Licenziato per le pause pipì, ma lui aveva fatto un trapianto di Reni

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Licenziato perché la malattia ne limita la produttività, come da accusa della Fim, o per violazione del divieto di fumo, come replica Metalca- stello? Di condiviso, nello scontro frontale tra i metalmeccanici Cisl e l’impresa di Castel di Casio, c’è solo che ieri Massimo Bertacci, 39 anni e in azienda da 18, ha ricevuto una lettera di licenziamento. E il fatto che l’operaio, 22 anni fa, abbia subito un trapianto di rene. Con conseguenze prevedibili: «Ha bisogno di bere e di mangiare in maniera regolare, di pause fisiologiche ripetute — elenca Lorenzo Tamarri della Cisl —.

Sotto il quadro clinico richiede una certa attenzione da parte dell’azienda». Attenzioni che, secondo il sindacalista, non sono arrivate, mentre sono fioccati i richiami disciplinari. Soprattutto da quando, nel 2014, il gruppo Cie Automotive ha rilevato l’azienda: «Lui c’era anche prima e non aveva mai avuto questi problemi — attacca Tamarri —. Negli ultimi due anni è stato preso di mira».

Con un fine preciso, per il funzionario: «Se ne vogliono liberare probabilmente perché non rende al 100% come gli altri operai». Il licenziamento è arrivato sull’ennesima contestazione, stavolta per aver infranto il divieto di fumo in un’area ad alto rischio d’incendio: «Le persone che fumano vanno lì — replica il diretto interessato —. In un angolo ci sono i pancali in legno, dove la gente si siede per fumare. E c’è un posacenere che ha messo la ditta». Per Bertacci, il licenziamento è un’ingiustizia: «Vogliono liberarsi degli invalidi, prendere delle persone con le nuove leggi per ricattarle e farle lavorare di più».
È la seconda volta che un licenziamento in Metalcastello scatena le polemiche: a gennaio 2016 ci fu il caso di un delegato Fiom, Abdalla Elhag Ali Mohamed, licenziato e poi reintegrato per aver criticato l’azienda durante una manifestazione.

Ora la Cisl chiede il ritiro del provvedimento anche per questo nuovo caso. A stretto giro è arrivata la replica dell’azienda: «Si tratta di un’accusa falsa che respingiamo con forza, in quanto totalmente estranea sia alla verità dei fatti sia ai principi comportamentali di Metalcastello e della propria direzione aziendale». L’ad Stefano Scutigliani è ancora più duro: «Sono profondamente deluso dal fatto che una sigla sindacale come la Cisl, che fino a ieri ha goduto del mio più profondo rispetto, cavalchi l’onda dei recenti eventi che sono apparsi sui giornali sul licenziamento delle persone per malattia per associare la Metalcastello a un evento che nulla ha a che vedere con i fatti in questione».

Per Scutigliani, il posto in cui l’operaio è stato visto fumare era tutto tranne che a prova di rischi: «Stava fumando vicino a del polistirolo e a materie plastiche, seduto su dei bancali in legno. E non è che per un fatto di questo tipo licenziamo. Ma sono comportamenti reiterati, un’aperta violazione delle normative di sicurezza». Netto il giudizio sulle accuse della Cisl: «La mia lettura è che la difesa del posto di lavoro del singolo licenziato che fuma in zona a rischio elevatissimo di incendio prevale sull’interesse collettivo dell’incolumità fisica dei restanti 260 dipendenti».

Intanto, arrivano anche le reazioni della politica. La presidente dell’Assemblea legislativa della Regione Simonetta Saliera si scaglia contro il «livello di degrado in cui è scivolato il mondo del lavoro. Alle forze politiche e alle istituzioni tocca il compito di invertire una situazione che sta logorando la fiducia dei cittadini nello Stato».

“L’azienda – sottolinea la Fim Cisl – con tale atto ha contravvenuto ai doveri morali di correttezza e buona fede, violando quanto sancito dallo stesso contratto collettivo nazionale di lavoro che impone una particolare attenzione a tutti i lavoratori che, come nel caso specifico, soffrono di determinate patologie”.

“Per noi – prosegue il sindacato dei metalmeccanici della Cisl – è inaccettabile che un’azienda come la Metalcastello che, solo poche settimane fa, ha lanciato una campagna a favore delle proprie lavoratrici donando un pacchetto di visite preventive oncologiche, oggi licenzi pretestuosamente un lavoratore gravemente malato”. “Chiediamo – prosegue la Fim – la massima solidarietà da parte di tutti i dipendenti della Metalcastello, nonché delle altre sigle sindacali per contrastare questa ingiustizia. La tutela della salute è un diritto sancito dalla Costituzione che va oltre a tutte le valutazioni procedurali”.

“Si tratta di un’accusa falsa che respingiamo con forza, fa sapere l’azienda, in quanto totalmente estranea sia alla verità dei fatti sia ai principi comportamentali di Metalcastello e della propria direzione aziendale”. Così Metalcastello, azienda di Castel di Casio (Bologna), leader mondiale nella produzione di ingranaggi per trasmissioni meccaniche, replica alle accuse della Fim-Cisl bolognese secondo cui un lavoratore sarebbe stato licenziato perché malato e bisognoso di pause fisiologiche dopo il trapianto di un rene. “Non consentiremo, quindi – sottoliea l’azienda – che questa vicenda venga strumentalizzata e ci riserviamo di valutare ogni più opportuna azione a tutela dell’immagine e del buon nome di Metalcastello”.

Dopo aver ricordato le recenti iniziative, mirate alla tutela della salute dei propri dipendenti, Metalcastello ha precisato che il licenziamento “ha ad oggetto la reiterata violazione da parte dell’interessato di obblighi e regole di comportamento sul lavoro a tutela della sicurezza e della salute di tutti i dipendenti”. “In particolare si tratta delle prescrizioni sul divieto di fumo in aree ad alto rischio e più in generale sulle norme di sicurezza. Non c’è alcuna correlazione con i problemi di salute del lavoratore citato e si tratta del rischio di un incendio gravemente colposo, in grado di mettere a rischio l’incolumità delle persone e delle cose, eventualità sulla quale l’azienda deve vigilare con la massima attenzione”, – conclude l’azienda.

Licenziamento illegittimo e riduzione del risarcimento

Com’è noto, in caso di licenziamento dichiarato dal giudice illegittimo, il datore di lavoro è tenuto a risarcire il danno ingiusto causato al lavoratore. Tuttavia, qualora tra la data del licenziamento e la pronuncia giudiziale della sua illegittimità il lavoratore si sia rioccupato, lo stesso datore di lavoro può richiedere al giudice di detrarre, dalle somme da lui dovute quale risarcimento del danno causato dal licenziamento, gli importi percepiti dal medesimo lavoratore, che costituiscono il c.d. aliunde perceptum (letteralmente: ciò che è stato altrimenti/in altro modo percepito). Ma tale detrazione in diminuzione del risarcimento non può riguardare i redditi da lavoro già conseguiti dal lavoratore prima del licenziamento. Così si è espressa la Corte di Cassazione con recentissima sentenza 7685/2016. Il caso in esame veniva in rilievo nell’ambito di un più ampio contenzioso riguardante un licenziamento impugnato da lavoratore. Sul punto specifico, il dipendente lamentava che la sentenza d’appello impugnata ritenne di dover ridurre il risarcimento del danno, spettantegli in conseguenza della dichiarata illegittimità del licenziamento, per effetto di quanto successivamente percepito quale corrispettivo di attività lavorativa svolta presso terzi. Deduceva a riguardo che dall’estratto contributivo acquisito dall’INPS su ordine della Corte d’appello, risultava che l’attività di collaborazione svolta per la un’altra società era iniziata ben prima della data del licenziamento in questione, ovvero sin dal 2004, sicché i relativi redditi non potevano considerarsi in diminuzione del risarcimento relativo all’illegittimo licenziamento. Deve rimarcarsi – ha preliminarmente osservato la suprema Corte – che il principio della “compensati() lucri cum danno” trova applicazione solo quando il lucro sia conseguenza immediata e diretta dello stesso fatto illecito che ha prodotto il danno, non potendo il lucro compensarsi con il danno se trae la sua fonte da titolo diverso . Ne deriva che in tema di licenziamento individuale, il compenso per lavoro subordinato o autonomo -che il lavoratore percepisca durante il periodo intercorrente tra il proprio licenziamento e la sentenza di annullamento relativa (cosiddetto periodo intermedio) – non comporta la riduzione corrispondente (sia pure limitatamente alla parte che eccede le cinque mensilità di retribuzione globale) dei risarcimento del danno da licenziamento illegittimo, se – e nei limiti in cui- quel lavoro risulti, comunque, compatibile con la prosecuzione contestuale della prestazione lavorativa sospesa a seguito del licenziamento, come deve ritenersi nel caso, come quello di specie, in cui il lavoro medesimo risulti già svolto, prima del licenziamento, congiuntamente alla prestazione lavorativa di fatto interrotta. Inversamente può affermarsi che ogni volta che si affermi il diritto al ripristino del rapporto di lavoro, al lavoratore spetta un risarcimento commisurato alle retribuzioni non percepite, ma dal suddetto importo sono deducibili i ricavi che sarebbero stati incompatibili con la prosecuzione della prestazione lavorativa e resi possibili, quindi, solo dalla sua interruzione Nella specie dall’estratto contributivo INPS, che la stessa Corte di merito afferma di aver esaminato, risulta che la collaborazione del lavoratore con altra società sussisteva sin dal 2004, e dunque in costanza di rapporto di lavoro con l’attuale datore. Al fine di valutare la compatibilità di tale collaborazione e relativi redditi con la prosecuzione contestuale della prestazione lavorativa sospesa a seguito del licenziamento, nonché l’incremento di tali redditi (conseguiti per l’attività di collaborazione con altra società) la sentenza impugnata deve annullarsi con rinvio. Accolto sul punto, il ricorso del lavoratore.

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