“Riina malato, diritto a morte dignitosa”. Shock sulla sentenza Cassazione

Mafia: Cassazione apre a differimento pena per Toto’ Riina

Valutare nuovamente se sussistano o meno i presupposti per concedere a Toto’ Riina il differimento della pena o gli arresti domiciliari per motivi di salute. E’ quanto ha disposto la Cassazione, che, accogliendo il ricorso presentato dalla difesa del boss di Cosa nostra, ha annullato con rinvio la decisione del tribunale di sorveglianza di Bologna che aveva detto ‘no’ alla concessione di tali benefici penitenziari, nonostante le gravissime condizioni di salute in cui Riina versa da tempo. Il giudice bolognese aveva ritenuto che le “pur gravi condizioni di salute del detenuto” non fossero tali da “rendere inefficace qualunque tipo di cure” anche con ricoveri in ospedale a Parma (nel cui penitenziario Riina e’ recluso al 41 bis) e osservato che non erano stati superati “i limiti inerenti il rispetto del senso di umanita’ di cui deve essere connotata la pena e il diritto alla salute”. Il tribunale di sorveglianza di Bologna, invece, metteva in evidenza la “notevole pericolosita’” di Riina, in relazione alla quale sussistevano “circostanze eccezionali tali da imporre l’inderogabilita’ dell’esecuzione della pena nella forma della detenzione inframuraria”. Oltre all'”altissimo tasso di pericolosita’ del detenuto”, il giudice ricordava “la posizione di vertice assoluto dell’organizzazione criminale Cosa nostra, ancora pienamente operante e rispetto alla quale Riina non ha mai manifestato volonta’ di dissociazione”: per questo, osservava il tribunale bolognese, era “impossibile effettuare una prognosi di assenza di pericolo di recidiva” del boss, nonostante “l’attuale stato di salute, non essendo necessaria, dato il ruolo apicale rivestito dal detenuto, una prestanza fisica per la commissione di ulteriori gravissimi delitti nel ruolo di mandante”. La prima sezione penale della Suprema Corte, con una sentenza depositata oggi, ha ritenuto fondato il ricorso, definendo “carente” e “contraddittoria” la decisione del tribunale di sorveglianza, che ha omesso di considerare “il complessivo stato morboso del detenuto e le sue generali condizioni di scadimento fisico”: affinche’ la pena non si risolva in un “trattamento inumano e degradante”, ricordano i giudici di piazza Cavour, lo “stato di salute incompatibile con il regime carcerario, idoneo a giustificare il differimento dell’esecuzione della pena per infermita’ fisica o l’applicazione della detenzione domiciliare non deve ritenersi limitato alla patologia implicante un pericolo per la vita della persona, dovendosi piuttosto – si legge nella sentenza – avere riguardo ad ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignita’ che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria”.

Mafia: Cassazione apre a differimento pena per Toto’ Riina

I giudici di ‘Palazzaccio’, inoltre, osservano che “ferma restando l’altissima pericolosita’” di Riina e “del suo indiscusso spessore criminale”, il tribunale di sorveglianza non “chiarisce come tale pericolosita’ possa e debba considerarsi attuale” data la “sopravvenuta precarieta’ delle condizioni di salute e, del piu’ generale stato di decadimento fisico” del boss. La decisione del giudice bolognese, secondo la Cassazione, non spiega come “si e’ giunti a ritenere compatibile con le molteplici funzioni della pena e con il senso di umanita’” imposte dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione europea dei diritti umani “il mantenimento in carcere” di Riina, viste le sue condizioni di salute: la Corte afferma quindi “l’esistenza di un diritto di morire dignitosamente, che deve essere assicurato al detenuto e in relazione al quale il provvedimento di rigetto del differimento dell’esecuzione della pena e della detenzione domiciliare deve espressamente motivare”, anche tenuto conto delle “deficienze strutturali della casa di reclusione di Parma”. Il giudice di merito, dunque, deve “verificare, motivando adeguatamente in proposito, se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tali intensita’ da eccedere il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione di una pena”. Infatti, le “eccezionali condizioni di pericolosita’” per cui negare il differimento pena devono “essere basate su precisi argomenti di fatto – conclude la Cassazione – rapportati all’attuale capacita’ del soggetto di compiere, nonostante lo stato di decozione in cui versa, azioni idonee in concreto ad integrare il pericolo di recidivanza”. Sulla base delle indicazioni e dei principi espressi della Suprema Corte nella sentenza di oggi, il tribunale di sorveglianza di Bologna dovra’ riesaminare le istanze delle difesa di Riina.

Mafia Salvini: Riina resti in galera, pronti a dar battaglia

“Secondo la Corte di Cassazione il signor Toto’ Riina, mafioso assassino condannato a decine di ergastoli, avrebbe diritto a morire dignitosamente e quindi a uscire di galera. Non ho parole”. Cosi’ Matteo Salvini, segretario della Lega. “Anche le decine di morti ammazzati che pesano sulla sua coscienza, comprese donne e bambini, avrebbero avuto diritto di vivere dignitosamente. Fine pena mai, per Riina e per quelli come lui! La Lega e’ pronta a dare battaglia, in ogni sede”.

Mafia: Bindi, Riina ha cure assicurate, no sospensione pena

“Leggeremo con attenzione le motivazioni della Cassazione. Ma Toto’ Riina e’ detenuto nel carcere di Parma dove vengono assicurate cure mediche in un centro clinico di eccellenza. E’ giusto assicurare la dignita’ della morte anche ai criminali, anche a Riina che non ha mai dimostrato pieta’ per le vittime innocenti. Ma per farlo non e’ necessario trasferirlo altrove, men che meno agli arresti domiciliari, dove andrebbero comunque assicurate eccezionali misure di sicurezza e scongiurato il rischio di trasformare la casa di Riina in un santuario di mafia. Dopo terribili stragi e tanto sangue, il piu’ feroce capo di Cosa Nostra e’ stato assicurato alla giustizia e condannato all’ergastolo, anche se vecchio e malato, la risposta dello Stato non puo’ essere la sospensione della pena”. Lo ha affermato la presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi.

Mafia: Rita Dalla Chiesa, mio padre non ha avuto morte dignitosa

“Penso che mio padre una morte dignitosa non l’ha avuta, l’hanno ammazzato lasciando lui, la moglie e Domenico Russo in macchina senza neanche un lenzuolo per coprirli. Quindi di dignitoso, purtroppo, nella morte di mio padre non c’e’ stato niente”. Questa la dichiarazione rilasciata da Rita Dalla Chiesa al Tg4 dopo la notizia che la Cassazione ha aperto al differimento della pena per Toto’ Riina perche’ gravemente malato. “Sto insegnando a mio nipote ad avere fiducia nella giustizia e nella legalita’ – continua la figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso da Cosa Nostra – lo porto sempre in mezzo ai carabinieri. Portandolo in mezzo ai carabinieri faccio quello che avrebbe fatto mio padre. Per quanto riguarda invece la fiducia nella giustizia, forse sto sbagliando tutto”.

“Il diritto a morire dignitosamente va assicurato ad ogni detenuto”, è questo quanto affermato dalla Cassazione riferendosi a Totò Riina. Secondo quanto riferito dai giudici, fermo restando il suo spessore criminale, va verificato se il Boss di Cosa Nostra possa considerarsi pericoloso vista l’età e le gravi condizioni di salute. Sulla base di quanto appena detto, il tribunale di sorveglianza di Bologna, deciderà sulla richiesta di differimento della pena, istanza finora sempre respinta. La sezione penale della Cassazione per la prima volta pare abbia accolto il ricorso del difensore di Totò Riina, che chiede il differimento della pena o in subordine, la detenzione domiciliare; la richiesta era stata respinta lo scorso anno dal tribunale di sorveglianza di Bologna, che però secondo la Cassazione  aveva, nel motivare il diniego, omesso di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico.

La richiesta era stata respinta lo scorso anno dal Tribunale di sorveglianza di Bologna, che però secondo la Cassazione nel motivare il diniego aveva omesso di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico. Il tribunale pare non avesse ritenuto che vi fosse incompatibilità tra l’infermità di Riina e la detenzione in carcere, visto che le sue patologie venivano monitorate e quando necessario si era ricorso al ricovero in ospedale a Parma. A tal riguardo, però, la Cassazione sottolinea che il giudice deve verificare e motivare se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’affiliazione di tale intensità da andare oltre la legittima esecuzione di una pena. Il giudice, oggi, deve quindi verificare e motivare “se lo stato di detenzione carceraria possa comportare una sofferenza e un’afflizione di tale intensità” da andare oltre la “legittima esecuzione di una pena”.

La prima sezione penale della Suprema Corte con una sentenza depositata ieri ha ritenuto fondato il ricorso, definendo carente e contraddittoria la decisione del tribunale di sorveglianza, che ha omesso di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue generali condizioni di scadimento fisico. La Corte afferma quindi “l’esistenza di un diritto di morire dignitosamente, che deve essere assicurato al detenuto e in relazione al quale il provvedimento di rigetto del differimento dell’esecuzione della pena e della detenzione domiciliare deve espressamente motivare”, anche tenuto conto delle “deficienze strutturali della casa di reclusione di Parma”.

Il giudice di merito, dunque, come già detto, deve “verificare, motivando adeguatamente in proposito, se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tali intensità da eccedere il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione di una pena”. La Cassazione rovescia dunque la decisione del tribunale, “dovendosi al contrario affermare l’esistenza di un diritto di morire dignitosamente” che deve essere assicurato al detenuto.

Ho incontrato Totò Riina nel carcere di Opera (Mi) nel 2011, durante una delle mie visite ispettive nei centri di reclusione italiani, che svolgevo in qualità di parlamentare della Commissione Sanitaria della Camera dei Deputati.

Il “Capo dei capi” di Cosa Nostra era recluso in regime di 41bis, in isolamento assoluto, dal giorno del suo arresto, il 15 gennaio del 1993, ma quando me lo sono trovato di fronte ho visto un uomo forte e vitale, per niente depresso, anzi ancora fiero ed orgoglioso, come fosse incarcerato da appena pochi mesi.

Avevo chiesto di vederlo per verificare il suo stato di salute, poiché, oltre alle varie patologie dalle quali era affetto, pochi mesi prima era stato colpito da un infarto, era stato curato ed era ancora convalescente. Sapevo che Riina non gradiva le visite di estranei, né tantomeno di parlamentari, che aveva sempre rifiutato di incontrare, per cui io chiesi aiuto al direttore del carcere di Opera, che mi accompagnò da lui nei sotterranei dell’isolamento. E per me fu un’esperienza indimenticabile.

Totò “u’ curtu” era rinchiuso da solo in un intero reparto interrato, senza finestre e luce naturale, nel quale c’erano otto celle, quattro per lato, separate da un ampio corridoio, all’ingresso del quale era stato posizionato un metal detector con due agenti di polizia penitenziaria armati, alloggiati in un gabbiotto con quattro monitor, tutti collegati con la cella dell’unico detenuto di quel settore. Avanzando verso quel reparto calcolavo che quello spazio, seppur ampio, non sarebbe stato sufficiente a contenere in piedi tutte le vittime di mafia collegate a lui ed ai suoi sicari.

Dopo i controlli di routine ai quali siamo stati sottoposti, io, il collega Renato Farina che si era offerto di accompagnarmi, e lo stesso direttore, questi andò avanti da solo, per informare Riina della nostra visita, avanzando verso la sua ferrata, dalla quale usciva una musica celestiale, l’Ave Maria di Schubert. Riina, senza spegnere il televisore od abbassare il volume, chiese chi volesse incontrarlo, rispose che lui non gradiva vedere nessuno e che non era interessato, esprimendosi in stretto dialetto siciliano, che però io conoscevo bene, avendolo appreso dai miei nonni materni, siciliani anche loro, per cui avanzai d’impeto di fronte a lui presentandomi, ed informandolo sullo scopo della mia visita inaspettata. Naturalmente mi rivolsi a lui nel suo stesso dialetto, cosa che lo colpì molto, e che lo fece sorridere, oltre che autorizzare gli agenti ad aprire il cancello per farmi entrare.

«Allora lei mi capisce, s’accomodasse, prego trasisse» furono le sue prime parole, mentre allungava il braccio per porgermi la mano. Io ebbi un attimo di esitazione, ma poi quella stretta inevitabile mi diede un brivido, perché stavo ricambiando il saluto e stringendo la mano di un criminale assassino. Riina era vestito con una camicia bianca, pantaloni e scarpe nere senza stringhe, era sbarbato, e nonostante fosse quasi ottantenne, era brizzolato, pettinato ed ordinato, diritto come una spada, e non aveva l’aria sofferente. Notai subito un suo grosso gozzo tiroideo evidente e sporgente, e quando gli chiesi di visitarlo lui acconsentì, aprendo il collo della camicia, che era stirato, lindo e pulito, fresco di lavanderia.

Il direttore si era raccomandato di non accennare nella maniera più assoluta con il detenuto alle sue vicende giudiziarie, per cui parlammo soprattutto del suo stato di salute, della sua situazione cardiaca e degli altri problemi che si evidenziavano dalla sua cartella clinica. Lui si lamentava della difficoltà e della lentezza per ottenere le visite specialistiche che gli spettavano, ma quello che mi colpiva di più era il suo stato d’animo. Riina era spiritoso, a tratti addirittura ironico, e ci teneva a dimostrare che la detenzione non gli pesava, non lo piegava, che la accettava ma non la subiva. «Qui mi stanno facendo diventare un monachello sa, ma io ero tutt’altro…».

La sua cella era spoglia come quella dei frati, con un letto a branda, un solo cuscino, un comodino ed uno sgabello tondo di legno scuro vicino ad un piccolo tavolo. Sulle pareti nemmeno un crocifisso o una foto, ma un piccolo armadio senza sportelli con camicie, magliette e biancheria riposte in ordine, con una sola stampella con appesa una giacca blu. «Quando la indosso? Quando vengono gli avvocati, o quando, una volta al mese per un’ora sale su mia moglie. Io la aspetto e la vedo sempre volentieri, e mi faccio trovare ordinato. Perché io ho una buona mugliera lo sa? Le viene sempre da me, tutti i mesi prende la corriera, poi il treno e viene a trovarmi». In regime di41bis si ha diritto ad una sola visita al mese con un solo familiare a volta e ad una sola telefonata mensile.

«Se ho nostalgia della Sicilia? Ma quando mai, non sento nostalgia io, mai. Qui sto bene, mi trattano bene, mangio bene, sempre le stesse cose, ma non mi posso lamentare. E poi ho questi miei due angeli custodi (gli agenti di guardia) con i quali ogni tanto scambio qualche parola.

Non esco nemmeno per l’ora d’aria, o lo faccio raramente, se c’è qualcuno con cui scambiare una parola. Sa però cosa mi piacerebbe fare? Una bella passeggiata in galleria a Milano, quella bellissima con le vetrate, quella mi piacerebbe fare».

Al lato del letto di Riina era stato costruito un muretto alto meno di un metro, che nascondeva i sanitari, il water, il bidet ed il lavandino, ed ai quattro angoli del soffitto erano posizionate altrettante telecamere che osservavano il detenuto 24ore al giorno, anche nei suoi momenti di intimità, e sempre con la luce artificiale, accesa notte e giorno. Nella cella non c’era nessun giornale o rivista, ma solo il libro della Bibbia. «Io lo leggo tutte le sere, perché devo anche passare il tempo, che a volte sembra non passare mai. I giornali non mi arrivano. Di televisione ne vidu poca, mi annoia, guardo solo Canale5 e Rete4. Nemmeno i telegiornali guardo». Gli chiedo di scrivere, di vergare su carta le sue memorie e la sua verità, per lasciare una sua testimonianza, poiché lui ha fatto parte ed è stato un protagonista della storia più tragica di questo Paese.

«Scrivere? Ma quando mai! Io nulla scrivo o scriverò perché la mia vita e i miei ricordi sonno tutti qui nella mia testa» e mentre si batte la fronte con il palmo della mano, aggiunge: «Perché se un domani comparisse il mio nome sui libri di storia, non comparirà mai quellu che io avio dintro. Mai. Quello lo tengo per me, e me lo porterò nella tomba». E ridendo aggiunge: «Non scrivo nemmeno le lettere ai miei figli, che sento al telefono una volta al mese, perché qui non c’è riservatezza. I sentimenti sono privati. Le loro notizie le ho da mia moglie». Gli occhi piccoli e neri del Capo dei capi mi fissano nelle pupille, hanno lampi di luce e lo sguardo é penetrante, vivo e attento. A tratti è perfino galante nei miei confronti.

«Mi dicono che oggi c’è il sole, ed io la ringrazio di essere venuta, con una giornata cosi bella, a visitare questo vecchierello, di essersi interessata a mia, e alla mia salute, è stata gentile, la ringrazio davvero, è stato un piacere, e non le ho offerto nemmeno un caffè, mi siddia (mi secca), ma qui non ho modo di farglielo con le mie mani, non ho nemmeno un fuocherello da appicciare».

E la sua mano assassina ancora una volta si protende a stringere la mia, e cosi veniamo tutti congedati da Totò Riina, quando lui ha ritenuto di mettere line al colloquio. Il Capo dei capi è rimasto in piedi per tutto il tempo, anche mentre gli veniva richiusa la ferrata con quattro mandate di chiavi. Lui sorrideva e ha chinato il capo in un ultimo cenno di saluto. Prima di uscire ho dato un ultimo sguardo, ma sul pavimento del corridoio si vedeva solo il riflesso illuminato del cancello con la sua ombra eretta dietro. E mentre il rumore dei nostri passi rimbombava nello spazio vuoto, nell’aria si udiva ancora la musica sacra del concerto di Schubert.

Domanda: anche a Totò Riina va assicurato un «diritto a morire dignitosamente» che equivale a metterlo agli arresti domiliciari? Oppure, nonostante abbia 86 anni e la sua salute sia decisamente malmessa, deve restare in regime di carcere duro per ragioni di pericolosità o di principio? La questione è attuale, perché la Cassazione, a quanto pare, è della prima idea, mentre il tribunale di sorveglianza di Bologna è decisamente della seconda. Cercheremo si spiegare le ragioni di entrambe le parti, magari senza ammorbarvi troppo con le nostre valutazioni in merito.

Allora. Riina è in galera dall’inizio del 1993 e dapprima c’era il problema di isolarlo per fargli perdere contatto con le sue truppe in rovina, perciò fu messo in regime di carcere duro 41 bis (la prima versione, la più implacabile e decisamente anticostituzionale) che tra varie vessazioni funzionò alla grande: soprattutto quando restarono operative Pianosa e l’Asinara, carceri talmente orrende da indurre alla collaborazione anche i peggiori mafiosi. Riina era monitorato notte e giorno da una telecamera (anche in bagno) e non distingueva il giorno dalla notte. In pratica vedeva solo la moglie che gli portava notizie dei figli. Poi, allentato giocoforza il 41bis anche su pressione di vari organismi internazionali, Riina potè presenziare a qualche processo dove cercò di fare quello che ha sempre cercato di fare: accreditarsi come capo di una mafia che intanto non esisteva più, svuotata di ogni struttura gerarchico- militare, coi capi e i sottoposti progressivamente tutti in galera, con armi e droga e patrimoni sequestrati, la presa sul territorio allentata, i traffici ceduti a mafie non siciliane.

Dì lì in poi, Riina si è progressivamente acquietato e dalle intercettazioni (di cui era consapevole) è emerso una sorta di padre di famiglia con uscite paternalistiche che molti tuttavia si preoccupavano di interpretare o sovra-interpretare. Il processo-ectoplasma sulla “trattativa” è stata l’ultima occasione di Riina di inventarsi un contatto con la realtà degli ultimi 15 anni, coadiuvato da una preistorica “antimafia” (anche giornalistica) molto impegnata a inseguire fantasmi del passato e improbabili link col presente, tipo la panzana che Riina volesse far uccidere il pm Nino Di Matteo (che Riina probabilmente non sapeva neanche chi fosse).

L’ultima fase è più o meno l’attuale: Riina è in carcere a Opera, ha 86 anni ed è affetto da duplice neoplasia renale, neurologicamente è discretamente rincoglionito (o «altamente compromesso», se preferite) e non riesce neppure a stare seduto per via di una grave cardiopatia. Insomma, non ne ha per molto. Il suo isolamento è peggiorato dal fatto che nessuno vuole condividere la cella con lui: troppi controlli e cimici, essendo lui ipersorvegliato.

Ma Riina, secondo altri, resta sempre Riina. La Direzione antimafia lo considera a tutt’oggi il Capo di Cosa Nostra, benché non esista più Cosa nostra: ma si teme che i corleonesi – non è chiaro quali – dopo 25 anni possano riorganizzarsi. Per questa ragione il Tribunale di sorveglianza di Bologna, ancora l’anno scorso, respinse ogni richiesta di differimento o concessione degli arresti domiciliari, ed evidenziò «l’altissima pericolosità» e «l’indiscusso spessore criminale», dopodiché osservò pure che non vedeva incompatibilità tra le sue infermità e la detenzione in carcere: tutte le patologie risultavano monitorate, al punto che, quando necessario, era stato ricoverato in ospedale a Parma.

Invece la Cassazio – ne, a cui hanno ricorso i legali, è stata di diverso avviso, e ha invitato il Tribunale a ripensarci: ha accolto il ricorso nel marzo scorso, anche se l’abbiamo saputo solo ora. La Suprema corte ha detto che il Tribunale non aveva considerato «il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico», poi che un giudice dovrebbe (doveva) motivare «se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tale intensità» da oltrepassare la «legittima esecuzione di una pena», e che non si capisce come possano essere compatibili la condizione di Riina e la stretta detenzione riservata a un vecchio. Perciò va affermato il suo «diritto di morire dignitosamente», anche perché non si vede che cosa potrebbe comandare, ridotto com’è.
Chi ha ragione? In ogni caso, il Tribunale di sorveglianza di Bologna ci tornerà sopra il 7 luglio prossimo. Dovessimo scommettere, premetteremmo anzitutto che non c’è giurisprudenza che non tenga conto dell’umore del Paese: ed è una fase, questa, in cui molti italiani e parlamentari continuano a pensare che la repressione penale debba avere un carattere punitivo e non rieducativo, come pure prevederebbe l’articolo 27 della Costituzione. In carcere si deve andare a star male, questo il sentire comune. Non fu diverso, del resto, per Bernardo Provenzano: la stessa Cassazione riconobbe che fosse affetto da patologie «plurime e gravi di tipo invalidante» ma disse pure che era compatibile con la galera. Il boss morì agli arresti ospedalieri nel luglio dell’anno scorso, sempre al 41 bis.

Nel merito della valutazione delle effettive condizioni di salute di Salvatore Riina, non vuole entrare, tanto più che nella sentenza della Cassazione si parla di valori universali e intangibili come quelli della dignità della persona in qualunque condizione si trovi. Ma davanti alle scarcerazioni, non solo quella del capo dei capi, il questore di Palermo Renato Cortese ammette di essere preoccupato. Tornato da poco nel capoluogo siciliano dove aveva guidato la sezione Catturandi della Squadra mobile fino ad arrestare nel 2006 Bernardo Provenzano, il dirigente da qualche tempo guarda al territorio palermitano con una certa apprensione.

 Lei cosa ne pensa? «Non entro nel merito della decisione presa dai supremi giudici che, tra l’altro, rimettono la valutazione al tribunale di Sorveglianza. C’è però un tema più generale che riguarda la scarcerazione di importanti boss in Sicilia che, col loro ritorno sul territorio potrebbero influire sulla situazione attuale. Al momento, la mafia non è morta ma è effettivamente in difficoltà, tanto più dopo sequestri e confische di beni per importi molto consistenti. Questo non vuol dire che l’organizzazione non faccia affari, anzi nei momenti in cui le armi tacciono spesso gli investimenti economici proliferano. Ma il momento di crisi è evidente, l’organizzazione ha perso da tempo una guida stabile e il volume di affari sembra essersi comunque ridotto».

Ci sono state delle scarcerazioni che la preoccupano? «Negli ultimi mesi ci sono state diverse scarcerazioni di peso, personaggi che sono stati in carcere e dopo quindici o venti anni tornano sul territorio con un impatto che va monitorato attentamente e che può cambiare la situazione attuale di relativa calma. Se a tornare nell’organizzazione sono teste pensanti queste possono essere in grado di coagulare attorno a sé un certo consenso e di rinvigorire Cosa nostra».

E’ una valutazione che può riguardare anche Riina? Il capo dei capi sembra essere molto malato, non è detto che sia in grado di decidere… «La valutazione la faranno i giudici. E’ difficile conoscere le sue effettive capacità, certo è un dato di fatto che Riina è ancora formalmente il capo in vigore di Cosa Nostra, l’ultimo il cui ruolo sia stato formalmente votato dalla Commissione provinciale, il massimo organismo decisionale della mafia siciliana». Dunque potrebbe avere un ruolo simbolico la sua sola presenza fuori dal carcere? «Anche questo è difficile da dire, Riina probabilmente è un discorso a parte rispetto a qualunque altro boss che sia uscito dal carcere negli ultimi anni».

Lei dice di essere preoccupato per le scarcerazioni, ma la maggior parte avvengono per il decorso naturale per la pena o, appunto, per gravi problemi di salute. Come è possibile impedirle? «Ovviamente non possiamo impedirle, ma è normale che i tecnici che sono sul territorio e lavorano al contrasto della mafia non possono non attivarsi per evitare una recrudescenza dell’organizzazione. Sono tutti aspetti che devono essere valutati con attenzione, anche perché in alcuni casi le scarcerazioni non avvengono per semplice decorrenza dei termini». Si riferisce a qualche caso in particolare? «Non voglio parlare di casi concreti perché non sarebbe giusto e non rientra nei miei compiti».

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