (secondo l’accusa) in concorso col figlio il crimine dei crimini. Ha partecipato al delitto? E se sì, in che modo? Oppure ha aiutato il figlio a far sparire il corpo senza vita? Il magistrato lavora su queste ipotesi, e lo ha iscritto sul registro degli indagati per compiere gli accertamenti, a A cominciare dai rilievi del Dna su Noemi.

L’ultima immagine di lei viene catturata da una telecamera di sorveglianza piazzata su una casa di Specchia; risale proprio a domenica 3 settembre. Sono le 5 del mattino. Si vede lei che percorre via San Nicola (dove abita) e sale su una Fiat 500 bianca. Al volante c’è il fidanzato. Non ha la patente, ma guida regolarmente la macchina intestata alla madre. Le poche ma fondamentali sequenze riprendono la coppia che si allontana. Da allora di Noemi, più niente. Sparita. Evaporata. Il fidanzato in un primo momento nega di avere visto la fidanzata quella mattina. Poi, messo davanti all’evidenza, il 17enne di Alessano, racconta di averla accompagnata fino del campo sportivo dello stesso paese, lasciandola lì. Una tesi inverosimile, che da subito fa cadere su di lui il sospetto.

È un ragazzo «dalla personalità violenta» dicono gli assistenti sociali. Ai carabinieri viene consegnato un filmato che ne descrive bene il carattere: un’amica di Noemi (la scorsa settimana) lo riprende mentre rompe a colpi di sedia i vetri di una vecchia Nissan Micra parcheggiata per strada ad Alessano. L’auto sarebbe di una ragazza con la quale il reo confesso litiga in modo furibondo, perché lei gli dice di collaborare alle indagini e aiutare il padre di Noemi a trovarla. Questi, disperato, era andato proprio da lui, ad Alessano, per avere informazioni sulla figlia.

I genitori (separati) di Noemi non volevano che avesse una relazione con lui. Tanti gli appelli dei famigliari, soprattutto della nonna e di Benedetta, la sorella della ragazza. «Torna a casa Noemi, ti prego. Il 28 settembre, alla mia laurea, so che ci sarai», aveva detto. Invece, nel primo pomeriggio, mentre mamma Imma andava in Prefettura per partecipare alle conferenza stampa sulle ricerche di sua figlia, ha avuto la notizia della confessione dell’omicidio e del ritrovamento del corpo. Un’ambulanza l’ha porta via, svenuta. Per cercare Noemi erano stati utilizzati anche i cani molecolari. Gli investigatori hanno cercato nei casolari abbandonati, negli inghiottitoi, nei pozzi e nelle grotte tra la cittadina in cui viveva. I pompieri del Saf, martedì, si erano calati con un’autoscala nelle Vore di Barbarano, una voragine profonda circa 40 metri. Invece Noemi era là, nel campo. Sotto le pietre.

Vietarono al ragazzo di avvicinarsi solo dopo la morte

Violento e sottoposto a tre Tso (trattamenti sanitari obbligatori) in un solo anno. A 16 anni, l’assassino reo confesso era già in cura al Sert per uso di droghe leggere e aveva avuto qualche guaio con la giustizia. Guidava regolarmente la Fiat 500 della mamma, anche se non aveva la patente. E con gli amici, se ne faceva vanto. Incapace di controllarsi, irascibile con tutti, soprattutto con la sua fidanzata. Noemi era una studentessa ribelle e innamoratissima di lui, tanto da assecondarlo ogni volta, nonostante le botte. Per gelosia e senso di possesso.

Qualche settimana fa era stato denunciato alla Procura per i minorenni dalla mamma di Noemi, Imma Rizzo. La donna chiedeva ai magistrati di intervenire per far cessare il comportamento violento del ragazzo e per farlo allontanare dalla figlia, che frequentava malvolentieri l’istituto professionale “Don Tonino Bello” di Alessano. Quel ragazzo «non voleva che mia cugina vedesse altre persone, la picchiava», fa mettere a verbale il cugino Davide, diventato testimone. L’unica conseguenza che ha prodotto quella denuncia della mamma di Noemi, però è stato un inasprimento dei rapporti tra le famiglie dei due fidanzati.

E per il reo confesso del delitto, un divieto di avvicinarsi alla ragazza che però è successivo alla denuncia di scomparsa presentata dalla madre di lei, martedì 5 settembre. Quando Noemi è già morta. Eppure erano due i procedimenti avviati contro il ragazzo in seguito alle denunce: uno in sede penale per violenza privata, l’altro, civile, per verificare il contesto familiare in cui vive il giovane e se fossero in atto azioni o provvedimenti per porre fine alla sua indole violenta. «Con i genitori Noemi era andata anche in caserma per denunciare le aggressioni subite» protesta il cugino, «aveva ancora i segni della violenza sul volto, ma non è stato fatto nulla». Perché? «Bisognava intervenire prima. Laleg- ge comanda, fa quello che vuole. Bisognava allontanarlo, bisognava rinchiuderlo in una casa di cura» risponde nonno Vito Rizzo. «Penso che il lavoro non l’abbia fatto da solo» aggiunge «avevo immaginato questo finale terribile. Dopo giorni che non avevamo notizie, non potevamo certo sperare. Sapevamo che cose buone non ne potevano venire. Anche il fatto che a casa c’era il suo cellulare non era una cosa buona. Abbiamo subito capito che a farla sparire era stato il fidanzato. Tant’è che il padre di Noemi era andato da lui per sapere dove fosse la figlia. Questa era una morte annunciata. Che andava fermata».

Ragazzi, date retta alla mamma: lei sa quando siete in pericolo

Ascolta la mamma. D ài retta a tua madre. Che angoscia scriverlo in quest’occasione, con la signora che aveva capito quanto fosse pericoloso il rapporto della figlia soltanto 16enne con quelragaz- zo così violento e rabbioso che poi l’ha uccisa. Che impressione se a rimarcarlo è uno che ha passato l’adolescenza a contestare i genitori, insopportabile e arrogante rompicoglioni generazionale. Poi gli anni passano, i ruoli cambiano e addirittura s’in- vertono. Il ribelle di un tem

po diventa genitore, e davanti si trova un figliolo a sua volta adolescente che a ogni raccomandazione ti guarda con sufficienza e annuisce quasi con compatimento, convinto com’è di aver già capito tutto. E invece tu lo sai, che ancora ha capito niente. Lo sai ma a dirlo con troppa veemenza hai il timore di ottenere l’effetto opposto, che nemmeno più ti ascolti. E si rifugi in quel- l’impenetrabile bosco virtuale a cui non hai accesso.

E però sarà anche un luogo comune, e le eccezioni persino tragiche non mancano, ma in genere è davvero così: i genitori che hanno voglia di sentirsi tali, se non altro per un’elementare questione di maggior esperienza, hanno la vista lunga. E le mamme in particolare. La natura le ha dotate di un istinto insopprimibile, fiutano il rischio che incombe sui cuccioli. Lo sentono nell’aria. Lo riconoscono dai toni e dalle

facce. Un tempo le diverse convenzioni sociali permettevano loro di metter paletti e innalzare cancelli – anche troppi, senza dubbio – in modo da indirizzare, con le buone e anche con le cattive, l’esistenza dei figlioli. Oggi no, non è più così, e magari è pure meglio. Devono discutere, confrontarsi, persuadere i ragazzi. Districarsi fra selfie e sconosciuti territori che di social, nei loro confronti, hanno ben poco. Riuscire a farsi

ascoltare, almeno a tratti, alzando la voce fin al di sopra di un frastuono invisibile. Difficile e a volte frustrante, ma tant’è.
Ascolta la mamma, dalle retta. Nei decenni si è fatto e detto di tutto – comprese le peggio castronerie – per scardinare quella che era considerata una famiglia oppressiva, autoritaria fino a diventare arida. E nessuno, per la verità, rimpiange quei tempi. Ma i richiami della mamma,

anche quando sono oltremodo fondati, sono oggi vissuti dai ragazzini come l’eco di un’epoca che ormai ha perso di senso. Non che sia una novità neppure questa: crescendo i figli devono simbolicamente «sopprimere» i genitori, e lo scontro fra generazioni è faccenda che si sussegue da millenni, «ai miei tempi era diverso» e amenità del genere. Ma fidatevi, ragazzi: la mamma lo capisce, quando siete in pericolo, certo più di noi padri distratti ed ego riferiti. Datele ascolto. Parola di papà.

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