Muore a 40 anni dopo aver partorito due gemelli: bloccati i funerali

La donna, dopo il cesareo al Cto, è stata trasferita d’urgenza al Brotzu, dove però sono stati inutili i tentativi dei medici di salvarle la vita. I due piccoli stanno bene

Non c’è pace per la famiglia di Roberta Porru, la 39enne di Iglesias (Ca) morta domenica sera in seguito ad una complicazione sopravvenuta dopo un parto gemellare con taglio cesareo avvenuto l’8 aprile all’ospedale Cto di Iglesias. Ieri a tarda sera, dopo una dettagliata denuncia del deputato di Unidos Mauro Pili, che ha ricostruito le ultime ore di vita della donna dopo il parto, è stato bloccato il funerale, che si sarebbe dovuto celebrare oggi.

Lo comunica la regione Sardegna. Una donna di 40 anni, Roberta Porru, di Iglesias, nel Sulcis, è ricoverata in fin di vita nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Brotzu di Cagliari: già avviate le procedure per la dichiarazione di morte. Attorno alle 20 la madre, per l’aggravarsi delle sue condizioni, è stata trasportata all’ospedale Brotzu, in rianimazione.

Capita così che le tragiche complicazioni legate al parto non rappresentino più da anni un’eventualità comune da mettere in conto nel momento in cui si decide di iniziare il lungo cammino, ma una triste eccezione, spesso legata a casi di malasanità o a errori medici tali da fare legittimamente gridare allo scandalo.

Alle 16 di sabato però esami di routine, ripetuti alle 22 hanno evidenziato valori di emoglobina e piastrine nel sangue ridotti, che hanno portato i medici a disporre due trasfusioni. La donna è arrivata in ospedale sabato scorso, e dopo qualche ora ha partorito due gemelli tramite il parto cesareo: i neonati, un maschio e in femmina, godono di buona salute.

Poco dopo le 4 la donna è stata sottoposta a consulenza anestesiologica. “Nel pomeriggio di domenica 9, mentre parlava con gli operatori sanitari, la signora accusa un malore e viene sottoposta a Tac total body, che evidenzia la presenza di emorragia cerebrale – prosegue la nota – Alle 18 viene disposto trasferimento alla Neurochirurgia dell’ospedale San Michele di Cagliari”. La Direzione generale ha aperto un’indagine interna per chiarire ulteriormente quanto accaduto al Cto e al Santa Barbara.

“Il coma è come un black-out”

Neuropsicologa e psicoterapeuta, Paola Chiambretto, 32 anni, è responsabile del servizio di psicologia della Cooperativa Sociale Vitaresidence che gestisce due reparti per pazienti in stato vegetativo e post comatosi a Guanzate e a Legnano, in strutture extraospedaliere Residenze Sanitarie Assistenziali (Rsa). Quando si entra in coma? Dopo un evento acuto, un trauma, un incidente stradale, un ictus o un arresto cardiocircolatorio che, per qualche minuto, causano l’arresto del flusso sanguigno al cervello.

Senza ossigeno, le cellule cerebrali muoiono. Dopo quanti minuti muoiono? Tre-cinque minuti bastano per creare lesioni importanti. Il cervello dopo un evento acuto presenta una grave sofferenza che causa il coma. Il coma è come un black out? Sì, un black out generale, una lesione del sistema nervoso centrale (Snc) per cui tutte le funzioni vitali sono in grossa difficoltà, devono essere supportate per funzionare. Il cervello non invia più stimoli corretti per far funzionare la “macchina corpo”. Il paziente viene assistito in terapia intensiva, la sua vita è legata al supporto delle macchine.

Questo stato di coma non dura per sempre? No, a un certo punto una parte del cervello ricomincia a funzionare: è la “centralina dello stand by”, il sistema neurovegetativo del nostro cervello situato a livello del troncoencefalo (pensate alla lucetta della Tv quando è spenta) che sovrintende al respiro autonomo, all’alternanza sonno-veglia. Il paziente dorme, russa, riapre gli occhi quando si sveglia, fa movimenti anche minimi, a volte emette suoni, piange ma non riconosce l’ambiente, vive senza l’ausilio delle macchine ma senza contatti con l’ambiente. È come sospeso.

Questo è lo stato vegetativo? Esattamente, c’è ma è come se non ci fosse, si è risvegliato, ha fatto un passo avanti, è vivo ma è in una condizione vegetativa. Un termine che sembra assimilare alla condizione dei vegetali. Infatti è un termine aborrito dai familiari. Per assonanza ricorda le piante, invece è da riportare ad una dimensione medica, clinica, scientifica. Significa che quello che funziona nel paziente è il sistema vegetativo. Che assistenza è necessaria in questo stadio, lo stadio di Terry Schiavo? Il paziente va accudito, dalla A alla Zeta, deve essere alimentato con un sondino che entra nello stomaco. È uno stadio, come uno scalino che ogni paziente in coma deve fare.

Per alcuni è solo uno scalino, per altri può essere un momento di arrivo. Cosa accade al secondo scalino? Ci sono i pazienti minimal responder, che hanno una risposta minima agli stimoli dell’ambiente, chiudono gli occhi per dire sì, una condizione di responsività che può anche variare nella giornata. Una ripresa di coscienza magari intermittente. Proseguiamo. Al terzo stadio aumentano tutte le capacità di contatto con l’ambiente, vigilanza, il paziente esprime qualche parola, muove qualche passo. A volte, invece, controlla solo le palpebre ma è assolutamente lucido, cosciente, ha integrato la capacità di comprendere. Tornando allo stadio vegetativo, si sente il dolore? Non si sa, ma l’impressione è che lo sentano. Però il dolore, seppur avvertito, non è percepito nella sua componente discriminatoria.

È come se dessimo un pizzicotto leggero a una persona che dorme tale da non farlo svegliare. La persona avverte il pizzicotto (sposta il braccio), ma, non ne è consapevole. Il dolore, il fastidio si esprime con increspature della bocca, piccoli grugniti. Nello stato vegetativo è sempre a livello non cosciente perché la parte corticale del cervello, quella più esterna, più evoluta, non è più coinvolta, non è in contatto con la parte vegetativa, le informazioni non arrivano. Come se un ascensore si fermasse a metà strada, non arrivasse all’attico. Questi pazienti sono il risultato dei progressi della medicina che li strappa a morte certa. Siamo preparati? Non ancora abbastanza. C’è una nebbia. Spesso vengono ricoverati qua o là, è una realtà nuova. Saranno sempre di più. La medicina è avanti, ma la cultura dell’assistenza non ha tenuto il passo. Dobbiamo fare molta strada.

Ha visto le sue bambine. Due gemelle bellissime e sane. Era stanca, come è stanca ogni madre dopo la dolorosa prova del parto portato a termine col taglio cesareo. Ma nessuno all’ospedale Cto di Iglesias avrebbe immaginato ciò che sarebbe accaduto trentasei ore più tardi, quando Roberta Porru, 39 anni, ha accusato un malore, ha perso i sensi e infine è morta dopo un passaggio alla rianimazione del Santa Barbara e un tentativo estremo di farla uscire dallo stato di coma cerebrale in cui era caduta, condotto dai neurologi del Brotzu, a Cagliari. Tutto inutile: la dichiarazione formale di morte è stata firmata alle 15 di ieri, per chi ha cercato di salvarla la causa del decesso è un’improvvisa emorragia cerebrale. Ma forse – è soltanto un’ipotesi circolata negli ambienti medici – l’emorragia potrebbe essere legata a una gestosi e alla conseguente crisi ipertensiva. Non sembra esserci altro, perché ripercorsa nelle relazioni dei tre ospedali la giornata e mezzo trascorsa dalla donna dopo il parto non lascia campo libero ad alcun sospetto di errore medico.
Una fatalità. Se la Procura dovrà occuparsi di questa tragedia dipende dal marito e alla sua scelta di chiedere o no un accertamento giudiziario. Perché la direzione sanitaria del grande ospedale cagliaritano e l’Ats, l’azienda sanitaria unica, hanno esaminato ogni aspetto di questa brutta storia per concludere, è scritto in una nota diffusa dalla direzione generale, che «il fatto accaduto ha carattere di imprevedibilità, rarità e non sembra in relazione col parto». In altre parole il caso di Roberta Porru appartiene alla sfera del possibile, la mala- sanità non c’entra. Quindi – a giudizio dei vertici sanitari – non c’è ragione di coinvolgere gli uffici di piazza Repubblica. Se sorgeranno interrogativi sarà l’inchiesta interna aperta dall’Ats a chiarirli, sempre che la magistratura non venga chiamata in causa dalla famiglia.

Sì all’espianto. Le gemelline neonate stanno bene, cresceranno senza la mamma insieme al fratellino più grande. Un carico emotivo enorme per il padre, che seppure sconvolto ha autorizzato l’espianto degli organi. Su questo aspetto gli specialisti del Brotzu non si sono ancora espressi, sono in corso le valutazioni tecniche necessarie. Il parto. Il comunicato ufficiale diffuso dall’azienda sanitaria contiene il racconto ora per ora dell’ultima giornata vissuta da Roberta Porru: «Da quanto emerge dalla ricostruzione dei medici del reparto, la signora è stata sottoposta a taglio cesareo sabato 8 aprile, alle ore 9.12 – riferisce l’Ats – la paziente ha avuto un decorso post-operatorio senza problemi. Alle 16 di sabato vengono effettuati esami di routine, ripetuti alle 22, che evidenziano valori di emoglobina e piastrine nel sangue ridotti». La circostanza induce i medici a disporre due trasfusioni: «Poco dopo le 4 – prosegue la nota – la signora si sottopone a consulenza anestesiologica. Alle 6.30 viene trasferita nel reparto di rianimazione del Santa Barbara». Lo stato di salute della donna precipita il giorno dopo: «Nel pomeriggio di domenica 9, mentre parlava con gli operatori sanitari – informa ancora la nota – la signora accusa un malore e viene sottoposta a Tac total body (un esame diagnostico completo, ndr) che evidenzia la presenza di emorragia cerebrale – scrive ancora l’Asl unica – e alle 18 viene disposto il trasferimento alla neurochirurgia dell’ospedale di Cagliari. Dall’azienda ospedaliera Brotzu confermano che al suo arrivo, alle 19.23, la paziente è stata sottoposta a Tac. Alle 20 è stata trasferita nel reparto di rianimazione, fino alla morte avvenuta oggi (ieri, ndr) alle 15.15. Il marito ha dato il consenso alla donazione degli organi». La morte. Secondo la relazione «quanto accaduto ha carattere di imprevedibilità, rarità e non sembra in stretta relazione con il parto: a una prima ricostruzione, l’emorragia cerebrale si è verificata dopo circa trenta- sei ore dal parto. La direzione generale dell’Ats esprime al marito, ai figlioletti e ai familiari della signora massima disponibilità e solidarietà in questo tristissimo momento»

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