Loris Bertocco, la lettera straziante: “scelgo la morte, a voi lascio l’amore”, suicidio assistito in clinica Svizzera

Loris Bertocco, 59enne veneto nonché fondatore dei verbi italiani e attività in materia di ambiente, pace diritti dei sociali, pare che nei giorni scorsi abbia inviato una lettera ripercorrendo anche le tappe della sua esistenza e comunicando la sua triste decisione di mettere fine alla vita. Bertocco si è tolto la vita nella mattinata di mercoledì in Svizzera intorno alle ore 11:00. “Sono Loris, vi chiedo la possibilità di accompagnarmi in questo percorso e vi racconto la mia storia”, con queste parole inizia la lettera di Loris Bertocco che purtroppo è paralizzato da quando aveva soltanto 19 anni. A ridurlo in questa condizione sarebbe stato un incidente stradale in motorino che lo ha costretto alla carrozzina e purtroppo le sue condizioni sono peggiorate nel corso del tempo tanto che negli anni purtroppo ha anche perso la vista, diventando cieco e per tutte queste ragioni stanco delle sofferenze si è recato nella giornata di mercoledì in una clinica in Svizzera per sottoporsi al suicidio assistito, ma prima di farlo ha deciso di lasciare una lettera per spiegare a tutti quanti il suo oggetto.

Nella legge lo stesso avrebbe scritto: “Mi è difficile immaginare il resto della mia vita in modo minimamente soddisfacente, essendo la sofferenza fisica e il dolore diventati per me insostenibili e la non autosufficienza diventata per me insopportabile. Sono arrivato quindi ad immaginare questa scelta, cioè la richiesta di accompagnamento alla morte volontaria, che è il frutto di una lunghissima riflessione”. 

Purtroppo le sue condizioni di salute come ti abbiamo detto sono peggiorata nel corso degli anni e Bertocco non riusciva più a sopportare le sofferenze che erano diventate davvero tante. Nella leggere si legge ancora: “Credo che sia giusto fare questa scelta prima di trovarmi nel giro di poco tempo a vivere in un istituto e come un vegetale, non potendo nemmeno vedere, cosa che sarebbe per me intollerabile. Proprio perché amo la vita credo che adesso sia giusto rinunciare ad essa vista la sofferenza gratuita sia fisica che spirituale che stanno progressivamente crescendo senza possibilità di revisione o di risoluzione positiva”.

Il mio impegno estremo, il mio appello, è adesso in favore di una legge sul ‘testamento biologicò e sul ‘fine vità di cui si parla da tanto, che ha mosso qualche passo in Parlamento, ma che non si giunge ancora a mettere in dirittura d’arrivo.Il mio appello è che si approvi al più presto una buona legge sull’accompagnamento alla morte volontaria (ad esempio, come accade in Svizzera), perché fino all’ultimo la vita va rispettata e garantita nella sua dignità”, chiede il 59enne. Bertocco conclude con un appello affinché si faccia in Italia una legge sulla morte degna. Per questo conclude: “Se avessi avuto i mezzi per pagare qualcuno che si prendeva cura di me non avrei forse deciso in questo senso”.

Il copione è di quelli visti e rivisti. Anzi, imparati a memoria. Tizio non ce la fa più, è alle prese da anni con una malattia invalidante oppure semplicemente ha perso la voglia di vivere. La depressione, quel letto che diventa una prigione, i medici che scuotono la testa a ogni analisi. Non ha nemmeno importanza. Perché lui una decisione l’ha presa e al posto suo non c’è Stato, prete o legge che dovrebbe sindacarla. Tizio vuole mettere fine alle sue sofferenze, ma in Italia non lo può fare. Per vivere libero, almeno alla fine, deve andare in esilio.

È successo a Dominique Velati, a Davide Trentini, a dj Fabo. E adesso a Loris Bertocco, un59enne di Fiesso D’Artico (Venezia) che mercoledì ha chiuso gli occhi (per sempre) in una clinica di Zurigo. Lontano dagli affetti, dalla famiglia, dagli amici.
Era una persona impegnata, Loris. Un convinto sostenitore del testamento biologico e un ambientalista che non le mandava a dire. Sulla sedia a rotelle ci è finito quarant’anni fa, dopo un incidente stradale che gli ha paralizzato le gambe. Per lui è stato solo l’inizio: col tempo sono subentrati altri problemi, la cecità e le difficoltà, sempre maggiori, ad accedere alle cure di assistenza. A un certo punto ha detto basta. È salito su un treno e ha salutato i suoi cari. Per l’ultima volta.

Di fronte a questa storia, di fronte alle decine di storie simili che accadono ogni mese ma che non finiscono sui giornali, dovrebbe esserci solo il dolore. Invece c’è il silenzio, assordante, della politica di casa nostra che fa di tutto per nascondere la testa sotto la sabbia. Guardano da un’altra parte, gli uomini e le donne delle istituzioni, occupati come sono a litigare sulle questioni elettorali e a commentare il fatto del giorno. I viaggi dell’eutanasia non fanno manco più notizia. E la gente, per un po’ di dignità nell’ora più difficile, è costretta a varcare la frontiera. Alla chetichella.

In Svizzera si riempiono i cimiteri. Da noi gli scantinati del Parlamento: con proposte di legge dimenticate in scatoloni polverosi e montagne di firme autenticate che nessun deputato ha mai veramente sfogliato. Sono quasi una decina quelle depositate, non stupirebbe se, una volta recuperate, la carta risultasse mordicchiata dai topi. L’unico dibattito che in settant’anni di Repubblica ci sia mai stato è durato mezz’ora: arrivederci e grazie. Poilor signori dello Stato hanno preferito occuparsi di altro. Dicono che sono impegnati col testamento biologico (che è affare diverso dalla dolce morte), dal marzo scorso non sono arrivati a una soluzione neanche lì. Ai primi di novembre i radicali Marco Cappato e Mina Welby andranno a processo : dove non arriva la politica subentra la magistratura. Il disegno di legge presentato dall’associazione Luca Coscioni, che tra sottoscrizioni e appelli ha segnato qualcosa come 300mila consensi, si è visto travolgere da tremila emendamenti. Loris adesso è libero. Lo Stato italiano no.

Le ceneri del nostro Loris saranno sparse nel giardino, sotto il grande noce che per oltre 40 anni ha gli fatto compagnia». Parla Anamaria Del Grande, l’ex moglie di Loris Bertocco, il 59enne ambientalista, speaker radiofonico ed ex consigliere comunale a Mira, che ha scelto la ”dolce morte” in una clinica svizzera dopo 40 anni passati da tetraplegico per un incidente che, nell’ultimo periodo, lo aveva reso anche cieco.

«Quell’albero – racconta Anamaria – lo aveva piantato lui stesso quando era ragazzo. Ora è diventato un albero immenso. All’ombra dei sui grandi rami e delle abbondanti foglie vi ha trascorso gran parte della vita. È questo l’ultimo desiderio confidato a me, alla mamma Renata, alla sorella Lorella». Per tutta la giornata di ieri la loro casa, immersa nella campagna di Fiesso, è stata un via vai di persone. Tanti amici, ma anche tante persone sconosciute che hanno voluto portare un saluto alla famiglia. Anamaria parla con a fianco la sorella di Loris, la 54enne Lorella, ammalata di sclerosi multipla dal 1998. Preferisce stare in disparte, come peraltro la mamma Renata, 81 anni a gennaio. Anamaria è di origine brasiliana. È laureata in “radiotelevisione” e fa cinema come aiuto regista e produttrice cinematografica.

«ha sempre resistito con grande dignità finché i suoi muscoli hanno risposto le ceneri saranno disperse in giardino» in Veneto da 28 anni. Come vi siete conosciuti con Loris? «Ho conosciuto Loris 20 anni fa nella sede di “Radio cooperativa” di Padova. Era già ammalato e ad accompagnarlo era la madre. Un giorno siamo usciti per un pic nic con degli amici e lì è scoppiata la scintilla. Lui mi ha chiesto di stare insieme e io detto subito di sì. In radio avevo già apprezzato la sua voce, ma di lui mi piaceva la sua grande intelligenza e l’immensa cultura. Con lui si poteva affrontare qualsiasi discorso, era ferrato in tutto. Siamo stati fidanzati per tre anni e sposati per 12. Loris aveva un carattere molto forte, un po’ come il mio. Inevitabilmente, nel corso degli anni, ci siamo spesso scontrati. La separazione non ha nulla a che fare con la sua malattia. Siamo sempre stati legati anche dopo la separazione e spesso mi fermavo ancora nella sua casa». Come avete vissuto la decisione di Loris di andare a morire in Svizzera?
«In famiglia sapevamo da mesi della sua intenzione, dalla fine dello scorso anno. Dapprima siamo rimasti sbigottiti. Lui ci ha lasciato tutto il tempo per metabolizzare e assorbire il colpo. Ogni tanto ci chiedeva cosa ne pensavamo. È stato magnifico nel darci tutto il tempo che serviva. Un po’ alla volta abbiamo condiviso la sua scelta e quando ha visto che anche noi eravamo tutti d’accordo, ha chiesto ai suoi amici più fidati di accompagnarlo in Svizzera per mettere volontariamente fine alla sua esistenza».

Loris aveva una vita piena di amici. Perché questa svolta così drastica, cosa è scattato?
«Non c’è stato un episodio particolare che ha fatto scattare la decisione di Loris. Ha sempre vissuto la sua vita con grande dignità, ma con il passare del tempo, man mano che le condizioni peggioravano e i suoi muscoli non rispondevano ai comandi, era venuta a mancare la sua autonomia, che si era conquistato con grande forza. Quando eravamo sposati, eravamo andati a vedere il film “Mare dentro”, che racconta la storia di un uomo paralizzato, che decide di farla finita. Già allora, una decina di anni fa, aveva detto: “se finirò in quelle condizioni, anche io vorrei farla finita».
Con chi è andato a Zurigo?
Risponde Lorella, la sorella. «Sono persone della zona, anzi del Veneto, che avevano condiviso da tempo con lui la sua scelta, ma non chiedeteci i loro nomi. Noi della famiglia pensiamo che la decisione di Loris sia stata quella giusta. Era molto determinato, caparbio e tenace, sia con sè stesso sia con gli altri. Il suo corpo non rispondeva più, ma era lo stesso una forza della natura. La sua mente è sempre stata sveglia e lucida. Anche se ora sembra una assurdità, Loris aveva un grande voglia divivere».

Che cosa significa “eutanasia”?

• È una parola con notevole variabilità storica, con significati diversi a seconda dell’uso che se ne fa.
Può significare:
– ‘morte buona’ o ‘senza sofferenze’ gestita dal medico per ridurre il dolore
– azione od omissione che procura la morte allo scopo di eliminare il dolore in un assistito senza più speranze di guarigione
– ‘suicidio su richiesta’ del paziente (suicidio assistito).
• E, comunque la si vuol chiamare e intendere, l’eutanasia comporta il dare la morte a chi è ancora vivo. Una morte per di più programmata dal medico che, per vocazione e professione, è ministro della vita.
Quale valutazione morale va data suH’eutanasia?
Vari principi morali sono coinvolti nella pratica dell’eutanasia:
• L’eutanasia contraddice il principio fondamentale di indisponibilità del diritto alla vita, diritto che spetta solo a Dio.
• Condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto “suicidio assistito”, significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di una cultura di morte, di un’ingiustizia, che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta.
• Il suicidio assistito autodeciso e praticato da personale sanitario, benché consentito dalla legge dello
Stato, è, a tutti gli effetti:
– un crimine contro la vita della persona umana,
– una abdicazione della scienza medica,
– un’aberrazione giuridica.
• La logica effettiva dell’eutanasia è essenzialmente egoistica e individualistica e, in quanto tale, contraddice la logica solidale e la fiducia reciproca su cui poggia ogni forma di convivenza.
• Non esiste nell’individuo il diritto a decidere della propria morte: non esiste il diritto a una scelta tra la vita e la morte.
• Si deve parlare invece di un diritto di morire bene, serenamente, evitando cioè sofferenze inutili. Esso coincide con il diritto di essere curato e assistito con tutti i mezzi ordinari disponibili, senza ricorrere a cure pericolose o troppo onerose e con l’esclusione di ogni accanimento terapeutico. Il diritto di morire con dignità non coincide affatto con il supposto diritto all’eutanasia, la quale è invece un comportamento essenzialmente individualistico e di ribellione.
• L’eutanasia nasce da un’ideologia che rivendica all’uomo pieno potere sulla vita e quindi sulla morte; un’ideologia che affida assurdamente a un essere umano il potere di decidere chi deve vivere e chi no (eugenetica).
• Essa è estrema via di fuga di fronte all’angoscia della morte (vista come inutile, un non-senso…); è una scorciatoia che non dà senso alcuno al morire, né conferisce dignità al morente; è una strategia di rimozione; l’uomo è caduto vittima della paura ed invoca la morte pur sapendo che è una sconfitta ed un atto di estrema debolezza.
• È vista talvolta anche come un modo per contenere i costi, soprattutto nei confronti di malati terminali, dementi, anziani macilenti e improduttivi… peso morto per se stessi, per i familiari, per gli ospedali, per la società…
• Chi vuole morire lascia una macchia su di noi, perché la sua rinuncia a vivere è anche colpa nostra.
• Quanto al pensiero, tutto cattolico,
che anche un minuto in più sia importante, si pensi a quante volte l’ultimo minuto ha capovolto il senso di tutta l’esistenza. Succede alla vita dei re come a quella dei contadini. Può perfino capitare che sia l’unico momento dotato di un senso. Per questo vivere in una società dove tutti fanno di tutto per aiutarti a vivere è meglio che vivere in una società dove sai che a un certo punto ti lasci andare e tutti ti lasciano andare.
• L’eutanasia suscita poi una serie di interrogativi angosciosi, ai quali nessuno riuscirebbe mai a dare risposta, qualora l’eutanasia fosse legalizzata.
Eccone alcuni:
– In base a quale criterio un soggetto può essere ritenuto ‘distrutto dal dolore’?
– Come può lo Stato determinare l’intensità della sofferenza che si richiede per legittimare l’eutanasia?
– E chi è autorizzato a decidere per il sì o per il no: il medico o anche un amico o un familiare?
– Chi garantisce che la ‘morte dolce’ venga decisa effettivamente per porre fine a una sofferenza ritenuta intollerabile e non per qualche altra ragione, magari per interessi (anche economici) inconfessabili?
Qual è il ruolo dello Stato, della legge?
• Nell’eutanasia, lo Stato, da garante e promotore di diritti fondamentali, assume la veste di “decisore” di morte, anche se poi l’esecuzione vera e propria è rimessa ad altri.
• Lo Stato non può limitarsi a prendere atto di quello che è già nella mentalità e nella prassi sociale: lo Stato moderno deve confrontarsi con la cultura dei cittadini e con le loro istanze. Ma è altrettanto vero che non è tenuto a recepirle quando sono lesive di diritti fondamentali.
• Da rilevare che un fattore significativo
è l’effetto sanzionatorio e l’influenza etica che la legislazione civile ha sulla moralità pubblica. Qualcuno pensa: “È la legge, quindi è permesso”.• Queste potrebbero essere alcune delle conseguenze:
– un numero maggiore di persone nella nostra società accetterà l’eutanasia come una cosa normale
– il rispetto per la vita umana continuerà a diminuire
– i medici saranno sottoposti a una pressione sociale sempre più forte affinché pratichino l’eutanasia e il suicidio assistito, come se fosse parte della loro responsabilità di medici e parte della loro normale attività professionale. Inoltre diminuirà la fiducia nei medici
– ci sarà meno disponibilità emotiva ad assistere malati allo stadio terminale, ad affrontare la loro sofferenza, ad alleviarla e condividerla. E’ semplicemente assurdo che si elimini il malato, perché non si riesce ad eliminare la malattia!
– intorno al malato potrà crearsi un clima che lo farà sentire obbligato a sollevare gli altri dal fardello che egli è diventato a causa delle terapie intensive a lungo termine.
• sarebbe assurdo che il permesso di ricorrere all’eutanasia dovesse nel tempo portare a situazioni nelle quali i pazienti terminali, le loro famiglie e i loro medici si sentano in dovere di giustificare il loro essere contrari all’eutanasia e al suicidio assistito.
Che cosa fare contro la cultura della morte?
• È necessario:
– unire gli sforzi di tutti coloro che credono alla inviolabilità della vita umana, anche di quella terminale;
– resistere a ogni tentazione di porre fine alla vita di un paziente mediante un atto di omissione deliberato o attraverso un intervento attivo;
– potenziare le strutture di accoglienza;
– rendere più efficienti le forme di assistenza e solidarietà familiare, civile e religiosa;
– assicurare un’assistenza che includa forme di trattamento efficaci e accessibili, sollievo dal dolore e forme di sostegno comuni. Occorre evitare un trattamento inefficace o che aggravi la sofferenza, ma anche l’imposizione di metodi terapeutici insoliti e non ordinari;
– è di fondamentale importanza il sostegno umano, di cui può disporre la persona morente, poiché 1a domanda che sgorga dal cuore dell’uomo nel confronto supremo con
la sofferenza e la morte, specialmente quando è tentato di ripiegarsi nella disperazione e quasi di annientarsi in essa, è soprattutto domanda di compagnia, di solidarietà e di sostegno nella prova;
– occorre destinare più risorse alla cura di malati incurabili;
– promuovere una formazione etica, psicologica, sociale e tecnica degli operatori sanitari;
– morire con dignità umana richiede in particolare una “buona assistenza palliativa e una buona ospedalizzazione”.
– è necessario promuovere, in tutti i modi, il principio secondo cui la morte non è né può essere nella disponibilità dello Stato o della scienza e neppure dell’individuo. Il tentativo di eliminare la malattia e la sofferenza estrema dall’orizzonte della nostra vita con la scorciatoia dell’eutanasia è un rischio dalle conseguenze imprevedibili.
– occorre tener presente il pronunciamento della S. Sede, attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo il quale “nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi”.
• Occorre soprattutto presentare la concezione cristiana del soffrire- morire.
Qual è la concezione cristiana del soffrire-morire?
• La vita è un dono di Dio: l’uomo non è il padrone della propria vita, in quanto non è lui il creatore di se stesso. Egli la riceve in dono, come un dono prezioso è ogni istante della sua vita. L’uomo amministra la propria vita e deve risponderne responsabilmente a Colui che gli ha donato l’esistere.
• Il porre fine pertanto alla propria vita non spetta all’uomo. Ogni istante della sua vita, anche quando è segnato dalla sofferenza, dalla malattia, ha un senso, è un valore da apprezzare e da far fruttificare per sé e per gli altri.
• Certo, è giusto lottare contro la malattia, perché la salute è un dono di Dio. Ma è importante anche saper leggere il disegno di Dio quando la sofferenza bussa alla nostra porta. La “chiave” di tale lettura
è costituita dalla Croce di Cristo. Il Verbo incarnato si è fatto incontro alla nostra debolezza assumendola su di sé nel mistero della Croce. Da allora ogni sofferenza ha acquistato una possibilità di senso, che la rende singolarmente preziosa, se unita alla sofferenza di Cristo.
• La sofferenza, conseguenza del peccato originale, assume, grazie a Cristo, un nuovo significato: diviene partecipazione all’opera salvifica di Gesù Cristo. Unita a quella di Cristo, l’umana sofferenza diventa mezzo di salvezza per sé e per gli altri.
• Attraverso la sofferenza sulla Croce, Cristo ha prevalso sul male e permette anche a noi di vincerlo.
• Anche la concezione della stessa morte da un punto di vista cristiano è qualcosa di nuovo e consolante.
– Una vita che sta terminando non è meno preziosa di una vita che sta iniziando. E per questa ragione che la persona che sta morendo merita il massimo rispetto e le cure più amorevoli.
– La morte, nella Fede cristiana, è un esodo, un passaggio, non la fine di tutto. Con la morte, la vita non è tolta ma trasformata. Per colui che muore senza peccato mortale, la morte è entrare nella comunione d’amore di Dio, la pienezza della Vita e della Felicità, è vedere il Suo volto, che è la sorgente della luce e dell’amore, proprio come un bambino, una volta nato, vede i volti dei propri genitori. Per questa ragione la Chiesa parla della morte del santo come di una seconda nascita: quella definitiva ed eterna al paradiso.
• La vittoria definitiva e completa di Cristo sul male, la sofferenza e la morte sarà attuata e manifestata alla fine del mondo, allorquando Dio creerà nuovi cieli e nuova terra, e sarà “tutto in tutti” (1 Cor 15,28).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.