Ecco la marijuana legale, ora anche in Italia

Dove si può acquistare questa marijuana legale? E’ stata presentata alla fiera della canapa di Bologna Easyjoint e la notizia è subito rimbalzata fra le principali testate italiane. Inoltre, ha un effetto antiossidante utile a chi soffre di malattie degenerative. Inoltre, non essendo uno stupefacente, non è in alcun modo rintracciabile a test di urine o capelli.

Luca Marola, titolare di Canapaio Ducale a Parma, insieme a L’erbavoglio, azienda produttrice di canapa nelle Marche, ha deciso di riproporre al mercato una varietà di canapa sativa già usata in Italia fino agli anni Trenta.

Eletta Campana ha un contenuto di THC inferiore a quanto consentito dalla legge e un alto valore di cannabidiolo (CBD), principio contenuto nella cannabis che non ha effetti psicoattivi, ma sedativi. Oltralpe viene venduta in pacchetti come se fosse semplice tabacco.

È una varietà dioica, ossia una pianta con i sessi separati: grazie a ciò, si ha una produzione senza semi e si separano facilmente gli esemplari maschili da quelli femminili.

“È la prima marijuana vendibile“, dice, invece, Andrea, collaboratore commerciale di Easyjoint. L’azienda intende crescere e, in autunno, al momento del raccolto, saranno lanciate anche altre varietà per allargare la possibilità di scelta.

L’ azienda raccomanda di farne sempre e comunque un uso responsabile.

In Svizzera la moda di fumarla sta facendo impazzire i poliziotti, che non sanno più come comportarsi. Si tratta di una variante ‘light’ con basso contenuto di THC (la sostanza psicoattiva contenuta nella canapa, altrimenti detto tetraidrocannabinolo) e che servirà non a sballarsi ma a ‘rilassarsi’.

Ma le analisi portano via tempo, e soprattutto costano: 500 franchi ognuna (460 euro circa). Tra i suoi pregi migliori è che può essere coltivata senza fertilizzanti proprio perché in queste zone è sempre cresciuta: “è il suo ambiente ideale” continua Marola che preferisce parlare di assunzione della canapa, piuttosto che di combustione. E la polizia elvetica cerca soluzioni.

La marijuana veniva usata come pozione della verità, esattamente esercito americano la usava a questo fine la traducono era mondiale, e chissà come queste povere vittime ne siano uscite dopo questa spiacevole esperienza.

Perché si è fame dopo aver assunto marijuana? Esiste una spiegazione scientifica, ovvero, la leptina è un ormone che controlla la sensazione di sazietà, e il THC intacca il suo buon funzionamento, da qui la sensazione di fame chimica a seguito dall’assunzione di marijuana.

Basta pensare che George Washington e Thomas Jefferson furono dei grandi produttori di marijuana, per essere pignoli furono importanti produttori di canapa una cultura molto diffusa all’epoca. La prima versione della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, pensate che fu proprio scritta su un foglio di canapa, ma le lobby dei produttori di cotone puntarono sul potenziale psicotico della canapa ed eliminarono la concorrenza.

Un’altra domanda che da sempre ci siamo posti, che da sempre sentiamo dibattiti di ogni genere è: la marijuana può veramente curare il dolore? Ebbene sì ragazzi, l’assunzione di marijuana era comunemente prescritta per affrontare i dolori del parto, e lo fu fino al 1942. Quindi futuri padri e mariti di tutto il mondo invece di dover assistere alla sofferenza della vostra donna in pieno travaglio, aiutatela offrendogli una canna.

Marijuana
La marijuana, nota nel campo della medicina popolare di Asia Centrale e Cina sin dal 3000 a.C., è divenuta un prodotto di consumo di massa, soprattutto tra i giovani, solo a partire dagli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Il tipo di prodotti presente sul mercato illecito varia ampiamente a seconda dei Paesi d´origine. La stessa varia significativamente le sue capacità stupefacenti a seconda dell’origine e della varietà di pianta. La forma conosciuta con il termine “sinsemilla” (dallo spagnolo sin semilla= senza semi), derivante dalla pianta femmina non impollinata, viene preferita per il suo alto contenuto di principio attivo (THC= Delta-9-Tetrahydrocannabilnolo). La marijuana si presenta come un’erba in diversi colori (dal giallo, al verde pallido al marrone), come detto priva di semi, o contenente grosse quantità di semi, in foglie, in gambi e steli. Le varietà ad alto contenuto di resina risultano appiccicose al tatto e, nella preparazione per lo spaccio, vengono anche compresse in piastre o panetti. Se invece le inflorescenze non sono ricche di resina, il materiale viene lasciato sciolto, non pressato; meno frequentemente viene arrotolato a forma di pannocchia di granturco o confezionato in piccoli involtini. Viene solitamente fumata in commistione con diversi dosaggi di tabacco in sigarette, pipe o cylum (una sorta di pipa conica in terracotta o legno) ma può essere anche assunta in forma di tisana. Benché la marijuana non provochi dipendenza fisica e l’interruzione del consumo non causi una sindrome da astinenza, i consumatori abituali sembrano, comunque, sviluppare una forma di dipendenza psicologica. Gli effetti della marijuana, della durata media di 3-4 ore, consistono inizialmente in un senso di reattività, leggerezza ed euforia, cui segue un periodo di calma e di piacevole tranquillità.
Talvolta si possono verificare cambiamenti d’umore, accompagnati da alterazioni nella percezione del tempo, dello spazio e della propria dimensione corporea. I processi mentali vengono disturbati da idee e ricordi frammentari e molti consumatori registrano un aumento dell’appetito e della capacità di provare piacere. Gli effetti negativi includono stato confusionale, reazioni di panico, ansietà, paura, senso d’inutilità e perdita dell’autocontrollo. Tra le persone che consumano marijuana abitualmente e in grosse dosi vi è chi sviluppa una “sindrome amotivazionale”, caratterizzata da passività, demotivazione e ansia. Come avviene con l’alcol, anche l’assunzione di marijuana sembra influire negativamente sulla capacità di comprendere testi scritti, di esprimersi oralmente, di risolvere problemi teorici, sulla memoria e sui tempi di reazione. Le principali aree mondiali di coltivazione e produzione di cannabis su larga scala sono il Sud e Centro America (Paraguay, Brasile, Argentina, Colombia, Bolivia e Messico), il Canada, l’Africa nord occidentale, ed in particolare il Marocco (principale produttore al mondo), il Medio Oriente, ed in particolare Libano, Afghanistan e Pakistan, il Sud Est Asiatico (Laos, Cambogia, Tailandia e Vietnam). Tuttavia è estremamente diffusa in tutto il mondo la coltivazione domestica della pianta di cannabis estremamente semplice nelle aree a clima secco e temperato, ma anche, con varie tecniche, in serra ed in abitazione.
hashish
L’hashish è un impasto ricavato dalla lavorazione e dall’essiccazione della resina della pianta di cannabis avente un contenuto di THC sino ad otto volte superiore a quello della marijuana. A seconda del tipo di procedimento di confezionamento utilizzato nella fase di produzione, l´hashish si presenta: – all’ingrosso: sotto forma di panetti, palle, o tavolette; – al minuto: sotto forma di stecchette o figure cubiche/parallelepipede di diverso spessore e consistenza. Il colore dell’hashish può variare dal marrone scuro o tabacco, al color mattone al verdastro, a seconda della zona di provenienza e dal tipo di lavorazione adottata. Si assume generalmente fumandolo in sigarette artigianali miscelato al tabacco oppure in pipe (miscelato al tabacco o lasciandolo consumare in maniera simile ad un incenso) o in cylum (una sorta di pipa di forma conica in terracotta o legno). L’hashish è un tipo di droga consumata soprattutto nel Sud Europa e nei Paesi Bassi (dove notoriamente può essere venduto e consumato nei c.d. “Coffee Shops”, locali pubblici simili ai “pub” specializzati nella vendita di tale prodotto e nella preparazione di suoi surrogati). Il principale produttore al mondo di hashish è il Marocco dal quale si approvvigiona, per la quasi totalità, l’intero mercato europeo. Ma anche l’hashish di produzione pakistana è estremamente diffuso e considerato di alta qualità.
Olio di hashish E´ un liquido oleoso estratto e concentrato sia dal materiale vegetale che dalla resina della pianta di cannabis. L’olio, che si presenta in colori che vanno dal verde al marrone scuro all’ambra (a seconda che derivi dalle parti vegetali o dalla resina), viene miscelato al tabacco o alla marijuana e quindi fumato. Uso Farmacologico Ricerche condotte nel campo farmaceutico hanno indicato che il THC può essere utile nel trattamento del glaucoma per la sua proprietà di ridurre la pressione del fondo oculare. Sono stati, inoltre, condotti studi sulla possibilità di produrre un derivato sintetico del THC per la cura dell´asma bronchiale. Tali studi hanno dimostrato che il tetraidrocannabinolo, pur dilatando le vie respiratorie, causa un´irritazione dei polmoni che mette in ombra ogni effetto benefico.
La ricerca, infine, ha portato alla realizzazione ed uso di un prodotto che contiene THC per il controllo della nausea e del vomito provocati dalla chemioterapia per i tumori. Effetti prodotti sull’organismo L´uso della cannabis accelera il battito cardiaco, riduce la salivazione e produce rossore oculare. Ricerche di laboratorio riferiscono che la cannabis somministrata ad animali ne sopprime il sistema immunitario, cioè la capacità del corpo a resistere alle infezioni e agli altri agenti nocivi come le cellule tumorali. Le ricerche dimostrano, infine che il numero degli spermatozoi nello sperma degli uomini giovani diminuisce in proporzione all´abuso di cannabis e che nello sperma di alcuni fumatori cronici si sono riscontrate anormalità.
Quando si smette di fare uso della sostanza, il livello di testosterone (ormone sessuale maschile da cui dipende la produzione di spermatozoi) si rinormalizza. Effetti prodotti sulla psiche Dopo un iniziale effetto euforizzante la cannabis produce diminuzione delle capacità della memoria “a breve termine” e della concentrazione, confusione mentale, difficoltà al pensiero astratto. Alla iniziale intensificazione delle percezioni sensoriali e dell´attenzione alle problematiche interne subentra in alcuni casi una modificazione dello stato emotivo, tristezza, tendenza all´isolamento, momenti di ansia interna fino ad una vera e propria ideazione paranoide. Da segnalare, in alcuni casi, sintomi psicotici che potrebbero essere non prodotti dalla cannabis ma da essa resi evidenti. L´uso cronico della cannabis può avere, infine, un effetto detto “sindrome amotivazionale”, la persona diventa “opaca”, distratta, lenta nei movimenti, scarsamente motivata.
Dipendenza Sebbene non sia descritta una astinenza fisica vera e propria dalla cannabis, il soggetto ha difficoltà ad abbandonarla in modo definitivo: proprio la subdola condizione amotivazionale e la difficoltà ad esprimere e comunicare emozioni possono indurre la ricaduta. Sono pertanto consigliabili forme di supporto psicologico individuale e di gruppo.
ALLUCINOGENI DI ORIGINE NATURALE IL KHAT Derivato della pianta sempreverde Catha Edulis, presente, allo stato naturale, in alcune regioni dell’Africa Orientale (Etiopia, Eritrea, Kenia, Madagascar, Tanzania, Somalia) e della Penisola Araba (Yemen, Arabia Saudita, emirati Arabi) il khat è particolarmente diffuso, oltre che nelle zone di produzione, anche in Malawi, Uganda, Tanzania, Congo, Zimbawe e Zambia ed il suo mercato va progressivamente espandendosi negli Stati Uniti ed in Europa. Per i suoi effetti stimolanti, viene assunto, generalmente, per masticazione, ma anche fumandolo o bevendone un surrogato del tipo tè o tisana. Si presenta, quando è fresco, in un prodotto vegetale di colore amaranto lucente, quando è secco in colore giallo-verde. Il Khat, è conosciuto anche con i termini diversi a seconda della provenienza e con sinonimi di strada. Uso Farmacologico Il khat contiene sostanze psicoattive ed in particolare la catina ed il catinone. Quest’ultima, presente in misura 10 volte superiore alla prima, è una sostanza strutturalmente e chimicamente simile alla d-amfetamina, ed è il principale elemento psicoattivo della pianta. Quest’ultima, una volta estirpata, dopo circa 48 ore e se non refrigerata e mantenuta fresca, mantiene attiva soltanto la catina, perdendo quindi gran parte delle sue capacità allucinogene.
Effetti prodotti sull’organismo L’assunzione del khat trae origine dalle sue capacità di alleviare la fatica e ridurre il senso della fame. Il relativo abuso, invece, provoca effetti: di breve durata: stati di moderata euforia e leggeri sensi d’eccitazione di lunga durata: l’uso continuo del khat provoca: tachicardia, sudorazione e innalzamento della pressione sanguigna, insonnia, ipertensione, disfunzioni gastriche fino ad arrivare a stati di anoressia, insufficienza del miocardio ed edema polmonare. Il tannino presente nella sostanza è, infine, responsabile di danni all’apparato digerente. L’uso cronico del khat, infine, può causare spossamento fisico, violenza, depressioni suicide, comportamenti maniacali, iperattività ed allucinazioni. Terapia Il consumo si svolge normalmente in gruppi amicali dove grande attenzione viene posta anche agli aspetti rituali, tipici delle tradizioni culturali dei Paesi consumatori che contribuiscano alla creazione dell’ambiente idoneo a produrre i maggiori effetti tipo: indossare vesti tradizionali, ascoltare musica etnica, conversare piacevolmente, bruciare incenso, fumare sigarette, bere tè caldo o bevande contenenti caffeina. Un recente studio condotto in Etiopia ha rilevato come l’uso della sostanza, tra le comunità africane di religione musulmana, abbia lo scopo di ottenere un buon livello di concentrazione durante la preghiera. Tale studio conferma il trend generale del traffico della sostanza nel nostro Paese, ove il consumo appare solidamente attestato nella comunità somala almeno dal 1988. Effetti prodotti sulla psiche Da un punto di vista psicologico l’uso continuo del khat porta all’insonnia e, una volta esauriti gli effetti della sostanza, alla depressione da reazione.
Salvia divinorum La Salvia Divinorum è un’erba perenne della famiglie della menta, simile alla salvia. La pianta, che raggiunge un’altezza media di circa 1 metro, è originaria della regione della Sierra Mazateca dello Stato messicano Oaxaca, ma può crescere in ogni ambiente umido delle regioni climatiche semitropicali così come in colture in serra. La stessa viene diffusamente coltivata negli Stati della California e nelle Hawaii. Conosciuta anche come salvia del veggente, è un’erba allucinogena molto potente, utilizzata nelle cerimonie religiose e tribali, per causare allucinazioni, così come nella medicina naturale, degli indiani Mazatechi, che vivono, appunto, nel citato Stato Messicano. Il principio attivo dell’allucinogeno è il Salvinorum A (Salvinorina A). Il livello di sensazioni che produce la sostanza varia, a seconda della quantità e delle modalità di assunzione, da un effetto sottile ad uno estremamente potente della durata di circa 1 ora: rilassamento e maggior piacere sessuale, alterazioni visive, perdita della realtà, della percezione corporea o/e dell’identità e della consapevolezza. Anche alla prima assunzione la sostanza può provocare esperienze negative. Più comuni sono invece gli effetti negativi a lungo termine, simili a quelli dei più comuni allucinogeni (LSD e PCP), ossia depressione e schizofrenia. In taluni casi si è verificata una persistenza di stati di allucinazione ad effetto “flashback” ed incapacità a comunicare chiaramente. La salvia divinorum può essere fumata (foglie secche) o masticata (foglie fresche) e non provoca assuefazione, è legale in tutto il mondo tranne che in Australia.
datura stramonio Lo stramonio comune è una pianta a fiore appartenente alla famiglia delle Solanacee (Angiosperme Dicotiledoni). La Datura stramonium, come altre specie del genere Datura (Datura inoxia, Datura metel etc.) è una pianta altamente velenosa a causa dell’ elevata concentrazione di potenti alcaloidi, presenti in tutti i distretti della pianta e principalmente nei semi. I nomi erba del diavolo ed erba delle streghe si riferiscono alle sue proprietà narcotiche, sedative ed allucinogene, utilizzate sia a scopo terapeutico che nei rituali magico-spirituali dagli sciamani di molte tribù indiane e, in passato, anche dai druidi e dalle streghe europee. Dalla pianta si ricavano tinture che vengono anche assunte, diluite in acqua, a scopo stupefacente allucinogeno. Tutta la pianta è estremamente velenosa per via dell’ alto contenuto di alcaloidi come l’atropina (che ha potenti capacità inibitorie del sistema nervoso centrale) e la scopolamina, utilizzata anche come sostanza di base nella produzione di droghe chiamate “EASY DATE”. Quest’ultima è una sostanza in forma polverosa (insapore, di colore giallo chiaro, che può essere disciolta nelle bevande e mescolata ad alimenti e dolciumi) o in forma liquida. Tali caratteristiche ne consentono una somministrazione subdola (all’insaputa dell’assuntore). Può essere, infatti, miscelata a bevande analcoliche e la si può trovare sotto forma di gomma da masticare o in un prodotto simile al cioccolato od anche in forma spray. E’ in grado di disorientare l’assuntore il quale passa da una fase iniziale atropinica a una fase allucinatoria, seguita da forte sedazione, diventa volenteroso e asseconda gli ordini che gli vengono impartiti e può cadere in stato di incoscienza. All’attenuarsi dell’effetto uno stato di amnesia retrograda inibisce il processo mnemonico.
Atropa belladonna La belladonna è una pianta a fiore appartenente, come il pomodoro e la patata, all’importante famiglia delle Solanacee. Il nome, Atropa belladonna, deriva dai suoi letali effetti e dall’impiego cosmetico: Atropa è, infatti, il nome della Parca che nella mitologia greca taglia il filo della vita, ciò a ricordare che l’ingestione delle bacche di questa pianta può causare la morte. Belladonna perché nel rinascimento le dame usavano questa pianta per dare colorito al viso e lucentezza agli occhi. Nonostante l’ aspetto invitante e il sapore gradevole, le bacche sono velenose per l’ uomo e l’ ingestione può provocare una diminuzione della sensibilità, forme di delirio, sete, vomito, seguiti, nei casi più gravi, da convulsioni e morte mescalina (peyote) Il peyote è un piccolo cactus privo di spine, Lophophora williamsii, il cui principale ingrediente attivo è la mescalina allucinogena (3,4,5, rimethoxyphenethilamina). Il peyote viene utilizzato sin dall’antichità nei riti tribali e religiosi delle popolazioni del centro america e, in particolare, dai nativi del Messico e del Sudest degli U.S.A.. La parte superiore del cactus, chiamata anche corona, viene recisa, tagliata in piccole parti ed essiccata, la disidratazione determina la formazione di piccole salienze bottoniformi ( dal sapore amaro) che tenute in bocca perché si ammorbidiscano con la saliva vengono ingerite senza essere state masticate. Può anche essere messa in ammollo in acqua al fine di ottenere un liquido intossicante da bere.La dose allunocinogena di messalina e di circa 0.3-0.5 grammi ed i suoi effetti durano oltre le 12 ore.
Effetti prodotti sull’organismo Sintomi dell’intossicazione – 1-2 ore nausea,tremori sudorazione, – 5 12 ore stato allucinatorio, Segni dell’intossicazione – dilatazione della pupilla, – aumento della frequenza cardiaca, – aumento della pressione arteriosa, – aumento della temperatura corporea, Effetti prodotti sulla psiche Nei consumatori cronici si osservano disturbi epatici, deperimento organico. Astenia ed anoressia. Può essere consumata insieme all’MDA e all’MDMA. Alcune tribù del Messico Centrale sostituiscono il Peiote con il Peiotillo, lo Tsuwiri, la Donana, o il San Pedro.
Funghi allucinogeni Tra le oltre 2.500 varietà di funghi conosciute, molte hanno capacità allucinogene e sono chiamate, in gergo popolare “funghi magici”. Molti di essi vengono coltivati ed altri crescono allo stato selvatico. Alcuni vengono contrabbandati dal Messico e dal Centro America. I Funghi allucinogeni contengono due elementi psicoattivi: la psylocibina, in quantità preponderante, e la psilocina, in quantità inferiore ma con capacità maggiori. I funghi allucinogeni vengono assunti per ingestione, trattati in modo da ricavarne una tisana, essiccati e incapsulati oppure tritati e fumati con il tabacco. Come il peyote, i “funghi magici” sono stati usati per secoli dai nativi americani nei loro riti tribali e religiosi. Il loro effetto dura dalle sei alle otto ore.
Allucinogeni prodotti in laboratorio Caratteristiche L.S.D. (dietilamide dell´acido lisergico) – Sintetizzato per la prima volta nel 1938 in Svizzera, dal Dr. A. Hoffman, l’L.S.D. è uno dei più potenti allucinogeni conosciuti. È prodotto in laboratori clandestini in forme diverse, pillole, capsule, polvere e liquidi, e viene smerciato in zollette di zucchero, cartine, pezzetti di stoffa, nella colla dei francobolli, in carta assorbente, decalcomanie e figurine. Gli effetti della sostanza sono imprevedibili e variano a seconda della dose assunta; della personalità dell’assuntore; del carattere e delle aspettative e dell’ambiente nel quale viene assunta. Uso Farmacologico Negli anni 40 l´LSD fu usato sperimentalmente nel trattamento dei disordini mentali. Attualmente non esiste un uso medico dei farmaci allucinogeni. Dipendenza Nei primi 30 minuti dall´ingestione della sostanza si manifestano turbe prettamente neurovegetative consistenti in nausea, vertigini, tachicardia e midriasi. Effetti prodotti sulla psiche Rapidamente rispetto all´assunzione, subentrano cambiamenti estremi dell´umore e della personalità: euforia ingiustificata o melanconia. Più tardi si presentano: • illusioni (impropriamente dette allucinazioni) cioè distorsioni delle percezioni soprattutto visive (gli oggetti appaiono a contorni indefiniti, come deformati da specchi concavi o convessi, i colori si susseguono senza tregua e compare il fenomeno della sinestesia suono-colore: ogni suono ed ogni brusio è percepito sotto forma di sensazione colorata); • modificazioni comportamentali con alternanza di stati di prostrazione e di eccitazione gioiosa; • disorientamento spazio-temporale; • modificazioni dello stato di coscienza (sensazioni di modificazioni del proprio corpo, spesso diviso in due parti fisiche, di cui una è spettatrice dell´altra). Dopo 8-12 ore dall´assunzione della sostanza, il soggetto riprende contatto con il mondo esterno e mostra la sua personalità. Spesso permane un´astenia per 1-2 giorni. Questa esperienza descritta è spesso modificata da numerosi fattori: la dose, la personalità del soggetto, precedenti esperienze. Un effetto caratteristico dell´LSD è il “flashback”: giorni, settimane, mesi dopo l´assunzione alcuni sintomi prodotti dalla sostanza possono ripresentarsi all´improvviso. E´ un´esperienza angosciosa che può scatenare in molti profonde depressioni e il terrore di impazzire.
Dipendenza Quando l´individuo ripete con una certa frequenza l´assunzione di LSD si instaura una forte dipendenza pschica. L´intensità delle alterazioni psichiche che compaiono rendono rapidamente precarie le possibilità di mantenere rapporti normali con il mondo esterno. Quando le assunzioni sono ravvicinate (ad esempio giornaliere) subentra infatti un quadro di dedizione (addittivo) nel quale l´allucinogeno e i suoi effetti sono l´elemento centrale della dinamica personale dell´individuo. Disturbi psicopatologici seri, generalmente analoghi a quelli delle psicosi acute deliranti-allucinatorie, dominano allora il quadro e possono coincidere con modificazioni gravi del comportamento. Amphetamine type stimulants (ats) – AMFETAMINE e METANFETAMINE – SOSTANZE DEL GRUPPO ECSTASY Le sostanze di tipo anfetaminico (ATS), così come definite dall’ Ufficio per la Droga ed il Crimine delle Nazioni Unite (UNODC), comprendono le anfetamine (anfetamine e metanfetamine) e le sostanze del “gruppo ecstasy”.
Amfetamina L’amfetamina è una droga sintetica originalmente studiata (1887) come soppressore dell’appetito. Successivamente fu utilizzata anche per l’aumento delle prestazioni fisiche e fu nel corso della II Guerra mondiale che ebbe il suo primo impiego su larga scala. I prodotti anfetaminici sono oggi diffusamente utilizzati nello sport (sostanze proibite dopanti) e quali sostanze stupefacenti. Nel suo uso illegale la forma più diffusa oggi è lo speed(dall’inglese “velocità”) da non confondere con lo speedball, droga nata dall’unione di cocaina ed eroina. Lo speed può essere formato da anfetamine, sostanze metanfetaminiche, anfetamino-simili come l’efedrina.Il suo colore varia dal bianco, al giallo, al rosa, al marrone chiaro e dipende soprattutto dalle impurità contenute nei solventi usati nel processo chimico di realizzazione. Crea i seguenti effetti collaterali indesiderati: • L’uso cronico dell’amfetamina causa severa dipendenza psicologica. • L’uso a lunga durata provoca esaurimento fisico e malnutrizione / denutrizione estrema fino alla cachessia e la morte.
Metamfetamina La metamfetamina è un potente stimolante che agisce sul sistema nervoso centrale danneggiandolo gravemente e causando un forte stato di assuefazione. La semplicità dei processi di realizzazione della stessa e la facilità di reperimento delle sostanze necessarie alla sintesi rendono l’amfetamina una droga ad elevato potenziale di diffusione. Si tratta di una polvere cristallina bianca, senza odore e dal sapore amaro che può essere facilmente disciolta nell’acqua o nell’alcol. Questa droga è stata sviluppata agli inizi del secolo a partire dalla sua droga “madre”, l’amfetamina, dalla quale mutua anche la sua struttura chimica. Analogamente all’amfetamina, la metamfetamina origina un incremento dell’attività, una riduzione dell’appetito ed un generale senso di benessere. Gli effetti della metamfetamina possono durare dalle 6 alle 8 ore. Dopo lo “slancio” iniziale, solitamente si verifica uno stato di agitazione molto elevato che, in alcuni individui, può portare a comportamenti violenti. Le metanfetamine si presentano in diverse forme e possono essere fumate, inalate, ingerite o iniettate, producendo effetti differenti. L’assunzione per via endovenosa e quella attraverso il fumo producono un intenso effetto “flash” della durata di pochi minuti, seguito da un generale stato di euforia. Quella per inalazione e quella per ingestione, invece, non producono il cosiddetto effetto “flash”. L’effetto euforico è poi seguito da ansia, confusione e insonnia. L’assidua assunzione di metanfetamine può inoltre causare effetti psicotici come paranoia, allucinazioni auditive, disturbi della personalità ed sensazioni non reali.
Uno dei principali precursori della metamfetamina è l’efedrina, alcaloide, unitamente alla pseudoefedrina delle piante del genere Ephedra (piante cespugliose o, in alcune specie, rampicanti presenti nelle aree asciutte delle regioni temperate e tropicali in Nord America, Sud America, Sud Europa, Asia, Nord Africa). I citati alcaloidi sono diffusamente utilizzati nell’industria farmaceutica per le loro proprietà decongestionanti delle vie respiratorie. Negli anni ’80 ha iniziato a diffondersi, l’ice, un tipo di metamfetamina in forma cristallina. L’ice o shaboo (ma anche glass, meth e crystal meth) è un cristallo, incolore ed inodore, solitamente assunto per inalazione (la sostanza viene scaldata, di solito utilizzando fogli di alluminio, in modo da produrre vapori inalabili) o per ingestione. La combustione rilascia un fumo inodore e produce un residuato a sua volta inalabile. Gli effetti dell’ice/shaboo hanno una durata di oltre 12 ore e producono un’elevatissima dipendenza. Tale tipo di amfetamina, la cui ampia disponibilità ne ha consolidato la diffusione sul mercato statunitense, sta progressivamente aggredendo il mercato illecito europeo e, in particolar modo, quello britannico e nord europeo in genere. Cospicui quantitativi di ice/shaboo sono stati sequestrati anche in Italia.
Ecstasy o metilendiossimetamina (MDMA) – Viene preparata clandestinamente sotto forma di capsule, polveri e, per lo più, compresse colorate, con nomi e disegni originali (“mezzaluna” “cuorefreccia” “delfino” ecc.) che rappresentano la “griffe”, il marchio d´autore ( designers drugs) che le contraddistingue sul mercato e ne indica i differenti effetti. L’ecstasy (conosciuta anche come MDMA, XTC, E, ADAM) è una amfetamina, sintetizzata per la prima volta nel 1912, dagli spiccati effetti stupefacenti, anche se non propriamente allucinogeni. Essa differisce dall’amfetamina soltanto per la presenza di un gruppo metossilico nella molecola. Si tratta di un composto semisintetico ottenuto dal safrolo, uno degli olii essenziali presenti nel sassofrasso, nella noce moscata, nella vaniglia, nella radice di acoro, e in diverse altre spezie vegetali. L’MDMA ha conquistato popolarità soltanto a partire dagli anni ‘80, principalmente negli Stati Uniti, grazie alla sua ritenuta capacità di abbassare lo stato di ansia e la resistenza psichica dei soggetti, nonché per le sue proprietà sedative. Fino al momento in cui venne messa al bando (1 luglio 1985), la MDMA è stata impiegata negli Stati Uniti nelle così dette “terapie di coppia”, come strumento enfatizzante con il quale affrontare, in apparenza più facilmente, i “nodi” dei rapporti di coppia, con la mediazione e supervisione di un analista. Ha poi gradualmente conquistato una grande popolarità come club drug, a causa dei suoi effetti stimolanti ed empatogeni. Negli ultimi anni, negli Stati Uniti e in Europa il consumo dalla MDMA è aumentato in maniera esponenziale soprattutto nella feste c.d. rave e nei luoghi di maggiore aggregazione giovanile. Viene generalmente venduta in pastiglie, la cui composizione è spesso incognita e nelle quali manca a volte il principio attivo, sostituito con composti analoghi od inerti, raramente in polvere da inalare.

Uso Farmacologico Le amfetamine come medicinali prescrivibili sono stati usati a scopo dimagrante, nella cura del morbo di Parkinson e nelle depressioni. Attualmente alcuni derivati amfetaminici sono utilizzati nel trattamento dell’ iperattività e nella narcolessia (una malattia che sconvolge i ritmi del sonno). L´ecstasy è stata anche utilizzata come “siero della verità” e, in psichiatria, nel tentativo di indurre maggiore capacità di autoanalisi: ogni uso medico è stato tuttavia abbandonato in relazione ai danni cerebrali che potrebbero essere prodotti. L´utilizzo del MDMA, se da un lato consente di essere una più approfondita introspezione, dall´altro conduce ad una forma di interiorità ripetibile e meccanica.

Effetti prodotti sull’organismo Le amfetamine e i loro derivati hanno una caratteristica capacità di stimolare il sistema nervoso centrale: determinano ipertensione, accelerazione cardiaca, dilatazione delle pupille; incrementano temporaneamente l´energia dell´individuo e riducono l´appetito. L´ecstasy riduce la funzione di un neurotrasmettitore importante come la Serotonina, che è connessa con il benessere e la serenità dell´individuo.

Effetti prodotti sulla psiche Le conseguenze psichiche e comportamentali dell´impiego di questi farmaci assunti anche in maniera saltuaria e in luoghi di aggregazione, includono, dopo un week-end di euforia, di attivazione e di socievolezza artificiale, una facilità alla disforia, al malumore, all´ostilità, protratte alterazioni della personalità, in alcuni casi vera e propria depressione e pensiero suicida, paranoia e isolamento; a volte l´induzione di inappetenza grave sino all´anoressia mentale che può persistere anche dopo la sospensione del farmaco. L´ecstasy, dotata anche di effetti allucinogeni similmescalinici (distorsione delle percezioni sensoriali e della percezione della realtà), assunta spesso in combinazione con l´alcool etilico, risulta molto pericolosa soprattutto per i gravi disturbi dello stato di vigilanza che sembrano essere i responsabili di una triste serie di sciagure del traffico stradale che si verificano nelle ore notturne soprattutto in occasione dei fine settimana (le cosiddette “stragi del sabato sera”). La ripetuta assunzione di ecstasy o altre amfetamine, può condurre ad un forte legame psichico. Il soggetto diventa incapace di provare le “normali soddisfazioni e sensazioni” prodotte dalle relazioni interpersonali, dalle attività ricreative e dal proprio mondo psichico: senza pastiglie le cose appaiono incolori.

Dipendenza La sospensione brusca dell´assunzione nei soggetti che assumono amfetamine quotidianamente provoca una sintomatologia di tipo astinenziale che consta di disturbi fisici, quali cefalea, sudorazione profusa, palpitazioni, vertigini, crampi muscolari, disturbi vasomotori ed effetti spiacevoli, in gergo denominati crasi, rappresentati da ansietà, tremori, irritabilità, disturbi del sonno, affaticamento, depressione e isolamento sociale. Alla cessazione degli effetti stimolanti insorge, pertanto, un desiderio incoercibile di assumere la sostanza allo scopo di porre fine alla sindrome astinenziale.

Terapia Di solito, chi assume sostanze anfetaminiche (od anche sostanze allucinogene) non si considera un tossicodipendente e pertanto non ritiene utile intraprendere trattamenti terapeutici. Per chi ha familiarizzato con le amfetamine e ecstasy è molto importante capire a fondo gli aspetti psichici che sostengono le aspettative rivolte al farmaco. Una successiva terapia psicologica è efficace se associata, in qualche caso, a terapia farmacologica che riattivi le funzioni dei sistemi neurotrasmettitoriali alterati.

Cocaina FOGLIA DI COCA – PASTA DI COCA – CLORIDRATO DI COCAINA – CRACK Caratteristiche La cocaina, una delle droghe più antiche, è il più potente stimolante di origine naturale. Viene estratta dalla foglia dell’Erythroxylon Coca, che cresce, allo stato naturale, principalmente nelle basse quote dei pendii orientali delle Ande e negli altopiani andini di Bolivia, Colombia e Perù. Si tratta di un arbusto altro circa due metri con le foglie piccole, ellittiche e talvolta obvolate di colore verde intenso della lunghezza di circa 5 cm che produce fiori piccoli e giallastri e frutti di colore rossastro e di forma allungata. Dalla pianta (dal punto di vista produttivo è utilizzabile dopo il 4° anno di crescita) comunemente chiamata coca, i coqueros (coltivatori di coca) tagliano le fogle che hanno l’odore simile a quello del thè e da queste estraggono il metilbenzoilegonina (cocaina e alcuni alcaloidi), in quantità pari ad 1gr per 100gr di foglie. E’ una delle droghe più antiche. Infatti allo stato naturale, la foglia di coca, viene utilizzata da millenni, mentre il suo surrogato chimico, il cloridrato di cocaina, viene assunto da oltre 100 anni. Agli inizi del XX Secolo la cocaina veniva utilizzata nei trattamenti di diverse patologie. Oggigiorno alcuni suoi surrogati, come la procaina o lidocaina, vengono utilizzati come anestetico locale nel campo dell’oftalmologia e dell’otorinolaringoiatria. La Colombia è il maggior produttore mondiale di cocaina. La cocaina viene assunta principalmente nelle sue due diverse forme chimiche: la pasta base ed il cloridrato.

LA FOGLIA DI COCA Sin dall’antichità le foglie vengono utlizzate dalle popolazioni indigene del Venezuela, della Colombia, dell’Ecuador, del Perù, della Bolivia, del Brasile e dell’Argentina del Nord come bronco-dilatatore, come stimolante nel corso di riti religiosi e per resistere al freddo ed alla fatica. I germogli freschi, di colore simile al tè verde, se masticati producono un intorpidimento della bocca e danno un senso di sazietà. Viene anche masticata con calce per aumentare il rilascio di principio attivo.

PASTA DI COCA Si tratta di un composto attivo, non ancora neutralizzato per mezzo di acidi che lo riducono in sale. Si presenta come una polvere biancastra o color crema, umida, non troppo fine, spesso contenente aggregati. Se questi ultimi non sono cristallini si rompono ad una leggera pressione. La pasta di coca ha un odore caratteristico. La pasta base di coca può essere fumata, per mezzo di pipette o involucri di carta di alluminio.

CLORIDRATO DI COCAINA Attraverso una riduzione chimica ottenuta con l’impiego di sostanze acide come la calce, la pasta di coca viene trasformata in sale di forma polverosa, il cloridrato di cocaina. Il procedimento di raffinazione della cocaina si ottiene lavorando la poltiglia di foglie triturate che, buttate in un barile o in una buca scavata nel terreno, vengono mescolate con un solvente, spesso cherosene, facile da reperire, per farne una specie di pasta polposa (pasta di coca); successivamente questa viene trattata con agenti ossidanti ed acido cloridrico per eliminare impurità ed altre sostanze chimiche superflue. Quando il processo è finito si ha il cloridrato di cocaina sotto forma di polvere cristallina molto simile allo zucchero, bianca ed inodore che raggiunge un grado di purezza fino al 90-100% e sono di sapore amaro. Questa è la forma chimica che giunge sul mercato illecito e viene consumata. Si presenta come una polvere bianca e cristallina, si dissolve in acqua e può essere assunta per inalazione o per iniezione (intravenosa o intramuscolare). Poiché essa giunge sul mercato illecito all’ingrosso con un elevato grado di purezza, a livello dello spaccio al minuto viene “tagliata” con sostanze inerti come il lattosio, il mannitolo e lo zucchero, oppure con altri tipi di sostanze psicotrope come la lidocaina o la procaina o con altri stimolanti come le amfetamine.

CRACK Il crack è un derivato del cloridrato di cocaina. Si ottiene attraverso un procedimento di soluzione del cloridrato in ammoniaca o bicarbonato di sodio ed acqua. Provocando l’ebollizione il cloridrato si solidifica purificandosi. Tale composto, una volta fatto asciugare, è il c.d. “crack”, che si presenta in forma di piccole pietruzze ed è caratterizzato da un’elevata purezza. Con un grammo di cocaina cloridrato si ottengono circa 0.90 grammi di crack. La sostanza così ottenuta viene scaldata ed inalata per mezzo di pipette in vetro. Il principio attivo del crack entra immediatamente in circolo per mezzo dei polmoni, mentre i sali contenuti nel cloridrato di cocaina, all’assunzione per via inalatoria, devono prima essere assorbiti dalla mucosa nasale. Tale metodo di assunzione non può essere utilizzato per il cloridrato in quanto, contenendo esso sali ed altre sostanze chimiche, per provocarne la sublimazione sono necessari circa 300 gradi di calore, che ne compromettono seriamente le proprietà psicotrope.

La composizione chimica del crack invece richiede un calore di circa 98-100 gradi che non altera il principio attivo. Uso farmacologico In campo medico la cocaina è stata usata come anestetico locale della cute e delle mucose (una piccola quantità di campione contenente cocaina messa sulla punta della lingua provoca una particolare ed inconfondibile insensibilità, che comincia dopo meno di un minuto e permane per parecchi minuti). Tuttavia il suo impiego oggi è piuttosto limitato (viene utilizzata soprattutto come sostanza di base per surrogati chimici), in quanto può risultare molto tossica e generare tossicomania. Effetti prodotti sull’organismo Come detto la cocaina è il più potente stimolante di origine naturale. La sua assunzione comporta accelerazione dei battiti cardiaci e, conseguentemente, aumento della pressione sanguigna ed affanno dell’attività respiratoria.In casi estremi si può giungere a gravi aritmie o all´infarto del miocardio. Inoltre si manifesta diminuzione dell’appetito e stato d’ansia che comporta anche iperattività ed aumento dello stato di allerta e dell’irritabilità. Gli alcaloidi contenuti nelle foglie di coca, inoltre, agiscono sulle terminazioni nervose interferendo con il metabolismo della Dopamina; questo neurotrasmettitore è coinvolto nella capacità di concentrazione, nella percezione delle gratificazioni e nell´attivazione dell´individuo. L´uso massiccio e prolungato della coca comporta nel soggetto (cocainomane cronico) l´insorgere dei seguenti effetti: colorito pallido, occhi incavati, tremore alle estremità degli arti e delle labbra, pupille dilatate, stato di dimagrimento, insonnia alternata a sonnolenza, incubi ed allucinazioni, inedia, paranoia.

A lungo termine gli effetti dell’abuso di cocaina si manifestano con una forte dipendenza psicologica, mancanza di appetito, impotenza. Dipendenza La cocaina è da sempre considerata una sostanza stupefacente ad effetto stimolante del sistema nervoso centrale. Nella fase iniziale la cocaina sembra aumentare le capacità di lavoro, le performance sessuali e la concretezza, rende apparentemente loquaci, espansivi e brillanti. L’assunzione cronica induce aggressività, malumore, perdita del controllo, disturbi psichici. Gli effetti desiderati si raggiungono solo aumentando le dosi, in quanto con dosi ridotte o costanti si verificano già gli effetti negativi (assuefazione). Dipendenza La cocaina da una intensa dipendenza ed è considerata un farmaco che suscita “dedizione” per eccellenza. Solitamente i soggetti che ne interrompono l´uso mostrano, in genere, alterazioni della sfera psichica e comportamentale. Infatti, la situazione emozionale turbata e la penosa sensazione di inadeguatezza che seguono a distanza di poche ore il primitivo stato di euforia, spingono il soggetto a perseverare nell´uso della sostanza, ovvero a combattere con narcotici gli effetti sgradevoli derivati. Terapia Uscire dalla dipendenza della cocaina è molto difficile e penoso: il soggetto passa attraverso un periodo di grave depressione, durante il quale perde ogni energia, è inappetente, soffre di insonnia e non è raro che sia preda di manie di persecuzione, sentimenti suicidi e vere e proprie psicosi. Risulta pertanto indispensabile che il processo di disintossicazione venga supportato da terapie di sostegno a carattere psicologico oltre che farmacologico.

Sostanze oppiacee OPPIO – MORFINA – EROINA OPPIO Caratteristiche Il papavero da oppio (papaverum somniferum) è l’ingrediente chiave per tutte le sostanze narcotiche in quanto, anche quelle di produzione sintetica tendono a replicarne le capacità narcotiche. L’oppio è il latte gommoso contenuto nel papavero. Si estrae incidendo le capsule del papavero. Tale sostanza contiene morfina, Codeina e Thebaina (oppiacei naturali) utilizzate per la produzione di ulteriori sostanze narcotiche. Quando è fresco, si presenta in grumi resinosi di colore bruno (dal caffelatte al nero), di sapore amaro e di odore acre, leggermente ammoniacale. La consistenza è variabile; con il tempo l´oppio diventa fragile e duro. L’oppio è il meno potente degli oppiacei e si assume fumandolo in particolari pipe. Dall’oppio, ed in particolare dalla morfina, attraverso un processo chimico di lavorazione, si ottiene l’eroina.

EROINA L’eroina o diacetilmorfina è un prodotto di semisintesi Si prepara per via sintetica, trattando la morfina estratta dall´oppio con anidride acetica. In generale si presenta come una polvere finissima di colore bianco, bruno o rossastro, a seconda della purezza e della zona di produzione. Può avere odore di acido acetico.L’eroina viene generalmente assunta per iniezione, ma può essere anche sniffata o fumata. L’assunzione per iniezione richiede un quantitativo minore di sostanza per ottenere un effetto narcotico che con altri metodi si otterrebbe comunque in maniera più attenuata ma con dosi molto maggiori. Se l’eroina viene iniettata per via endovenosa provoca i suoi effetti, nel giro di pochi secondi (effetto flash). Se iniettata per via intramuscolare, invece, l’effetto narcotico giunge dopo alcuni minuti ed in maniera più blanda. L’uso cronico di eroina provoca una fortissima dipendenza, fisica e psichica, ed un accentuato stato di assuefazione. Si possono poi verificare infezioni alle vie respiratorie, artrite ed altri problemi reumatologici nonchè complicazioni polmonari. MORFINA E´ il principale alcaloide dell´oppio; si presenta come una polvere bianca o giallastra, granulare, fioccosa o in cubetti di circa gr.0,3 grandi come mezza zolletta di zucchero. Conserva l´odore caratteristico dell´oppio e si altera sensibilmente in seguito all´esposizione all´umidità e alla luce. Uso Farmacologico La morfina e gli altri alcaloidi dell´oppio sono usati in campo medico per cercare sollievo dal dolore. La morfina è frequentemente impiegata come analgesico della colica biliare o renale. E´ parimenti indicata per alleviare il dolore causato da occlusione vascolare acuta (periferica o coronarica), per le pleuriti e pericardite dolorose, per il pneumotorace spontaneo. Ne richiede frequentamente l´uso il dolore traumatico causato da fratture, bruciature, ecc. e la sua azione risulta decisiva nell´asma cardiaca e nell´edema polmonare. La codeina, altro alcaloide dell´oppio, viene impiegata per calmare la tosse secca, irritante e dolorosa. L´uso degli alcaloidi morfinici, inoltre, può rendersi necessario nei soggetti con dolore da neoplasie, o altre malattie croniche senza speranza, laddove gli analgesici non stupefacenti non diano più sollievo (c.d. “terapia del dolore”).

MOZIONE: supporto e promozione della proposta di legge dell’Intergruppo parlamentare Cannabis Legale e della proposta di legge popolare “Legalizziamo”. Premesso che Decenni di proibizionismo sulle sostanze stupefacenti hanno fatto aumentare la produzione, i traffici, i consumatori. Le droghe illegali sono diventate il terzo business più redditizio al mondo, dopo il cibo e l’energia, interamente controllato da organizzazioni criminali. Le droghe sono più diffuse ed economiche che mai. Circolano ovunque, dalle scuole alle carceri passando per i vicoli e dal web. Solo in Italia il giro d’affari della narcomafie è stimato intorno ai 30 miliardi euro. Le Nazioni Unite confermano che il fenomeno riguarda oltre il 5% della popolazione mondiale. La guerra alla droga ha consegnato un problema socio-sanitario al diritto penale, facendolo diventare una questione di ordine pubblico e, in certi casi, di sicurezza nazionale. Milioni di persone sono in carcere per reati di droga. Reati che non fanno vittime. La corruzione e la violenza, in particolare nei Paesi produttori e di transito, mettono in pericolo le democrazie. Ogni anno decine di migliaia di persone muoiono per questa guerra. La proibizione sulle piante e le sostanze psicoattive derivate ha anche imposto enormi limitazioni alle ricerca scientifica pura e a quella applicata allo sviluppo di nuove terapie per decine di malattie, bloccando il progresso della scienza con danni gravissimi per la salute di milioni di persone.

Considerato che Dal 2015 lavora l’Intergruppo parlamentare Cannabis Legale di cui fanno parte oltre 100 onorevoli tra deputati e senatori di tutti gli schieramenti politici (PD, M5S, Forza Italia, Sinistra Italiana, Misto e altri). Nella proposta di legge dell’Intergruppo, in discussione alla Camera dei Deputati, si stabilisce il principio della detenzione lecita di una certa quantità di cannabis per uso ricreativo – 5 grammi innalzabili a 15 grammi in privato domicilio – non sottoposta ad alcuna autorizzazione, né ad alcuna comunicazione a enti o autorità pubbliche. Rimane comunque illecito e punibile il piccolo spaccio di cannabis, anche per quantità inferiori ai 5 grammi. È inoltre consentita la detenzione di cannabis per uso terapeutico entro i limiti contenuti nella prescrizione medica, anche al di sopra dei limiti previsti per l’uso ricreativo. È possibile coltivare piante di cannabis, fino a un massimo di 5 di sesso femminile, in forma sia individuale, che associata. È altresì consentita la detenzione del prodotto ottenuto dalle piante coltivate. Per la coltivazione personale è sufficiente inviare una comunicazione all’Ufficio regionale dei Monopoli competente per territorio e non è necessaria alcuna autorizzazione. I dati trasmessi sono inseriti tra i “dati sensibili” del Codice Privacy (opinioni politiche, tendenze sessuali, stato di salute…), e non possono essere né acquisiti, né diffusi per finalità diverse da quelle previste dalla procedura di comunicazione. Per la coltivazione in forma associata, è necessario costituire una associazione senza fini di lucro, sul modello dei cannabis social club spagnoli, cui possono associarsi solo persone maggiorenni e residenti in Italia, in numero non superiore a cinquanta. Ciascun cannabis social club può coltivare fino a 5 piante di cannabis per ogni associato. È possibile iniziare a coltivare decorsi trenta giorni dall’invio della comunicazione all’Ufficio regionale dei Monopoli competente per territorio. Anche in questo caso le comunicazioni sono protette dalle norme previste per i “dati sensibili” dal Codice Privacy. È istituito il regime di monopolio per la coltivazione delle piante di cannabis, la preparazione dei prodotti da essa derivati e la loro vendita al dettaglio. Per queste attività sono autorizzati dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli anche soggetti privati. Sono escluse esplicitamente dal regime di monopolio la coltivazione in forma personale e associata della cannabis, la coltivazione per la produzione di farmaci, nonché la coltivazione della canapa esclusivamente per la produzione di fibre o per altri usi industriali. Per le attività soggette a monopolio sono previsti principi (tracciabilità del processo produttivo, divieto di importazione e esportazione di piante di cannabis e prodotti derivati, autorizzazione per la vendita al dettaglio solo in esercizi dedicati esclusivamente a tale attività, vigilanza del Ministero della salute sulle tipologie e le caratteristiche dei prodotti ammessi in commercio e sulle modalità di confezionamento, ecc. ecc.), la cui attuazione è delegata a tre decreti ministeriali. La violazione delle norme del monopolio comporta, in ogni caso, l’applicazione delle norme di contrasto alla produzione e al traffico illecito di droga. Sono previste norme per semplificare la modalità di individuazione delle aree per la coltivazione di cannabis destinata a preparazioni medicinali e delle aziende farmaceutiche autorizzate a produrle, in modo da soddisfare il fabbisogno nazionale. Sono inoltre semplificate le modalità di consegna, prescrizione e dispensazione dei farmaci contenenti cannabis. L’obiettivo è quello di migliorare una situazione, come quella attuale, in cui il diritto a curarsi con i derivati della cannabis è formalmente previsto, ma sostanzialmente impedito da vincoli burocratici, sia per l’approvvigionamento delle materie prime per la produzione nazionale, sia per la concreta messa a disposizione dei preparati per i malati. Si stabilisce un principio generale di divieto di fumo di marijuana e hashish in luoghi pubblici, aperti al pubblico e negli ambienti di lavoro, pubblici e privati. Sarà possibile fumare solo in spazi privati, sia al chiuso, che all’aperto. Come per l’alcol, la legalizzazione della cannabis non comporta l’attenuazione delle norme e delle sanzioni previste dal Codice della strada per la guida in stato di alterazione psico-fisica. Nel caso della cannabis, rimane aperta comunque la questione relativa alle tecniche di verifica della positività al tetraidrocannabinolo (THC) che attestino un’alterazione effettivamente in atto, come per gli alcolici, e non solo un consumo precedente che abbia esaurito il cosiddetto effetto “drogante”. I proventi derivanti per lo Stato dalla legalizzazione del mercato della cannabis sono destinati per il 5% del totale annuo al finanziamento dei progetti del Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga. Inoltre, i proventi delle sanzioni amministrative relative alla violazione dei limiti e delle modalità previste per la coltivazione/detenzione di cannabis, sono interamente destinati ad interventi informativi, educativi, preventivi, curativi e riabilitativi, realizzati dalle istituzioni scolastiche e sanitarie e rivolti a consumatori di droghe e tossicodipendenti.

Marijuana assunta in piccole quantità rallenta la demenza e invecchiamento del cervello

Si sta molto discutendo, negli ultimi giorni, di un eccezionale ricerca portata avanti nello specifico nei laboratori dell’Università di Bonn e della Hebrew University di Gerusalemme ed intenta a rivelare un particolare e potenziale effetto benefico della cannabis che in futuro potrebbe essere aggiunto alla lista attualmente presente.

Infatti sempre più spesso si sente parlare di cannabis medica alla quale sono collegati numerosi effetti benefici e terapeutici tra questi quello antidolorifico, stimolante dell’appetito ed in ultimo anche antispastico. Nell’effettuare tale ricerca ecco che i ricercatori sopra citati hanno voluto dimostrare che agli effetti benefici della cannabis medica potrebbe essere aggiunto quello di essere un importante e potente antiaging sottolineando quindi che potrebbe essere in grado di favorire o comunque migliorare la memoria e l’apprendimento ed in generale le facoltà cognitive negli anziani. Per effettuare tale ricerca i ricercatori hanno preso in esame i topi ovvero animali dal ciclo di vita piuttosto breve e che solitamente tendono a mostrare i primi segni di cedimento cognitivo intorno ai 12 mesi di vita.

Anche Andras Bilkei-Gorzo, dell’Institute of Molecular Psychiatry della stessa università in cui è stata condotta la ricerca ha espresso il suo pensiero in merito allo studio in questione e soprattutto in merito a quelli che sono i risultati ottenuti e a tal proposito ha dichiarato “Se riuscissimo a ringiovanire il cervello in modo da ‘regalare’ dai cinque ai dieci anni in meno senza il bisogno di ricorrere a medicinali extra avremo fatto molto di più di quanto avremmo mai potuto immaginare“. E’comunque opportuno precisare che tra l’essere umano e i topi vi sono delle differenze ma nonostante ciò i ricercatori sembrano essere abbastanza fiduciosi del fatto che gli effetti della cannabis potrebbero contrastare quello che è l’effetto dell’invecchiamento cerebrale anche nella nostra specie e questa scoperta, se fosse reale, sarebbe davvero sorprendente e molto importante ma al momento non è ancora possibile affermarlo con certezza.  Michael Bloomfield, docente di psichiatria alla University College London ha dichiarato “Ciò che è particolarmente eccitante di questo studio è che apre le porte alla conoscenza del sistema endocannabinoide, un obiettivo potenziale per nuove strade della ricerca su malattie come la demenza”.

Droghe e maturazione del cervello

Molti ragazzi e genitori si rivolgono a noi, a volte con scetticismo, chiedendoci quali siano i reali danni delle droghe e dell’alcol sul cervello. Pensano che in realtà le nostre raccomandazioni a non usare alcun tipo di droghe siano solo allarmismi. Le argomentazioni scientifiche che possiamo produrre per dimostrare quanto le sostanze possono essere dannose per il proprio cervello e quindi per la mente sono moltissime ma spesso di difficile comunicazione e spiegazione per la loro complessità scientifica. Una informazione su tutte però appare particolarmente comprensibile nella sua drammatica chiarezza: il cervello comincia la sua maturazione acquisendo gli stimoli del mondo esterno a partire dalla nascita, ma completa tale processo tra i 20 e i 21 anni con importanti varianti individuali. La figura soprariportata illustra tale evoluzione dove le aree giallo, verde, arancione rappresentano le aree di immaturità cerebrale particolarmente presenti nei primi anni di vita che vanno via via riducendosi col progredire dell’età fino a raggiungere la completa maturazione, rappresentate dal colore blu-viola dopo i 20 anni. Come è comprensibile, durante tutto questo processo le cellule cerebrali sono particolarmente sensibili e la loro fisiologia e naturale maturazione può venire facilmente alterata e deviata dai forti stimoli provenienti dall’esterno quali per l’appunto quelli prodotti dalle droghe e dall’alcol. Va chiarito che tutte le sostanze stupefacenti sono psicoattive e in grado, anche a basse dosi, di interferire con questa maturazione cerebrale. Mentre le cellule cerebrali maturano e le relazioni tra esse si consolidano, la persona sviluppa sempre di più la sua personalità e il suo funzionamento mentale. Risulta evidente anche ai non esperti che, se il cervello di un ragazzo in piena maturazione, viene bombardato con sostanze in grado di stimolare enormemente e intossicare le cellule nervose in evoluzione (e quindi particolarmente sensibili) non potrà avere uno sviluppo fisiologico ma sarà deviato dalla sua naturale evoluzione. I danni quindi, che queste sostanze sono in grado di produre nel cervello dei ragazzi, che è la fascia di popolazione che ci preoccupa di più, scardinano importanti e delicati sistemi neuropsicologici all’interno di un sistema cerebrale in piena maturazione, creando, oltre a documentabili danni fisici, anche il persistere di percezioni alterate del proprio essere e del mondo esterno. Queste percezioni vengono memorizzate dall’individuo creando quindi una distorsione cognitiva che può permanere per moltissimo tempo se non addirittura per tutta la vita, condizionando il “sentire”, il “pensare”, il “volere” e, in ultima analisi, il proprio comportamento. Molti ragazzi usano nell’età dell’adolescenza droghe e alcol esponendo se stessi ad una violenza neurologica e psichica di cui ignorano sicuramente la gravità. Spero che quanto qui scritto possa farli riflettere sulla cosa migliore da fare.

Che cos’è la marijuana?

La marijuana – in inglese spesso chiamata “pot”, “grass”, “weed”, “mary jane” o “mj” – è una miscela verdastrogrigia di foglie, gambi, semi e fiori di canapa Cannabis sativa essiccati e tagliuzzati. La maggior parte dei consumatori fuma marijuana sotto forma di sigarette fatte a mano, chiamate anche “joints” (spinelli), altri usano pipe o pipe d’acqua (“bongs”). Si sono diffusi anche i sigari di marijuana (“blunts”) realizzati sostituendo il tabacco con la marijuana spesso mescolata ad altre droghe come crack o cocaina. La marijuana viene usata anche per preparare il the e a volte come ingrediente nei cibi. Il principale principio attivo nella marijuana è il delta-9- tetraidrocannabinolo (THC) responsabile degli effetti psicoattivi della droga. L’ammontare di THC (che è anche il principio psicoattivo dell’hashish) determina la potenza e, perciò, gli effetti della marijuana. Tra il 1980 ed il 1997, la THC è aumentata nella marijuana disponibile negli Stati Uniti. Qual’è l’entità dell’uso/abuso di marijuana negli Stati Uniti? ( conetrazione drammaticamente concentrazione di La marijuana è la sostanza illegale più comunemente usata negli Stati Uniti. Nel 2004, 14,6 milioni di Americani di 12 anni e più avevano utilizzato marijuana almeno una volta nella vita. Nello stesso anno circa 6000 persone al giorno hanno pari a 2,1 milioni di Americani. Di questi, il 63,8% era minorenne. Nella seconda metà del 2003 la marijuana era la terza sostanza usata e menzionata (12,6%) più di frequente al pronto soccorso, dopo la cocaina (20%) e l’alcol (48,7%). Tra il 2003 e il 2004 la prevalenza d’uso nel corso della vita, nell’ultimo anno e nell’ultimo mese è rimasta stabile tra i giovani di 15 – 17 anni. Si assiste invece ad una diminuzione significativa dell’uso nell’ultimo mese tra i 13enni, e un notevole aumento della percezione di nocività della marijuana, fumata una o due volte e regolarmente. La tendenza alla utilizzato marijuana per la prima volta, disapprovazione dell’uso di marijuana (una o due volte, occasionalmente) è aumentata anche tra i 13enni e i 15enni.

Come agisce la marijuana sul cervello? Quando la marijuana viene fumata, il suo principio attivo (THC) passa rapidamente dai polmoni a tutto il corpo incluso il cervello, attraverso il flusso sanguigno. Nel cervello, il THC si lega a siti specifici chiamati recettori de cannabinoidi situati sulle cellule nervose ed esercita un’influenza sulla loro funzione. I recettori dei cannabinoidi si trovano soprattutto nelle zone del cervello che regolano il movimento, la coordinazione, l’apprendimento e la memoria, e le funzioni cognitive complesse come il giudizio e il piacere.

Quali sono gli effetti acuti derivanti dall’uso di marijuana? Gli effetti della marijuana si manifestano subito dopo l’ingresso della droga nel cervello e durano da una a tre ore. Se la marijuana viene assunta attraverso il cibo o le bevande, gli effetti a breve termine si manifestano più lentamente, di solito dopo mezz’ora o un’ora, e durano di più, anche fino a 4 ore. Fumare marijuana porta ad un rilascio di THC nel sangue di gran lunga maggiore rispetto all’assunzione attraverso cibo o bevande. Pochi minuti dopo l’inalazione del fumo di marijuana, il cuore comincia a battere più rapidamente, le vie bronchiali si rilassano e si dilatano e i vasi sanguigni negli occhi si espandono facendoli arrossire. Il battito cardiaco, normalmente 70/80 battiti al minuto, può avere un aumento di 20/50 battiti al minuto o, in altri casi, può perfino raddoppiare. Quest’effetto può aumentare se con la marijuana vengono assunte altre droghe. Come quasi tutte le droghe, quando il THC entra nel cervello produce immediatamente euforia agendo sul sistema di gratificazione e stimolando così il rilascio di dopamina. Un consumatore di marijuana può provare delle sensazioni piacevoli, i colori e i suoni possono sembrare più intensi e il tempo sembra passare più lentamente. Si ha una mancata salivazione e improvvisamente ci si può sentire molto affamati e assetati. Le mani possono tremare o diventare fredde. Dopo la fase iniziale, l’euforia passa e possono verificarsi sonnolenza o depressione. Qualche volta, l’uso della marijuana provoca ansia, paura, diffidenza nei confronti degli altri o panico.

Secondo uno studio condotto dalla “National Highway Traffic Safety Association” (Associazione nazionale per la sicurezza stradale, ndt.), una dose modesta di marijuana da sola può influire negativamente sulla capacità di guidare; tuttavia, gli effetti di una dose bassa di droga assunta in combinazione con alcol sono decisamente più forti rispetto ad un’assunzione di sola marijuana o di solo alcol. Gli indici misurati relativi alla capacità di guidare includevano il tempo di reazione, la frequenza di ricerca visuale (dove il conducente controlla le strade laterali), e l’abilità di percepire e/o rispondere a variazioni nella velocità di altri veicoli. I consumatori che hanno assunto dosi elevate di marijuana possono provare psicosi tossica acuta con la presenza di allucinazioni, illusioni e depersonalizzazione (perdita del senso d’identità personale). Anche se le cause specifiche di questi sintomi rimangono ignote, sembra che si manifestino più frequentemente quando un’alta dose di cannabis viene assunta con il cibo o nelle bevande anziché fumata in uno spinello.

Qual è l’effetto dell’uso di marijuana sulla salute fisica?

La marijuana favorisce potenzialmente lo sviluppo del cancro ai polmoni e in altre parti del tratto respiratorio perché contiene agenti irritanti e cancerogeni. Il fumo di marijuana, infatti, contiene dal 50 al 70% di idrocarburi cancerogeni in più rispetto al fumo di tabacco. Inoltre, produce alti livelli di un enzima che trasforma certi idrocarburi nella loro forma cancerogena. Questi livelli possono accelerare le variazioni che alla fine producono cellule maligne. Di solito i consumatori di marijuana aspirano più profondamente e trattengono il respiro più a lungo rispetto ai fumatori di tabacco; questo aumenta l’esposizione dei polmoni al fumo cancerogeno. Questi fatti suggeriscono che, a parità di sigarette, il fumatore di marijuana è più soggetto al rischio di un cancro rispetto al fumatore di solo tabacco. Ci possono essere effetti avversi per la salute provocati da marijuana dovuti al fatto che il THC danneggia la capacità del sistema immunitario di combattere le malattie infettive e il cancro. Esperimenti di laboratorio che hanno esposto cellule di animali e cellule umane a THC e ad altre sostanze contenute nella marijuana, hanno dimostrato che in molti tipi di cellule immunitarie le normali reazioni di prevenzione di una malattia si inibiscono. Altri studi sui topi esposti a THC, o sostanze simili, hanno rivelato che questi animali avevano una maggiore probabilità di sviluppare infezioni batteriche e tumori rispetto a topi non esposti. Uno studio ha indicato che il rischio che una persona subisca un infarto cardiaco entro la prima ora dopo aver fumato marijuana è quattro volte più alto del rischio normale per quel soggetto. I ricercatori hanno ipotizzato che questo può essere in parte dovuto al fatto che la marijuana alza la pressione sanguigna e il battito cardiaco e riduce la capacità del sangue di distribuire ossigeno.

Marijuana, memoria e ippocampo Il danno che la marijuana provoca alla memoria a breve termine sembra essere dovuto al fatto che il THC altera il modo in cui l’ippocampo (una delle aree del cervello responsabile della memoria) elabora le informazioni. Ratti di laboratorio ai quali è stato somministrato THC hanno mostrato una ridotta abilità di eseguire compiti che richiedevano l’uso della memoria a breve termine analoga a quella mostrata da altri ratti ai quali sono state distrutte le cellule nervose dell’ippocampo. I ratti trattati con THC avevano inoltre una maggiore difficoltà con i compiti al momento di massima interferenza della droga con il normale funzionamento delle cellule dell’ippocampo. Man mano che le persone invecchiano, normalmente perdono neuroni nell’ippocampo e diminuisce così la loro abilità di ricordare eventi. L’esposizione cronica a THC può accelerare la perdita di neuroni dell’ippocampo che avviene normalmente con l’invecchiamento. In una serie di studi, ratti esposti a THC ogni giorno per 8 mesi (approssimativamente il 30% della loro aspettativa di vita), esaminati a 11 o 12 mesi di età, presentavano una perdita di cellule nervose equivalente ad animali con il doppio della loro età.

Le sostanze simili al THC che si trovano naturalmente nell’organismo Gli effetti del THC sul nostro organismo sono dovuti in gran parte alla sua somiglianza con una famiglia di sostanze chimiche naturali simili alla Cannabis, i cannabinoidi endogeni. La forma della molecola di THC, così simile a quella dei cannabinoidi endogeni, le permette di interagire sulle cellule nervose con gli stessi recettori con cui i cannabinoidi endogeni interagiscono, influenzando quindi molti degli stessi processi. La ricerca ha dimostrato che i cannabinoidi endogeni aiutano a controllare una vasta gamma di processi mentali e fisici nel cervello e in tutto il corpo, inclusa la memoria, la percezione, la coordinazione motoria di precisione, le sensazioni di dolore, l’immunità alle malattie e la riproduzione. Quando si fuma marijuana, il THC stimola eccessivamente i recettori dei cannabinoidi portando ad una disgregazione del controllo normale dei cannabinoidi endogeni. Questa stimolazione eccessiva produce l’ebbrezza provata dai fumatori di marijuana. Col tempo, il THC può degradare i recettori dei cannabinoidi, ed è possibile che produca effetti avversi permanenti e contribuisca a una dipendenza con il rischio di crisi di astinenza.

Quali sono le conseguenze dell’utilizzo di marijuana sul rendimento scolastico, lavorativo e nella vita sociale? Gli studenti che fumano marijuana ottengono voti più bassi e hanno meno probabilità di diplomarsi rispetto ai loro compagni di classe che non fumano. I lavoratori che fumano marijuana sono più inclini ad avere problemi sul lavoro rispetto ai colleghi che non fumano. Molti studi hanno associato l’abitudine di alcuni lavoratori a fumare marijuana con le assenze, i ritardi, gli incidenti, le lamentele per la retribuzione e il cambio frequente di lavoro. In uno studio comparato i ricercatori hanno sottoposto studenti, fumatori e non fumatori di marijuana, a prove standardizzate di abilità verbali e matematiche. I punteggi risultavano significativamente più bassi nei fumatori rispetto ai non fumatori. Uno studio sui lavoratori ha riscontrato che coloro che fumavano marijuana (sul posto di lavoro o fuori dall’orario di lavoro) mostravano con maggiore frequenza “comportamenti di abbandono”: – lasciavano il lavoro senza permesso, sognavano ad occhi aperti, utilizzavano l’orario di lavoro per questioni personali ed evitavano di portare a termine i propri compiti – il che influiva negativamente sulla produttività. Depressione, ansia e disturbi della personalità sono tutti associati all’uso di marijuana. La letteratura dimostra chiaramente che l’uso di marijuana causa potenzialmente problemi nella vita quotidiana o peggiora problemi personali già esistenti. Accertato che la marijuana compromette l’abilità di imparare e ricordare informazioni, più se ne fa uso, più si è soggetti a rimanere indietro nelle abilità intellettuali, lavorative e sociali. La ricerca ha, inoltre, dimostrato che l’effetto negativo dell’uso di marijuana sulla memoria e sull’apprendimento può protrarsi per giorni o per settimane dopo la fine degli effetti acuti dell’uso della droga.

Il suo primo scritto,uscito nel 1968,e poi il libro Marijuana Reconsidered riflettevano le sue scoperte: a confronto con altre sostanze psicoattive e anche con altri farmaci moderni considerati sicuri, quali l’aspirina, la canapa è una sostanza assai più sicura. Queste conclusioni fecero scalpore, naturalmente nell’America culla del proibizionismo: ma come, un docente di Harvard, un’autorità indiscussa in campo scientifico osava sostenere che la canapa era meno pericolosa dell’alcol e del tabacco? Se pensiamo che la stessa tesi, sostenuta trent’anni dopo dall’accademico di Francia Bernard Roques, ha di nuovo suscitato scandalo, meglio si capisce il coraggio politico e la statura umana, oltre che scientifica, di Lester Grinspoon. Non a caso, nella sua storia, l’impegno di ricerca si intreccia con la pratica clinica e la militanza politica.

Grinspoon è sempre stato in prima linea nell’assistere i tanti pazienti che a lui si rivolgono per avere le informazioni sulla canapa, spesso rifiutate dai medici curanti. Il sapere proveniente dalle testimonianze dei malati è la base dell’altra famosa opera,Marijuana, the forbidden medicine. Grinspoon ha sempre difeso il valore delle evidenze aneddotiche a sostegno delle proprietà terapeutiche della canapa, anche in assenza di sperimentazioni cliniche controllate: è questa una delle sue argomentazioni preferite, ampiamente documentata in questo volume (cfr. Una ricchezza da sfruttare).

Si farebbe torto a Lester Grinspoon a confinarlo al tema della canapa medica. La sua ricerca procede a tutto campo, così come a tutto campo è iniziata. Particolarmente interessante, a questo proposito, è la sua tesi circa la versatilità, com’egli la chiama, della marijuana, che non può essere circoscritta ai soli usi ludico e medico. C’è un terzo campo, di “potenziamento” delle facoltà umane (sensorie, di pensiero, dell’umore), che sta a cavallo fra i due, altrettanto fertile.Anche per questo, Grinspoon è scettico circa la possibilità, o l’opportunità, di scindere la battaglia per la legalizzazione degli usi terapeutici da quella per la decriminalizzazione della canapa. Così come non si è mai stancato di denunciare che i tentativi di creare farmaci derivati dalla canapa in alternativa alla marijuana, sono in realtà un «artefatto della proibizione».

Da qui la polemica degli ultimi anni contro la «farmaceutizzazione» della canapa, com’egli la definisce; in particolare, contro la pretesa superiorità del Sativex (un farmaco creato dalla casa britannica G.W. Pharmaceuticals) sulla canapa inalata o fumata (cfr. Il fumo è la migliore medicina). La «medicalizzazione» o «farmaceutizzazione» della marijuana è un nodo politico cruciale, che vede opinioni differenti all’interno dello stesso movimento antiproibizionista; Fuoriluogo vi ha dedicato un dibattito con molti interventi, a partire dal 2001. Ma già due anni prima, Giancarlo Arnao aveva aperto il confronto con un articolo dal suggestivo titolo Liberare le droghe.Anche dal potere medico: commentando uno scritto di Thomas Szasz, egli individua i pericoli della «medicalizzazione» delle droghe,che rischia di sostituire una forma di controllo (quella poliziesca), con un’altra, più sottile ma anch’essa insidiosa (quella dei camici bianchi).

Arnao rivendicava l’uso della cannabis non come espressione di un disagio, ma come un’esigenza connaturata all’essere umano. Questo problema abbraccia l’intera problematica droga, interessata a fondo dal ben conosciuto fenomeno di “patologizzazione della devianza”, e si riflette anche sul tema specifico degli usi medici della canapa: ha senso legittimare l’uso medico, mantenendo l’intolleranza, morale e penale, nei confronti degli usi non medici della canapa? E ancora:è possibile separare nettamente la funzione psicoattiva da quella terapeutica, privando il farmaco-canapa delle proprietà euforiche della marijuana? Come si è detto, Grinspoon non ha incertezze nel tenere insieme le due funzioni; così come nel legare i diversi aspetti della medesima battaglia (cfr.Anche lo high è terapeutico). Nell’intervista A carte truccate, di nuovo auspica la crescita di un movimento di pressione delle persone che usano la marijuana come terapia per rovesciare del tutto il proibizionismo. «La marijuana medica – sostiene – insegnerà alle persone che questa sostanza non è l’erba diabolica che il governo ci ha descritto per anni».

Uno dei leit motiv dell’autore è la denuncia della persecuzione dei consumatori americani, una vera e propria caccia alle streghe responsabile fino ad oggi dell’arresto di 12 milioni di cittadini. La polemica attuale di Lester Grinspoon contro il fondamentalismo dei teocon di Bush è coerente con l’impegno di una vita per smascherare le menzogne che hanno imposto una «follia di massa» sulla canapa; e per denunciare l’asservimento al potere della scienza, o almeno di molti, troppi, sedicenti scienziati. La collaborazione di Lester Grinspoon con Fuoriluogo e con Forum Droghe ha avuto inizio grazie ai rapporti con il mondo americano di Giancarlo Arnao, nel 1998, con la pubblicazione del primo dei suoi fondamentali contributi sulla ca- napa, sulle sue applicazioni terapeutiche, sulle conseguenze della proibizione. Si tratta del drammatico processo contro un cittadino americano, arrestato in Malesia per possesso di marijuana,da lui utilizzata per curare il dolore cronico:Grinspoon racconta la sua testimonianza in tribunale in qualità di esperto internazionale di canapa medica, nel tentativo di salvare l’infelice che rischiava fino al- la pena di morte. L’attività di consulente nei tribunali statunitensi fa parte della sua militanza politica: nonostante i pronunciamenti popolari che hanno imposto a molti stati americani di decriminalizzare la marijuana ad uso medico, il governo, appellandosi alla legge federale, ignora le leggi statali e continua a perseguitare i malati e i medici: così come attesta la testimonianza giurata nel caso Ashcroft versus Raich, anch’essa riportata in questo volume.

Studi di morfologia cerebrale Gli studi mormometrici relativi a uso di cannabis ed esordio di disturbi psicotici sono di numero esigu. Questa tipologia di studi potrebbe essere utile nel definire il legame tra cannabis e psicosi attraverso l’analisi delle alterazioni cerebrali presenti negli utilizzatori di cannabis con predisposizione verso un disturbo psicotico . Szeszko et al.  hanno osservato in soggetti al primo episodio psicotico che utilizzavano cannabis alterazioni nella sostanza grigia del cingolato anteriore, ma non del giro frontale superiore e orbito frontale. Rais et al. hanno, inoltre, riportato che nei pazienti al primo episodio che avevano utilizzato cannabis, rispetto ai non utilizzatori, era presente una riduzione rilevante del volume cerebrale globale durante 5 anni di follow-up . Bangalore et al. hanno effettuato un analisi morfometrica per valutare le alterazioni della sostanza grigia nei pazienti al primo episodio psicotico che utilizzavano cannabis rispetto a quelli che non la utilizzavano e ai controlli sani, riportando nei primi una riduzione della sostanza grigia nella corteccia del cingolato posteriore di destra. Recentemente, Stone et al.  hanno riportato che, sia in soggetti sani che con stato mentale a rischio (SMR), l’uso di cannabis era inversamente correlato al volume della sostanza grigia della corteccia prefrontale. Non erano presenti evidenze a supporto dell’ipotesi di un’aumentata suscettibilità agli effetti dannosi di alcol e cannabis sulla sostanza grigia prefrontale in soggetti con uno SMR. Tuttavia, un uso moderato di alcol, tabacco e cannabis era associato a una riduzione della sostanza grigia nelle varie regioni esaminate sia i soggetti con uno SMR che in volontari sani. Tale dato potrebbe essere rappresentativo di un danno corticale o di cambiamenti della plasticità neuronale in coloro che utilizzano cannabis, tabacco e alcol.

Ruolo causale della cannabis nei disturbi psicotici Negli ultimi quindici anni sono stati effettuati diversi studi per definire il legame tra l’uso di cannabis e lo sviluppo di psicosi o di sintomi psicotici con risultati convergenti che suggeriscono che l’uso di cannabis può essere un fattore di rischio indipendente per l’esordio psicotico. La natura del legame tra cannabis e psicosi, tuttavia non è stato ancora ben spiegato. I risultati ottenuti dai campioni clinici di soggetti con psicosi hanno un valore limitato per spiegare i meccanismi sottostanti a tale associazione, in quanto sono difficilmente controllabili i potenziali fattori confondenti legati al quadro clinico (ad esempio, sintomatologia attiva e deficit cognitivi legati alla condizione patologica). Pertanto, gli studi che esplorano le variabili implicate nell’espressione di sintomi psicotici in popolazioni non cliniche, rispetto a quelli condotti su popolazioni cliniche, possono essere di maggior aiuto nell’identificare i fattori di rischio per lo sviluppo di un disturbo psicotico . Tali studi sono stati condotti su soggetti con propensione alla psicosi, ovvero in coloro che presentano esperienze psicotiche ma non hanno una diagnosi clinica di psicosi. Sono, quindi, inclusi i cosiddetti segni schizotipici e i sintomi psicotici attenuati che sono presenti in una relativamente ampia proporzione (15-20%) di coloro che non hanno una diagnosi clinica di psicosi . I primi studi si sono focalizzati sull’associazione tra cannabis e propensione psicotica “positiva”. Williams et al.  hanno riportato un punteggio maggiore a una scala che  esplorava i sintomi schizotipici “positivi” (alterazioni della percezione, pensiero magico o paranoide) in soggetti reclutati dalla popolazione generale, che utilizzavano cannabis rispetto a quelli che non la consumavano. Kwapil  hanno effettuato uno studio longitudinale con un follow-up a 10 anni su 534 studenti universitari valutati al baseline sulle dimensioni schizotipiche “positive” e “negative”.

I risultati dello studio hanno mostrato che i soggetti con un maggior punteggio nella dimensione positiva al baseline presentavano una più alta frequenza di uso di sostanze nei 10 anni successivi. Studi più recenti si sono focalizzati sul legame tra cannabis e le diverse dimensioni della propensione alla psicosi. Skosnik  hanno riportato differenze significative alle varie dimensioni dello Schizotypal Personality Questionnaire (SPQ) tra i soggetti con uso attuale e quelli con uso pregresso di cannabis e coloro che non ne hanno mai fatto uso, riscontrando nei primi punteggi maggiori alle dimensioni “positive” e alla sottoscala “comportamento bizzarro”. Non sono state riportate associazioni, invece, tra uso di cannabis e punteggi delle dimensioni negative. Nunn hanno valutato 196 studenti con l’OxfordLiverpool Inventory of Feeling and Experiences (O-LIFE psychosis proneness) e con la Peter et al. Delusional Inventory (PDI), dividendoli in quattro gruppi: utilizzatori di cannabis, utilizzatori di alcol, utilizzatori di cannabis e alcol e non utilizzatori. I soggetti che utilizzavano solo cannabis, rispetto ai soggetti degli altri gruppi, hanno mostrato punteggi più elevati alle scale che valutano i sintomi positivi (esperienze insolite dell’O-LIFE e della PDI). Solo due studi hanno mostrato un legame tra uso di cannabis e sintomi “negativi” .

Dumas  hanno riportato in giovani studenti che utilizzavano cannabis, rispetto a quelli che non la utilizzavano, punteggi maggiori ai sintomi positivi e alle dimensioni negative dell’SPQ. Verdoux  hanno evidenziato, in giovani studentesse, un’associazione significativa tra l’uso di cannabis e alti punteggi alle dimensioni “positive” e “negative” del Community Assessment of Psychic Experiences (CAPE), un questionario per la valutazione delle esperienze psicotiche nella popolazione generale. Non era, invece, presente un’associazione tra l’uso di cannabis e la dimensione “depressiva” del CAPE. Si può, quindi, concludere che gli studi che hanno esplorato l’associazione tra uso di cannabis e propensione alla psicosi in popolazioni non cliniche hanno fornito risultati che dimostrano una relazione tra la presenza di caratteristiche della dimensione “positiva” della propensione alla psicosi (ad esempio, distorsioni percettive e ideative, comportamenti bizzarri) e l’uso di cannabis. Sono stati, tuttavia, rilevati risultati discrepanti sulla relazione tra uso di cannabis e le dimensioni “negative” della propensione alla psicosi (ad esempio, ritiro sociale, affettività ristretta, anedonia).

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