Diabete Ko con i Lupini: sono in grado di stimolare la secrezione di insulina

Il lupino bianco appartiene alla famiglia delle Fabaceae ed il suo nome scientifico è Lupinus albus. Questi sono dei legumi con svariate proprietà nutrizionali benefiche e curative, ma prima di essere consumati devono essere necessariamente sottoposti a cottura per eliminare una tossina potenzialmente nociva.

I lupini sono un alimento estremamente energizzante con elevato apporto proteico, quindi adatti a chi non consuma abitualmente carne o pesce, come vegetariani o vegani. Sono particolarmente indicati per chi soffre di diabete in quanto alcuni studi hanno dimostrato che la conglutina, proteine in essi contenuta, è in grado di equilibrare i livelli di glicemia nel sangue. Inoltre, acidi grassi omega 3 che aiutano a prevenire la formazione di radicali liberi e, perciò, l’invecchiamento cellulare.

Per queste ragioni i lupini, se introdotti regolarmente nella prova alimentazione, contrasta la formazione delle rughe. Questi fantastici legumi non contengono glutine e per questo sono indicati nell’alimentazione dei celiaci. A tal proposito esistono in commercio degli ottimi sostituti alla farina di grano, ricavati da questo prezioso legume. I lupini aiutano a combattere il colesterolo cattivo lDL grazie al loro contenuto 3 e Omega 6 e favoriscono la diminuzione del rischio di malattie cardiovascolari e l’ipertensione. I valori nutrizionali dei lupini sono notevoli: Contengono circa il 70% di acqua insieme a proteine, carboidrati, fibre, vitamine.

I lupini sono un alimento ad alto contenuto energetico, in quanto sviluppano circa 370 calorie per 100 grammi di prodotto. Occorre, dunque, prestare attenzione a non esagerare non consumarli, soprattutto se si seguono diete dimagranti. Il loro elevato contenuto in fibre contrasta e combatte la stitichezza e contribuisce a mantenere sano l’intestino regolarizzando l’attivita’.

A volte la natura riserva grandi sorprese: chi lo avrebbe mai immaginato che i lupini fossero fondamentali contro il diabete. Diabete sconfitto o almeno arginato dai lupini grazie alla secrezione di insulina, l’ormone prodotto dal pancreas. Si è scoperto che i semi di lupino sono un portento a regolare i livelli di glucosio nel sangue, quindi gli zuccheri. I lupini anti diabete potrebbero avere effetti importanti se pensiamo che il diabete mellito nasce quanso il pancreas non secerne quantità adeguate o sufficienti di insulina. E’ questa l’interessante scoperta effettuata dai ricercatori dell’ Australiana Curtin University guidati dal dottor Philip Newsholwe della Scuola di Scienze Biomediche, i quali hanno analizzato gli effetti di u n estratto dai semi di lupino da cui intendono produrre un integratore alimentare con effetti medicinali anche più potenti degli attuali farmaci atti a contrastare il diabete. La stessa cosa avviene quando le cellule non rispondono all’insulina prodotta. Da qui i vari e anche seri problemi che tutto ciò comporta.

Inoltre è stato provato che se l’estratto viene mischiato con bevande o prodotti a base di yogurt e consumato prima dei pasti, può tradursi in un regolatore di glucosio nel sangue riducendone i picchi che si possono misurare alla fine di un pasto e che, per chi soffre di diabete, possono essere molto pericolosi: quando il diabete progredisce infatti i picchi diventano sempre più alti e il ritorno ad una condizione normale è sempre più lento. Questo permetterebbe di abbassare i livelli di glicemia e il picco che si verifica dopo un normale pasto.

A favore l’abbassamento dei livelli di zucchero sarebbe una delle proteine contenute nei lupini, la gamma-conglutina, che ha dimostrato di funzionare anche in piccole dosi. Il cosiddetto picco glicemico è molto pericoloso nelle persone con diabete o pre-diabete, fa notare il prof. È proprio un elevato livello di glucosio nel sangue, protratto per molto tempo, a causare tutti i gravi danni associati alla malattia. Dopo i positivi test in laboratorio, il prof. Newsholme ha spiegato che l’inizio delle sperimentazioni umane è previsto fra due o tre anni, ma intanto i ricercatori operano a stretto contatto con coltivatori di lupini e con aziende alimentari, con l’obiettivo di introdurre nel mercato prodotti teraputici con estratto di semi di lupini. I risultati dello studio sono stati presentati dallo stesso Newsholme alla Conferenza annuale dell’Australian Diabetes Society in corso a Perth (Australia). Prima Pagina http://primapaginareggio24.com/2017/08/31/lupini-efficaci-contro-il-diabete.html

“Corro il rally con il diabete” .L’esperienza di Claudio Gotti

“Corro il rally con il diabete”L’esperienza di Claudio Gotti
32° assoluto, 16° di gruppo e 2° di classe: questi i risultati raggiunti al Rally del Friuli Venezia Giulia, tenutosi questo week end a Cividale del Friuli: la manifestazione automobilistica più importante della regione giunta alla 53ma edizione. E oggi, a chi gli diceva “non potrai praticare sport agonistici”, Gotti potrebbe rispondere elencando le numerose vittorie che l’hanno visto prima protagonista delle gare di kart e poi dei campionati di rally FVG, Triveneto e Cronoscalata Cividale-Castelmonte e oggi nel Rally del Friuli Venezia Giulia, manifestazione che ogni anno raccoglie numerosi partecipanti. “Quando a 7 anni mi fu diagnosticato il diabete di tipo 1 per me all’inizio è stato duro accettare la malattia e tutti i limiti che ne derivavano – racconta il rallista Claudio Gotti – Non mi sono arreso. La mia passione per i motori, i kart, i rally mi hanno spinto a provarci lo stesso. A 16 anni ho ottenuto l’idoneità alla pratica sportiva del karting agonistico: un risultato raggiunto con determinazione e, va detto, anche grazie alle innovazioni in campo medico che hanno consentito un notevole perfezionamento della terapia insulinica e quindi della gestione della malattia”.

Claudio Gotti debutta a 16 anni nel karting, conseguendo vittorie in 2 campionati regionali, svariati podi e la partecipazione al campionato italiano. A 20 anni prosegue l’attività cimentandosi nei rally e nelle corse in salita, dove ottiene numerose vittorie e podi di categoria, il 3° posto nel campionato Triveneto del 2009, il titolo di vicecampione regionale piloti nel 2010, una vittoria assoluta nella cronoscalata Cividale – Castelmonte nel 2013 e semifinalista del concorso Rally Italia talent del 2015. La pratica sportiva agonistica ha rappresentato per anni una sfida nel paziente diabetico insulino dipendente a causa delle maggiori difficoltà di gestione della terapia insulinica e del contenimento del rischio ipoglicemico. L’automobilismo in particolare è una di quelle pratiche sportive considerate a rischio per il paziente diabetico a causa delle condizioni di gara che non permettono regolazioni manuali della terapia e in cui l’attenzione dell’atleta deve essere massima. Un rally a lunga durata rappresenta perciò un obiettivo ambizioso.

“Oggi grazie all’impianto di un innovativo sensore per il monitoraggio continuo della glicemia, dotato di avvisi predittivi di ipo e iperglicemia, abbinato all’utilizzo di un microinfusore per insulina che attraverso il telecomando permette la modulazione delle dosi, mi è possibile sfruttare al massimo le mie potenzialità sportive senza dovermi preoccupare troppo – continua Gotti – Sono pronto per la prossima sfida: nel 2018 vorrei potermi cimentare in un rally nel deserto, l’Intercontinental Rally. Una competizione Off-road tra Spagna, Marocco, Mauritania e Senegal di oltre 3000 km”. La terapia per la gestione del diabete va per molti aspetti ritagliata su misura, tenendo conto dell’unicità di ciascun paziente. L’obiettivo più importante è quello di rimanere in target, ovvero rimanere entro un range di valore della glicemia ottimale: ciò garantisce una migliore qualità della vita e previene eventuali complicanze. Il monitoraggio continuo della glicemia è uno strumento fondamentale per riuscire a rimanere più tempo possibile entro un range corretto.

La tecnologia ha fatto passi da gigante e oggi anche gli sportivi, spesso più soggetti ad oscillazioni glicemiche a causa dello stress legato all’attività fisica, in particolare se agonistica, possono contare su dispositivi in grado di aiutarli in questo percorso.  Il sistema Eversense, ad esempio, è il primo sensore impiantabile per il monitoraggio continuo della glicemia (CGM), progettato per la rilevazione dei valori di glucosio interstiziale fino a 90 giorni, senza necessità di sostituzione del sensore ogni settimana. Il sistema invia allarmi, avvisi e notifiche relativi ai valori del glucosio visibili in qualsiasi momento sull’app, segnalando qualora i livelli di glucosio raggiungano valori troppo elevati o troppo bassi. Grazie alla presenza di un algoritmo predittivo avverte il paziente preventivamente di probabili episodi di ipo o iperglicemia. “Roche Diabetes Care lavora costantemente a favore dell’innovazione nel monitoraggio e trattamento del diabete. Questo approccio nasce dall’attenzione che l’azienda pone ai bisogni reali delle persone con diabete nell’intento di ridurre il peso della malattia per le persone che ne soffrono e le loro famiglie – ha dichiarato Elena AcmetMedical Affair Manager, Roche Diabetes Care Italy – Continueremo in questa direzione perché è nello spirito della nostra azienda: innovare e ricercare soluzioni che aumentino il tempo trascorso nel target ottimale, con l’unico obiettivo di aumentare le aspettative di vita e la qualità della stessa per tutte le persone con diabete. Continueremo a portare innovazione oggi per garantire loro un domani migliore”.

Per i romani come me queste delizie si chiamano fusaie. I meno giovani ricorderanno
il nonnetto davanti alla scuola con un grande cesto di vimini pieno di fusaie in
salamoia, che trasportava su un carretto insieme a mostaccioli, pesciolini e more di
liquirizia. Con la schiumarola le scolava dalla salamoia e ne riempiva dei cartocci. Si
mangiavano così, semplicemente creando un’apertura sulla buccia mordendola
all’altezza del buchino, poi si schiacciavano tra pollice e indice e la fusaia sgusciava
direttamente in bocca… buonissime! Se seguirete questo procedimento potrete tornare
bambini e ritrovare sapori forse dimenticati.
I lupini sono dei legumi poco conosciuti, forse perché a differenza dei fagioli, per i
quali è sufficiente una notte a bagno in acqua prima della cottura, necessitano invece
di un trattamento di de-amarizzazione che si protrae per giorni.
Esistono 2 tipi di lupino, il lupino amaro che è quello che useremo qui e il lupino
dolce dal quale si ricava la farina di lupino, anch’essa poco conosciuta.
Potete trovare i lupini secchi nei mercati insieme agli altri legumi secchi, oppure nei
supermercati più forniti. Attenzione a non confonderle con le fave secche, con le
quali hanno una forte somiglianza.
I lupini contengono un’alta percentuale di proteine vegetali, addirittura superiori a
quelle della soia, inoltre abbassano il livello di zuccheri nel sangue.
Sono quindi l’alimento ideale per chi segue una dieta vegetariana e per diabetici.

DE-AMARIZZARE I LUPINI
Ingredienti:
500 g di lupini secchi
< 500 g di sale fino
acqua
Procedimento:
Mettere a bagno i lupini in acqua appena tiepida per 12 ore.
Durante l’ammollo si reidrateranno, aumenteranno di volume e cambieranno colore.
La mattina successiva (o appena trascorso il tempo di ammollo), scolarli dall’acqua
versandoli in un colapasta posizionato nella vasca del lavello e risciacquarli sotto
l’acqua corrente.
A questo punto, ancor prima di iniziare il processo di de-amarizzazione è necessario
cuocere i legumi.
Versare i lupini in una pentola e coprirli di acqua fredda. Portare ad ebollizione e
cuocere per 1 ora da quando l’acqua inizia a bollire.
Spegnere, lasciare raffreddare un po’, poi scolarli dall’acqua e risciacquarli ancora,
così si raffredderanno del tutto.
Da questo momento inizia la fase di de-amarizzazione che in tutto durerà 5 giorni.
Per 500 g di lupini versare in una capiente insalatiera circa 1 litro di acqua,
aggiungere 30 g di sale (1 cucchiaio e mezzo) e con un cucchiaio mescolare per farlo
sciogliere. Poi aggiungere i lupini che dovranno essere ricoperti di acqua salata,
quindi se l’acqua fosse di livello insufficiente aggiungerne fino a coprirli.

Il Diabete

Il pancreas è una voluminosa ghiandola annessa all’apparato digerente, impari e di tipo misto (esocrino-endocrino), avente forma allungata in senso trasversale ed appiattita in senso sagittale. È situato in posizione mediana, nello spazio retroperitoneale in corrispondenza della regione epigastrica, ed è adiacente alla maggior parte delle principali strutture dell’addome superiore. Rispetto alla colonna vertebrale è collocato all’altezza delle prime due vertebre lombari. Il pancreas è ricoperto da un sottile strato di tessuto connettivo, ma non presenta una capsula tissutale fibrosa. Il connettivo intraghiandolare, in connessione con la guaina più esterna, suddivide il parenchima in porzioni visibili ad occhio nudo, i lobuli. Il parenchima pancreatico è caratterizzato da colorito giallastro e superficie lobulata: ha una lunghezza variabile tra i 12,5 e i 15 cm, un’altezza massima di 4 cm ed uno spessore di 1,5-2 cm. Il suo peso medio, nei soggetti giovani, è tra 70 e 110 g e tende a ridursi con l’avanzare dell’età . Dal punto di vista anatomico, il pancreas, viene suddiviso in tre porzioni, che prendono il nome rispettivamente di testa, corpo e coda del pancreas.

Con il semi- digiuno risvegli il tuo potere naturale Diverse volte nel corso degli ultimi anni e da quando ho intrapreso questo percorso, ho sentito parlare di DIGIUNO parziale o totale, di giorni oppure di un solo giorno; non nego che la cosa mi incuriosiva non poco, l’IGIENISMO, questa corrente nata con La Medicina Naturale di Lezaeta, ma non solo loro, dipingevano l’astinenza da cibo come il modo migliore per risanare CORPO E MENTE, per ristabilire l’omeostasi dell’organismo, alterata dal cibo industriale e manipolato che mangiamo tutti i giorni. Nell’ultimo periodo anche diversi medici consigliano il digiuno come pratica naturale e non invasiva per depurare il corpo.

Spinta da tutti questi input io e Carlo abbiamo deciso di provare, di sperimentare su di noi gli effetti di un semidigiuno (abbiamo deciso cosi per non avere un approccio troppo “rigido” e duro) non doveva infatti diventare una lotta contro noi stessi ma un qualcosa di morbido, un fare qualche piccola rinuncia per il benessere dell’organismo, riteniamo sia importante anche VIVERE BENE la cosa, non come una sofferenza indicibile (se al solo pensiero viene “male” come si usa dire meglio forse non farlo perché diventa controproducente) .

Morale: ogni martedì (questo è il giorno scelto ma ovviamente ognuno è libero di farlo quando preferisce) iniziamo la giornata con un centrifugato di frutta e verdura e poi ci portiamo al lavoro un paio di mele da consumare durante il giorno in caso di attacco di “fame” o di quella voglia di qualcosa (anche in questo caso è più una questione mentale ma comunque giusto assecondare anche la mente che ha bisogno di controllare), beviamo diversa acqua e limone durante la giornata e arriviamo a sera sereni senza alcun problema, certo ogni tanto il pensiero al cibo c’e’ e il fatto di essere in due aiuta in quanto spesso ci scherziamo sopra; durante la giornata ci concediamo un caffè, la sera ci asteniamo dal cibo e la mattina per colazione ci facciamo un altro centrifugato di frutta e verdura (sarebbe meglio prevalentemente di verdura ); a mezzogiorno del mercoledi consumiamo un pasto “normale” insalatona con polpetta di verdure, o un piatto di riso e verdure insomma come ognuno è abituato (certo sarebbe preferibile non ricominciare subito a mangiare cibi pesanti che so patatine fritte o carne) in modo da riabituare ad introdurre alimenti in maniera graduale.

Sembra difficile ? Assicuro che non lo è, ci vuole un minimo di volontà certo come in tutte le cose che si intraprendono ma se si pensa al bene che si fa la corpo il gioco a mio parere “vale sicuramente la candela” . Benefici ? Tantissimi, ve ne elenco alcuni che ho provato direttamente: senso di leggerezza e di benessere, niente patina in bocca o brutto sapore (spesso mangiando la sera poi la mattina la bocca presenta una patina, sono residui di tossine non smaltito del cibo, spesso anche con alito non molto gradevole ), si dorme benissimo, quel sonno pesante e ristoratore (certo gli organi non sono impegnati nella digestione) ci si sveglia benissimo svegli mentalmente e di buon umore, pancia piatta, evacuazione regolare, nessun senso di intorpidimento e di sonnolenza, molta più grinta e voglia di fare !

Dite poco ? La sensazione è bellissima ed è quella di FARSI UN REGALO di mettere il nostro corpo nella condizione di stare in forma (come dovrebbe essere sempre ma a cui non siamo più abituati ahimè), siamo abituati a stare “mediamente male” – la cefalea, il senso di pesantezza, l’intorpidimento mentale sono accettati quasi come inevitabili invece NO!!!! Possiamo stare bene ! E il semidigiuno ne è la dimostrazione! E’ anche una presa di coscienza del nostro POTERE e della nostra responsabilità nel determinare il nostro benessere e la nostra salute ! E vi assicuro che in una società dove siamo abituati a demandare le responsabilità a chiunque pensando di essere vittime (faccio riferimento in questa sede al medico) il fatto di potere incidere sulla nostra salute e di fare stare bene il nostro corpo senza RICORRERE A FARMACI DI ALCUN TIPO (naturali e non) MA SOLO TOGLIENDO IL CIBO è una grande opportunità !!! Provate, ognuno con le proprie possibilità e in base a quello che si sente di fare (va bene anche saltare una cena) non forzatevi se non vi sentite pronti, ma prendete in considerazione questa cosa perché non ha alcun costo, non ha effetti collaterali (unica precauzione per le persone gravemente debilitate o che hanno delle patologie importanti in questo caso è meglio consultare il proprio medico) e vi porta solo del bene! Il vostro corpo e la vostra consapevolezza vi ringrazieranno ! Non sono molto raccomandate queste “pratiche” perché ovviamente NON HANNO COSTI, non alimentano il mercato ! Sta a noi esserne coscienti e sta sempre a noi cercare di metterci nelle migliori condizioni per condurre una vita al massimo delle nostre possibilità !

Il pancreas è un organo dalla forma simile a quella di una pera o di una lingua, situato in profondità nella cavità addominale e lungo circa 15 cm. Si trova all’incirca tra lo stomaco e la colonna vertebrale. È diviso in tre sezioni: testa (la più grande), corpo e coda (la più sottile). Ma quali funzioni svolge? Il pancreas produce ormoni molto importanti, come l’insulina, indispensabile per regolare il livello degli zuccheri nel sangue. Ma non solo. L’organo assembla anche enzimi che permettono la digestione da parte dell’intestino. Purtroppo, il delicato funzionamento del pancreas può essere messo in discussione da alcune malattie. Tra queste, infiammazioni più o meno gravi (pancreatiti), in grado di danneggiarlo seriamente. E non è finita. Così come tutti gli altri organi del nostro corpo, anche il pancreas potrebbe subire l’attacco di un tumore. La sua testa è la sede colpita con maggior frequenza, anche a causa del suo grande volume. Comunque, circa il 95% di tutte le neoplasie che lo interessano riguarda la componente “esocrina”: la porzione che produce i succhi pancreatici. Il tumore del pancreas colpisce ogni anno in Italia circa 12.200 persone, la maggior parte delle quali tra i 60 e gli 80 anni. È un nemico insidioso, perché in fase precoce non dà sintomi particolari, che possono essere molto vaghi. Segnali chiari compaiono quando ha ormai iniziato a diffondersi agli organi circostanti o ha bloccato i dotti biliari.

Per fortuna, il cancro al pancreas ha un grande nemico: un corretto stile di vita. Cosa vuol dire? Significa seguire comportamenti sani ed equilibrati, da rispettare tutti i giorni. Iniziando da giovani! Quindi, entrando nel dettaglio: mantenersi attivi, praticando con continuità esercizio fisico; mangiare i cibi giusti nelle quantità indicate; non fumare; bere alcol con grande moderazione; osservare le precauzioni sul posto di lavoro, in caso si entri in contatto con sostanze potenzialmente tossiche e cancerogene; ecc. La ricerca scientifica ha ormai dimostrato che la prevenzione primaria riduce del 30% il rischio di sviluppare qualsiasi tumore. Ma non solo. Ad esempio, avrete ad ogni età un cuore più scattante, polmoni resistenti e un cervello sempre vigile.

Oltre 3 casi di tumore su 10 sono direttamente collegati ad una dieta scorretta. Ovviamente, il cancro del pancreas non fa eccezione. Anche se non è ancora del tutto chiaro come e perché l’alimentazione influisca su questo organo, è stato di recente scoperto un legame con l’obesità. Infatti, una revisione di studi pubblicata dal prestigioso Karolinska Institute di Stoccolma ha dimostrato una solida relazione fra chili di troppo e malattia. Soprattutto quando il grasso è stratificato sull’addome e sono presenti intolleranza al glucosio, resistenza all’insulina e diabete. Quindi, da cosa si può iniziare? Innanzitutto, attenzione agli alimenti altamente calorici, ricchi di proteine di origine animale, grassi e carboidrati raffinati. Limitate il consumo di bibite zuccherate, carni rosse e insaccati. Questi ultimi sono ricchi di nitriti e nitrati, che facilitano la comparsa di alcuni tumori, come quello dello stomaco. A volte gli alimenti non sarebbero dannosi in sé, ma possono essere contaminati da sostanze come le aflatossine, liberate da alcune muffe del mais o contenute in altre granaglie e legumi mal conservati. Via libera invece a frutta e verdura, che si devono mangiare in abbondanza, durante i pasti o come spuntino nel corso della giornata. La dieta migliore è quella mediterranea, che prevede un regolare consumo di verdure, frutta, pesce – soprattutto azzurro –, carboidrati, olio di oliva, cereali e legumi.

Ogni anno, in tutto il mondo, sei amputazioni su dieci sono causate dal diabete. Da una complicanza di questo disturbo metabolico, meglio conosciuta come “piede diabetico”. Una problematica, invalidante e difficile da gestire, che in alcuni centri del nostro paese, pur causando circa 12mila amputazioni l’anno, viene affrontata con tecniche all’avanguardia.

Tanto che proprio un medico italiano, Luca Dalla Paola è stato recentemente premiato con il “Paul Brand award”, un riconoscimento intemazionale, conferito a chi maggiormente si è contraddistinto nel salvataggio d’arto per i pazienti diabetici. «Il piede diabetico è una sindrome caratterizzata da lesioni e ulcere che nel corso della loro evoluzione tendono a infettarsi fino a raggiungere le articolazioni e le ossa», spiega Dalla Paola, responsabile dell’Unità operativa del trattamento piede diabetico dell’Ospedale San Carlo di Nancy di Roma e di Maria Cecilia Hospital di Cotignola (Ravenna).

«Le problematiche – continua – sono legate al deficitcircolatorio e all’alterazione biomeccanica, in pratica la deformità del piede, secondaria alla neuropatia periferica su cui poi si innesca un evento ulcerativo e infettivo che porta alla progressione della malattia e al rischio non solo di amputazione, ma anche di morte legata a un quadro infettivo che tende a espandersi in tutto l’organismo». Si stima che il 6,2% della popolazione italiana sia affetto da diabete mellito, di questi, circa il 15% svilupperà ulcere nel piede. Ma è proprio il nostro Paese a distinguersi per la capacità di limitare il più possibile le amputazioni.

«Negli ultimi vent’anni – spiega Dalla Paola – c’è stato un miglioramento delle conoscenze che ha permesso di aumentare gli arti salvati, questo grazie al controllo della componente infettiva, della chirurgia routinaria e delle tecniche di rivascolarizzazione». Per ridurre l’infezione la chirurgia è l’arma più efficace. Un po’ come avviene in oncologia. L’atteggiamento chirurgico mira alla conservazione dell’arto. L’équipe coordinata da Dalla Paola è arrivata al 90-95% di successo.

Il centro italiano d’eccellenza è il Maria Cecilia Hospital di Cotignola e, di recente, anche l’Ospedale San Carlo di Nancy di Roma, dove è stato aperto un ambulatorio specializzato. «Il nostro approccio al trattamento di questa patologia è chirurgico e multidisciplinare», spiega Dalla Paola. La svolta al trattamento di questa complicanza si deve certamente al miglioramento delle tecniche chirurgiche e ricostruttive, che consentono di eliminare i tessuti danneggiati e ricostruirli con tessuti ingegnerizzati, e che permettono un’eccellente rivascolarizzazione, grazie all’uso di cateteri e stent. Progressi significativi sono stati fatti anche sul fronte della prevenzione.

«Oggi riusciamo a individuare sempre più tempestivamente – spiega Dalla Paola – i soggetti che presentano un quadro di neuropatia e vasculopatia. In questo modo, con l’aiuto di tecnici ortopedici e podologi si possono intraprende percorsi di prevenzione specifici, che prevedono ad esempio di plantari e calzature particolari, che consentono di ridurre l’ulcerazione e quindi il rischio di amputazione dell’arto».

IL DIABETE

Il diabete rappresenta una sfida per le persone che ne sono affette e devono essere protagoniste della cura, per i medici e gli altri professionisti che devono diagnosticarlo, monitorarlo e trattarlo conoscendone le innumerevoli sfaccettature, per gli amministratori della salute e i politici che devono poter garantire l’accesso alle cure migliori e all’innovazione nel rispetto della sostenibilità e dei principi di equità e uguaglianza. Questo volume è il terzo, dopo quelli del 1996 e del 2012, che la Società Italiana di Diabetologia pubblica per fare il punto sullo stato del diabete in Italia. Il volume raccoglie contributi scritti da membri autorevoli delle maggiori istituzioni pubbliche, da medici, specialisti e non, e da altri professionisti esperti della malattia, da rappresentanti delle persone con diabete. L’obiettivo del volume è illustrare al lettore i principali aspetti epidemiologici e clinici della malattia, focalizzando non tanto eziologia, patogenesi e fisiopatologia ma piuttosto l’organizzazione dell’assistenza, cioè quello che l’Italia mette in campo per la lotta al diabete. La malattia è comune, cronica, complessa, sistemica nell’origine e nell’espressione clinica, eterogenea ed estremamente dispendiosa, sia in termini economici che di energie profuse da chi la cura e da chi viene curato. Il diabete richiede un approccio multidisciplinare e multiprofessionale, perfettamente inserito nel modello italiano di cura, basato su interazioni virtuose e sinergie vere fra team specialistici e medici di famiglia. Sono in tanti in Italia ad occuparsi di diabete e sono in tanti gli Italiani con la malattia. Questo volume vuole contribuire a far sì che i primi possano fornire il meglio possibile ai secondi.

Il diabete mellito sta dilagando nel mondo. Una crescita inarrestabile ovunque: nei paesi sviluppati, in quelli emergenti e in quelli ancora in via di sviluppo. Nelle zone del mondo più sviluppate (Europa, Nord America, Australia) cresce meno che in Africa, Asia e Sud America ma cresce comunque moltissimo. Gli individui affetti dalla malattia nel mondo sono ormai vicini ai 400 milioni e la stima è che raggiungano i 600 milioni entro il 2035 .

Per questo la lotta al diabete è una delle tre emergenze sanitarie identificate dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o WHO), insieme alla malaria e alla tubercolosi, unica delle tre ad essere malattia non trasmissibile, anche se questo concetto, come scritto più avanti, potrebbe non essere del tutto corretto. Cresce soprattutto il diabete tipo 2, che rappresenta circa il 90% dei casi in Italia , fortemente legato anche nel nostro Paese all’eccesso ponderale, a sua volta riferibile a iperalimentazione e a scarsa attività fisica ma anche alla struttura stessa della società. Una società che sembra essere infettata da un “virus” che lentamente condiziona lo sviluppo della malattia in tante persone.

Un “virus” che è alimentato da industrializzazione, meccanizzazione, urbanizzazione, stress psico-fisico, ricerca di una facile ricompensa nel cibo che, d’altro canto, è di semplice accesso, larga diffusione di alimenti ad elevato tenore calorico, grande pressione pubblicitaria nei confronti di prodotti alimentari, modificazioni dieto-indotte e di tipo obesiogeno e diabetogeno della flora batterica dell’intestino, probabile presenza di sostanze con azioni negative (endocrine disruptors) sui meccanismi di controllo della glicemia in quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Un “virus” che, accanto alla forte componente genetica, fa dubitare del fatto che il diabete debba continuare ad essere annoverato fra le malattie non trasmissibili.

La malattia ovviamente non è virale e tecnicamente non è trasmissibile ma esiste una predisposizione al diabete che viene ereditata e gli individui che lasciano alle generazioni successive questa eredità sono sempre più numerosi. Esiste poi la trasmissione da una generazione all’altra di uno stile di vita malsano (troppo cibo e poca attività fisica) e di un ambiente poco salutare. Condizioni che sono largamente indipendenti dal libero arbitrio dell’individuo e che vanno ricondotte ai contesti familiari e sociali in cui gli individui nascono, crescono e vivono. Ci sono zone del mondo in cui al momento della nascita l’individuo ha una probabilità di quasi il 100% di sviluppare diabete tipo 2 nel corso della vita. Questa probabilità sta diventando elevata, troppo elevata, anche per chi nasce in Italia, nonostante la malattia sia poligenica e multifattoriale e non monogenica.

L’imprinting diabetogeno è importante: se in casa c’è abbondanza di dolciumi, il bambino considererà che fanno parte dell’alimentazione quotidiana. Se in casa nessuno mangia verdura, l’adolescente crederà che sia normale non nutrirsene. Se nel frigorifero di casa accanto all’acqua minerale c’è la bottiglia della bibita zuccherata i minori riterranno quella un liquido alternativo con cui dissetarsi. Se in famiglia nessuno fa attività fisica ma si passa il tempo libero davanti alla TV o al computer, quel comportamento sarà considerato il riferimento a cui ispirarsi. Il diabete tipo 2 non è virale ma lo stile di vita diabetogeno lo è. E sta infettando il mondo. Il diabete ha un notevole impatto socio-sanitario ma esso stesso ha una forte spinta da parte della società moderna.

Non cresce solo il diabete tipo 2 ma cresce anche il diabete tipo 1, seppure meno in termini assoluti, causato da una aggressione autoimmune: il proprio viene considerato estraneo e da distruggere e in questo caso si tratta delle cellule che producono insulina. Una autoimmunità che non sembra essere estranea a fattori ambientali patogeni la cui natura è poco definita ma che sembrano in parte coincidenti con alimenti, farmaci, inquinamento. Anche in questo caso, quindi, la struttura della società moderna contribuisce allo sviluppo della malattia. Il diabete tipo 1 è la varietà di malattia che più colpisce l’opinione pubblica per la necessità delle persone affette di somministrarsi insulina più volte al giorno e per il fatto di comparire soprattutto in bambini, talora piccolissimi, adolescenti o giovani adulti.

Il diabete tipo 2 ancora oggi purtroppo viene sottovalutato, sia da chi ne è affetto che dai suoi familiari e, non raramente, anche dagli “addetti ai lavori”. Fra i primi sono ancora troppo diffuse espressioni gergali come “ho un po’ di diabete”, “porto la glicemia alta”, “ha un po’ di zucchero nel sangue” oppure “ho il diabete alimentare ma se mi impegno scompare” o “ha il diabete che viene agli anziani”. Fra i secondi è abbastanza frequente rilevare che il diabete è considerato una malattia cronica che, in quanto molto diffusa, può essere affrontata con un approccio minimalista. In effetti la percezione di malattia è spesso errata: il diabete è una malattia molto complessa, sistemica e da affrontare seriamente perché può condizionare in maniera importante la vita di chi ne è affetto. Il diabete non è curabile ma è controllabile e il buon controllo permette di avere una vita piena di gioie e soddisfazioni nella famiglia, nel lavoro, nello sport. Il cattivo controllo, però, può portare a disabilità e anche premorienza. In Italia i casi noti di diabete erano circa 1,5 milioni nel 1985  e si avvicinano ora ai 4 milioni, quindi sono più che raddoppiati in 30 anni.

Si tratta di un caso ogni 16 residenti. E accanto ai casi noti non vanno dimenticati i casi non diagnosticati perché spesso, e talora per anni e anni, la malattia non dà segni di sé. Si stima che siano un milione gli italiani con la malattia misconosciuta. In totale, quindi, circa 5 milioni di persone in Italia ha il diabete, pari ad 1 caso ogni 12 residenti. E il numero degli individui affetti salirà probabilmente a 7 milioni fra 15-20 anni. I dati epidemiologici italiani suggeriscono circa 250.000 nuove diagnosi di diabete tipo 2 e circa 25.000 nuove diagnosi di diabete tipo 1 ogni anno.

Il diabete ha una rilevanza sociale oltre che sanitaria e questo è stato sancito, in Italia prima ancora che negli altri Paesi del mondo, da una legge (n. 115 del 1987) che è diventata un punto di riferimento ineludibile. Una legge che ha anche valorizzato il ruolo dell’assistenza da parte dei centri diabetologici. Una legge che ha largamente ispirato numerosi documenti nazionali e regionali dei successivi 30 anni (11) e anche il Piano Nazionale della Malattia Diabetica deliberato nel 2013 dal Ministero della Salute . Un Piano che ha consolidato il modello italiano di cura della malattia e identificato diverse aree di intervento per rendere omogenei gli interventi di prevenzione, diagnosi, monitoraggio e cura delle persone con diabete che vivono in Italia.

Un modello che consta, oltre che dei medici di famiglia, di una rete capillare di centri specialistici diffusi su tutto il territorio nazionale, basati su competenze multiprofessionali (diabetologo, infermiere, dietista, talora psicologo e/o podologo, e secondo necessità cardiologo, nefrologo, neurologo, oculista, ecc.) e che forniscono con regolarità consulenze per circa il 50% delle persone con diabete, prevalentemente, ma non esclusivamente, quelle con malattia più complessa e/o complicata. Per effetto di questa rete l’Italia è il Paese occidentale con il più basso livello medio di HbA1c e i più bassi tassi di complicanze croniche e di eccesso di mortalità nelle persone con diabete. A tale proposito va sottolineato il ruolo dell’assistenza diabetologica nel ridurre la mortalità nelle persone con diabete: coloro che sono assistiti nei centri diabetologici hanno una minore mortalità totale e cardiovascolare rispetto a chi non li frequenta .

Anche per questo il Piano Nazionale della Malattia Diabetica prevede una presa in carico di tutte le persone con diabete da parte dei centri diabetologici, con l’applicazione di una incisiva gestione integrata con i medici di famiglia. Una presa in carico che è previsto avvenga già nella fase iniziale della malattia. È stato infatti recepito il concetto che il team diabetologico non dovrebbe intervenire per la prima volta quando si è sviluppato grave scompenso metabolico o quando si sono sviluppate complicanze della malattia perché la comparsa di queste condizioni cliniche testimonierebbe l’inefficacia di quello che è accaduto prima di quel momento e sancirebbe il fallimento del sistema di cura. Sarebbe paradossale se l’assistenza specialistica non svolgesse la sua parte quando potrebbe cambiare la storia naturale della beta-cellula e, quindi, della malattia ma venisse chiamata di fatto a decretare un insuccesso. E sarebbe parimenti paradossale che i circa 2500 diabetologi italiani e i loro team non fossero coinvolti nella cura quando questa mira a prevenire il danno d’organo e venissero chiamati in causa solo quando questo si è verificato, talora in maniera eclatante (infarto, ictus, insufficienza renale avanzata, retinopatia grave, piede diabetico, ecc.).

I team diabetologici italiani costano circa 1% del totale della spesa sostenuta per curare le persone con diabete e possono incidere in misura assai significativa sull’altro 99%, riducendolo. Prevenendo le complicanze croniche che rappresentano il 90% della spesa, fra ricoveri, specialistica e farmaci. Accorciando la durata delle degenze con una presa in carico al momento dell’accoglimento nei reparti di chirurgia, ortopedia, ginecologia, ecc. Ottimizzando l’uso dei farmaci anti-iperglicemizzanti e dei dispositivi per il monitoraggio e la cura. Evitando sprechi con la terapia insulinica (la voce di spesa maggiore fra i farmaci antidiabetici). Osservando una scrupolosa appropriatezza nelle prescrizioni di esami di laboratorio e strumentali.

Collaborando nelle scelte sulle strategie di cura operate a livello nazionale, regionale e locale. Il team diabetologico è importante ma la persona con il diabete deve essere protagonista della cura. Non esiste alcuna altra malattia cronica in cui il ruolo dell’individuo affetto è così importante e decisivo sull’esito. Un ruolo che è tanto maggiore quanto più precocemente compare la malattia, considerando che questa, al giorno d’oggi, grazie ai successi della cura, può durare molte decadi. L’età media alla diagnosi del diabete tipo 2 in Italia è attualmente 50-55 anni ma ormai non pochi soggetti con questa varietà di diabete ne ricevono la diagnosi prima di aver compiuto 30 anni, soprattutto nelle etnie non caucasiche, ed hanno quindi la prospettiva di vivere con la malattia per 50-60 anni. Senza dimenticare che i diabetici tipo 1, la cui diagnosi avviene quasi sempre prima dei 20 anni e non infrequentemente nei prima anni di vita, spesso raggiungono e superano gli 80 anni di età e totalizzano quindi una durata di malattia di 7-8 decadi e anche più.

Si tratta di persone che vivono con la malattia gli anni della scuola, dell’attività sportiva e del lavoro, con quello che questo comporta in termini di inserimento in contesti dove il diabete talora è erroneamente interpretato da terzi come un problema, una limitazione, un ostacolo, una disabilità. Ignorando il fatto che una persona con diabete può raggiungere tutti i traguardi nella vita: dalla possibilità di essere più volte madre al successo come attore, cantante, musicista o uomo di stato, dal vincere molteplici medaglie olimpiche al conquistare la vetta di altissime montagne. Ciononostante, è innegabile che il prezzo da pagare per questi e altri successi, solo apparentemente meno importanti, consista in una meticolosa applicazione personale nella cura.

La stima è che nel corso della vita una persona con diabete debba imporsi un’azione specifica in termini di alimentazione, attività fisica, assunzione di farmaci, controlli glicemici domiciliari, esecuzione di esami di laboratorio o strumentali, visite mediche da 100 a 500 mila volte, in rapporto alla durata della sua malattia. Questa persona, quindi, va educata alla gestione della malattia in tutte le sue numerose sfaccettature. E vanno educati anche coloro che stanno intorno alla persona con diabete: nella famiglia, nella scuola, nell’ambiente di lavoro o ricreativo. Quella persona potrebbe avere bisogno dell’assistenza degli altri e gli altri non possono ignorare di cosa ha bisogno una persona con diabete per poter esprimere sé stessa in tutti gli ambiti e non possono ignorare cosa devono fare in alcune circostanze per una persona con diabete (ad esempio in occasione di una ipoglicemia severa). Considerando i 4 milioni di cittadini affetti da diabete, è possibile affermare che praticamente la malattia è oggi presente in ogni famiglia italiana, se la consideriamo allargata ai parenti di secondo/terzo grado. Se non è un genitore o un figlio, si tratta di un fratello, un nonno, uno zio, un nipote.

Una famiglia in cui avere un proprio membro, e talora più membri, con il diabete significa modificare, a volte o sempre, le abitudini alimentari per non creare troppe difformità a tavola fra chi ha e chi non ha il diabete o, più saggiamente, per seguire tutti uno stile di vita più sano che riduca il rischio che altri della famiglia sviluppino la malattia. Una famiglia in cui la presenza del diabete in un proprio membro comporta, se questo è un piccolo bambino oppure un anziano o una persona non autosufficiente, la necessità di aiutarlo, se non proprio accudirlo, nelle sue necessità quotidiane o periodiche: assumere farmaci, misurare la glicemia, fare sport o anche solo una passeggiata, andare dal pediatra o dal medico di famiglia, recarsi in ospedale dal diabetologo, ecc.

Una famiglia in cui assistere una persona con diabete può determinare assenza dal lavoro o rinuncia ad attività ricreative o alle vacanze. Tutti segni inequivocabili del peso sociale della malattia. Il diabete, è inutile celarlo, può diventare una malattia grave, con un impatto notevolissimo sulla qualità della vita quando causa disabilità. Il diabete è la prima causa di cecità, la seconda causa di insufficienza renale terminale con necessità di dialisi o trapianto, la prima causa di amputazione non traumatica degli arti inferiori, una concausa di metà degli infarti e degli ictus. I dati epidemiologici documentano che in Italia ogni 7 minuti una persona con diabete ha un attacco cardiaco, ogni 26 minuti una persona con diabete sviluppa un’insufficienza renale, ogni 30 minuti una persona con diabete ha un ictus, ogni 90 minuti una persona subisce un’amputazione a causa del diabete e ogni 3 ore una persona con diabete entra in dialisi. Complicanze tanto gravi da far sì che il diabete sia responsabile di una premorienza stimata mediamente in 7-8 anni.

Il diabete non è una malattia fastidiosa, un numero asteriscato su un referto di laboratorio, con cui convivere. Il diabete, sarebbe sbagliato nasconderlo, è una malattia che può uccidere e non poche volte  lo fa senza dare grossi segni della sua presenza, come un killer silenzioso. In Italia ogni 20 minuti una persona muore a causa del diabete anche se il diabete spesso non è menzionato nella sua scheda di morte. Il diabete costa moltissimo alla comunità. In Italia la quota di spesa che il Fondo Sanitario Nazionale si accolla per curare le persone con diabete, una malattia che condiziona un più facile sviluppo di qualsiasi altra malattia, è di circa 15 miliardi di euro all’anno, pari ad oltre il 10% del totale.

Questa somma è calcolata utilizzando i costi reali dei ricoveri e della varie prestazioni specialistiche e non le tariffe virtuali. Utilizzando questi ultimi, comunque, la spesa, seppure inferiore a quella di altri Paesi occidentali, è comunque ingente e ammonta a circa 10 miliardi di euro per anno. A questa grande quantità di denaro pubblico vanno aggiunti circa 3 miliardi di euro di spese dirette sostenute dalle persone e dalle loro famiglie e non meno di 10-12 miliardi di euro di costi indiretti, molti dei quali a carico delle casse dello stato per prepensionamenti e assenze dal lavoro. Il totale ammonta a 25-30 miliardi di euro, l’equivalente di una finanziaria o, come si usa dire oggi, di un patto di stabilità. Una somma in continuo aumento e che fra poco non sarà più sostenibile se non si riuscirà a circoscrivere la diffusione del “virus”. Per questo “virus” esiste un solo vaccino: la conoscenza della malattia, dei suoi fattori di rischio, del modo di prevenirla cambiando lo stile di vita degli individui ma anche cambiando la struttura della società per evitare il “contagio”.

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