Bari shock: i medici litigano per la sala operatoria, la neonata muore strozzata dal cordone ombelicale

Fosse successo a me, 33 anni fa, ora non starei qui a raccontarlo. Perché anch’io sono nato in quell’ospedale, il Di Venere di Bari, e anch’io avevo il cordone ombelicale attorcigliato al collo prima di nascere. Ma per me non fu necessario alcun intervento chirurgico né parto cesareo, perché poi quel legame viscerale che rischiava di strozzarmi improvvisamente si sciolse, e tutto andò bene.

Non è andata così alla piccola Francesca (nome di fantasia) Visaggio, nata e subito morta in quell’ospedale quasi un anno fa, quando in seguito a una complicazione nel parto dovuta a un cordone ombelicale stretto attorno al suo collo, la madre, Marta Brandi, avrebbe dovuto essere sottoposta immediatamente a un parto cesareo. Avrebbe. Perché, raccontava ieri La Gazzetta del Mezzogiorno, l’intervento d’urgenza fu dilazionato a causa di un’assurda lite tra due medici.

I quali, si legge nell’informativa dei Nas del 21 febbraio scorso, iniziarono ad avere un “alterco”, contendendosi l’unica sala operatoria utilizzabile (quella di Chirurgia generale, visto che la sala di Ostetricia era occupata per due parti cesarei già programmati). Uno dei due medici, l’anestesista responsabile dell’équipe d’urgenza incaricata del taglio cesareo, preme perché venga operata la partoriente; l’altro, il primario di Chirurgia generale, al suo primo giorno di lavoro con quell’incarico, sostiene invece che la sala debba essere lasciata libera per dare la precedenza a una donna colpita da appendicite. «Prima il parto», «No, prima l’appendicite», e così i due vanno avanti a battibeccarsi fino a urlare, come rivela l’anestesista in una relazione sostenendo che il primario di Chirurgia e alcuni suoi colleghi «in maniera perentoria e ad alta voce asserivano che nella sala di chirurgia generale potevano operare soltanto loro» (a sua discolpa, il chirurgo sosterrà: «Nessuno mi ha riferito dell’estrema urgenza dell’intervento»).

Ad ogni modo, l’alterco causa un ritardo di circa 100 minuti: troppi per salvare la piccola. La signora dovrebbe entrare in sala operatoria alle 11 e invece finisce sotto i ferri solo dopo le 12. La bimba nasce, ma pochi minuti dopo i chirurghi ne dichiarano la morte. A mo’ di beffa, la donna con appendicite verrà operata comodamente alle 14, a dimostrazione che quella lite era del tutto inutile… La vicenda, per la quale già ora 8 persone tra medici e infermieri sono indagate per concorso in omicidio colposo nell’inchiesta del pm Gaetano De Bari, e nella quale, dopo l’informativa dei Nas, altre persone rischiano di essere coinvolte, fa rabbia innanzitutto per la mancanza di strutture e personale medico: su otto sale presenti nel blocco operatorio, due erano fuori uso, e delle altre sei solo tre disponibili per interventi d’urgenza, mentre l’équipe di anestesisti era solo una.

Ma il fattaccio indigna anche per la folle competizione tra medici, che si contendono uno spazio operatorio quasi fosse loro proprietà, senza tenere conto di quali siano le priorità, cioè salvare le vite dei pazienti. Questa storia però fa soprattutto pensare a lei, alla piccola, che il prossimo 30 aprile avrebbe compiuto un anno e che invece ora i genitori sono costretti a piangere. Ti immagini come sarebbe cresciuta, Francesca, “figlia” dello stesso ospedale in cui sei nato tu, che senti come tua sorella spirituale, o come una nipotina adottiva e mancata a cui vuoi bene. Lei che ha trovato la morte nel luogo deputato alla nascita, lei che ha avuto la ventura di vivere per circa due minuti.

Altro che la vita longeva della signora Emma Morano, scomparsa all’età di 117 anni. Lei, Francesca, è vissuta semmai per 117 secondi. E allora ti chiedi se quella vita brevissima abbia comunque avuto un senso, se la sua dignità possa riassumersi in un frammento e il suo valore condensarsi in un attimo. In un respiro accennato, pieno di fiato e di anima.

«I medici? Erano tutti scioccati per quello che era accaduto… ». La testimonianza di Anna (accanto il ritaglio della sua testimonianza ai CC del Nas) è uno dei punti fermi dell’indagine della procura sull’incredibile caso di malasanità, denunciato ieri dalla Gazzetta, avvenuto all’ospedale Di Venere di Bari, dove una neonata, figlia di Onofrio Visaggio e Marta Brandi, una coppia di Corato, è morta per il ritardo del parto cesareo a causa di una lite tra due medici per contendersi una sala operatoria rimasta vuota per ore.

Anna era una delle donne in attesa di essere sottoposta a taglio cesareo e fu lei, come ha raccontato ai Carabinieri, ad assistere dalla barella al litigio tra i due medici – un chirurgo e un anestesista – nonché ascoltare i successivi commenti degli stessi sanitari dopo l’intervento che costò la vita alla piccola bimba, «come fosse potuta accadere una cosa simile». Una vicenda che, al di là degli aspetti penalmente rilevanti, è ormai chiara agli addetti ai lavori e non. La piccola, che tra una decina di giorni avrebbe compiuto un anno,
morì per il grave ritardo con cui la mamma fu sottoposta a taglio cesareo, come peraltro confemato dai medici legali del pm.

La lettura degli atti di inchiesta – il sostituto Gaetano De Bari ha inviato un avviso di conclusione delle indagini preliminari ad 8 persone, ma il numero è destinato da arricchirsi di almeno altre tre nominativi – fa emergere un vero e proprio scaricabarile tra medici. Comportamento classico di chi sa di averla fatta grossa e che, per comprensibili ragioni, tende ad annacquare le responsabilità soffocando l’atroce verità: Marta Brandi perse la figlia perchè qualcuno non la operò subito, lasciandola parcheggiata per oltre un’ora davanti a una sala operatoria vuota che avrebbe dovuto ospitare un’altra paziente classificata come «urgenza» ma che arrivò dopo tre ore.

E qui iniziano le prime contraddizioni. L’intervento era «urgente» ma nessuno «sapeva» dell’urgenza. Il chirurgo – al suo primo giorno di servizio come nuovo direttore del reparto – si è difeso sostenendo che nessuno gli aveva detto dell’urgenza; l’anestesista ha affermato di aver ceduto alle pressioni dei chirurghi che rivendicavano la titolarità della sala operatoria; e il responsabile del blocco chirurgico avrebbe dovuto fare da «arbitro», ammette l’inesistenza – in realtà smentita dalla Asl – di una procedura per la gestione delle emergenze.

Di certo i coniugi Visaggio sono stati vittime di una catena di comando inesistente o, peggio, di una catena di trascuratezza e sciatteria inaccettabile quando sono in gioco vite umane.
A puntare l’indice contro la negligenza di altri è ora un medico della Ginecologia che ha chiesto l’incidente probatorio. Fu lei, alle 10.30 di quel fatidico 2 maggio dell’anno scorso, a chiamare la sala operatoria e disporre il «cesareo urgente». Particolare confermato dalla caposala dallo stesso anestesista «piegato» dal chirurgo. Tuttavia, si preferì lasciare parcheggiata la donna per oltre un’ora davanti a una sala operatoria vuota che avrebbe potuto (anzi dovuto) dare alla luce sua figlia.

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