Cannabis, lo “spinello elettronico” è legale si può fumare in Francia

Il prodotto contiene una molecola della cannabis, il cannabidiolo, non psicoattiva, che ha effetti rilassanti e favorisce il sonno. Finora la sigaretta elettronica a base di questa sostanza era vietata dal governo francese.

Il prodotto contiene una molecola della cannabis, il cannabidiolo, non psicoattiva, che ha effetti rilassanti e favorisce il sonno. Finora la sigaretta elettronica a base di questa sostanza era vietata dal governo francese.

Un’azienda di e-cigarette americana, la Palm Beach Vapors, ha deciso di espandere il proprio business producendo un liquido che, a partire dalla cannabis, possa essere usato nelle ricariche di e-cig. La società sta cercando di brevettare il metodo, che ha chiamato M-System, e ha già firmato accordi di licenza in California e Colorado. Le sigarette elettroniche funzionano riscaldando nicotina liquida e trasformandola in vapore inalabile; l’olio di cannabis userebbe un meccanismo analogo di vaporizzazione.

Palm Beach Vapors non acquisterebbe, venderebbe o spedirebbe la marijuana, ma concederebbe in licenza il metodo di preparazione e l’additivo che produce una base di glicerina vegetale in cui l’olio di canapa riesce a distribuirsi in modo uniforme. Paul Chip, CEO e co-fondatore, ha dichiarato che l’azienda sta pensando di costruire un vero e proprio franchising nazionale: secondo le previsioni, entro il 2018 il nuovo prodotto potrebbe rappresentare il 30-40% del fatturato della società, almeno se continuerà il trend di legalizzazione in corso negli Stati Uniti.

L’uso di cannabis (hashish/marijuana) può diventare un problema nello studio del medico di famiglia per diverse vie: la più comune è quella del genitore che chiede consiglio sul comportamento del figlio o figlia adolescente che “si fa le canne”, ossia che fuma hashish o marijuana. Più raramente è l’interessato che si rivolge al medico per motivi cImici (problemi acuti derivanti dall’uso saltuario; difficoltà a smettere; diminuito rendimento scolastico o lavorativo), oppure medico-legale (questioni connesse alla guida; certificazioni).

Il medico, che di solito non ha una preparazione di base sulla questione, e spesso è anch’egli fuorviato dall’idea secondo cui hashish e marijuana “non sono droga”, e non esistono di conseguenza problemi derivanti da essi, si trova fatalmente in imbarazzo di fronte a tali richieste, coi rischio di non saper che indicazioni dare o, peggio, di appiattirsi sulla posizione per cui “farsi spinelli non è un problema”. In realtà, se non è corretto affermare che la cannabis comporti le conseguenze delle droghe pesanti come l’eroina, non è neppure sostenibile dal punto di vista medico che non esista un “problema cannabis”; la realtà delle due droghe è diversa, va mantenuta diversa nella impostazione, nel giudizio, nella soluzione, ma anche i problemi derivanti dalle droghe cosiddette leggere sono da tenere in considerazione. Scopo di questo capitolo è di fornire al medico di famiglia le conoscenze di base sul problema cannabis, e le coordinate cliniche più generali per fronteggiare il problema stesso. Forme cliniche di maggiore severità, soprattutto sul piano di un uso intenso e frequente, con minima motivazione al cambiamento, in soggetti “a rischio” (adolescenti, donne in gravidanza, psicotici), vanno probabilmente indirizzate al servizio pubblico per le tossicodipendenze.

LA DROGA-CANNABIS Forme La “Cannabis sativa var. indica”, comunemente detta canapa indiana è una pianta che cresce bene in climi caldi, tradizionale in vaste aree dell’Oriente Estremo e Medio, del Nord Africa e delle zone calde del Nord America. La Canapa tradizionalmente coltivata in Italia appartiene alla stessa specie, anche se le condizioni climatiche e di coltivazione ne fanno una pianta a basso contenuto del principio attivo ricercato (Delta-9-Tetraidrocannabinolo o THC).

Recentemente la coltivazione della cannabis ha avuto un grande sviluppo in California; in Olanda si coltiva una varietà di cannabis (‘Nederweed’) assai rinomata per la potenza che la caratterizza, derivante dall’alta concentrazione di THC. In conseguenza di tale elevata qualità, la cannabis prodotta in Olanda viene contrabbandata in altri Paesi europei, e svolge una potente concorrenza alla cannabis tradizionale prodotta nel Rif marocchino. Le forme tradizionali in cui la sostanza viene consumata sono: Marijuana (infiorescenze, foglie seccate), in cui la percentuale del THC può variare tra lo 0.5 e il 5% nelle varietà senza semi e tra il 7 e il 14% nelle varietà con semi, detta “sinsemilla”, mentre concentrazioni anche maggiori sono riferite per la marijuana Nederweed; Hashish (resina di cannabis e fiori pressati) con concentrazioni di THC variabili dal 2 al 20%; Olio di hashish (un estratto di THC ottenuto usando solventi organici), con concentrazioni dal 15 al 50%.

La cannabis viene fumata in appositi dispositivi (chilum, narghilè) o in sigarette fatte a mano (spinelli, canne, joint) con o senza aggiunta di tabacco. Cenni di farmacologia e di farmacocinetica Il tipico joint contiene da 5 a 150 mg di THC, di cui solo una parte viene malata, essendo il resto disperso; la biodisponibilità del THC ammonta al 5-24%. La quantità di THC che entra in circolo con uno “spinello” non è facile da quantificare, poiché dipende da numerose variabili, prima fra tutte la concentrazione di THC nel preparato effettivamente usato. Per chi fa uso occasionale, 2-3 mg di THC effettivamente assorbiti sono sufficienti a provocare l’effetto voluto, mentre fumatori più sperimentati o “pesanti” sono abituati a dosi assai maggiori, perché diventano tolleranti. Per l’uso in ricerca sperimentale nell’uomo le dosi lieve, media, pesante sono rispettivamente 10, 20, 25 mg. Il THC raggiunge il picco ematico intorno ai 10 minuti dall’assunzione per via respiratoria, e da allora declina rapidamente fino ai 5-10% della quantità iniziale, in parte perché metabolizzato, in parte perché distribuito come THC non modificato nei tessuti adiposi.

A seguito di assunzione abituale, la quota di THC accumulata nei tessuti lipidici aumenta; di conseguenza la sostanza viene rilevata nei liquidi organici per giorni ed anche per diverse settimane (28-45 giorni). La lunga persistenza e il lento release del THC hanno implicazioni ancora non chiare: possono essere alla base del verificarsi di fenomeni dispercettivi anche a distanza dall’ultima assunzione; possono essere uno dei motivi per cui i sintomi fisici di astinenza dall’hashish/marijuana sono così attenuati rispetto a quelli derivati da altre sostanze. La lunga permanenza del THC nei tessuti adiposi dell’organismo, indipendentemente dalle sue implicazioni ancora non chiarire dei tutto, è un fenomeno caratterizzante della cinetica di questa “droga leggera”, ed andrebbe ben conosciuto da ogni persona che ne fa uso. Recentemente sono stati scoperti recettori specifici per il THC (Devane e coll. 1988) ed un agonista specifico (Devane e colI 1992) (arachidoniletanolamide, denominato “anandamide”, un termine che, in sanscrito, significa felicità, beatitudine). Il recettore ha una localizzazione compatibile con le funzioni cognitive, con quelle motorie, con la regolazione dell’appetito. Sono stati donati sia il recettore nel cervello del ratto, sia il mDNA che codifica il recettore nel cervello umano. L’ipotesi attuale è che possano esistere sottotipi di recettori, preposti alla mediazione di funzioni diverse; se si dimostrasse vera, questa ipotesi potrebbe condurre alla separazione degli effetti psicotropi da quelli terapeutici.

EFFETTI DELLA CANNABIS I derivati della cannabis sono ricercati come droga ricreativa perché producono un’ alterazione dello psichismo, consistente in una modificazione dello stato di coscienza, con euforia, rilassamento, cambiamenti nelle percezioni quali distorsione del senso del tempo e intensificazione delle normali esperienze sensoriali, come mangiare, ascoltare musica, guardare film, fare sesso. Usato “socialmente” provoca riso contagioso e parlantina sciolta. Dall’assunzione di cannabici derivano effetti cognitivi marcati sulla memoria e sulle associazioni. Sono allentate le funzioni di controllo motorio e il tempo di reazione. E’ tipica una disinibizione psicologica che si associa ad una disinibizione comportamentale. Accanto alle reazioni “desiderate”, spesso se ne producono di “non desiderate”, specialmente nei “fumatori” poco esperti, come ansia, reazioni di paura fino al panico, terrore di “uscire pazzo”, sentimenti acuti di disforia e di depressione. Queste reazioni non richiedono di solito l’intervento del medico e possono essere affrontate semplicemente con la rassicurazione e il sostegno. Sul piano fisico, gli effetti dei cannabici comprendono un aumento della frequenza cardiaca del 25- 50%, che si produce in pochi minuti e dura fino a circa 3 ore dopo la assunzione; la pressione arteriosa si altera in rapporto alla postura: sale mentre la persona sta a sedere, cala in ortostatismo. In certi casi si osservano sintomi di collasso cardiocircolatorio. Si verifica una iperemia congiuntivale. Non si ammette una significativa tossicità della sostanza.

IL PROBLEMA CLINICO Secondo Hall e colI (1995), autori della più recente, equilibrata, aggiornata, e discussa (AA.VV. 1996) monografia sugli effetti dell’uso di cannabis, le conseguenze acute e croniche, fisiche e psichiche, possono essere riassunte come segue. Effetti acuti • Ansia, disforia, panico e paranoia, specialmente in “fumatori” non sperimentati o in soggetti che ricevono THC a fini terapeutici. Anche “fumatori” esperti possono subire fenomeni del genere dopo ingestione orale di preparati di cannabis. • Compromissione cognitiva, soprattutto a carico della memoria e dell’attenzione. La memoria a breve termine è compromessa e le associazioni mentali sono allentate. Questo distacco dalla realtà contingente è la base dello sviluppo di piacevoli vissuti fantastici mentre rende difficile sostenere una attività psichica finalizzata.

Che cos’è la marijuana?

La marijuana – in inglese spesso chiamata “pot”, “grass”, “weed”, “mary jane” o “mj” – è una miscela verdastrogrigia di foglie, gambi, semi e fiori di canapa Cannabis sativa essiccati e tagliuzzati. La maggior parte dei consumatori fuma marijuana sotto forma di sigarette fatte a mano, chiamate anche “joints” (spinelli), altri usano pipe o pipe d’acqua (“bongs”). Si sono diffusi anche i sigari di marijuana (“blunts”) realizzati sostituendo il tabacco con la marijuana spesso mescolata ad altre droghe come crack o cocaina. La marijuana viene usata anche per preparare il the e a volte come ingrediente nei cibi. Il principale principio attivo nella marijuana è il delta-9- tetraidrocannabinolo (THC) responsabile degli effetti psicoattivi della droga. L’ammontare di THC (che è anche il principio psicoattivo dell’hashish) determina la potenza e, perciò, gli effetti della marijuana. Tra il 1980 ed il 1997, la THC è aumentata nella marijuana disponibile negli Stati Uniti. Qual’è l’entità dell’uso/abuso di marijuana negli Stati Uniti? ( conetrazione drammaticamente concentrazione di La marijuana è la sostanza illegale più comunemente usata negli Stati Uniti. Nel 2004, 14,6 milioni di Americani di 12 anni e più avevano utilizzato marijuana almeno una volta nella vita. Nello stesso anno circa 6000 persone al giorno hanno pari a 2,1 milioni di Americani. Di questi, il 63,8% era minorenne. Nella seconda metà del 2003 la marijuana era la terza sostanza usata e menzionata (12,6%) più di frequente al pronto soccorso, dopo la cocaina (20%) e l’alcol (48,7%). Tra il 2003 e il 2004 la prevalenza d’uso nel corso della vita, nell’ultimo anno e nell’ultimo mese è rimasta stabile tra i giovani di 15 – 17 anni. Si assiste invece ad una diminuzione significativa dell’uso nell’ultimo mese tra i 13enni, e un notevole aumento della percezione di nocività della marijuana, fumata una o due volte e regolarmente. La tendenza alla utilizzato marijuana per la prima volta, disapprovazione dell’uso di marijuana (una o due volte, occasionalmente) è aumentata anche tra i 13enni e i 15enni.

Come agisce la marijuana sul cervello? Quando la marijuana viene fumata, il suo principio attivo (THC) passa rapidamente dai polmoni a tutto il corpo incluso il cervello, attraverso il flusso sanguigno. Nel cervello, il THC si lega a siti specifici chiamati recettori de cannabinoidi situati sulle cellule nervose ed esercita un’influenza sulla loro funzione. I recettori dei cannabinoidi si trovano soprattutto nelle zone del cervello che regolano il movimento, la coordinazione, l’apprendimento e la memoria, e le funzioni cognitive complesse come il giudizio e il piacere.

Quali sono gli effetti acuti derivanti dall’uso di marijuana? Gli effetti della marijuana si manifestano subito dopo l’ingresso della droga nel cervello e durano da una a tre ore. Se la marijuana viene assunta attraverso il cibo o le bevande, gli effetti a breve termine si manifestano più lentamente, di solito dopo mezz’ora o un’ora, e durano di più, anche fino a 4 ore. Fumare marijuana porta ad un rilascio di THC nel sangue di gran lunga maggiore rispetto all’assunzione attraverso cibo o bevande. Pochi minuti dopo l’inalazione del fumo di marijuana, il cuore comincia a battere più rapidamente, le vie bronchiali si rilassano e si dilatano e i vasi sanguigni negli occhi si espandono facendoli arrossire. Il battito cardiaco, normalmente 70/80 battiti al minuto, può avere un aumento di 20/50 battiti al minuto o, in altri casi, può perfino raddoppiare. Quest’effetto può aumentare se con la marijuana vengono assunte altre droghe. Come quasi tutte le droghe, quando il THC entra nel cervello produce immediatamente euforia agendo sul sistema di gratificazione e stimolando così il rilascio di dopamina. Un consumatore di marijuana può provare delle sensazioni piacevoli, i colori e i suoni possono sembrare più intensi e il tempo sembra passare più lentamente. Si ha una mancata salivazione e improvvisamente ci si può sentire molto affamati e assetati. Le mani possono tremare o diventare fredde. Dopo la fase iniziale, l’euforia passa e possono verificarsi sonnolenza o depressione. Qualche volta, l’uso della marijuana provoca ansia, paura, diffidenza nei confronti degli altri o panico.

Secondo uno studio condotto dalla “National Highway Traffic Safety Association” (Associazione nazionale per la sicurezza stradale, ndt.), una dose modesta di marijuana da sola può influire negativamente sulla capacità di guidare; tuttavia, gli effetti di una dose bassa di droga assunta in combinazione con alcol sono decisamente più forti rispetto ad un’assunzione di sola marijuana o di solo alcol. Gli indici misurati relativi alla capacità di guidare includevano il tempo di reazione, la frequenza di ricerca visuale (dove il conducente controlla le strade laterali), e l’abilità di percepire e/o rispondere a variazioni nella velocità di altri veicoli. I consumatori che hanno assunto dosi elevate di marijuana possono provare psicosi tossica acuta con la presenza di allucinazioni, illusioni e depersonalizzazione (perdita del senso d’identità personale). Anche se le cause specifiche di questi sintomi rimangono ignote, sembra che si manifestino più frequentemente quando un’alta dose di cannabis viene assunta con il cibo o nelle bevande anziché fumata in uno spinello.

Qual è l’effetto dell’uso di marijuana sulla salute fisica?

La marijuana favorisce potenzialmente lo sviluppo del cancro ai polmoni e in altre parti del tratto respiratorio perché contiene agenti irritanti e cancerogeni. Il fumo di marijuana, infatti, contiene dal 50 al 70% di idrocarburi cancerogeni in più rispetto al fumo di tabacco. Inoltre, produce alti livelli di un enzima che trasforma certi idrocarburi nella loro forma cancerogena. Questi livelli possono accelerare le variazioni che alla fine producono cellule maligne. Di solito i consumatori di marijuana aspirano più profondamente e trattengono il respiro più a lungo rispetto ai fumatori di tabacco; questo aumenta l’esposizione dei polmoni al fumo cancerogeno. Questi fatti suggeriscono che, a parità di sigarette, il fumatore di marijuana è più soggetto al rischio di un cancro rispetto al fumatore di solo tabacco. Ci possono essere effetti avversi per la salute provocati da marijuana dovuti al fatto che il THC danneggia la capacità del sistema immunitario di combattere le malattie infettive e il cancro. Esperimenti di laboratorio che hanno esposto cellule di animali e cellule umane a THC e ad altre sostanze contenute nella marijuana, hanno dimostrato che in molti tipi di cellule immunitarie le normali reazioni di prevenzione di una malattia si inibiscono. Altri studi sui topi esposti a THC, o sostanze simili, hanno rivelato che questi animali avevano una maggiore probabilità di sviluppare infezioni batteriche e tumori rispetto a topi non esposti. Uno studio ha indicato che il rischio che una persona subisca un infarto cardiaco entro la prima ora dopo aver fumato marijuana è quattro volte più alto del rischio normale per quel soggetto. I ricercatori hanno ipotizzato che questo può essere in parte dovuto al fatto che la marijuana alza la pressione sanguigna e il battito cardiaco e riduce la capacità del sangue di distribuire ossigeno.

Marijuana, memoria e ippocampo Il danno che la marijuana provoca alla memoria a breve termine sembra essere dovuto al fatto che il THC altera il modo in cui l’ippocampo (una delle aree del cervello responsabile della memoria) elabora le informazioni. Ratti di laboratorio ai quali è stato somministrato THC hanno mostrato una ridotta abilità di eseguire compiti che richiedevano l’uso della memoria a breve termine analoga a quella mostrata da altri ratti ai quali sono state distrutte le cellule nervose dell’ippocampo. I ratti trattati con THC avevano inoltre una maggiore difficoltà con i compiti al momento di massima interferenza della droga con il normale funzionamento delle cellule dell’ippocampo. Man mano che le persone invecchiano, normalmente perdono neuroni nell’ippocampo e diminuisce così la loro abilità di ricordare eventi. L’esposizione cronica a THC può accelerare la perdita di neuroni dell’ippocampo che avviene normalmente con l’invecchiamento. In una serie di studi, ratti esposti a THC ogni giorno per 8 mesi (approssimativamente il 30% della loro aspettativa di vita), esaminati a 11 o 12 mesi di età, presentavano una perdita di cellule nervose equivalente ad animali con il doppio della loro età.

Le sostanze simili al THC che si trovano naturalmente nell’organismo Gli effetti del THC sul nostro organismo sono dovuti in gran parte alla sua somiglianza con una famiglia di sostanze chimiche naturali simili alla Cannabis, i cannabinoidi endogeni. La forma della molecola di THC, così simile a quella dei cannabinoidi endogeni, le permette di interagire sulle cellule nervose con gli stessi recettori con cui i cannabinoidi endogeni interagiscono, influenzando quindi molti degli stessi processi. La ricerca ha dimostrato che i cannabinoidi endogeni aiutano a controllare una vasta gamma di processi mentali e fisici nel cervello e in tutto il corpo, inclusa la memoria, la percezione, la coordinazione motoria di precisione, le sensazioni di dolore, l’immunità alle malattie e la riproduzione. Quando si fuma marijuana, il THC stimola eccessivamente i recettori dei cannabinoidi portando ad una disgregazione del controllo normale dei cannabinoidi endogeni. Questa stimolazione eccessiva produce l’ebbrezza provata dai fumatori di marijuana. Col tempo, il THC può degradare i recettori dei cannabinoidi, ed è possibile che produca effetti avversi permanenti e contribuisca a una dipendenza con il rischio di crisi di astinenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.