Madagascar strage di peste: oltre 100 morti, e 1100 i contagiati

È scoppiata la peste in Madagascar, dall’inizio di settembre sono già stati colpiti almeno 100 persone, uccidendone una su tre. L’organizzazione mondiale della sanità già attivati protocolli di emergenza insieme alla Croce Rossa, ma il paese è poco attrezzato per reagire ad un’epidemia, perfino l’informazione riesce a circolare facilmente. Una donna intervistata nella capitale risponde: “non so di cosa stiate parlando”. Le condizioni igieniche a dir poco precarie, rischiano di favorire il diffondersi della malattia che viene diffusa era che dalle pulci che l’infestano, si arriva a colpire i polmoni la peste può diffondersi anche attraverso via aerea attraverso la tosse di malati, ma se diagnosticata subito, può essere trattata con gli antibiotici.

Ha passato la soglia dei 100 e non sembra aver ancora raggiunto il proprio picco l’epidemia di peste che sta colpendo il Madagascar. Lo ha riferito dirigente locale dell’organizzazione umanitaria Action Against Hunger, Olivier Le Guillou.
Il numero di morti da quando l’epidemia è scoppiata ad agosto è salito a 102, ha detto il dirigente dell’organizzazione alzando così di oltre una decina di casi il bilancio aggiornato al 17 ottobre dato dall’Onu giovedì.

La maggior parte dei quasi 1.300 malati hanno contratto la peste polmonare, più pericolosa e infettiva rispetto a quella bubbonica: è quasi sempre mortale se non curata e si trasmette per via aerea con colpi di tosse e starnuti. L’anno scorso c’erano stati 63 morti, ma nell’arco dell’intero anno e come conseguenza di sole 275 infezioni. Tra le prime vittime dell’epidemia che in Europa ricorda il Medioevo c’è stato anche un allenatore di basket delle Seychelles che stava partecipando a un torneo nella capitale.

Dal 23 agosto al 30 settembre 2017, sono stati segnalati in Madagascar 73 casi sospetti, probabili e confermati in totale di peste polmonare, inclusi 17 decessi. La diagnosi è stata confermata dall’Istituto Pasteur del Madagascar utilizzando il test PCR o i test per la diagnosi rapida.
L’epidemia è iniziata col decesso di un uomo di 31 anni del Distretto di Ankazobe negli Altipiani centrali (Hauts Plateaux), un’area considerata endemica per la peste. Da quel momento, il Ministero della Salute Pubblica del Madagascar ha rafforzato le indagini di campo, il rintraccio dei contatti, la sorveglianza e il monitoraggio di tutti i contatti stretti.

Alla data del 30 settembre, 10 città hanno segnalato casi di peste polmonare mentre i tre distretti più colpiti includono: la capitale e i quartieri periferici di Antananarivo (27 casi, 7 decessi), Toamasina (18 casi, 5 decessi), e Faratshio (13 casi, 1 decesso).

Il 27 settembre, durante la Coppa dei club dei campioni dell’Oceano Indiano (un campionato di basket che si è tenuto fra il 23 settembre e il 1° ottobre), un giocatore di basket delle Seychelles è deceduto in un ospedale del Madagascar per peste polmonare. Il Ministero della Salute Pubblica del Madagascar ha iniziato immediatamente un’indagine ed è in corso il rintraccio dei contatti che include tutti gli individui che sono stati in contatto con lui. Come misura precauzionale, a tutti i contatti stretti è stata somministrata la chemio profilassi.

Oltre i 73 casi di peste polmonare, dal 1 agosto al 30 settembre, sono stati segnalati 58 casi di peste bubbonica, inclusi 7 decessi. È stato inoltre segnalato un ulteriore caso di peste setticemica, e un caso in cui non è specificato il tipo di peste.
Interventi di sanità pubblica
Il Ministero della Salute Pubblica del Madagascar ha attivato le unità di crisi ad Antananarivo e Toamasina e tutti i casi sono stati trattati gratuitamente.
Le misure di risposta di sanità pubblica includono:
• indagine in corso dei nuovi casi;
• isolamento e trattamento di tutti i casi polmonari;
• ricerca attiva e rintraccio dei contatti e somministrazione di chemioprofilassi;
• rafforzamento della sorveglianza epidemiologica nei distretti colpiti e circostanti;
• disinsettazione delle aree colpite, inclusi il controllo dei vettori e dei roditori;
• sensibilizzazione della popolazione sulle misure preventive;
• sensibilizzazione del personale sanitario e informazioni per migliorare l’identificazione dei casi e le misure di controllo dell’infezione;
• informazione sulle misure di controllo dell’infezione durante la sepoltura.

Valutazione del rischio dell’OMS
La peste è una malattia infettiva causata dal battere Yersinia pestis, un battere zoonotico, che si trova generalmente nei piccoli mammiferi e nelle loro pulci. Le pulci trasmettono l’infezione da un animale all’altro. Le persone possono essere contaminate dalla puntura di pulci infette, attraverso il contatto diretto con materiali infetti o per inalazione.
Esistono tre forme infettive di peste, che variano in base alla via d’infezione: bubbonica, setticemica e polmonare (per ulteriori informazioni consultare il seguente link).

La peste polmonare o peste dei polmoni rappresenta la forma di peste più virulenta e può innescare gravi epidemie attraverso il contatto delle persone con goccioline sospese nell’aria. Il periodo di incubazione può durare appena 24 ore. Tipicamente, la forma polmonare è causata dalla diffusione ai polmoni di una forma di peste bubbonica avanzata. Tuttavia, una persona con una peste polmonare secondaria può formare goccioline infettanti di aerosol e trasmettere la peste per via inalatoria ad altre persone. Le forme di peste polmonare non trattata risultano sempre fatali.
La peste è una malattia endemica in Madagascar; casi (principalmente di peste bubbonica) sono segnalati quasi ogni anno, durante la stagione epidemica (fra settembre e aprile). Tuttavia l’evento di peste polmonare in corso è stato segnalato in un’area non-endemica e per la prima volta in città densamente popolate.
La peste polmonare è una forma di peste trasmissibile da persona a persona, e potenzialmente può innescare gravi epidemie se controllata in maniera inadeguata. L’individuazione di questa epidemia è avvenuta oltre due settimane dopo la morte del primo caso, periodo durante il quale i casi si sono recati in diverse parti del paese, incluso nella capitale Antananarivo. Pertanto il rischio complessivo a livello nazionale è elevato. Il rischio complessivo a livello regionale è moderato a causa dei frequenti voli verso le isole confinanti dell’Oceano Indiano. Il rischio globale è basso.

Raccomandazioni dell’OMS

Le misure preventive includono informare la popolazione quando la peste zoonotica è presente nell’ambiente e suggerire di adottare misure contro le punture delle pulci e di non maneggiare carcasse di animali morti. Il metodo più rapido e più efficace per controllare le pulci consiste nell’applicare un insetticida appropriato nella formulazione polvere o spray a basso volume. Le persone, specialmente gli operatori sanitari, dovrebbero inoltre evitare il contatto diretto con tessuti infetti come i bubboni, o una stretta esposizione a pazienti con peste polmonare.
Le principali misure di prevenzione e controllo sono dirette a ridurre la trasmissione umana e ad evitare un aumento dell’epidemia. Queste misure includono:
• informare il pubblico di prendere tutte le precauzioni necessarie per evitare di essere punti dalle pulci e di non raccogliere o toccare animali morti;
• implementare misure per controllare i roditori che ospitano Yersinia pestis (bacillo della peste), specialmente i ratti;
• evitare il contatto diretto con tessuti infetti come i bubboni, o una stretta esposizione a pazienti con peste polmonare;
• rivolgersi precocemente alle strutture sanitarie – recarsi al centro sanitario più vicino in caso di sintomi sospetti;
• gli operatori sanitari e le persone che sono a diretto contatto con pazienti affetti da peste polmonare devono indossare i dispositivi di protezione individuale;
• il personale sanitario dovrebbe ricevere una chemioprofilassi con antibiotici per tutto il tempo che è esposto all’infezione,
• gestione e sepoltura sicura dei casi deceduti.
Trattamento
La diagnosi precoce e il trattamento sono essenziali per ridurre le complicazioni e la mortalità. Metodi di trattamento efficace permettono ai pazienti affetti dalla peste di essere curati, se diagnosticati in tempo. Questi metodi includono la somministrazione di antibiotici, quali aminoglicosidici, fluorochinoloni, sulfonamidi e una terapia di supporto.
Consigli ai viaggiatori
In base alle informazioni disponibili attualmente, il rischio di diffusione internazionale della peste appare molto basso. L’OMS raccomanda di evitare qualsiasi restrizione ai viaggi o al commercio col Madagascar in base alle informazioni disponibili.
I viaggiatori internazionali dovrebbero essere informati sull’attuale epidemia di peste e sul fatto che la peste è endemica in Madagascar. I viaggiatori dovrebbero essere a conoscenza che in Madagascar è endemica anche la malaria e dovrebbero valutare l’assunzione della profilassi antimalarica raccomandata dall’OMS quando si recano in Madagascar (consultare il link di seguito riportato)
• International Travel and Health. List of countries, territories and areas. Vaccination requirements and recommendations for international travellers, includine yellow fever and malaria.
II rischio di infezione da Yersinia pestis per i viaggiatori internazionali che si recano in Madagascar è generalmente basso. Tuttavia, i viaggiatori che si recano in aree rurali di regioni in cui la peste è endemica possono essere a rischio, specialmente se campeggiano o cacciano o se entrano in contatto coi roditori. I viaggiatori dovrebbero evitare il contatto con animali morti, tessuti o materiali infetti, ed evitare un contatto stretto con pazienti con peste polmonare. I viaggiatori si possono proteggere dalle punture delle pulci utilizzando prodotti repellenti per la protezione personale contro le zanzare, che possono ugualmente essere protettivi contro le pulci e altri insetti che si nutrono di sangue. Sono raccomandate dal Sistema OMS di valutazione dei pesticidi (WHOPES) le formulazioni (lozioni o spray) basate sui seguenti principi attivi: DEET, IR3535, Icaridina (KBR3023) o Picaridina. La guida dell’OMS per il controllo delle pulci dei roditori che trasmettono la peste bubbonica può essere consultata al link seguente:

• WHO guidance for control of rodent fleas that transmit bubonic plague
In caso di comparsa improvvisa dei sintomi, quali febbre, brividi, linfonodi doloranti e infiammati, o mancanza di respiro con tosse e/o espettorato macchiato di sangue, i viaggiatori dovrebbero immediatamente contattare un servizio medico. I viaggiatori dovrebbero evitare di assumere antibiotici come profilassi salvo che siano stati raccomandati da un medico. Il trattamento profilattico è raccomandato esclusivamente per persone che sono state in stretto contatto con casi di peste, o con altri tipi di esposizione grave (quali punture di pulci infette o contatto diretto con fluidi corporei o tessuti di animali infetti). Dopo il ritorno da un viaggio in Madagascar, i viaggiatori dovrebbero fare attenzione alla comparsa dei sintomi sopra riportati, e, qualora si presentino, dovrebbero chiedere assistenza medica e informare il loro medico del viaggio effettuato in Madagascar.

LA VITA AL TEMPO DELLA PESTE

“Una completa ricostruzione storica della peste travalica la semplice storia della medicina”, afferma lo storico William Hardy McNeill1. Le grandi pestilenze hanno accompagnato le vicende dell’umanità con un andamento ciclico fino ai nostri giorni, come testimoniano le recenti nuove “infezioni emergenti” – l’AIDS o l’epidemia da virus Ebola, fra le ultime – ampiamente diffuse, difficili da curare e causa di situazioni sanitarie e sociali allarmanti nei territori colpiti e di patemi generalizzati a livello mondiale.

Il morbo del 541 – forse peste bubbonica arrivata nell’area del Mediterraneo da focolai dell’India meridionale o dell’Africa centrale – fu la prima grande pandemia documentata e colpì sia l’impero romano-bizantino che la Persia ed altre regioni orientali. Costantinopoli perse il 40% dei suoi abitanti (all’epoca ne contava circa 200 mila). Giustiniano fu probabilmente impedito di restaurare l’unità imperiale nel Mediterraneo, soprattutto per le devastanti malattie ed infezioni che indebolivano i suoi eserciti. Le ondate di pestilenza del VI e VII secolo determinarono un crollo della popolazione tra il 50 ed il 70% nell’arco di due generazioni. Seguirono l’abbandono di villaggi, aziende produttive e rotte commerciali attraverso tutto l’impero, la trasformazione di molte terre da agricole in pascoli o in maggesi, se non in veri deserti, con enormi danni all’economia.

Le desolazioni delle ripetute pandemie agevolarono le invasioni di questi territori da parte dei popoli nomadi provenienti dalla Penisola arabica, da poco convertiti all’Islam. A ricorrenze periodiche, le pestilenze devastarono il bacino del Mediterraneo e l’Europa continentale almeno fino al 7602. Scrittori e medici cristiani e mussulmani studiarono l’infezione, le sue cause ed i modi per prevenirla, attingendo scienza e professionalità sia dai testi sacri, come dagli autori classici: Tucidide, Galeno, Ippocrate, Aristotele, Platone, Rufo di Efeso ed i cronisti dell’età giustinianea. Al-Razi (850-923) medico di Bagdad, diede la prima chiara descrizione clinica di queste affezioni; già nel 910 trattò la sintomatologia del vaiolo, nella sua forma più lieve. Fiorirono le traduzioni in arabo e i commentari ai testi medici antichi e contemporanei: fu anche merito di queste versioni e produzioni scientifico-letterarie se l’Occidente riscoprì la scienza del mondo classico ed in particlare la ricerca ed i trattati sulla salute, fondamenti della nostra civiltà della conoscenza.

Nei secoli XI e XII avvenne un’inversione di tendenza attraverso l’espansione demografica e lo sviluppo tecnico ed economico, grazie pure ai favorevoli mutamenti climatici, all’aumento della produttività agraria e quindi alla maggiore disponibilità alimentare, fattori positivi cui si aggiunsero nuovi atteggiamenti e concezioni culturali e religiose: è la cosiddetta rinascita dell’anno Mille, con il suo corollario di sviluppo e risveglio delle comunità locali, di recupero delle terre incolte – soprattutto verso est, nelle pianure meno popolate della Germania – merito in parte della diffusione degli ordini monastici cistercensi e cluniacensi, impegnati oltre al resto, nella colonizzazione agricola.
Alla fine del Duecento, il ciclo favorevole si esaurì. Ritornò la recessione economica soprattutto fra le masse contadine francesi e nel Trecento anche nell’ambito delle industrie tessili fiamminghe, e questo mentre salivano le tensioni tra Inghilterra e Francia e si bloccavano i traffici delle materie prime, necessarie alle attività nelle Fiandre.

Sopravvivere alla morìa
Fin dai primi del Trecento si manifestarono in Europa preoccupanti segnali di stasi economica e di malessere sociale che nel tempo si confermarono in tutta la loro gravità, culminando con l’epidemia di peste bubbonica del 1348. Agli inizi del secolo, l’Europa settentrionale aveva raggiunto circa 30 milioni di abitanti – la massima espansione demografica compatibile con le risorse disponibili – mentre era in atto un sensibile cambiamento del clima, una “piccola età glaciale” con inverni rigidi ed estati umide. Le cronache registrano che dalla primavera del 1315 fino al 1322 le stagioni eccessivamente piovose compromisero la produzione cerearicola, quella dell’uva e della frutta con perdite dal 12 al 100% per i diversi raccolti. La conseguente carestia colpì non solo le famiglie, ma anche gli animali da lavoro (buoni, cavalli) e da carne (buoi, maiali, animali da cortile). Nelle estati troppo piovose, il caldo umido faceva proliferare parassiti e muffe delle piante. Sopraggiunsero le malattie, che se non danneggiarono troppo cavalli e maiali, fecero strage di animali selettivi nell’alimentazione, come ovini e bovini. Greggi e mandrie, indeboliti dalla sottoalimentazione, subirono fino al 90% delle perdite, per l’azione devastante della “peste bovina” e di altre malattie, definite con il termine generico di “morìa”.

La popolazione si adattò alla carne di maiale, compromettendo la conservazione e riproduzione del patrimonio zootecnico. Le altre misure quali le semine più frequenti e la coltivazione estesa a tutti i terreni disponibili, anche ai meno adatti, non si rivelarono risolutive, anzi esaurendo la fertilità della terra, i raccolti furono minori.
In questa Europa indigente e sottoalimentata, sopraggiunse una ventina di anni dopo, la terribile catastrofe rappresentata dalla “Morte Nera”, causata dalla Yersinia pestis, un agente patogeno trasportato dalle pulci parassite dei ratti “ospiti” a bordo delle navi. Il 25 ottobre 1347 nel porto di Messina attraccò una nave forse proveniente dal Mar Nero: scoppiò un’epidemia che si diffuse con rapidità e per varie vie, nel resto del continente. È la grande peste del 1348-51 che Giovanni Boccaccio mise sullo sfondo del Decameron, descrivendo anche gli sconvolgimenti sociali da essa provocati.

E’ risaputo che il morbo, comparso in Asia centrale attorno agli anni Venti del Trecento, nel 1345 aveva raggiunto via terra la Crimea; la sua avanzata divenne più rapida quando dai porti commerciali sul mar Nero, due anni dopo invase via mare il bacino del Mediterraneo (Costantinopoli, Alessandria, Cipro, poi Messina, Genova, Firenze e Venezia…) divampando successivamente tra i popoli del Levante islamico e del Nordafrica, con una mortalità tra il 30 ed il 40% delle popolazioni. Nel 1348 raggiunse Marsiglia e si espanse in tutti i paesi mediterranei. Da Venezia si propagò in Friuli. Non risparmiò il Nord Europa: ne furono coinvolti praticamente tutti i Paesi, dall’Austria alla Groenlandia, alle Orcadi, Faer 0er e isole Shetland. L’estensione pestifera fu aiutata dalle vicende politiche e militari: tra il Regno di Francia e il Regno di Inghilterra si stava svolgendo la prima fase del conflitto passato alla storia come Guerra dei Cent’anni e il transito degli eserciti favoriva la diffusione del contagio nelle zone interessate dal conflitto.

Si stima che nel periodo 1347-51, la peste nera facesse in Europa 25 milioni di morti su una popolazione complessiva di circa 80 milioni. Alcune città furono colpite in maniera durissima: a Venezia forse morì il 70% degli abitanti (80-90 mila persone su una popolazione di 120-150 mila); Milano ebbe solo 15.000 morti su circa 150 mila abitanti, poiché i Visconti limitarono gli ingressi in città di persone e merci. La popolazione urbana era più a rischio rispetto a quella rurale, in quanto più esposta ai contagi per i maggiori e più diretti contatti fra le persone, per la costante inspirazione delle particelle infettive immesse nell’atmosfera dagli starnuti e dalla tosse, per la presenza di acqua infetta e di insetti nocivi. Inoltre, le interruzioni delle riserve alimentari provenienti anche da lontano, esponevano le città al pericolo di carestie, aggiungendo altri morti a quelli delle infezioni. I centri urbani non si mantenevano pertanto demograficamente stabili senza consistenti afflussi di emigranti dalle campagne a colmare i notevoli vuoti lasciati dalle malattie endemiche. La campagna era ritenuta più salubre per diversi motivi: la minore densità della popolazione, la relativa distanza dalla città, l’acqua meno inquinata e l’alimentazione migliore. Tuttavia, se il morbo vi si espandeva, le conseguenze potevano esse più violente che in città, già in certo senso immunizzata.

Durante le pandemie, molti trovavano consolazione nello spirito, ritenendole in genere un castigo divino: si intensificavano le pratiche religiose implorando l’intercessione della Madonna e di qualche santo specifico. L’iconografia popolare rappresentava la peste sotto forma di frecce scoccate dall’alto, contro le quali il protettore più adatto era san Sebastiano, soldato romano del III secolo, giustiziato per la sua fede a colpi di freccia; nel medioevo e nell’epoca successiva compare assieme a Rocco, santo molto noto dalla seconda metà del Trecento8, rappresentato in arte con un rigonfiamento sulla coscia – forse proprio un bubbone – che mostra sollevando la veste ed indicandolo con la mano. Rocco e Sebastiano, invocati contro peste, tornarono nella devozione popolare durante le epidemie di colera dell’Ottocento. La protezione più sicura veniva però dalla Vergine Maria, spesso raffigurata nell’atto di salvare le persone sotto il suo mantello, mentre nugoli di frecce piovevano dall’alto.

Anche la chiesa, “titolare” della liturgia e dei culti santorali contro il morbo, risentì in modo particolare della pandemia. La vita in comunità di preti, monaci, canonici, chierici, ma anche la cura spirituale e l’assistenza rendevano il clero particolarmente vulnerabile. Le precauzioni igieniche e comportamentali cui dovettero attenersi i religiosi, allentarono impegni pastorali, studio, formazione e preparazione in genere, suscitando in seguito una delle maggiori critiche di Martin Lutero. Ricomparvero i “pellegrini danzanti” che invocavano la protezione divina flagellandosi nelle processioni. Rimedi… di dubbia efficacia: il Trecento ad esempio si chiuse con la peggiore infezione del secolo dopo la peste nera, pare introdotta in Italia ed in altri luoghi proprio dai flagellanti francesi.

Le epidemie del XIV secolo determinarono comunque una svolta nella storia dell’Europa occidentale, provocando cambiamenti strutturali sul piano sociale ed economico. In Inghilterra (ma non solo: è un fenomeno abbastanza generalizzato) tra la metà del XIV e il XVI secolo, circa 1300 realtà urbane vennero abbandonate con la drastica riduzione produttiva per mancanza di manodopera. Risvolti diretti di tali tragedie furono l’aumento dei salari degli operai rimasti e lo sviluppo di tecniche e strumenti da lavoro, in sostituzione dell’opera manuale.

Ratti e pulci, i veri untori
Durante la pandemia pestifera del 1894-99, il medico svizzero francese Alexander Emile Jean Yersin (Aubonne-Svizzera, 1863 – Nha Trang-Vietnam, 1943), contemporaneamente a Shibasaburo Kitasato (Kyushu, 1853 – Na- kanocho, 1931), isolò ad Hong Kong nel 1894, il bacillo della peste che fu chiamato Pasteurella pestis (oggi è detto Yersinia pestis): di solito vive nelle pulci ospiti preferibilmente di ratti infettati da roditori selvatici le cui tane ne ospitano il batterio in modo stabile e continuo. La responsabilità della peste umana è di una popolazione di roditori ricettivi che la trasmette a pulci e pidocchi a loro volta infestanti e a contatto con gli abitanti di città e villaggi10. Tutto parte dalla puntura di una pulce infetta da un ratto malato (o da un roditore di qualche altra specie). Quando quest’ultimo muore, la pulce per nutrirsi si trasferisce immediatamente su altro animale a sangue caldo o trova ospitalità nell’uomo. Probabilmente la specie originaria dei “ratti pestiferi” viveva in India giungendo in Europa sulle navi commerciali; dai porti gli “invasori” estendevano il proprio raggio d’azione all’entroterra. Le tre forme distinte del morbo sono quella bubbonica (con bubboni o gonfiori) di cui non sono del tutto chiare le modalità di propagazione, la setticemica (il bacillo si concentra nel sangue causando alle volte sulla pelle macchie scure che si associano ai bubboni, assumendo il tipico aspetto denominato “peste nera”) e quella polmonare (il bacillo si accumula nei polmoni e viene espulso attraverso l’espettorato): ciascuna di queste forme ha uno specifico quadro clinico ed epidemiologico e anche modalità proprie nel manifestarsi.

Tra il 1348 e il 1782 non ci fu in Europa periodo in cui la peste non comparisse da qualche parte. I responsabili delle Comunità facevano fronte alla gravi situazioni con puntuali ordinanze e provvedimenti nei diversi ambiti della vita sociale, dall’ordine pubblico, alla limitazione della libertà di movimento, ai regolamenti igienico-sanitari, a quelli fiscali, necessari questi ultimi per reperire adeguate risorse finanziarie. Generalmente si cominciava con l’isolare le zone infette cacciando dalla città o espellendo dallo stato i gruppi sociali ritenuti portatori del morbo: di solito Ebrei o stranieri in genere, o gruppi identificati come socialmente devianti per qualche peculiare caratt eristica; poi si rimuoveva o eliminava ogni fonte di cattivo odore: ne derivarono la sistematica (e positiva) raccolta di avanzi e rifiuti, ma anche la contrazione dell’essenziale (quanto fetido) lavoro di cuoiai e conciatori, e la riduzione dell’attività di macellai, pescivendoli, becchini. Inoltre, tutte le persone moralmente inquinanti (prostitute “stradali” o dei pubblici bordelli – chiusi come ogni tipo di commercio sessuale, tollerato in regime normale dalle città, pur col mugugno della Chiesa, perchè gli… “operatoritrici” pagavano le tasse – vagabondi ed altre categorie) venivano cacciate 0 eliminate. Tali misure si basavano sulla comune convinzione che la malattia fosse provocata da un’infezione (miasma) ambientale: cattivi odori e cattive persone erano in grado di contaminare il mondo fisico. Nel 1550 non c’erano quasi più Ebrei in Europa occidentale dopo le espulsioni o  massacri; stessa sorte capitò ai “diversi” e cioè stranieri poveri, lebbrosi, colpiti da altre malattie infettive. Nel novero dei pregiudizi entrò pure la stregoneria, un’ossessione durata fino all’inizio del XVIII secolo.

Durante le epidemie i medici proponevano le loro ricette, basandosi sulla filosofia e sulla sapienza antiche: prescrivevano un regime moderato di diete ed esercizio fisico e stili di vita salutari, suggerivano l’eliminazione di luoghi umidi e paludosi, l’abolizione di certi comportamenti come la licenziosità e la mendicità. Per il clero, il male derivava dalla collera di Dio e quindi erano necessarie adeguate pratiche religiose. Quelli che facevano del loro meglio portando ai malati un certo sollievo, erano i cerusici, i più vicini agli infetti: incidevano i bubboni, praticavano salassi (a mano o mediante le sanguisughe), curavano le ferite con i medicamenti disponibili e conosciuti. Essendo ignota l’eziologia del morbo, non vennero mai adottate misure efficaci contro i ratti e gli altri animali infestati dalle pulci. Le principali misure preventive restavano la sorveglianza all’ingresso delle città, il sistema generale di quarantena per individui e merci in ingresso, la spedalizzazione e l’istituzione dei lazzaretti, luoghi obbligati di ricovero per i contagiati. La peste comportava spese enormi per indagini ambientali e cliniche, per sanitari e magistrati, per gli stessi spazi di cura, che i bilanci pubblici non sempre erano in grado di sostenere: è pertanto facile immaginare l’estremo degrado dei centri abitati durante le pandemie. I sintomi erano abbastanza conosciuti e ripetuti nella letteratura medica dei secoli “pestiferi”; la vita, specie negli ambienti di ricovero, infernale. La descrisse il cardinale Spada: “lezzi intollerabili opprimono chi vi si addentra… si cammina in mezzo ai cadaveri… è l’immagine esatta dell’inferno”. Le medicine, per secoli sempre quelle, derivavano dal mondo vegetale: ruta, rosmarino, cipolla, aceto assenzio e vari oppiacei. I medici chimici (disprezzati e ridicolizzati da quelli tradizionali di formazione filosofica) raccomandavano anche amuleti di vario genere contenenti arsenico, nonché il ricorso a stagno e mercurio. Il veleno doveva far uscire il morbo venefico in base al principio che “i simili si attraggono”. Stravaganti ingredienti – quali limatura di zoccoli di cavallo, corallo, occhi e chele di granchio, olio di scorpione – erano utilizzati per un impiastro da applicarsi direttamente sul bubbone12.
Nei lazzaretti, le morti erano più frequenti delle guarigioni e l’alto numero dei decessi imponeva sepolture rapide in fosse comuni e di sufficiente profondità, per evitare che la decomposizione dei cadaveri, con la conseguente produzione di gas infetti (miasmi), contaminasse l’aria attorno alle tumulazioni. C’erano opposizioni a questa pratica di sepolture frettolose: i fedeli, soprattutto benestanti, avrebbero infatti preferito seppellire i propri cari all’interno o attorno alle chiese.

A Milano, anche Satana lavorava ad pestem
Le epidemie avevano un andamento ciclico, con fasi inizialmente ravvicinate, fino ad arrivare nelle aree e regioni più evolute, a intervalli di 15-20 anni13, grazie ad opportuni regolamenti sanitari e alla graduale istituzione di uffici di sanità in ogni centro. Ciò richiese la raccolta scrupolosa e l’analisi dei dati sanitari, l’introduzione di tasse per le spese e la costruzione di lazzaretti. Nel 1488, Milano si dotò di un lazzaretto costruito come un chiostro, con cortile centrale circondato da edifici; seguirono Genova e Firenze con una rete di quarantena per il contenimento della peste, poi Napoli e Roma e altre città. Solo nel 1600 anche i centri più piccoli ebbero consigli, funzionari ed operatori impiegati “a tempo pieno” in questo ambito sanitario.

La peste del 1630, celebre per essere stata immortalata da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi e nel saggio storico Storia della colonna infame, colpì le maggiori città italiane ed europee con particolare virulenza. Gli storici concordano nel ritenere come concausa la grave crisi economica degli anni immediatamente precedenti, accompagnata dal drastico calo delle nascite, conseguente al generale stato di malnutrizione. Poco tempo prima, una terribile carestia aveva infatti colpito il Nord Italia e i luoghi abitati vennero presi d’assalto da vagabondi e mendicanti. La peste giunse al seguito dei Lanzichenecchi discesi attraverso la Valchiavenna in direzione di Milano: trovò un habitat ideale fra la popolazione stremata dalla fame e dall’inedia.

Alcuni demografi, come Guido Alfani, hanno interpretato la peste del 1630 come uno spartiacque economico per la storia d’Italia: questa ondata infatti, seguita a molte altre epidemie che avevano sostanzialmente risparmiato le campagne e decimato le fascie più povere della popolazione urbana, imperversò in maniera indiscriminata in ogni angolo geografico e sociale. Pertanto, se le pesti “dei poveri” del XVI secolo si concentravano soprattutto nelle realtà urbane più deboli e depresse, quelle del Seicento interessarono sia gli agglomerati più consistenti che le piccole comunità rurali, scardinando il sistema produttivo e privando le campagne delle proprie potenzialità e delle persone necessarie ad integrare i decessi in città. L’intera economia manifatturiera italiana ne risultò danneggiata, proprio in un momento cruciale di competizione con l’Olanda e l’Europa settentrionale che ne uscirono avvantaggiate. Il dramma e l’angoscia collettive suscitarono motivazioni irrazionali dalle quali derivò un diffuso clima di sospetto su untori e congiure. Riporta F. Cordero, citando testimonianze di imputati in processi a supposti untori: “Dalla tarda primavera all’inverno 1630 fiorisce un’alchimia perversa nella Milano appestata: …qualcuno lavora ad pestem…; secondo opinioni dell’élite colta, dal protofisico al cardinale-arcivescovo, è in ballo anche Satana. … L’immaginario non è confinato nella fantasia popolaresca naive: vi eccellono magistrati, curiosi filosofanti, dottori senza grammatica, domenicani imbroglioni; un canonico scettico sogghigna; che poi l’industria venefica consista in atti maligni a evento allucinatorio, o quasi soltanto tale, come nelle fatture dei negromanti, non toglie niente allo psicodramma”.

Un imputato confessa spontaneamente le modalità di trasmissione del contagio e coinvolge alte personalità in un presunto complotto per diffondere la peste. Sempre il Cordero racconta che lo interrogano nel solito stile apparentemente svagato. Quel pestifugo è composto da quattro olii: “…e con questo s’unge li polsi, sotto l’asselle, la sola de piedi, il collo della mano e nelli genochij… lo ha composto su formula del prete Bonsignori…” e poi continua: “…et tunc cepit dicere: ho datto al Commissario uno vasetto pieno di brutto, cioè sterco, acciò imbratasse le muraglie”; non gliel’ha insinuato nessuno. Lo calano e lo slegano. Adesso parla a fiotti: “era sterco humano, smoiazzo, et di quella materia, che esce dalla bocca de morti, che sono sopra li carri, qual materia… me la diede detto Commissario, et me ne diede uno vasetto, qual io poi posi nella caldara, che è là in casa mia, qual vaso poteva tenere una libra di robba, la qual robba me la diede circa dieci giorni sono, et inanti ch’io dassi il vaso a lui trattassimo di questo sopra il corso di Porta Ticinese, lui et io solamente, et mi disse che li facessi questa compositione, perchè lui havrebbe lavorato assai, poichè si sarebbero amalate delle persone assai, et io havrei guadagnato assai col mio elettuario…”. Proposte delittuose e materia venefica venivano dal commissario; plausibili i motivi: guadagno di entrambi sulla peste.

L’imputato spiega poi come componesse l’unguento: “pigliavo il sterco et lo mettevo nella caldara et lo distemperavo con quello smogliazzo che era là dentro, et poi di quello ne pigliavo et lo mettevo in uno baslotto et lo mesedavo con il vaso che il Commissario m’haveva datto, et bene incorporato tutto, ne impivo il vaso et buttavo via il resto nella Vedra”; questo stile igienico spiega come mai Milano sia stata invasa dalla peste. La ricerca ha poi scoperto che il vettore era la pulce del ratto, e in quell’anno di topi ce n’era una quantità mai vista. Cordero riporta una cronaca relativa a Busto Arsizio, dove “regnò tanta quantità de ratti che quasi difficilmente le persone si potevano diffendere, anche in pieno giorno… dalla gran molestia et importuna rabbia di questi animali, che non si poteva salvare cosa alcuna per il gran numero e quantità dei mussi, nè vi era casa dove non regnassero a centinara, et di grossezza talmente smisurata, che mettevano terrore a vederli in squadrilia”, così “rabbiati di fame, che rosignavano gli uschi et le finestre”; stanati dalla carestia, invadono la città.

Il sospettato continua nel suo racconto, su come è stato istruito nel suo lavoro e a muoversi per non destare sospetti: “Et se dicessero “che vuoi?”, dì “niente”, ma che sei andato là per servirli, et che poi li ongessi con quell’onto, et così andai et li onsi nella detta hostaria del Gambaro… con quell’unguento et ne metterli il feraiolo li onsi anche il colaro et il collo con le mie mani, dove credo siano morti per tal onto, et credo che saranno morti senz’altro, perchè morono soltanto a toccarli li panni…”. L’unguento “tirava al bianco et al giallo”, afferma. Allora gli inquirenti tirano fuori dall’armadio tre pentole contenenti liquido maleolente “et ivi a presso ancora uno vaso come sarebbe uno boccalone da oglio con dentro un poco di crusca di formento… fecero bollire un non so che in una pignatta quale boli più di due hore…”; nella notte l’infuso rimase nella pentola, ma l’indomani lo travasarono nelle fiale: era giallo-verdognolo.
Ma a che serviva l’intruglio? L’imputato risponde: “pregato da …di darli della putredine, che esce dalla bocca delli infetti cadaveri, l’interpellai che cosa ne volesse fare, et egli mi rispose che voleva fabricar un onto per ontare li cadenazzi et porte della Città per far morire le persone”.

Le misure italiane in materia di sanità pubblica per contenere l’epidemia furono adottate anche in Inghilterra: nelle pestilenze del 1498, del 1535, del 1563, del 1578 e del 1589 a Londra parti un’efficace campagna contro il vagabondaggio e l’accattonaggio. Il Royal College of Physicans elencò una serie di misure igieniche (1578): purificare l’aria gli oggetti infetti e le abitazioni con profumi e fumigazioni, cambiare frequentemente abiti e biancheria da letto, lavare a fondo o meglio bruciare gli abiti usati per lungo tempo e infine le tradizionali cure con la ruta e l’assenzio.
Nel 1665 la peste devastò Londra, a quei tempi una delle maggiori città del mondo, con mezzo milione di abitanti: i decessi per il morbo furono centomila, cioè il 20% della popolazione.

Solite misure di igiene pubblica: pulizia dei canali di scolo, rimozione degli odori cattivi provenienti dai residui di granoturco e pesce e dalla concia; divieto di esporre e vendere vestiti usati. I cittadini più facoltosi si rifugiarono in campagna; i più poveri rimasero in città a morire, difendendosi dall’infezione col tabacco fumato o masticato lasciando ai facoltosi i fumiganti a base di rari e costosi ingredienti composti da zolfo, salnitro e ambra, oppure da zolfo, luppolo, pepe e incenso, tutti efficaci come il tabacco o meno.
Medici e studiosi discutevano intanto sulla natura e le cause delle epidemie, dividendosi come al solito tra l’ipotesi del miasma e quella del contagio. Fin dall’epoca della peste nera c’era stata una significativa minoranza di sostenitori del contagio quale causa maggiore della diffusione dell’epidemia, contro la maggioranza che la identificava nei miasmi dell’aria. Tra medici e intellettuali razionalisti inglesi circolò un’idea nuova, che cioè il trattamento più incisivo contro la peste fossero gli agenti chimici e non le erbe aromatiche.

Quella del 1665 fu l’ultima peste di Londra, poi per cause ignote, ma non del tutto, il killer scomparve dal suolo inglese. Contribuì forse il grande incendio della metropoli nel settembre del 1666 quando sparirono i cinque sesti della città e con essa i ratti dell’infezione, a fronte delle relativamente poche vittime umane: gli abitanti avevano del resto già subito la strage di peste, lasciando molte case vuote. La città fu riedificata in mattoni e pietra con adeguato sistema fognario e viario e la pubblica igiene ne fu favorita.
Con il Seicento finiscono le grandi pestilenze, eccetto una coda nel Settecento. L’episodio finale colpì Marsiglia nel 1720 e fu una delle epidemie più feroci della storia. Quindi, ciò che era iniziato in Europa in maniera inaspettata e violenta negli anni Quaranta del Trecento finì in modo analogo negli anni Venti del ‘700; gli episodi successivi furono circoscritti e meno devastanti.

Il capitano Chataud era salpato da Sidone il 31 gennaio 1720 con tanto di certificato sanitario attestante l’immunità sua, della ciurma e del carico trasportato. La nave approdò a Tunisi, un porto islamico dove non c’era precauzione alcuna. Giunto a Livorno, l’ufficiale denunciò la morte di due marinai e proseguì col suo carico fino a Marsiglia dove i funzionari portuali rilevarono che la nave era affetta da “febbre pestilenziale maligna”. Altre navi erano in porto per cui fu immediatamente allestito un centro di osservazione ed isolamento degli ammalati. Nonostante tutto, la peste si diffuse tra la popolazione con i conseguenti e pesanti problemi e provvedimenti di gestione del terribile evento: furono emanate norme di emergenza, allontanati dalle strade vagabondi, senzatetto e stranieri – molti vennero obbligati a raccogliere i cadaveri e a seppellirli in luoghi predisposti – chiusi i negozi, impedite le funzioni religiose, annullate le udienze nei tribunali, distribuite le razioni giornaliere di pane ai poveri. Subito si instaurò un rapporto difficile tra funzionari amministrativi e medici e tra i medici stessi. Poiché la peste non accennava a diminuire, nel febbraio del 1721 l’intendente, accusato di cattiva conduzione della drammatica contingenza, fu impiccato. Gli amministratori accolsero l’offerta di aiuto degli ufficiali della flotta e promisero di restituire la libertà a 133 galeotti in cambio dell’aiuto nella rimozione dei cadaveri. A fine agosto si contavano mille morti al giorno e a questo punto si dovette trovare anche il modo di seppellirli dal momento che i fumi dell’eventuale cremazione avrebbero contribuito a propagare il morbo. Da varie congetture, uscì la soluzione di seppellirli nelle cripte delle chiese coperti di calce. Molti moribondi si trascinavano da sé verso la cattedrale per esservi inumati.

I medici si riunirono in consulto nella prestigiosa facoltà di medicina di Montpellier. Alcuni di essi aperti alle idee preilluministiche, sentenziarono che la peste era un terribile evento naturale e che nulla c’entrava l’intervento divino; pur non conoscendo le terapie cliniche risolutive, negavano perfino che fosse una malattia incurabile e non certo da debellare con la fumigazione e la fuga. Intanto i funzionari procedevano a purificare la città: ogni casa era segnata con una croce rossa, panni e tessuti di quelle abitazioni bruciati, strutture e mobilio fumigati e ogni cosa lavata a fondo. Le persone in grado di pagare, dovevano risarcire lo stato per questi lavori.

Dalla seconda metà del Settecento la peste scomparve dall’Europa, salvo casi sporadici. Alcuni attribuiscono questa scomparsa al prevalere del topo marrone (Rattus norvegicus) sul ratto nero (Rattus rattus) portatore della pulce che trasmette la peste all’uomo. Inoltre migliorò la capacità di isolare i focolai epidemici. Un contributo derivò da norme urbanistiche più appropriate e da nuove tecniche costruttive delle case in pietra, più salubri e molto meno ricettive di topi e parassiti. Inoltre, la Rivoluzione industriale che si faceva strada già a partire dagli anni Trenta del XVIII secolo, mise in luce la “questione sociale” e nel giro di qualche decennio le nazioni industrializzate si dotarono di una sia pure embrionale legislazione del lavoro e assistenziale, migliorando le condizioni socio-economiche e igienico-sanitarie di gran parte della popolazione dei Paesi occidentali. L’evoluzione dell’agricoltura e l’aumento di produzione dei beni alimentari, assicurarono stabili e regolari ritmi nutrizionali fra la gente, rinforzandone le difese organiche contro le malattie.

A partire dal XIX secolo, le epidemie di peste scomparvero quasi completamente dalla scena europea. Gli ultimi episodi furono limitati a pochi casi, localizzati e tempestivamente isolati dai cordoni sanitari. In Italia l’ultimo episodio grave fu la peste di Messina del 1743, limitata da rigide regole igieniche e protettive, che se impedirono al morbo di diffondersi, impedirono nel contempo i rifornimenti alla città, provocando una durissima carestia. Con la peste egiziana del 1844, terminò il ciclo delle epidemie mediterranee. L’ultima europea si propagò in Russia nel 1889.
Fuori dall’Europa, tra Ottocento e Novecento si verificò la grande pandemia in India e Giappone, passando per Hong Kong e Taiwan, che durò dal 1894 al 1906 con tasso di mortalità stimato in certi luoghi dell’80% dei colpiti. Fu allora che Yersin isolò il batterio e creò un siero efficace per rallentare la progressione del morbo. Nel 1920 fu colpito il Madagascar; dal 1960 al 1967 il morbo si ripresentò in Vietnam. In epoche successive alcune epidemie hanno avuto durata molto breve: nell’ottobre 1994 in India, nel novembre 1998 in Uganda, nel maggio 1999 in Namibia e a luglio dello stesso anno in Malawi. Il 18 giugno 2009 furono registrati 13 casi di peste bubbonica nella Libia orientale, nella zona di Tobruk vicino al confine con l’Egitto; nel 2014 in Madagascar.

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