Madre surrogata resta incinta mentre era già incinta: partorisce due gemelli

Sono sempre di più le coppie omosessuali, eterosessuali, e single che decidono di ricorrere alla pratica dell’utero in affitto andando in cliniche specializzate all’estero, parliamo di Russia, Ucraina, California ma anche in India sempre più diffuso il fenomeno della maternità surrogata. Basta vedere i siti delle cliniche per capire che c’è un vero e proprio business sulla maternità surrogata. Basta scegliere, hai la possibilità di prendere il pacchetto economy, standard o vip, dipende da quanti soldi sei disposto a spendere per comprarti un bambino.

Per realizzare questo processo, sono necessari alcuni fattori: donna disposta a portare a termine la gravidanza e a rinunciare a qualunque diritto di maternità. Copia o persona che vuole formare una famiglia. Un ovulo sano della futura madre o di una donatrice. Uno spermatozoo del futuro padre o di un donatore. Esistono due tipi di tecniche nella maternità surrogata surrogazione parziale, la gestante dal suo ovulo e porta a termine la gravidanza. Oppure, la surrogazione gestazionale, la gestante porta a termine la gravidanza, però senza dare il proprio ovulo. La surrogazione è un’alternativa per creare una famiglia, se la gestante riceve un compenso economico, si tratta di una surrogazione commerciale. Se non lo riceve, è una surrogazione altruista.

Davvero incredibile quanto accaduto ad una donna californiana la quale è rimasta incinta mentre già lo era. Protagonista di questa incredibile storia è Jessica Allen, madre surrogata per una coppia cinese che dopo aver dato alla luce due bambini che pensava fossero gemelli della coppia, ha scoperto di esserne la madre biologica di uno dei due. La storia è stata riportata dalla BBC e a darne una spiegazione è stata Manuela Monti della fondazione IRCSS San Matteo di Pavia nonché ricercatrice impegnata nello studio degli ovociti e delle cellule staminali. L’esperta ha spiegato che la signora in questione aveva già iniziato la maternità surrogata quando avrebbe avuto una seconda ovulazione un fenomeno davvero molto raro. Questa potrebbe essere un’ipotesi Ma l’esperta sostiene che potrebbe esserci un’altra spiegazione ovvero il fatto che un suo ovocita già fecondato naturalmente dal marito ma che non si era ancora impiantato nell’utero per una qualsiasi ragione, abbia attecchito in ritardo.

Ero già incinta da sei-sette settimana con la fecondazione in vitro quando con un’ecografia hanno visto un secondo embrione. Si pensava fosse quello impiantato, poi `sdoppiatosi´ per dare vita a due gemelli“, e questo quanto raccontato da Jessica. “Il mio corpo ha ovulato naturalmente mentre ero già incinta, il che è molto raro, ancora di più nella mia situazione” continua. In seguito alla nascita dei gemelli, la madre non biologica avrebbe contattato Allen per elencargli alcuni dubbi sull’origine di uno dei bambini e così si è proceduto ad effettuare il test del DNA che ha confermato i sospetti.

Jessica era in effetti la madre biologica di uno dei due neonati. Nonostante la madre legale avesse proposto a Jessica di far adottare il secondo bambino ad una coppia che già si era proposta, lei e il marito hanno deciso di tenerlo, anche se pare siano riusciti ad ottenere la custodia soltanto in seguito ad una lunga battaglia legale Perché legalmente non erano i genitori del bambino e dunque non comparivano sul certificato di nascita.

Dopo aver restituito una parte dei soldi alla coppia cinese che aveva pagato per avere più bambini, i due coniugi sono potuti diventare finalmente e legalmente genitori del bambino quando questo Aveva soltanto 10 mesi. La surrogazione di maternità o gestazione per altri o ancora gravidanza surrogata più comunemente denominata utero in affitto è il ruolo che nella fecondazione assistita è proprio della donna che assume l’obbligo di provvedere alla gestazione e al parto per conto di una singola persona o di una coppia alla quale si impegna a consegnare il nato. In questi casi la fecondazione avviene o con spermatozoo e ovuli sia della coppia sterile sia di donatori e donatrici attraverso un concepimento in vitro.

La specificità della maternità surrogata e del dibattito che solleva

La maternità surrogata non costituisce affatto una forma ulteriore di tecnica di riproduzione, né può essere assimilata semplicemente all’adozione, ma nello stesso tempo presenta caratteristiche comuni a entrambe, fatto che a mio parere è sottovalutato nei dibattiti sulla “surrogacy”.

Analogamente e più esplicitamente che l’adozione, la “surrogacy” coinvolge una rete di rapporti effettivi o immaginati per tutte le persone coinvolte: la madre surrogata e la sua famiglia, i genitori intenzionali, il bambino. Inoltre, pone la questione simbolica ed emozionale riguardo a “chi è la madre”, così come quella del significato, sia per il bambino che per la madre surrogata del tempo della gestazione. Infine, sia nel caso di adozione che di ricorso alle tecniche riproduttive con donatore/donatrice, si pone la questione del diritto del bambino a conoscere le proprie origini.
Quello che rende problematica la maternità surrogata, sia nella forma tradizionale (quando la madre surrogata è anche la madre biologica) sia nella forma di gestazione per altri, in cui la gestante non è anche madre biologica, è che essa richiede la mediazione del corpo (e nello stesso tempo, della psiche) di una donna. Questo non costituisce nulla di nuovo, naturalmente, anzi al contrario. Ogni bambino nasce da una donna, come cita il titolo di un famoso libro di Adrienne Rich (Nato di donna).

Ciò che è nuovo, e allo stesso tempo evocativo di antiche storie di sfruttamento, è che la donna – il cui corpo è strumentale per la riproduzione – è formalmente ed esplicitamente disconnessa dalla maternità, intesa come uno status e un’attività relazionali. Ci si aspetta che ceda il bambino e, specialmente nella surrogazione gestionale, il principio “mater sempre certa est” è negato, di fatto (geneticamente la madre gestionale non è la madre biologica) e in linea di principio. Le immagini di schiavitù sono facilmente rievocate, anche con la loro specificità riguardo all’uso della capacità riproduttiva delle donne.

Il fatto che si sia in una situazione di mercato e non di schiavitù cambia, allargandolo, ciò che è percepito come problematico e/o inaccettabile.
Da una parte, infatti, il contratto introduce l’idea che il corpo di una donna può essere usato e temporaneamente comprato (e auto-venduto) integralmente, più radicalmente che in qualsiasi contratto di lavoro (introducendo immagini di prostituzione); dall’altra suggerisce che i bambini possono essere comprati e venduti (niente di nuovo…, specialmente nell’adozione internazionale, almeno indirettamente), diventando così pura merce.

L’approccio “altruistico o “etico è proposto come una strada per superare i problemi etici sollevati da entrambi gli approcci, quello di sfruttamento e quello commerciale. Le madri surrogate dovrebbero non essere pagate e in alcuni casi neppure rimborsate (lo stesso metodo adottato per la donazione dell’ovulo in Italia), non dovrebbero essere in uno stato di necessità economica e dovrebbero essere tutelate nei loro diritti. All’interno dell’approccio etico, qualcuno propone un’ulteriore restrizione, ovvero di limitare il ricorso alla surrogazione soltanto entro i confini nazionali. Questa della surrogazione altruistica era, per esempio, la proposta della commissione De Sutter al Consiglio d’Europa, non approvata dalla maggioranza del Consiglio nel marzo 2016, favorevole invece a un divieto totale della maternità surrogata, in quanto in contrasto con i diritti dell’uomo e la dignità delle donne.

Dopo la bocciatura da parte della maggioranza del Consiglio d’Europa della proposta di vietare la surrogazione commerciale e di regolare la cosiddetta surrogazione altruistica, Petra De Sutter ha riconosciuto l’impasse: “Mentre credo che vi sia una grande maggioranza favorevole a proibire la surrogazione per profitto, non credo più che una tale maggioranza esista sull’opportunità o meno di adottare disposizioni che consentano la surrogazione altruistica, né sull’iniziativa di incoraggiare gli Stati che consentono la surrogazione per profitto ad adottare disposizioni per regolare standard minimi al fine di proteggere da abusi sia le madri surrogate che i bambini nati dalla surrogazione”.
Per questo motivo, la Commissione presieduta dalla De Sutter aveva tentato di riformulare la proposta, spostando il focus dalla regolamentazione della “surrogacy ” alla tutela dei diritti dei bambini nati secondo accordi di surrogazione (soprattutto commerciale).

La De Sutter argomentava che “ la mancanza di uno strumento legale multilaterale sulla genitorialità nella maternità surrogata faceva crescere i rischi di abuso dei diritti dei bambini. Prima che la Conferenza di diritto privato internazionale dell’Aja (HCCH) e successivamente il Consiglio d’Europa adottassero le loro convenzioni sull’adozione, la situazione relativa alle adozioni internazionali era altrettanto sregolata della surrogazione internazionale oggi e le conseguenze sul piano della genitorialità legale erano simili. Credo perciò che l’Assemblea dovrebbe incoraggiare sia gli Stati membri del Consiglio di Europa che il Comitato dei ministri a collaborare con la Conferenza dell ’Aja ”.
Il Consiglio di Europa, a grande maggioranza, ha respinto anche questa proposta, dato che avrebbe costituito indirettamente un presupposto per la tolleranza e la legittimazione della maternità surrogata. Ogni paese, quindi, regola diversamente la materia; non solo, anche lo status giuridico e l’appartenenza genitoriale dei bambini nati dalla “surrogacy” restano deboli e devono essere fatti rispettare attraverso le decisioni delle Corti nazionali ed internazionali, caso per caso, anche se fondate sulla Convenzione internazionale dei diritti dell’uomo e sul diritto dei bambini ad una loro identità e ad uno status legale e familiare.

 Un tentativo di superare posizioni monodimensionali troppo rigide
Tutti concordano che vanno rifiutate le forme di maternità surrogata/gestazione per altri basate sullo sfruttamento di donne povere da parte di genitori intenzionali in posizione economica forte e in cui le gestanti hanno poca o nessuna libertà una volta concluso l’accordo. Le posizioni che riguardano la surrogazione commerciale sono tuttavia molto differenziate, così come quelle che concernono le cosiddette surrogazioni altruistiche o etiche.

Le posizioni vanno, infatti, da una generale condanna della pratica perché in qualsiasi forma è percepita come degradante e come strumento di sfruttamento delle donne, oltre che come violazione dei diritti dei bambini ad avere una propria madre (biologica) e a non essere percepiti come prodotti o come “doni,, (per un’argomentazione sistematica vedi Muriel Fabre Magnan “L’ impossibilité d’ une gestation pour autrui éthique ”, e Daniela Danna, “Contract Children ”), fino alla condanna di pratiche specifiche.

Non mi occuperò qui delle forme di sfruttamento più esplicite, salvo a rilevare che anche in questo caso non si dovrebbe sottovalutare e ignorare i sentimenti delle gestanti “sfruttate”, il modo in cui si rappresentano l’esperienza che stanno vivendo, il bambino che nascerà, i rapporti che intratterranno con lui/lei e i suoi genitori. Come hanno mostrato talune ricerche, questi sentimenti spesso non sono diversi da quelli delle gestanti altruistiche. Ad esempio, Amrita Panda che ha studiato le gestanti surrogate indiane, ha rilevato come pensino che, sebbene i geni non siano loro, esse trasmettono qualcosa di sè al bambino che stanno portando in grembo, sono “famiglia,,. E fantasticano di diventare parte di una famiglia allargata, che include anche i loro bambini.
Ma occupiamoci della surrogazione commerciale nei paesi e con riferimento a donne che non sono costrette dalla povertà. Anche fuori dai contesti più asimmetrici (e perfino all’interno di un singolo Paese, come gli Stati Uniti), la surrogazione commerciale è molto differenziata riguardo all’ammontare del compenso, al grado di libertà lasciato alla madre surrogata sul comportamento da tenere durante la gravidanza, al diritto di tornare sulla decisione e alla regolazione del conflitto tra lei e i genitori intenzionali, alla prevista o non prevista continuazione del rapporto con il bambino ed i suoi genitori. In effetti, i confini fra surrogazione commerciale e non commerciale in alcuni casi sono non chiari, in quanto la prima spesso comporta un coinvolgimento di lunga durata ben oltre il tempo contrattuale e la seconda una qualche forma di compensazione sotto la voce rimborso.

Mentre coloro che sono contro ogni forma di “surrogacy” e discutono sulla possibilità di una surrogazione altruistica o etica considerano la presenza di un compenso sotto forma di rimborso come prova ulteriore della giustezza della loro posizione, qualcuno potrebbe anche chiedersi perché dovrebbe essere previsto che una donna dia il suo tempo, ospitalità nel suo corpo, lavoro psichico, in modo completamente gratuito, in una riedizione “del lavoro d’amore.

La questione è non solo il rimborso delle spese mediche, dell’abbigliamento, ecc., ma anche del tempo. Dopo tutto, noi prevediamo che l’assenza per maternità sia compensata e non riteniamo che una donna incinta che è pagata per rimanere a casa durante gli ultimi mesi della gravidanza e per un certo tempo anche dopo, abbia un attitudine “commerciale,.
Dovrebbe esserci una certa regolazione dell’ammontare del rimborso e di che cosa dovrebbe essere rimborsato. Ma il divieto totale in nome dell’altruismo è anch’esso una forma di sfruttamento delle donne. La situazione è diversa da quella della donazione di sangue, poiché richiede molto più tempo e coinvolge il corpo della donatrice. Questo – a mio parere – vale anche per le donatrici degli ovuli, che in Italia non possono essere rimborsate per il tempo che spendono nella procedura.

L’altruismo (una definizione che in questo caso preferisco rispetto a quella di etica) è dimostrato dalla disponibilità ad ospitare un bambino che sta crescendo nel proprio corpo e nella mente, ad essere preparati a mediare e a partecipare ad un complessa rete di rapporti.
Ancora, ed è più importante dal mio punto di vista, la madre surrogata dovrebbe avere il diritto di cambiare idea e di tenere il bambino. In questa prospettiva, il linguaggio e la struttura del contratto probabilmente non sono adeguati, perché la “produzione, di un bambino non è la produzione di una merce. E mentre i genitori intenzionali hanno il dovere di riconoscere ogni bambino alla cui nascita hanno dato corso, “il loro diritto ad avere il bambino” che hanno commissionato dovrebbe essere

limitato dal diritto della donna che l’ha partorito.
Contrariamente all’opinione della giurista francese Muriel Fabre Magnan, la quale tra le varie ragioni che rendono impossibile “una surrogacy etica”, menziona la possibilità che un conflitto di interessi e di diritti nasca tra la madre surrogata e i genitori intenzionali, ritengo che questo è soltanto un esempio di quello che A. Sen chiama “giustizia comparativa”.
La giustizia comparativa non nasconde l’esistenza di conflitti di interessi e perfino di diritti, ma accetta la necessità di scegliere, di riconoscere un sistema di priorità o di più alto merito o di bisogno.

In effetti, in molte situazioni in cui la surrogazione di maternità è regolata attraverso il contratto, la legge o la giurisprudenza favoriscono i genitori intenzionali, il che a mio parere è sbagliato.
Infine, dal mio punto di vista, entrare in un rapporto di gestazione per altri dovrebbe richiedere la disponibilità di tutte le parti a mantenere un rapporto con il bambino che viene al mondo per questo tramite.

Il grado, l’intensità e i modi di questa relazione possono essere negoziati tra le parti ed evolversi col tempo, ma l’esistenza della relazione in sé deve essere visibile e disponibile, innanzi tutto al bambino, ma anche alla madre surrogata (e possibilmente anche alla donatrice dell’ovulo).

Conclusioni
Se il ricorso ai donatori e alla sostituzione di maternità mette in questione, ancor più che l’adozione, l’automatismo del collegamento tra riproduzione biologica e filiazione, la moltiplicazione dei soggetti coinvolti “nel fare,, un nuovo essere umano non dovrebbe essere semplicemente cancellata per dare esclusivo riconoscimento alla intenzionalità e allo status sociale dei genitori.
Piuttosto si dovrebbe elaborare una nuova concezione della parentela (su questo ha scritto cose interessanti la sociologa francese Irene Thery), in cui anche la madre sostitutiva ha un posto non solo di natura strumentale o rendere la vita dei genitori sociali un po’ più complicata. Ma soltanto raccettazione della natura relazionale della maternità surrogata e della complessità delle relazioni di questo modo di diventare genitori può aiutare ad andare oltre i dilemmi sollevati dal dibattito, dove le idee di una maternità esclusiva e sacrale si scontrano con l’approccio sia commerciale che etico e dove le dimensioni biologiche e relazionali sono vuoi semplicisticamente sovrapposte, vuoi semplicisticamente separate.

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