Malasanità shock: Aspetta 4 ore prima di essere trasferito: un morto a Napoli

Indagano la Procura della Repubblica di Napoli ma anche i vertici della Asl Napoli sulla tragica vicenda di Antonio Scafuri, il ventitreenne di Torre del Greco ricoverato in codice rosso al Loreto mare la notte del 16 agosto per un grave politrauma e morto dopo un calvario di 18 ore di cui quattro per il trasferimento in un altro ospedale di Napoli per una inutile Angiotac.

Inefficienze e disorganizzazioni saranno inoltre sotto la lente degli ispettori ministeriali che oggi alle 11 saranno al Loreto. La denuncia alla Procura oltre che dai familiari del ragazzo è stata presentata anche dal direttore generale della Asl Mario Forlenza che esprime dolore sgomento e rabbia.

«Le circostanze, se confermate – dice il manager – sono inaccettabili perché non compatibili in una organizzazione sanitaria ospedaliera la cui mission è salvare vite umane. Nell’esprimere partecipazione e condoglianze ai familiari del giovane voglio assicurare che per l’accertamento della responsabilità presenterò personalmente denuncia alla Procura. Inoltre ho avviato un’indagine interna tramite il servizio ispettivo aziendale per accertare eventuali omissioni o mancanze organizzative. Ciò anche ai fini di responsabilità disciplinari. Voglio che sia chiaro ai familiari del giovane e a tutti i cittadini napoletani che è mio interesse primario e di tutti gli operatori della Asl Napoli 1 che sulla vicenda si faccia chiarezza fino in fondo senza guardare in faccia nessuno». La tripla indagine dovrà dunque chiarire perché per un paziente in gravi condizioni per un politrauma come Antonio Scafuro non sono state fatte le poche cose, ma subito e bene, che la letteratura scientifica prevede in questi casi. Oltre alle dinamiche dei ritardi e del palleggiamento di responsabilità sul trasferimento bisognerà capire perché il paziente non è stato condotto al Cardarelli che è centro di riferimento regionale della nascente rete tempo dipendente per il trauma.

Per quale motivo nessuno è intervenuto chirurgicamente per tentare di individuare l’origine dell’emorragia rimasta occulta dopo due Tac. E perché infine non sia stata gestita prima dell’innesco, la finale emocoagulopatia che è un esito comune nelle fratture. Fare luce è anche l’obiettivo del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che ha disposto l’invio di una task force per accertare quanto accaduto con esperti dell’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), Carabinieri del Nas e ispettori del Ministero della Salute. Intanto il dolore incontenibile di chi ha perduto un figlio si misura salendo le scale di un palazzone di sette piani affacciato sul mare.

Al di là dell’uscio ci sono un padre, una madre e un fratello che non riescono a darsi pace. «Evitate. Non insistete. Andatevene», suggerisce un parente messo quasi a sentinella sul pianerottolo al terzo piano per preservare la riservatezza di una famiglia che non ha più niente da dire, oltre quello già denunciato davanti ai taccuini e alle telecamere. La mamma di Antonio, Rosaria, resta impietrita nel suo strazio. Il papà Raffaele non ha più lacrime da versare. Per loro parla il legale di famiglia, l’avvocato Luigi Ascio- ne: «I genitori del ragazzo – spiega – sono stati presi di mira dai mass media da questa mattina.

Adesso lasciateli in pace. Parlando davanti alle telecamere di Sky Tg 24 Raffaele Scafuri ha ribadito: «Me lo hanno ucciso. La prima cosa che dovevano fare era la Tac, e non è stata fatta». La vita spezzata all’improvviso. E allora non resta che affidarsi ai ricordi, alle testimonianze di una folla che ininterrottamente viene in questo appartamento al terzo piano di via Litoranea a consolare un lutto inconsolabile. «Antonio – racconta un amico – era un ragazzo speciale. Un pezzo di pane. Generoso, sempre disponibile con tutti». Da un paio d’anni aveva preso la sua strada. Lavorava, si era specializzato da barbiere, e ogni mattina attraversava la strada per percorrere duecento metri raggiungendo il negozio di coiffeur per uomo poco lontano da casa. Era fidanzato Gina, con una ragazza di Torre del Greco: una passione testimoniata da decine di foto che lo immortalavano sulla sua pagina Facebook.

Incredibile quanto accaduto nei giorni scorsi al Loreto Mare di Napoli dove un giovane di solo 23 anni è morto dopo aver trascorso 4 ore in codice rosso in ospedale, in attesa di trasferimento. È accaduto alle ore 21:46 dello scorso 16 agosto, quando il 23enne è arrivato al pronto soccorso dell’ospedale Loreto Mare di Napoli con un politrauma e fratture multiple; scattato il ricovero in codice rosso, sono iniziate le interminabili ore di attesa che secondo quanto denunciano i sanitari, potrebbero essere risultate fatali, tanto che il giovane il giorno successivo è deceduto. La notizia è stata resa nota nelle scorse ore dal consigliere regionale della Campania Francesco Borrelli, il quale ha reso nota la storia diffondendo la denuncia presentata dal responsabile del pronto soccorso dell’ospedale Loreto Mare, Alfredo Pietrolungo. Nella denuncia si legge che dopo le indagini radiografiche e tac, il giovane veniva riportato in codice rosso dove i rianimatori constatavano un progressivo peggioramento delle condizioni generali ed anche un progressivo calo dell’emoglobina ai valori -7, dunque si provvedeva a richiedere il sangue in urgenza e alle ore 1:04 avveniva il ricovero in chirurgia con prognosi riservata e un imminente pericolo di vita.

Sempre nella denuncia si legge che ciò nonostante, il paziente rimaneva in codice rosso impegnando 2 unità infermieristiche del pronto soccorso con un visibile di disagio per il resto delle attività dello stesso pronto soccorso, mentre le anestesiste intervenute rientravano in rianimazione. Intorno alle ore 1:45 si è venuto a conoscenza del fatto che il 23enne era in attesa da circa due ore di essere trasportato in un altro presidio per eseguire una angiotac e la cosa si è rallentata perché non si era giunto ad un accordo su quale infermiere avrebbero dovuto eseguire il trasferimento.

Alle ore 3:30 il padre del giovane quasi in lacrime non sapeva ancora cosa sarebbe accaduto al figlio, preoccupato delle condizioni che nel frattempo continuavano a peggiorare avrebbe chiesto proprio informazioni a Pietroluongo, che ha cercato di parlare con il medico che stava seguendo il caso e sarebbe nato tra di loro uno scambio di accuse. Pietroluongo a questo punto avrebbe cercato l’infermiere che si offrisse volontario per il trasferimento, raccomandando di far partire l’ambulanza immediatamente con rianimatore e chirurgo a bordo e finalmente il trasferimento è stato effettuato, ma senza rianimatore.

Il giovane 23enne è arrivato all’ospedale Vecchio Pellegrini dove è stato sottoposto a tre trasfusioni di sangue, poi sarebbe rientrato intorno alle ore 8:30 presso l’ospedale Loreto Mare ancora una volta con il mezzo senza rianimatore. Una volta condotto in rianimazione, il giovane purtroppo è deceduto. Per tutte queste ragioni, Borrelli ha fatto sapere di essere pronto a chiedere al direttore dell’ospedale Loreto Mare di avviare un’indagine interna per fare luce sulla gravissima vicenda che è stata segnalata relativa alla morte di un giovane di 23 anni.

Succede tutto intorno a Ferragosto. È in quei giorni, infatti, che un 23enne arrivato in codice rosso all’ospedale Loreto Mare ha dovuto aspettare 4 ore prima di essere trasferito (peraltro senza ambulanza rianimativa) al Vecchio Pellegrini. Troppo tempo. Perché il giorno seguente il ragazzo muore. Vicenda drammatica. Che per certi versi diventa ancor più tragica visto quello che era successo pochi giorni prima, il 14.

Il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, infatti, da mesi stava usando tutto il suo repertorio persuasivo per convincere il governo e il ministro Lorenzin a nominarlo commissario per la Sanità in Campania. C’era bisogno di una svolta. E così giusto per dare un segnale forte della nuova gestione decide di prendere la situazione in mano sin da agosto. Come? Aumentando i compensi ai dirigenti sanitari che da una media di 123 mila passano a circa 153 mila euro. Un incremento secco del 25% e via. Nessun legame con i risultati, le performance o l’efficienza. Macché.

Anzi, a leggere bene nella delibera di giunta numero 520 del primo agosto 2017, pubblicata il 14, una motivazione c’è. Ed è la seguente: «In Regione Campania i direttori generali delle aziende sanitarie ricevono un compenso annuo inferiore a quello delle apicalità mediche che coordinano, con particolare riferimento a quelle di dipartimento, e tale situazione ha generato nel corso degli anni numerosi contenziosi legali ancora in corso di definizione non solo per l’aspetto meramente economico, ma anche di immagine legata al prestigio del ruolo e, soprattutto, al riconoscimento dei diversi livelli di responsabilità».

Tradotto: visto che in alcuni casi i medici guadagnano più dei dirigenti che li dovrebbero coordinare, per evitare cause, ma anche per una questione di opportunità, diamo 30 mila euro in più a tutti i manager delle Asl e il problema è risolto. Siamo al colmo.
Anzi, al colmo dei colmi. Perché questi dirigenti guidano la sanità più dissestata d’Italia. Tanto che da diversi lustri a questa parte non si contano i buchi, i piani di rientro e i default che l’hanno caratterizzata. Non si fa in tempo a rientrare dal rosso che si accumula altro debito. L’ultimo, da 2 miliardi, è stato denunciato sempre da De Luca incolpando l’ex governatore Caldoro. Il solito gioco del rimpallino.

Il dato di fondo è molto semplice. A fronte di una spesa monstre, quasi 12 miliardi (circa il 70% dell’intero bilancio regionale), in Campania ci sono i livelli assistenziali più bassi d’Italia. A proposito di risultati, si può dire che qui l’aspettativa di vita è di 2 anni e due mesi sotto la media nazionale. Che sempre qui ci sono i più alti livelli di mortalità evitabile. E che i “Pronto Soccorso” anziché diventare più efficienti chiudono con una certa regolarità. Così come succede ai presidi ospedalieri, agli ambulatori e alle strutture della medicina preventiva di base che vengno tagliati perché c’è un disavanzo da ripianare.
Per non parlare, poi, dei casi clamorosi di furbetti del cartellino al Loreto Mare e del medico tennista che negli orari di lavoro risultava impegnato sulla terra rossa con tanto di racchetta, scarpe da ginnastica e pantaloncini.

Insomma, un disastro. Che non è stato di certo provocato dai dirigenti entrati da poco in carica, ma che non giustifica in nessun modo i 30 mila euro di aumento nelle buste paga dimanager che già ne guadagnavano circa 120 mila all’anno.
Sempre che non dovessero arrivare risultati eclatanti. Ma su questo De Luca è stato molto previdente. Nella stessa delibera di cui sopra, infatti, ha stabilito che nel caso di buone performance future, l’elargizione ferragostana debba essere rimpinguata di un altro 20 per cento. Visto quello che è successo poche ore fa ancora al Loreto Mare può stare tranquillo: quei soldi purtroppo non dovrà sborsarli mai.

VIAGGIO NELLA MALASANITA’ IN ITALIA. IL LAZIO

“Viaggio nella malasanità in Italia” è l’iniziativa portata avanti dall’Associazione Codici nell’ambito della campagna “Le vittime non siete voi” lanciata in reazione alle iniziative sia mediatiche, di medici che si dichiarano essere vittime impotenti di facili ed infondate denunce, che legislative, da parte di medici che promuovono leggi in favore della categoria: il potere forte che si inchina alle lobbies.
Siamo partiti dalla Calabria, per toccare l’Abruzzo e la Sicilia, ora è la volta del Lazio. Regione che patisce come e più di altre il disservizio sanitario.
Un sistema sanitario volutamente disorganizzato, un caos creato ad arte per permettere speculazioni e sprechi, in cui la politica fa i suoi affari e si attiva con il clientelismo, gestendo i posti di comando e ottenendo appalti a ditte vicine. In questa disorganizzazione voluta, si tenta di nascondere gli errori – orrori medici.
Il viaggio virtuale, da Nord a Sud della penisola, di Codici ha lo scopo di evidenziare quanto i casi di malasanità non siano conseguenza di disorganizzazione ma di errori dovuti a personale che si sente impunibile e che approfitta del sistema in maniera spregiudicata con una caduta di eticità e moralità verticale della professione.
I medici tentano oggi di mettere una pezza al lassismo con leggi che escludono qualunque tipo di responsabilità.
1) “Medici, pazienti e avvoltoi” e leggi fatte in casa
E’ stato presentato lo scorso 24 febbraio lo spot “Medici, pazienti e avvoltoi” realizzato dall’Associazione Amami – Associazione Medici Accusati di Malpractice Ingiustamente – per difendere il mestiere dei medici, soprattutto di quelli che si sentono ingiustamente colpiti da pazienti che denunciano episodi di malasanità. A scatenare la scintilla della polemica il recente spot degli avvocati “obiettivo risarcimento”.
I medici accusano di essere sempre più spesso il capro espiatorio: quasi fossero le VITTIME da tutelare.

Ma l’Associazione Codici ha raccolto, in questi anni di attività, centinaia di storie di ordinaria malasanità, di malpractice medico-sanitaria, di genitori che hanno perso, per errore o negligenza medica, un figlio. Ritardi negli interventi, ospedali fatiscenti, ambulanze vetuste, carenza di personale, reparti in tilt e sovraffollati. Non solo, lunghe liste d’attesa per prestazioni sanitarie che potrebbero salvare la vita, rapporto medico-paziente poco curato, sprechi e ospedali che pensano solo al profitto, rapporto posti letto/medici largamente sbilanciato.
La sanità italiana è, dunque, piena di contraddizioni e a farne le spese sono i pazienti, le vere vittime di un sistema malato. Per questo Codici ha lanciato la campagna “Le vittime non siete voi”.
Come se non bastasse, recente è il DDL 1134, “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e di responsabilità in ambito medico e sanitario” volto a deresponsabilizzare i medici.
Purtroppo un dejavù. Troppo spesso la classe politica si inchina al potere delle lobbies, mettendo in atto manovre finalizzate a deresponsabilizzare i sanitari.
Il disegno di Legge 1134, d’iniziativa del senatore Amedeo Bianco, nonché Presidente della Federazione degli Ordini dei Medici, è fortemente sbilanciato a favore della categoria.
Secondo Codici, è una legge “fatta in casa”, visto il ruolo del Presidente Bianco, che non ha rispetto per le vittime della malasanità e non tutela i pazienti. Il DDL è fatto da un medico a favore dei medici.
1) Gli e(o)rrori della medicina in Italia
In Italia, le cifre degli errori commessi dai medici sono da bollettino di guerra.
Ai decessi avvenuti in corsia per errori sanitari, sono da aggiungere i casi in cui, per l’errore di un anestesista o di un chirurgo, viene seriamente pregiudicata la salute del paziente.
Una realtà sempre più presente che, spesso, si traduce nel disagio del malato in primis e nei costi economici e sociali elevati, poi.
La stima dei casi di malasanità sembra quindi diffondersi a macchia d’olio, con punte che raggiungono l’inverosimile nelle regioni del Sud Italia, in questa triste classifica spunta anche il Lazio..
A testimoniarlo le numerose denunce per malasanità resi noti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori in ambito sanitario.
Sulle 570 denunce per malasanità, 117 provengono dalla Sicilia, 107 dalla Calabria, 63 dal Lazio, 37 dalla Campania, 36 da Emilia Romagna e Puglia, 34 da Toscana e Lombardia, 29 dal Veneto, 24 dal Piemonte, 22 dalla Liguria. Le denunce per eventi con decesso del paziente sono state 87 in Calabria, 84 in Sicilia, 42 nel Lazio, 30 in Campania, 28 in Emilia Romagna, 25 in Puglia e 22 in Toscana.
2) Il “caso” Lazio
Migliaia di posti letto tagliati, pronto soccorso in tilt, liste d’attesa bibliche, ambulanze in attesa che si liberi la lettiga ferma al PS, questa è la situazione della sanità nel Lazio. A fronte di questo, secondo il rapporto sul welfare Censis-Unipol, i cittadini laziali spendono e neanche poco. Tra farmaci, ticket, – 88,7% della popolazione – e prestazioni ambulatoriali – 83,5% – i pazienti per curarsi, pagano di tasca propria più che altrove. La spesa sanitaria pubblica per abitante nel Lazio è diminuita, invece, del 4%.
Una sanità al collasso su cui pesa come un macigno il taglio dei posti letto, diminuiti, dal 2007 al 2011, del 19,7% nelle strutture pubbliche e del 28,4% in quelle private accreditate, in sette anni i posti letto falciati sono stati 7000.
Eppure il Lazio spende, per la sanità, 1.967 euro pro capite, secondo un’indagine Svimez, la regione destina alla sanità una cifra tra le più alte d’Italia.
Cosa dire, poi, degli adempimenti LEA (Livelli Essenziali di Assistenza)?
I risultati, riferiti al 2011 e pubblicati nel 2013 parlano chiaro. La regione Lazio è bocciata sotto diversi punti di vista e con impegni da rispettare. Tra le criticità riscontrate, le coperture vaccinali e gli screening.
In data 18 dicembre 2013 nel corso della riunione congiunta tra il Tavolo Tecnico per la verifica degli adempimenti regionali e il Comitato Permanente per la verifica dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) con la Regione Lazio era emersa la necessità di rivedere la “complessiva programmazione sanitaria in modo da garantire l’erogazione dei LEA nel rispetto degli standard nazionali di riferimento”.
Sui casi di malpractice sanitaria si riprende la relazione della Commissione permanente sugli errori medici che riporta che, complessivamente, in Italia, da fine aprile 2009 a dicembre 2012 i presunti errori sanitari sono stati 326 (di cui 223 terminati con il decesso del paziente) e 144 le altre criticità (di cui 106 con morti). 51 sono i casi di malasanità nel Lazio e 35 morti.

3) Emergenza 118
L’emergenza in cui versa il 118 è stata, recentemente, oscurata da altre problematiche sanitarie; è chiaro che il servizio presenta, comunque, gravi lacune e carenze.
L’ultima notizia, che rimanda ai ritardi di intervento dell’ambulanza, fa riferimento alla morte del bambino di Fonte Nuova (Roma), deceduto per soffocamento da un hot dog. Secondo i familiari, complice fatale è stata proprio l’attesa di venti minuti dell’ambulanza. La Procura di Roma indaga sul caso.
L’insufficiente numero di autoambulanze è, sicuramente, uno degli anelli deboli della catena. Secondo la “Relazione sulla prestazione e sui risultati relativa all’anno 2012”e pubblicata il 18 luglio 2013, i mezzi di soccorso su cui si può contare sono solo 186 mentre le chiamate, gestite dalle unità operative del 118, sono state 2.851.213. e 392.771 le missioni. Numeri che rendono conto delle enormi difficoltà a coprire adeguatamente il servizio, a scapito dei pazienti.
L’azienda vive, inoltre, di riflesso la crisi dei Pronto Soccorso e delle difficoltà di accesso e di ricovero dei pazienti nei reparti tanto che, ad implementare gli affari è chi gestisce il servizio di auto mediche e ambulanze private.
Non a caso, nel 2011, la Corte dei Conti ha aperto un’indagine sulle ambulanze dell’Ares bloccate per ore nei Pronto Soccorso e sul ricorso a mezzi privati che dovrebbe essere “spot”, una tantum, e derivato dalla reale emergenza, non una pratica diffusa.
Tra le gravi carenze denunciate all’Associazione Codici, segnalazioni che meritano una verifica da parte di chi di dovere, c’è la mancata manutenzione degli apparecchi monitor necessari per la defibrillazione e per la misurazione di determinati parametri come la saturazione di ossigeno e l’elettrocardiogramma che rende inapplicabili determinati protocolli clinici, come quello per l’infarto e per l’asma.
Falle si evidenziano anche nel sistema delle comunicazioni. I mezzi di soccorso comunicano con le centrali operative provinciali attraverso canali di comunicazione puntopunto e di telefonia mobile, con evidenti rischi di copertura di segnale. Questo fa sì che il pronto intervento del 118 non possa essere garantito. Inoltre, così come riportato nella “Relazione sulla prestazione e sui risultati relativa all’anno 2012”, il sistema punto-punto e di geolocalizzazione, che consentirebbe di verificare puntualmente il posizionamento dei mezzi, non copre l’intero territorio (copertura totale per Roma e parziale per la Provincia di Roma e restanti provincie).
4) Pronto Soccorso… poco pronti
La manifestazione evidente del malfunzionamento dei Pronto Soccorso romani e laziali in generale è rappresentata dalle lunghe attese prima che un paziente possa essere sottoposto a visita. La cronaca parla di pazienti abbandonati per ore nei corridoi, su una barella, senza sapere per quanto tempo si protrarrà la loro attesa, senza informazioni in merito ad un possibile ricovero.
Il programma P.Re.Val.E., Programmma Regionale di Valutazione degli Esiti degli interventi sanitari del 2013, pubblica numeri sconcertanti.
Dal primo gennaio 2012 al 30 novembre 2012, 1324 sono stati gli accessi al Pronto Soccorso del San Camillo che hanno superato le 48 ore di permanenza. Stesso discorso per il Pronto Soccorso del S.Andrea e di Tor Vergata, dove ad attendere per più di 48 ore sono stati rispettivamente 1790 e 3034 pazienti. In pratica e a rigor di logica, al giorno, 4 pazienti del San Camillo, 5 pazienti del S.Andrea e ben 9 di Tor Vergata hanno atteso più di 48 ore al Pronto Soccorso. I pazienti in arrivo si vanno quindi a sommare a quelli già in attesa, il tilt è spiegato e assicurato.
Nel calcolo sono stati esclusi dal programma P.re.Val.E. gli accessi di pazienti non residenti nel Lazio, accessi di pazienti con età inferiore ai 18 anni e superiore a 100, accessi con diagnosi di parto, accessi terminati entro le 48 ore, accessi di pazienti deceduti durante l’accesso al Pronto Soccorso. Considerando anche questi criteri di esclusione, è verosimile che il numero di pazienti in attesa o “giacenza” nei Pronto Soccorso per più di 48 ore – più di 2 giorni -sia più elevato di quello noto.
Di seguito la tabella con le strutture che presentano le maggiori problematiche in merito agli accessi con permanenza oltre le 48 ore. Sono stati omessi gli ospedali con un numero di accessi inferiore alle 100 unità.

La maggior parte dei Pronto Soccorso, soprattutto nelle grandi strutture, si caratterizza, inoltre, da locali limitati a tal punto che gli utenti sono, molte volte, costretti a sopportare condizioni di promiscuità in cui viene lesa ogni dignità umana.
Il Consigliere regionale, Fabrizio Santori, ha presentato diverse interrogazioni. Una in particolare per conoscere per quali motivi l’Amministrazione Regionale abbia voluto di fatto istituzionalizzare l’utilizzo dei corridoi come luogo idoneo per l’aggiunta di posti letto; quali ospedali hanno adottato tale rimedio per far fronte al sovraffollamento del Pronto Soccorso; conoscere i provvedimenti adottati al fine di sopperire alla cronica carenza di personale medico e infermieristico presso i Pronto Soccorso; conoscere i motivi dei ritardi nell’apertura delle Case della Salute e nel varo delle relative linee guida, idonee ad offrire accoglienza ai codici bianchi e verdi dei Pronto Soccorso.
5) Liste d’attesa interminabili
Come sono, poi, gli accessi alla sanità del Lazio? Un paziente che si rivolge al ReCup per prenotare un esame o una visita specialistica cosa deve aspettarsi? Liste d’attesa lunghissime, eppure il Governatore del Lazio e Commissario ad acta per la sanità, Nicola Zingaretti, aveva garantito accessi più facili e tempi più brevi.
Un vero e proprio piano sulle liste d’attesa inserito tra gli obiettivi dei nuovi Direttori Generali delle Asl e ospedali, pena il mancato rinnovo del contratto.
Ad oggi, però, sul fronte liste d’attesa, nessun miglioramento.
A titolo esemplificativo, per una TAC del capo, alla Asl RmA, si attenderanno 149 giorni, 137 alla Asl RmB, 232 alla Asl di Frosinone. Per una visita cardiologica, 195 giorni alla Asl RmD, 100 alla Asl RmC. Ed ancora, per una ecografia ostetrica, 103 giorni alla Asl RmD, 95 alla Asl RmE. Può una donna in gravidanza attendere minimo 3 mesi per effettuare un’ecografia ostetrica? Un cardiopatico può attendere più di sei mesi per essere sottoposto ad una visita? Le risposte sono scontate ma il dramma delle liste d’attesa nel Lazio sembra non avere soluzione. Passano i Presidenti, cambiano le giunte ma la piaga persiste.
Codici chiede l’utilizzo di strumenti nuovi che smantellino un sistema fatto di equilibri apparenti e controlli mirati anche sull’operato dei medici a volte rei di alterare e aggirare le liste d’attesa, dando la precedenza a propri pazienti.
5.1) ed il bando per la gestione del Recup… ?
Dopo il proclama del 23 luglio 2013 del Presidente Zingaretti, sembrava che la gara per la gestione del sistema di prenotazione delle prestazioni sanitarie – ReCup – fosse cosa fatta.
E’ trascorso quasi un anno ma da allora nessuna novità, eppure questa del ReCup è una questione che merita maggiori attenzioni. E’ una storia che comincia nel lontano 1999 e che, tra proroghe, gare non fatte e revocate, vede protagonista un’unica cooperativa a gestire il numero verde regionale 80.33.33. Secondo fonti non ufficiali, i costi sostenuti dalla Regione per mantenere e garantire il servizio ReCup sarebbero elevatissimi; se la notizia fosse confermata il denaro erogato per il servizio rappresenterebbe un indubbio spreco delle pubbliche finanze.
Indire un bando sarebbe stato un passo verso la trasparenza tanto reclamizzata e, a quanto pare, tanto cara al Presidente Zingaretti. Ad oggi non sono giunte notizie in tal senso.
4) L’intramoenia nel Lazio: un giro d’affari d’oro
L’attuale gestione dell’attività professionale intramoenia contribuisce decisamente all’allungamento dei tempi d’attesa.
Più volte abbiamo sottolineato le criticità dell’attività di intramoenia, che si presta facilmente agli illeciti da parte di professionisti disonesti, motivo per cui più volte abbiamo proposto il taglio dell’intramoenia.
Si ricordi che, a quanto affermava lo scorso anno a Spazioconsumatori tv il Col. Antonio Diomeda, Vice Comandante dei Carabinieri Nas, in meno di tre anni il programma nazionale di verifiche “ha ispezionato 400 strutture, valutato la posizione di quasi 900 medici e denunciato all’Autorità Giudiziaria 300 medici”. Insomma, fino al 2013 un terzo dei medici controllati risultava in una situazione di illegalità. Tra le irregolarità più frequenti ci sono proprio l’alterazione o l’aggiramento delle liste d’attesa, meccanismo attraverso il quale si dà la precedenza ai pazienti provenienti da specifici studi medici.
E’ chiaro che è tutto interesse del medico operare in regime intramurario, pratica questa favorita certamente dall’allungamento delle liste d’attesa e che favorisce, per ovvi motivi economici, l’allungamento delle stesse. Mesi e mesi per poter effettuare esami anche salva vita sono, purtroppo, la prassi, nel Lazio. La soluzione più ovvia per il paziente è quella di rivolgersi a strutture private o richiedere una visita o un intervento in attività intramuraria, sobbarcandosi di oneri non certo indifferenti: il costo della camera, ad esempio, l’onorario del medico e così via.
Oltretutto, tale sistema continua ad essere fin troppo poco controllato. Finora è evidentemente mancato un sistema caratterizzato da trasparenza e precisione delle procedure. Oggi tale trasparenza è più che necessaria. In particolare si chiede che venga redatta una lista dei medici che effettuano l’intramoenia, ore effettuate sul totale, rapporto fra attività pubblica e attività privata, fatturato del professionista.
Ma quanto costa per un cittadino una visita in intramoenia? Ovviamente dipende dalla prestazione sanitaria e dallo specialista che andrà ad eseguirla. Possiamo comunque affermare che per una visita specialistica senologica si spenderà mediamente intorno ai 150 euro, per una visita cardiologica 100 euro, per una visita oculistica intorno ai 130 euro, per un’ecografia dell’addome anche 200 euro.

Cifre da capogiro soprattutto in considerazione del fatto che le visite specialistiche si svolgono tutte all’interno di una Azienda sanitaria pubblica.
5)La trasparenza non abita nella “Casa di vetro”
La trasparenza nel sistema sanitario regionale è, purtroppo, carente. Diverse sono infatti le questioni da dipanare, anche alla luce dei recenti fatti che hanno coinvolto il Direttore della Cabina di Regia del SSR, Alessio D’Amato. Il dirigente avrebbe, infatti, distratto dei fondi regionali indirizzandoli alla Fondazione «Rossoverde» e al gruppo consiliare «Ambiente- Lavoro» negli anni 2006-2008.
Il Direttore della Cabina di Regia è ancora al suo posto..
Il concetto di trasparenza è stato spesso utilizzato dal Presidente Zingaretti, ancor prima di essere eletto, in campagna elettorale, tanto da farne un suo punto di forza, coniando, per la Regione Lazio, l’espressione “Casa di Vetro”.
Mero spot, perché la casa di vetro scricchiola ormai da tempo, mostrando segni di cedimento.
Poca trasparenza c’è stata in merito a questioni delicate, come la nomina dei Direttori Generali della Asl: diverse interrogazioni sono state presentate dal Consigliere Santori. Codici ha invece impugnato la delibera di nomina dei Dirigenti.
5.1 Direttori Generali: solite vecchie procedure, appartenenza politica e parentele sospette
La procedura di nomina dei Direttori Generali è stata caratterizzata, fin dalle sue prime fasi, da numerosi vizi. Abbiamo spesso sottolineato tali incongruenze, in particolare sono sorti dubbi sulla regolarità dell’avviso pubblico, dell’individuazione dei soggetti incaricati di valutare i requisiti. Una scelta che non sembra essere stata fatta basandosi su criteri dettati dalla trasparenza e qualità ma, principalmente, dall’appartenenza politica.
Per le valutazioni dei nominativi, la Regione si è, infatti, affidata all’ Agenas, Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari, che non è sufficientemente “esterna” al settore per esaminare e scegliere i Direttori Generali. L’Agenzia sanitaria, pur essendo un comparto “tecnico”, è in realtà molto politicizzata, in quanto ha la principale funzione di coordinamento delle politiche sanitarie tra Stato (Ministero) e Regioni. È quindi lecito chiedersi: le nomine possono essere influenzate dal Ministro in carica (dal suo colore politico) e dal colore politico delle singole Regioni?

E’ possibile rilevare come i manager incaricati provengano dalla galassia del PD: si ribadisce, la scelta è stata fatta con criteri di “efficienza amministrativa” o di appartenenza politica?
Anche il Consigliere Santori ha manifestato dubbi: parentele sospette, inconferibilità, mancanza di requisiti. Un caso, quello della dott. Isabella Mastrobuono – ASL Frosinone- già Direttore Sanitario della Fondazione Policlinico Tor Vergata. Tale nomina viola in particolare l’art.5, comma 1, del D.Lgs 39/2013: gli incarichi di direttore generale, direttore sanitario e direttore amministrativo nelle aziende sanitarie locali non possono essere conferiti a coloro che, nei due anni precedenti, abbiano svolto incarichi e ricoperto cariche in enti di diritto privato regolati o finanziati dal servizio sanitario regionale.
La Regione risponde che alla Fondazione PTV “non si possa attribuire la natura di “Ente di diritto privato” , ricorrono invece tutti gli elementi per attribuire alla suddetta Fondazione la natura di ente pubblico (…)”
Altra situazione anomala riguardava la nomina del Dott. Fabrizio D’Alba, presente nella short list, figlio della Dott.ssa Melaragno, che ha gestito per oltre 10 anni il Dipartimento Sanità della Regione Lazio. Il padre del Dott. Fabrizio D’Alba risulterebbe poi essere un Dirigente del Ministero della Salute, dicastero da cui dipende l’Agenas, ovvero l’agenzia di valutazione cha ha indicato i tre commissari esterni per la scelta dei Direttori Generali.
Infine, dove sono le “facce nuove” dichiarate dallo stesso Zingaretti? Alcuni dei neo nominati hanno avuto, anche in tempi piuttosto recenti, a che fare con la sanità laziale.
Ilde Coiro, nominata da Marrazzo nel 2008 Dg di Latina
Vitaliano De Salazar: già dg dello Spallanzani, del Sant’Andrea, dell’Ares 118, Commissario straordinario della Usl RmD che secondo dichiarazioni del M5S avrebbe appoggiato Michele Baldi della lista civica per Zingaretti .
Luigi Macchitella: ex direttore generale dell’azienda San Camillo Forlanini. E’ stato nominato, nel 2013, dal Presidente Zingaretti Commissario Straordinario per la Asl di Viterbo in sostituzione di Antonio De Santis.
Carlo Saitto: Direttore sanitario Usl Latina, Dirigente del Servizio “Servizi sanitari di base”, della Agenzia di Sanità Pubblica della Regione Lazio (ASP) nel 2001.
Giuseppe Quintavalle, Dirigente Asl Rm E (2008-2009), Direttore Sanitario Aziendale Asl Rm F, Dirigente Medico presso il Ministero della Salute (1994-1998).
Angelo Tanese, già Direttore della Asl Rm E e riconfermato dal Governatore al vertice dell’Azienda Sanitaria romana.

In particolare, in merito ad Angelo Tanese, avevamo già sottolineato i rapporti esistiti e probabilmente esistenti tra il Direttore, Cittadinanzattiva attraverso l’Agenzia di Valutazione Civica e il Consigliere regionale, nonché membro della Commissione sanità, Teresa Petrangolini. Tali rapporti sono facilmente documentabili. Tanese, infatti, è stato Direttore dell’Agenzia interna all’Associazione dei Consumatori, Teresa Petrangolini è stata fondatrice di Cittadinanzattiva e membro del Consiglio di Amministrazione dell’Agenzia per i Servizi Sanitari del Lazio, oggi Agenas.
Non è forse l’Agenzia ad aver nominato i tre esperti che hanno stilato la lista dei candidati a Direttore Generale?
Visti numerosi dubbi, Codici ha impugnato la delibera delle nomine. Ecco i motivi:
[ Non sono stati resi pubblici i nominativi degli esperti dell’Agenas che hanno scelto i 581 candidati, ma solo i tre che fanno parte della commissione incaricata di selezionare la short list.
[ Non sono stati resi pubblici i criteri con cui sono stati scelti gli esperti dell’Agenas.
[ Non risultano noti i criteri per la selezione dei 581 nomi iniziali.
[ Non sono stati resi noti i risultati/punteggi dei questionari e dei colloqui sia dei 50 nomi della short list che dei 12 nuovi direttori generali.
[ Solo successivamente all’individuazione dei candidati idonei, a procedura selettiva in corso, sarebbero stati inseriti altri criteri selettivi per l’individuazione delle figure ricercate, quando la commissione stessa era già a conoscenza dei curricula dei partecipanti. L’introduzione dei suddetti nuovi requisiti è servito per far passare il numero dei candidati da 581 a 180.
[ Esistono poi situazioni particolari, come la presenza della Consigliera regionale Teresa Petrangolini (area PD). La Petrangolini è tra i fondatori dell’Associazione Cittadinanzattiva e membro del consiglio di amministrazione dell’Agenzia per i Servizi Sanitari, oggi Agenas. L’attuale Direttore Generale della ASL Rm E, Dott. Angelo Tanese, è stato anche Direttore dell’Agenzia di Valutazione Civica, un’agenzia interna all’Associazione Cittadinanzattiva. Nel corso degli anni ci sono state diverse iniziative che hanno visto la collaborazione tra Agenas e l’Associazione Cittadinanzattiva, tra cui, come si evince da una notizia battuta dall’agenzia di stampa Asca, anche per la realizzazione del programma P.Re.Val.E.
Cittadinanzattiva, associazione di consumatori ma al contempo forza di Governo. Privilegiata sotto diversi punti di vista.
5.2 Cittadinanzattiva, forza di Governo.

Tra le varie situazioni poco chiare inerenti l’Associazione figura quella relativa ai fondi della Regione a Cittadinanzattiva: la presenza di un Consigliere Regionale all’interno dell’associazione pone dei dubbi sulla trasparenza.
I fondi concessi dalla Regione Lazio all’associazione tra il 2006 e il 2012 ammontano a più di 560.000,00 euro.
Ciò che si chiede il Codici è: Cittadinanzattiva non avrebbe dovuto astenersi dal ricevere fondi dalla Regione, visto che al suo interno c’è, appunto, un Consigliere Regionale? Proprio a causa di tale presenza, ad un occhio esterno, le erogazioni non potrebbero far pensare ad agevolazioni? Sicuramente sorgono dei dubbi “morali” sulla possibilità o meno di accettare i fondi.
Come già accennato, Codici già da tempo aveva sottolineato alcune perplessità, sia su Cittadinanzattiva nello specifico, che su i rapporti dell’associazione con altri enti e soggetti. Nello specifico erano emerse le seguenti questioni, alcune già accennate:
[ Angelo Tanese, neo rinominato Direttore Generale della Asl Roma E, è stato Direttore dell’Agenzia di valutazione civica, un’agenzia interna all’associazione Cittadinanzattiva. Allo stato attuale, secondo dichiarazioni dello stesso Direttore ricevute da Codici per iscritto, il suo è un contributo scientifico volontario.
[ Teresa Petrangolini, oltre che Consigliere regionale e membro della Commissione Sanità del Consiglio Regionale, è tra i fondatori dell’Associazione Cittadinanzattiva. Non solo, è stata membro del Consiglio d’Amministrazione quando l’Agenas era agenzia per i servizi sanitari. Si ricordi che L’Age.Na.s. ha nominato i tre esperti che hanno stilato la lista dei candidati a Direttore Generale.
[ Cittadinanzattiva e Agenas avrebbero partecipato alla realizzazione del programma regionale P.Re.Val.E, il Programma Regionale di Valutazione degli esiti degli interventi sanitari del Lazio. La notizia è stata battuta dall’agenzia di stampa Asca, lo scorso 29 luglio. Alla realizzazione del programma ha aderito anche la Asl RmE.
[ Documentabili, anche attraverso semplici ricerche internet, collaborazioni tra Agenas, Tanese e Cittadinanzattiva. Recentemente è stato presentato un progetto firmato Agenas, finanziato dal Ministero della Salute e promosso dalla Regione Lazio che prevedeva un équipe mista di operatori e cittadini nella valutazione dei direttori generali. L’iniziativa è stata presentata, in data 9 dicembre, nel Salone del Commendatore della Asl RmE, dal Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, dal Consigliere Regionale, Teresa Petrangolini e dal Direttore della Direzione regionale salute e integrazione socio sanitaria, Flori Degrassi. Presente anche il Direttore Generale della Asl RmE, Angelo Tanese. Da chiarire se il progetto prevedeva o meno la partecipazione di Cittadinanzattiva.
Sulla questione dei fondi Francesco Storace ha presentato un’interrogazione, legittima, secondo Codici.

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