Marijuana assunta in piccole quantità rallenta la demenza e invecchiamento del cervello

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Si sta molto discutendo, negli ultimi giorni, di un eccezionale ricerca portata avanti nello specifico nei laboratori dell’Università di Bonn e della Hebrew University di Gerusalemme ed intenta a rivelare un particolare e potenziale effetto benefico della cannabis che in futuro potrebbe essere aggiunto alla lista attualmente presente.

Infatti sempre più spesso si sente parlare di cannabis medica alla quale sono collegati numerosi effetti benefici e terapeutici tra questi quello antidolorifico, stimolante dell’appetito ed in ultimo anche antispastico. Nell’effettuare tale ricerca ecco che i ricercatori sopra citati hanno voluto dimostrare che agli effetti benefici della cannabis medica potrebbe essere aggiunto quello di essere un importante e potente antiaging sottolineando quindi che potrebbe essere in grado di favorire o comunque migliorare la memoria e l’apprendimento ed in generale le facoltà cognitive negli anziani. Per effettuare tale ricerca i ricercatori hanno preso in esame i topi ovvero animali dal ciclo di vita piuttosto breve e che solitamente tendono a mostrare i primi segni di cedimento cognitivo intorno ai 12 mesi di vita.

Per effettuare tale studio gli scienziati hanno somministrato THC ovvero il principio attivo della cannabis, per un mese a topi di due mesi, un anno e 18 mesi osservandone successivamente gli effetti e sottoponendo gli animali ad alcuni test. I risultati sono stati davvero sorprendenti in quanto sia a 12 che 18 mesi di età i topi che avevano ricevuto il Thc hanno mostrato di essere in possesso di funzioni cognitive assolutamente paragonabili a quelle dei topi di soli due mesi. Sulla vicenda si è nello specifico espresso il coordinatore dello studio ovvero Andreas Zimmer, dell’Università di Bonn il quale ha dichiarato “Il trattamento ha invertito completamente il normale declino cognitivo negli animali anziani”, concludendo poi “Il Thc sembra quasi portare indietro l’orologio molecolare del cervello”. 

Anche Andras Bilkei-Gorzo, dell’Institute of Molecular Psychiatry della stessa università in cui è stata condotta la ricerca ha espresso il suo pensiero in merito allo studio in questione e soprattutto in merito a quelli che sono i risultati ottenuti e a tal proposito ha dichiarato “Se riuscissimo a ringiovanire il cervello in modo da ‘regalare’ dai cinque ai dieci anni in meno senza il bisogno di ricorrere a medicinali extra avremo fatto molto di più di quanto avremmo mai potuto immaginare“. E’comunque opportuno precisare che tra l’essere umano e i topi vi sono delle differenze ma nonostante ciò i ricercatori sembrano essere abbastanza fiduciosi del fatto che gli effetti della cannabis potrebbero contrastare quello che è l’effetto dell’invecchiamento cerebrale anche nella nostra specie e questa scoperta, se fosse reale, sarebbe davvero sorprendente e molto importante ma al momento non è ancora possibile affermarlo con certezza.  Michael Bloomfield, docente di psichiatria alla University College London ha dichiarato “Ciò che è particolarmente eccitante di questo studio è che apre le porte alla conoscenza del sistema endocannabinoide, un obiettivo potenziale per nuove strade della ricerca su malattie come la demenza”.

Droghe e maturazione del cervello

Molti ragazzi e genitori si rivolgono a noi, a volte con scetticismo, chiedendoci quali siano i reali danni delle droghe e dell’alcol sul cervello. Pensano che in realtà le nostre raccomandazioni a non usare alcun tipo di droghe siano solo allarmismi. Le argomentazioni scientifiche che possiamo produrre per dimostrare quanto le sostanze possono essere dannose per il proprio cervello e quindi per la mente sono moltissime ma spesso di difficile comunicazione e spiegazione per la loro complessità scientifica. Una informazione su tutte però appare particolarmente comprensibile nella sua drammatica chiarezza: il cervello comincia la sua maturazione acquisendo gli stimoli del mondo esterno a partire dalla nascita, ma completa tale processo tra i 20 e i 21 anni con importanti varianti individuali. La figura soprariportata illustra tale evoluzione dove le aree giallo, verde, arancione rappresentano le aree di immaturità cerebrale particolarmente presenti nei primi anni di vita che vanno via via riducendosi col progredire dell’età fino a raggiungere la completa maturazione, rappresentate dal colore blu-viola dopo i 20 anni. Come è comprensibile, durante tutto questo processo le cellule cerebrali sono particolarmente sensibili e la loro fisiologia e naturale maturazione può venire facilmente alterata e deviata dai forti stimoli provenienti dall’esterno quali per l’appunto quelli prodotti dalle droghe e dall’alcol. Va chiarito che tutte le sostanze stupefacenti sono psicoattive e in grado, anche a basse dosi, di interferire con questa maturazione cerebrale. Mentre le cellule cerebrali maturano e le relazioni tra esse si consolidano, la persona sviluppa sempre di più la sua personalità e il suo funzionamento mentale. Risulta evidente anche ai non esperti che, se il cervello di un ragazzo in piena maturazione, viene bombardato con sostanze in grado di stimolare enormemente e intossicare le cellule nervose in evoluzione (e quindi particolarmente sensibili) non potrà avere uno sviluppo fisiologico ma sarà deviato dalla sua naturale evoluzione. I danni quindi, che queste sostanze sono in grado di produre nel cervello dei ragazzi, che è la fascia di popolazione che ci preoccupa di più, scardinano importanti e delicati sistemi neuropsicologici all’interno di un sistema cerebrale in piena maturazione, creando, oltre a documentabili danni fisici, anche il persistere di percezioni alterate del proprio essere e del mondo esterno. Queste percezioni vengono memorizzate dall’individuo creando quindi una distorsione cognitiva che può permanere per moltissimo tempo se non addirittura per tutta la vita, condizionando il “sentire”, il “pensare”, il “volere” e, in ultima analisi, il proprio comportamento. Molti ragazzi usano nell’età dell’adolescenza droghe e alcol esponendo se stessi ad una violenza neurologica e psichica di cui ignorano sicuramente la gravità. Spero che quanto qui scritto possa farli riflettere sulla cosa migliore da fare.

Che cos’è la marijuana?

La marijuana – in inglese spesso chiamata “pot”, “grass”, “weed”, “mary jane” o “mj” – è una miscela verdastrogrigia di foglie, gambi, semi e fiori di canapa Cannabis sativa essiccati e tagliuzzati. La maggior parte dei consumatori fuma marijuana sotto forma di sigarette fatte a mano, chiamate anche “joints” (spinelli), altri usano pipe o pipe d’acqua (“bongs”). Si sono diffusi anche i sigari di marijuana (“blunts”) realizzati sostituendo il tabacco con la marijuana spesso mescolata ad altre droghe come crack o cocaina. La marijuana viene usata anche per preparare il the e a volte come ingrediente nei cibi. Il principale principio attivo nella marijuana è il delta-9- tetraidrocannabinolo (THC) responsabile degli effetti psicoattivi della droga. L’ammontare di THC (che è anche il principio psicoattivo dell’hashish) determina la potenza e, perciò, gli effetti della marijuana. Tra il 1980 ed il 1997, la THC è aumentata nella marijuana disponibile negli Stati Uniti. Qual’è l’entità dell’uso/abuso di marijuana negli Stati Uniti? ( conetrazione drammaticamente concentrazione di La marijuana è la sostanza illegale più comunemente usata negli Stati Uniti. Nel 2004, 14,6 milioni di Americani di 12 anni e più avevano utilizzato marijuana almeno una volta nella vita. Nello stesso anno circa 6000 persone al giorno hanno pari a 2,1 milioni di Americani. Di questi, il 63,8% era minorenne. Nella seconda metà del 2003 la marijuana era la terza sostanza usata e menzionata (12,6%) più di frequente al pronto soccorso, dopo la cocaina (20%) e l’alcol (48,7%). Tra il 2003 e il 2004 la prevalenza d’uso nel corso della vita, nell’ultimo anno e nell’ultimo mese è rimasta stabile tra i giovani di 15 – 17 anni. Si assiste invece ad una diminuzione significativa dell’uso nell’ultimo mese tra i 13enni, e un notevole aumento della percezione di nocività della marijuana, fumata una o due volte e regolarmente. La tendenza alla utilizzato marijuana per la prima volta, disapprovazione dell’uso di marijuana (una o due volte, occasionalmente) è aumentata anche tra i 13enni e i 15enni.

Come agisce la marijuana sul cervello? Quando la marijuana viene fumata, il suo principio attivo (THC) passa rapidamente dai polmoni a tutto il corpo incluso il cervello, attraverso il flusso sanguigno. Nel cervello, il THC si lega a siti specifici chiamati recettori de cannabinoidi situati sulle cellule nervose ed esercita un’influenza sulla loro funzione. I recettori dei cannabinoidi si trovano soprattutto nelle zone del cervello che regolano il movimento, la coordinazione, l’apprendimento e la memoria, e le funzioni cognitive complesse come il giudizio e il piacere.

Quali sono gli effetti acuti derivanti dall’uso di marijuana? Gli effetti della marijuana si manifestano subito dopo l’ingresso della droga nel cervello e durano da una a tre ore. Se la marijuana viene assunta attraverso il cibo o le bevande, gli effetti a breve termine si manifestano più lentamente, di solito dopo mezz’ora o un’ora, e durano di più, anche fino a 4 ore. Fumare marijuana porta ad un rilascio di THC nel sangue di gran lunga maggiore rispetto all’assunzione attraverso cibo o bevande. Pochi minuti dopo l’inalazione del fumo di marijuana, il cuore comincia a battere più rapidamente, le vie bronchiali si rilassano e si dilatano e i vasi sanguigni negli occhi si espandono facendoli arrossire. Il battito cardiaco, normalmente 70/80 battiti al minuto, può avere un aumento di 20/50 battiti al minuto o, in altri casi, può perfino raddoppiare. Quest’effetto può aumentare se con la marijuana vengono assunte altre droghe. Come quasi tutte le droghe, quando il THC entra nel cervello produce immediatamente euforia agendo sul sistema di gratificazione e stimolando così il rilascio di dopamina. Un consumatore di marijuana può provare delle sensazioni piacevoli, i colori e i suoni possono sembrare più intensi e il tempo sembra passare più lentamente. Si ha una mancata salivazione e improvvisamente ci si può sentire molto affamati e assetati. Le mani possono tremare o diventare fredde. Dopo la fase iniziale, l’euforia passa e possono verificarsi sonnolenza o depressione. Qualche volta, l’uso della marijuana provoca ansia, paura, diffidenza nei confronti degli altri o panico.

Secondo uno studio condotto dalla “National Highway Traffic Safety Association” (Associazione nazionale per la sicurezza stradale, ndt.), una dose modesta di marijuana da sola può influire negativamente sulla capacità di guidare; tuttavia, gli effetti di una dose bassa di droga assunta in combinazione con alcol sono decisamente più forti rispetto ad un’assunzione di sola marijuana o di solo alcol. Gli indici misurati relativi alla capacità di guidare includevano il tempo di reazione, la frequenza di ricerca visuale (dove il conducente controlla le strade laterali), e l’abilità di percepire e/o rispondere a variazioni nella velocità di altri veicoli. I consumatori che hanno assunto dosi elevate di marijuana possono provare psicosi tossica acuta con la presenza di allucinazioni, illusioni e depersonalizzazione (perdita del senso d’identità personale). Anche se le cause specifiche di questi sintomi rimangono ignote, sembra che si manifestino più frequentemente quando un’alta dose di cannabis viene assunta con il cibo o nelle bevande anziché fumata in uno spinello.

Qual è l’effetto dell’uso di marijuana sulla salute fisica?

La relazione tra l’uso di marijuana e l’abitudine a fumare era particolarmente forte fra coloro che fumavano la marijuana quotidianamente al momento dell’intervista iniziale, vale a dire 13 anni prima dell’intervista di follow-up. Uno studio su 450 individui ha riscontrato che le persone che fumano marijuana frequentemente, ma non fumano tabacco, hanno più problemi di salute e perdono più giorni di lavoro dei non fumatori (di marijuana). Molti dei giorni di malattia in più erano dovuti a malattie respiratorie. Anche un uso non frequente di marijuana può provocare bruciore e irritazione in bocca e nella gola, spesso accompagnato da tosse pesante. Un individuo che fuma marijuana regolarmente può essere soggetto a molti degli stessi problemi respiratori che colpiscono i fumatori di tabacco: es. tosse abituale e produzione di catarro, una più alta frequenza di malattie respiratorie acute, un più elevato rischio d’infezioni ai polmoni e una tendenza a soffrire di ostruzione delle vie aeree. Fumare marijuana può favorire anche l’insorgere di un cancro del tratto respiratorio e dei polmoni. Uno studio comparato su 173 pazienti con cancro e 176 individui sani, ha fortemente evidenziato che fumare marijuana incrementa la probabilità di sviluppare il cancro; più si fuma marijuana più aumenta questa possibilità. Un’analisi statistica dei dati ha indicato che fumare marijuana raddoppia o triplica il rischio della comparsa di queste forme di cancro.

La marijuana favorisce potenzialmente lo sviluppo del cancro ai polmoni e in altre parti del tratto respiratorio perché contiene agenti irritanti e cancerogeni. Il fumo di marijuana, infatti, contiene dal 50 al 70% di idrocarburi cancerogeni in più rispetto al fumo di tabacco. Inoltre, produce alti livelli di un enzima che trasforma certi idrocarburi nella loro forma cancerogena. Questi livelli possono accelerare le variazioni che alla fine producono cellule maligne. Di solito i consumatori di marijuana aspirano più profondamente e trattengono il respiro più a lungo rispetto ai fumatori di tabacco; questo aumenta l’esposizione dei polmoni al fumo cancerogeno. Questi fatti suggeriscono che, a parità di sigarette, il fumatore di marijuana è più soggetto al rischio di un cancro rispetto al fumatore di solo tabacco. Ci possono essere effetti avversi per la salute provocati da marijuana dovuti al fatto che il THC danneggia la capacità del sistema immunitario di combattere le malattie infettive e il cancro. Esperimenti di laboratorio che hanno esposto cellule di animali e cellule umane a THC e ad altre sostanze contenute nella marijuana, hanno dimostrato che in molti tipi di cellule immunitarie le normali reazioni di prevenzione di una malattia si inibiscono. Altri studi sui topi esposti a THC, o sostanze simili, hanno rivelato che questi animali avevano una maggiore probabilità di sviluppare infezioni batteriche e tumori rispetto a topi non esposti. Uno studio ha indicato che il rischio che una persona subisca un infarto cardiaco entro la prima ora dopo aver fumato marijuana è quattro volte più alto del rischio normale per quel soggetto. I ricercatori hanno ipotizzato che questo può essere in parte dovuto al fatto che la marijuana alza la pressione sanguigna e il battito cardiaco e riduce la capacità del sangue di distribuire ossigeno.

Marijuana, memoria e ippocampo Il danno che la marijuana provoca alla memoria a breve termine sembra essere dovuto al fatto che il THC altera il modo in cui l’ippocampo (una delle aree del cervello responsabile della memoria) elabora le informazioni. Ratti di laboratorio ai quali è stato somministrato THC hanno mostrato una ridotta abilità di eseguire compiti che richiedevano l’uso della memoria a breve termine analoga a quella mostrata da altri ratti ai quali sono state distrutte le cellule nervose dell’ippocampo. I ratti trattati con THC avevano inoltre una maggiore difficoltà con i compiti al momento di massima interferenza della droga con il normale funzionamento delle cellule dell’ippocampo. Man mano che le persone invecchiano, normalmente perdono neuroni nell’ippocampo e diminuisce così la loro abilità di ricordare eventi. L’esposizione cronica a THC può accelerare la perdita di neuroni dell’ippocampo che avviene normalmente con l’invecchiamento. In una serie di studi, ratti esposti a THC ogni giorno per 8 mesi (approssimativamente il 30% della loro aspettativa di vita), esaminati a 11 o 12 mesi di età, presentavano una perdita di cellule nervose equivalente ad animali con il doppio della loro età.

Le sostanze simili al THC che si trovano naturalmente nell’organismo Gli effetti del THC sul nostro organismo sono dovuti in gran parte alla sua somiglianza con una famiglia di sostanze chimiche naturali simili alla Cannabis, i cannabinoidi endogeni. La forma della molecola di THC, così simile a quella dei cannabinoidi endogeni, le permette di interagire sulle cellule nervose con gli stessi recettori con cui i cannabinoidi endogeni interagiscono, influenzando quindi molti degli stessi processi. La ricerca ha dimostrato che i cannabinoidi endogeni aiutano a controllare una vasta gamma di processi mentali e fisici nel cervello e in tutto il corpo, inclusa la memoria, la percezione, la coordinazione motoria di precisione, le sensazioni di dolore, l’immunità alle malattie e la riproduzione. Quando si fuma marijuana, il THC stimola eccessivamente i recettori dei cannabinoidi portando ad una disgregazione del controllo normale dei cannabinoidi endogeni. Questa stimolazione eccessiva produce l’ebbrezza provata dai fumatori di marijuana. Col tempo, il THC può degradare i recettori dei cannabinoidi, ed è possibile che produca effetti avversi permanenti e contribuisca a una dipendenza con il rischio di crisi di astinenza.

Quali sono le conseguenze dell’utilizzo di marijuana sul rendimento scolastico, lavorativo e nella vita sociale? Gli studenti che fumano marijuana ottengono voti più bassi e hanno meno probabilità di diplomarsi rispetto ai loro compagni di classe che non fumano. I lavoratori che fumano marijuana sono più inclini ad avere problemi sul lavoro rispetto ai colleghi che non fumano. Molti studi hanno associato l’abitudine di alcuni lavoratori a fumare marijuana con le assenze, i ritardi, gli incidenti, le lamentele per la retribuzione e il cambio frequente di lavoro. In uno studio comparato i ricercatori hanno sottoposto studenti, fumatori e non fumatori di marijuana, a prove standardizzate di abilità verbali e matematiche. I punteggi risultavano significativamente più bassi nei fumatori rispetto ai non fumatori. Uno studio sui lavoratori ha riscontrato che coloro che fumavano marijuana (sul posto di lavoro o fuori dall’orario di lavoro) mostravano con maggiore frequenza “comportamenti di abbandono”: – lasciavano il lavoro senza permesso, sognavano ad occhi aperti, utilizzavano l’orario di lavoro per questioni personali ed evitavano di portare a termine i propri compiti – il che influiva negativamente sulla produttività. Depressione, ansia e disturbi della personalità sono tutti associati all’uso di marijuana. La letteratura dimostra chiaramente che l’uso di marijuana causa potenzialmente problemi nella vita quotidiana o peggiora problemi personali già esistenti. Accertato che la marijuana compromette l’abilità di imparare e ricordare informazioni, più se ne fa uso, più si è soggetti a rimanere indietro nelle abilità intellettuali, lavorative e sociali. La ricerca ha, inoltre, dimostrato che l’effetto negativo dell’uso di marijuana sulla memoria e sull’apprendimento può protrarsi per giorni o per settimane dopo la fine degli effetti acuti dell’uso della droga.

Il suo primo scritto,uscito nel 1968,e poi il libro Marijuana Reconsidered riflettevano le sue scoperte: a confronto con altre sostanze psicoattive e anche con altri farmaci moderni considerati sicuri, quali l’aspirina, la canapa è una sostanza assai più sicura. Queste conclusioni fecero scalpore, naturalmente nell’America culla del proibizionismo: ma come, un docente di Harvard, un’autorità indiscussa in campo scientifico osava sostenere che la canapa era meno pericolosa dell’alcol e del tabacco? Se pensiamo che la stessa tesi, sostenuta trent’anni dopo dall’accademico di Francia Bernard Roques, ha di nuovo suscitato scandalo, meglio si capisce il coraggio politico e la statura umana, oltre che scientifica, di Lester Grinspoon. Non a caso, nella sua storia, l’impegno di ricerca si intreccia con la pratica clinica e la militanza politica.

Grinspoon è sempre stato in prima linea nell’assistere i tanti pazienti che a lui si rivolgono per avere le informazioni sulla canapa, spesso rifiutate dai medici curanti. Il sapere proveniente dalle testimonianze dei malati è la base dell’altra famosa opera,Marijuana, the forbidden medicine. Grinspoon ha sempre difeso il valore delle evidenze aneddotiche a sostegno delle proprietà terapeutiche della canapa, anche in assenza di sperimentazioni cliniche controllate: è questa una delle sue argomentazioni preferite, ampiamente documentata in questo volume (cfr. Una ricchezza da sfruttare).

Si farebbe torto a Lester Grinspoon a confinarlo al tema della canapa medica. La sua ricerca procede a tutto campo, così come a tutto campo è iniziata. Particolarmente interessante, a questo proposito, è la sua tesi circa la versatilità, com’egli la chiama, della marijuana, che non può essere circoscritta ai soli usi ludico e medico. C’è un terzo campo, di “potenziamento” delle facoltà umane (sensorie, di pensiero, dell’umore), che sta a cavallo fra i due, altrettanto fertile.Anche per questo, Grinspoon è scettico circa la possibilità, o l’opportunità, di scindere la battaglia per la legalizzazione degli usi terapeutici da quella per la decriminalizzazione della canapa. Così come non si è mai stancato di denunciare che i tentativi di creare farmaci derivati dalla canapa in alternativa alla marijuana, sono in realtà un «artefatto della proibizione».

Da qui la polemica degli ultimi anni contro la «farmaceutizzazione» della canapa, com’egli la definisce; in particolare, contro la pretesa superiorità del Sativex (un farmaco creato dalla casa britannica G.W. Pharmaceuticals) sulla canapa inalata o fumata (cfr. Il fumo è la migliore medicina). La «medicalizzazione» o «farmaceutizzazione» della marijuana è un nodo politico cruciale, che vede opinioni differenti all’interno dello stesso movimento antiproibizionista; Fuoriluogo vi ha dedicato un dibattito con molti interventi, a partire dal 2001. Ma già due anni prima, Giancarlo Arnao aveva aperto il confronto con un articolo dal suggestivo titolo Liberare le droghe.Anche dal potere medico: commentando uno scritto di Thomas Szasz, egli individua i pericoli della «medicalizzazione» delle droghe,che rischia di sostituire una forma di controllo (quella poliziesca), con un’altra, più sottile ma anch’essa insidiosa (quella dei camici bianchi).

Arnao rivendicava l’uso della cannabis non come espressione di un disagio, ma come un’esigenza connaturata all’essere umano. Questo problema abbraccia l’intera problematica droga, interessata a fondo dal ben conosciuto fenomeno di “patologizzazione della devianza”, e si riflette anche sul tema specifico degli usi medici della canapa: ha senso legittimare l’uso medico, mantenendo l’intolleranza, morale e penale, nei confronti degli usi non medici della canapa? E ancora:è possibile separare nettamente la funzione psicoattiva da quella terapeutica, privando il farmaco-canapa delle proprietà euforiche della marijuana? Come si è detto, Grinspoon non ha incertezze nel tenere insieme le due funzioni; così come nel legare i diversi aspetti della medesima battaglia (cfr.Anche lo high è terapeutico). Nell’intervista A carte truccate, di nuovo auspica la crescita di un movimento di pressione delle persone che usano la marijuana come terapia per rovesciare del tutto il proibizionismo. «La marijuana medica – sostiene – insegnerà alle persone che questa sostanza non è l’erba diabolica che il governo ci ha descritto per anni».

Uno dei leit motiv dell’autore è la denuncia della persecuzione dei consumatori americani, una vera e propria caccia alle streghe responsabile fino ad oggi dell’arresto di 12 milioni di cittadini. La polemica attuale di Lester Grinspoon contro il fondamentalismo dei teocon di Bush è coerente con l’impegno di una vita per smascherare le menzogne che hanno imposto una «follia di massa» sulla canapa; e per denunciare l’asservimento al potere della scienza, o almeno di molti, troppi, sedicenti scienziati. La collaborazione di Lester Grinspoon con Fuoriluogo e con Forum Droghe ha avuto inizio grazie ai rapporti con il mondo americano di Giancarlo Arnao, nel 1998, con la pubblicazione del primo dei suoi fondamentali contributi sulla ca- napa, sulle sue applicazioni terapeutiche, sulle conseguenze della proibizione. Si tratta del drammatico processo contro un cittadino americano, arrestato in Malesia per possesso di marijuana,da lui utilizzata per curare il dolore cronico:Grinspoon racconta la sua testimonianza in tribunale in qualità di esperto internazionale di canapa medica, nel tentativo di salvare l’infelice che rischiava fino al- la pena di morte. L’attività di consulente nei tribunali statunitensi fa parte della sua militanza politica: nonostante i pronunciamenti popolari che hanno imposto a molti stati americani di decriminalizzare la marijuana ad uso medico, il governo, appellandosi alla legge federale, ignora le leggi statali e continua a perseguitare i malati e i medici: così come attesta la testimonianza giurata nel caso Ashcroft versus Raich, anch’essa riportata in questo volume.

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