Marte, dichiarazione shock di un ingegnere Nasa ‘Gli alieni esistono sono già sulla terra, ne ho visto uno’

Marte è senza dubbio uno dei pianeti più studiati dalla scienza e dall’ufologia, e potrebbe essere proprio questo il motivo per il quale è stato inviato sul pianeta rosso Curiosity, ovvero un rover che ci potrà garantire le foto del suolo marziano o perchè le maggiori potenze mondiali risultano maggiormente concentrate sui progetti di sbarco su questo pianeta, ma via via le notizie riguardanti Marte, dal punto di vista ufologico e complottistico sembra stiano prendendo sempre più piede nell’ultimo periodo. Proprio nei giorni scorsi era stata diffusa la notizia della presenza sulla superficie di Marte di un serpente alieno, notizia che è apparsa ad inizio settimana scorsa circolando sul web in tutto il mondo. Ma si tratta di una bufala?

La risposta purtroppo non sembra esserci ancora, perché nonostante molti esperti abbiano tentato di spiegare come questa sa una formazione rocciosa che nel tempo ha assunto questa forma, altri sono concordi nel dichiarare che si tratta di una qualche forma aliena. Da decenni ormai si specula sulla questione e dunque sulla possibile presenza degli alieni sul pianeta rosso, e nello specifico in seguito all’avvistamento dell’ufo crash di Roswel nel 1947, le teorie sulla presenza degli alieni nella nostra galassia sembra abbiano cominciato a moltiplicarsi, ed a queste negli ultimi anni pare si siano affiancate una serie di declassificazioni da parte della Cia riguardanti numerosi files riguardanti appunto gli Ufo.

Questo ha portato l’organizzazione The Disclosure Activists a rilasciare delle dichiarazioni piuttosto importanti. “Di recente vi è uno sforzo sistematico dall’interno del governo degli Stati Uniti di rilasciare tali informazioni al pubblico”, ha affermato il co-fondatore dell’organizzazione Russell Calka. “Nel corso degli anni sono state raccolte varie prove da parte dei ricercatori, testimonianze militari e documenti declassificati che portano ad una conclusione molto semplice: il pianeta Terra è stato e viene visitato da esseri di un altro mondo”, ha commentato Victor Viggiani. Nell’ultimo periodo, inoltre, sembra che Wikileaks abbia parlato di Ufo e di Alieni, arrivate tramite mail, che fa pensare ad una sorta di sensibilizzazione per preparare il mondo al grande evento.

Ed ancora dichiarazioni davvero scioccanti sono state effettuate da un ingegnere della Nasa che si chiama Clark McClelland, il quale ha dichiarato di aver visto un alieno durante le operazioni di monitoraggio di uno shuttle, descrivendolo come un umanoide alto circa 3 metri. L’ingegnere avrebbe anche postato il video dell’avvistamento, della durata di 1 minuto e 7 secondi. Nei suoi racconti, consultabili sul sito Stargate Chronicles, McClelland sostiene che gli alieni siano già arrivati sul pianeta Terra ed a tal riguardo sembra che ci sia pure qualcuno che sostiene che la prova evidente della presenza degli alieni sul nostro pianeta sia contenuta nella Bibbia.

Entra nel vivo il progetto di otto radiotelescopi in tutto il pianeta, chiamati a ritrarre ciò che avviene attorno a un oggetto celeste con una massa 4 milioni di volte superiore al nostro Sole. Per capire cosa c’è oltre il misterioso orizzonte degli eventi

Tre lettere per un’impresa mai tentata prima: EHT, Event Horizon Telescope. La mission impossible che però non vedrà protagonista Tom Cruise, bensì otto radiotelescopi distribuiti in diverse zone del pianeta. La squadra è già pronta e simulerà un enorme radiostrumento con un’apertura paragonabile al diametro terrestre.
Lo scopo è quello di scattare una foto sino ad ora ritenuta irrealizzabile: riprendere l’immagine del buco nero al centro della nostra galassia, la Via Lattea. Se ci riusciranno sarà l’immagine del secolo, pardon, del millennio.
L’obiettivo è quello di tentare l’osservazione di Sagittarius A* (l’asterisco sta per star, ndr), si chiama così il buco nero con una massa di oltre 4 milioni di volte superiore a quella del nostro Sole. Al count-down mancano solo pochi giorni perchè il primo tentativo si farà nella prima settimana di questo mese. Ma per sviluppare questa particolare pellicola bisognerà attendere un po’ di tempo. Almeno un anno. L’immagine sarà pronta solo nel 2018.
La missione non si fermerà qui, l’altro obiettivo è ancora più affascinante quanto complicato: fotografare anche il buco nero al centro della galassia M87, l’enorme agglomerato di stelle fra le costellazioni della Vergine e della Chioma di Berenice. Qui le grandezze sono ancora più esagerate: il buco nero in questione, infatti, ha una massa enorme: circa 6 miliardi quella della nostra stella.
IL PRIMO COMMENTO
«Parliamoci chiaro, si tratta di un’osservazione pressochè impossibile, ma è un progetto atteso da tanto tempo e che ci fa davvero sognare – commenta Marcello Giroletti, dell’Ira-Inaf (Istituto di Radioastronomia dell’Istituto Nazionale di Astrofisica -. Il buco nero non emette radiazione, quindi il risultato dello scatto sarà la sua ombra. Chissà se riusciremo ad osservare e a comprendere cosa succede quando la materia cade all’interno di un oggetto così».
Ed è proprio questo il punto: il grande radiotelescopio virtuale, una volta puntato verso la direzione giusta, che razza di immagine riuscirà a catturare ?
I PROTAGONISTI
Il tentativo di fotografare Sagittarius A* sarà realizzato da ben otto radio osservatori sparsi nel nostro pianeta tra i quali Alma ((Atacama Large Millimeter/submillimeter Array), uno strumento, anzi una serie di strumenti posizionati sull’altopiano di Chajnantor nelle Ande cilene, composto da ben 66 antenne di alta precisione. Ci sarà poi anche il South Pole Telescope, un radiotelescopio di 10 metri di diametro situato al centro dell’Antartide, presso la base Usa Amundsen-Scott. Va ricordato che al progetto partecipano anche l’Istituto Max Planck per la Radioastronomia degli Istituti Max Planck, l’Osservatorio Nazionale Astronomico del Giappone a Mitaka, la National Science Foundation e l’Università del Massachusetts.
IL RUOLO DI ALMA
L’italiano Ciriaco Goddi, astronomo presso l’Alma Regional Center a Leiden, in Olanda, illustra il compito dello strumento posizionato in Cile. «Un elemento fondamentale per l’attuazione di questo progetto – conferma soddisfatto – è proprio l’Atacama Large Millimeter Array (Alma). È il radiotelescopio più sensibile in assoluto. È operativo nel deserto di Atacama nelle Ande Cilene, a 5.100 metri sul livello del mare, nel deserto più alto e secco al mondo». E ancora: «Alma è un insieme di 50 parabole di 12 metri di diametro ciascuna per il quale è stato sviluppato un dispositivo che lo renderà simile ad un radiotelescopio di ben 84 metri di diametro. Il compito di questo fuoriclasse nella rete di strumenti coinvolti nel progetto – conclude Goddi – consentirà un salto di qualità nelle prestazioni dell’Eht, permettendo di mettere a fuoco il buco nero supermassiccio al centro della nostra Via Lattea».
LE OSSERVAZIONI
La finestra in cui saranno effettuate le osservazioni è quella tra mercoledì 5 e venerdì 14 aprile, nove notti fondamentali per una missione, come già detto, ritenuta impossibile. Più che il buco nero, gli astronomi tenteranno di catturare l’immagine del cosiddetto orizzonte degli eventi (Event Horizon, dal nome della missione appunto), il bordo oltre il quale si apre la voragine del buco nero. Se il 2016 è stato l’anno delle onde gravitazionali, il 2017 sarà sicuramente quello della prima immagine di un buco nero.
Chissà che faccia avrà!

Tempeste magnetiche migliaia di volte più intense di quelle avvenute milioni di anni fa sul nostro pianeta. Esplosioni e rilasci di energia pari a un miliardo di volte la potenza di una bomba zar, l’arma nucleare più distruttiva mai pensata dall’uomo. Temperature infernali e bombardamenti pressoché costanti.
Signore e signori vi presentiamo una finestra sul sistema solare di Trappist-1, la nana rossa salita all’onore delle cronache mondiali solo qualche settimana fa.
Annunci in pompa magna della Nasa, grandi speranze per l’Umanità, pianeti gemelli simili alla Terra e giù con le teorie più disparate. E qualcuno aveva pensato pure di trovarci qualcuno lassù.
Ma spesso le speranze e i sogni non coincidono con la realtà, e il recente studio di un gruppo di ricerca dell’Università Loránd Eötvös di Budapest, una delle più antiche e grandi università dell’Ungheria, pare aver posto una pietra tombale sulla presenza di acqua, forme di atmosfera primordiale e possibili oceani.
LA RICERCA
Ebbene gli scienziati ungheresi, il cui lavoro è stato pubblicato sull’Astrophysical Journal, il trimestrale statunitense dove vengono annunciate per prima le ricerche e le scoperte in campo astronomico, hanno fatto crollare tutte le speranze come in un domino. In sostanza, in quelle condizioni, quei pianeti si trovano in una sorta di girone infernale dove nessuna forma di vita, almeno per come la conosciamo noi, può sopravvivere.
E se le cose stanno come ci dicono gli astrofisici di Budapest, le atmosfere dei tre pianeti che si trovano nella cosiddetta fascia abitabile sono state lacerate e fatte a pezzi, mentre gli oceani sono stati dispersi nello spazio esterno.
LA STELLA
Trappist-1 è una nana rossa, una fredda stellina poco più grande di Giove. Si trova nella costellazione dell’Acquario a una distanza di 39,5 anni dal nostro Sistema solare. E’ un astro che mette a dura prova i suoi sette inquilini perchè è un oggetto di classe M8. Spiegato in parole accessibili a tutti, significa che trattasi di una stella giovane, capricciosa e irrequieta. Ha infatti un’età di mezzo miliardo di anni, quindi è estremamente immatura rispetto all’incommensurabile numero di stelle che popolano l’universo. Questa sua situazione, dunque, la pone in uno stato di incontrollata volubilità che lo studio ungherese ha messo in luce. Potenti brillamenti avvengono a cadenza oraria sottoponendo il suo sistema planetario a bombardamenti in grado di disintegrare molecole troppo complesse. Quelle molecole necessarie a far sviluppare la complessità che noi chiamiamo vita.

Gli alieni esistono e li incontreremo nel giro di massimo 20 anni. Chi lo dice non è un folle visionario, ma la leadership scientifica della Nasa. Non parliamo ancora di omini verdi decisi ad invadere la Terra con le loro astronavi, perché nel sistema solare non ci sono segnali della loro presenza. Se la vita esiste qui, però, potrebbe esistere sotto qualsiasi forma in altri angoli meno conosciuti ed esplorati dell’Universo.

Il convegno
Martedì si è tenuto a Washington un convegno, a cui hanno partecipato i leader scientifici della Nasa, che aveva come tema proprio la possibilità dell’esistenza della vita fuori dal nostro pianeta. Il verdetto è stato unanime: la vita c’è, e sappiamo anche dove andarla a cercare. La più sicura di questo fatto è stata proprio Ellen Sto- fan, chief scientist dell’agenzia spaziale americana. «Io – ha detto – credo che troveremo forti indicazioni della presenza della vita oltre la Terra nel prossimo decennio, e prove definitive tra i prossimi dieci e
venti anni». Jeffrey Newmark, direttore degli studi di eliofisica alla Nasa, ha confermato: «Il problema ormai non è se la troveremo, ma quando».

Secondo la Stofan, «sappiamo dove cercare, come cercare, e possediamo anche la tecnologia per farlo». Qualcuno a quel punto avrà cominciato a scrutare il cielo, nel timore di vedere le prime astronavi in arrivo, e allora la chief scientist della Nasa ha sentito la necessità di tranquillizzare il pubblico: «Non stiamo parlando dei piccoli omini verdi, ma di piccoli microbi». Questo ragionamento, però, vale per gli elementi che abbiamo potuto raccogliere finora soprattutto nel nostro sistema solare. Se però accettiamo l’idea che la vita si sia sviluppata altrove, secondo le stesse modalità che la scienza ritiene confermate per la Terra, non è possibile escludere che il fenomeno si sia ripetuto in forme simili alle nostre su qualche pianeta lontano che non abbiamo ancora identificato o studiato.

Quando la Stofan dice che la Nasa sa dove e come cercare la vita, si riferisce ad obiettivi precisi già identificati. Ad esempio Jim Green, direttore della scienza planetaria alla Nasa, ha citato studi che hanno analizzato l’atmosfera sopra i poli di Marte, suggerendo che il 50% dell’emisfero settentrionale del Pianeta Rosso era un tempo coperto dagli oceani per il 50% della sua superficie. Questi mari raggiungevano la profondità di oltre un chilometro e mezzo, ed essendo rimasti laggiù per almeno 1,2 miliardi di anni, la possibilità che al loro interno si sia sviluppata la vita è molto alta: «Il lungo periodo è necessario perché ciò avvenga», ha spiegato la Stofan, che poi ha aggiunto di sperare in una prossima missione degli uomini su Marte, perché questo renderebbe molto più facile l’individuazione dei fossili che offrirebbero la prova definitiva.

Dove si cerca
Il Pianeta Rosso, però, non è l’unico luogo dove la Nasa intende cercare. Secondo i suoi studiosi, anche la luna di Giove Ganimede offre ottime probabilità di ospitare la vita, così come Europa. Molto interesse c’è poi per i laghi di metano che si trovano
su Titano, la luna di Saturno. In geneìale, l’agenzia spaziale americana ritiene che finora gli scienziati abbiano sbagliato nell’identificare le zone abitabili, limitandole in maniera eccessiva. «Non sono solo intorno alle stelle – ha precisato Green – ma anche intorno ai pianeti giganti». Quindi Paul Hertz, direttore degli studi di astrofisica alla Nasa, ha spiegato che i nuovi telescopi offrono la possibilità di condurre ricerche molto approfondite in angoli dell’universo finora inaccessibili: «Non stiamo più studiando la presenza dell’acqua e l’abitabilità nel nostro sistema solare, ma la stiamo cercando anche in pianeti che ruotano intorno ad altre stelle». Se questa è la tendenza delle nuove indagini, nulla si può più escludere, considerando che l’occhio umano si sta avventurando verso regioni che non aveva mai raggiunto prima.

Il lettore più sofisticato potrebbe sospettare che queste dichiarazioni servano solo ad attirare più finanziamenti verso la Nasa, ma Io stesso presidente Obama ha ammesso che ormai l’obiettivo dell’agenzia è arrivare su Marte, e quindi la corsa che potrebbe farci incontrare la vita è già partita.

1. L’universo è sempre esistito.
L’universo come lo conosciamo ha avuto origine dal Big Bang, il «Gran Botto» in cui si è formata anche la materia della quale siamo fatti noi. Sulla base di varie misurazioni astronomiche, e della teoria della relatività generale di Einstein, i cosmologi oggi stimano che il Big Bang sia avvenuto circa 13,7 miliardi di anni fa.
2. L’universo è infinitamente grande.
L’universo è molto grande e le osservazioni astronomiche indicano che sta continuando a espandersi. Le sue dimensioni però sono finite e sono determinate dalla quantità di materia e di energia che contiene al proprio interno.
3. Gli atomi di cui siamo fatti sono comparsi al momento del Big Bang.
Nei primi tre minuti dopo il Big Bang si sono formati soltanto i nuclei degli atomi più leggeri, idrogeno et! elio: questa è stala la fase della cosiddetta nucleosinte- si cosmologica. I nuclei degli altri atomi più pesanti, che formano la materia della nostra vita quotidiana, sono stati prodotli invece da generazioni successive di stelle, con la nucleosintesi stellare (risultato della fusione nucleare) e con le esplosioni di supernova.
4. Tutta la materia nell’universo è come quella di cui siamo fatti noi.
Nel Big Bang si è formata anche «antimateria» con proprietà speculari alla «materia» ordinaria. Le particelle nei due casi sono identiche ma hanno carica elettrica opposta, e se si incontrano si annichilano, disi ruggendosi e trasformando la massa in energia. Da qualche parte nell’universo potrebbero esistere si elle o galassie fatte di antimateria, che non sono mai venute in contatto con la materia del nostro tipo.
Inoltre negli ultimi decenni si è scoperto, sulla base di varie osservazioni astronomiche indirette, che la maggior parte della massa dell’universo è dovuta a una «materia oscura» per ora misteriosa, che non emette radiazioni ed è perciò invisibile ai nostri attuali strumenti.
5. Le stelle possono avere qualsiasi dimensione.
C’è un limite inferiore alle dimensioni delle stelle: una nube interstellare fatta principalmente di idrogeno, per poter «collassare» e dare inizio alle reazioni di fusione nucleare, deve avere una massa pari ad almeno IO29 kg. Probabilmente esiste anche un limite superiore: le più grandi stelle conosciute hanno una massa poche centinaia di volte maggiore di quella del nostro Sole.
6. Le stelle sono eterne.
Ogni stella nasce, brilla per un certo lasso di tempo e poi muore, spegnendosi gradualmente oppure esplodendo come supernova, ha durata della vita di una stella dipende dalla sua massa quando si forma: le stelle più massicce emettono più energia, consumando rapidamente il proprio «combustibile nucleare», perciò hanno una vita più breve.

7. Il nostro Sistema solare, con numerosi pianeti che orbitano intorno a una stella centrale, è un caso unico nell’universo.
Grazie a recenti osservazioni astronomiche conosciamo centinaia di altri sistemi planetari intorno a stelle simili al Sole e ne stiamo scoprendo sempre di nuovi. Dunque è ormai chiaro che per una stella come il Sole avere pianeti è la regola, non un’eccezione.
8. Grazie alla scienza oggi sappiamo come si è formata la Terra.
Lo studio delle rocce terrestri e dei meteoriti ha permesso di stabilire con precisione quando si è formato il nostro pianeta: circa 4,67 miliardi di anni la.
Non abbiamo invece ancora una comprensione dettagliata di come i pianeti si formino a partire dal disco di polveri che circonda una stella appena nata.
Le incertezze a questo riguardo sono aumentate con la scoperta dei sistemi planetari extrasolari: le loro caraneristiche spesso sono molto diverse da quelle del Sistema solare, il che sla costringendo gli scienziati a rivedere i modelli teorici tradizionali della formazione planetaria.
9. Sicuramente esistono pianeti extrasolari che ospitano la vita.
E possibile, e molti lo ritengono probabile, ma non è affatto certo. Nei dintorni di una stella, infatti, la vita come noi la conosciamo può svilupparsi soltanto in una limitata «zona abitabile», e soltanto una piccola frazione dei pianeti extrasolari si troverà per combinazione proprio in quella zona. Inoltre per poter ospitare la vita un pianeta deve avere altre caratteristiche speciali, che non è detto siano frequenti: una massa sufficiente per trattenere un’atmosfera, un campo magnetico che schermi i raggi cosmici ionizzanti, una tettonica a zolle per riciclare gli elementi della crosta superficiale.
10. Non c’è vita al di fuori della Terra.
Non abbiamo ancora prove che la vita possa essersi originata anche al di fuori del nostro pianeta. Tuttavia alcune recenti scoperte – la presenza di aminoacidi nei meteoriti e nelle comete, l’esistenza di numerosissimi pianeti extrasolari – rendono più probabile il fatto che altra materia biologica possa esistere in luoghi diversi da quelli che conosciamo.
11. Nessun essere vivente può sopravvivere se è esposto al vuoto dello spazio interplanetario.
L’ambiente dello spazio è certamente molto ostile: mancano aria, acqua e nutrimento, e si è esposti a escursioni termiche estreme e a radiazioni di ogni tipo. Tuttavia tra i microrganismi che conosciamo esistono batteri robustissimi: un recente esperimento condotto sulla Stazione spaziale internazionale ha dimostrato che possono sopravvivere dopo un’esposizione di mesi allo spazio vuoto.
Le loro spore, nascoste per esempio nelle fessure interne di un meteorite, potrebbero teoricamente sopravvivere anche a lunghi viaggi nello spazio e così trasmettere la vita da un pianeta a un altro.

12. In futuro l’umanità colonizzerà certamente pianeti di altre stelle.
C’è un piccolo problema: lo distanze cosmiche sono veramente gigantesche.
I viaggi più lunghi effettuati finora dall’uomo nello spazio interplanetario (quelli di andata e ritorno dalla Luna delle missioni Apollo) sono durati meno di due settimane. Con i sistemi di propulsione oggi esistenti o immaginabili, occorrerebbero mesi anche soltanto per raggiungere il pianeta Marte, e per arrivare alla stella più vicina al Sole bisognerebbe viaggiare per decine di migliaia di anni.
Forse l’umanità non riuscirà mai a sviluppare tecnologie che consentano di realizzare viaggi interstellari.
13. Ci sono già stati contatti con civiltà aliene.
E ormai certo che nel Sistema solare non ci sono forme di vita intelligente extraterrestre, e non esistono prove di contatti tra noi e civiltà aliene di pianeti extrasolari. Se quelle civiltà esistono in altre parti della nostra Galassia, non sarebbe impossibile in linea di principio comunicare con loro, via radio o attraverso segnali luminosi. Le enormi distanze e la necessità di trovare un linguaggio comune renderebbero però molto difficile l’impresa.

14. Gli alieni hanno lasciato tracce delle loro discese sulla Terra.
L’arrivo sulla Terra di alieni provenienti da pianeti in orbita intorno a un’altra stella è molto improbabile perché, come abbiamo visto, il viaggio – almeno secondo le nostre conoscenze attuali – richiederebbe tempi lunghissimi.
C’è chi ha invocato la presenza di alieni per spiegare la costruzione di monumenti impressionanti di alcune civiltà umane del passato; ma queste persone dimostrano di ignorare le capacità, la determinazione e la tenacia dei nostri avi.
15. La scienza ha ormai risolto il mistero della vita.
Anche le più recenti conquiste delle biotecnologie sono basate sull’assemblaggio di elementi biologici preesistenti o sull’imitazione sintetica di strutture dei viventi che si osservano in natura.
Nessuno fino a oggi è riuscito a creare un organismo vivente a partire da sostanze inorganiche, e nessuno sa spiegare in modo convincente come si sia originata la vita sulla Terra.
In realtà c’è di più: gli scienziati non hanno neppure ancora trovalo una definizione chiara e univoca di che cosa sia la vita.

Abbiamo una «fotografia» dell’universo quando era molto giovane.
La scoperta della «radiazione fossile», residuo del Big Bang misurabile ancora oggi, ha permesso di visualizzare come la materia del cosmo primordiale fosse increspata da minuscole fluttuazioni, che hanno poi reso possibile la formazione delle galassie.
Non potremo mai vedere com’era l’universo appena nato.
Nei primi 380 000 anni dopo il Big Bang il cosmo era completamente opaco alla luce. In giro c’erano tantissimi fotoni, che però non potranno mai «illuminare» i nostri strumenti di osservazione: essi infatti venivano continuamente assorbiti da un mare di elettroni in moto libero e frenetico nel caldissimo universo primordiale.
La massa dell’universo è dovuta per lo pii! a un tipo di materia ancora sconosciuto.
Gli astronomi sono convinti chela materia a noi lamiliare sia soltanto una piccola parte della massa dell’universo; il resto è «materia oscura» che non emette radiazioni e non è perciò osservabile direttamente. Soltanto gli effetti gravitazionali dovuti a questa materia invisibile possono spiegare la forma osservata delle galassie e la loro disposizione in ammassi.
Le stelle sono fabbriche di elementi chimici.
Ogni stella quando nasce è fatta principalmente di idrogeno et! elio, il «combustibile nucleare» che dovrà bastarle per tutta la vita. La stella irradia energia perché con la fusione nucleare «brucia» l’idrogeno e l’elio, convenendoli in nuclei atomici più massicci. Così hanno origine gli elementi chimici più pesanti.
Gli elementi chimici più pesanti del ferro si formano per lo più quando le stelle esplodono.
Il processo della fusione nucleare non può produrre nuclei più massicci di quello del ferro.
Gli elementi chimici più pesanti (per esempio rame, mercurio, oro e uranio) si formano principalmente quando le stelle più grandi, morendo, implodono producendo l’immane esplosione stellare chiamata supernova.
Noi, così come tutto ciò che ci circonda, siamo polvere di stelle.
La tavola di Mendeleev, che ordina gli elementi chimici in base alle loro proprietà periodiche, costituisce una meravigliosa conquista della mente umana. Altrettanto meraviglioso è aver capito che quasi tutti gli elementi della tavola – con l’eccezione dell’idrogeno e dell’elio – sono stati sintetizzati dalle stelle.
Una parte di noi risale direttamente al Big Bang.
Per più della metà il nostro corpo è fatto di acqua, e ogni molecola di 11,0 contiene due atomi di idrogeno, l’elemento chimico più leggero della tavola periodica di Mendeleev. Tutto l’idrogeno presente oggi nell’universo si è formato nei primi tre minuti successivi al Big Bang.

Non è un caso che il Sistema solare si sia formato miliardi di anni dopo il Big Bang.
Le prime stelle che si sono formate dopo la nascita dell’universo erano latte praticamente soltanto dalla materia creata nel Big Bang (per l’80% idrogeno e per il 20% elio).
Generazioni successive di stelle – nel corso degli 8 miliardi di anni passati prima della formazione del Sole – hanno poi gradualmente arricchito l’universo di elementi chimici più pesanti.
E un sistema planetario come il nostro può formarsi soltanto a partire da una nube interstellare «metallica», ossia ricca di elementi pesanti.
Le stelle e i loro pianeti si formano praticamente insieme.
Quando una nube interstellare metallica dà origine a una stella, questa è circondata da un disco di polveri, residuo della nube, da cui i pianeti si formano nell’arco di pochi milioni di anni, un lasso di tempo brevissimo sulla scala degli eventi cosmici.
Gli astronomi oggi non studiano i corpi celesti soltanto a distanza, ma anche «assaggiandoli» direttamente.
L’astronomia di contatto si basa sull’analisi dei meteoriti, pezzi di Sistema solare che vengono a trovarci a domicilio, e sugli strumenti delle sonde che inviamo a toccare altri corpi celesti (pianeti, satelliti, asteroidi, comete) riportandone talvolta perfino qualche pezzetto a terra.

Ogni anno cadono sulla Terra parecchi quintali di sassi marziani.
Questi meteoriti, resti di antichi impalli di asteroidi
0 comete sulla superficie di Marte, arrivano sul nostro pianeta dopo aver vagato per lo spazio magari per milioni di anni.
Allo stesso modo molti pezzetti della Terra – residui di antiche collisioni cosmiche subite dal nostro pianeta – sono sicuramente in giro per il Sistema solare, e alcuni di essi finiscono per cadere su Marte.
Un analogo «scambio interplanetario» avviene anche con la Luna e con Venere.
Le comete raccontano la storia delle origini del Sistema solare.
1 miliardi di comete che orbitano a enorme distanza dal Sole non hanno subito gli effetti del riscaldamento e del vento solare, perciò sono tuttora testimonianze incontaminate dell’epoca in cui si è formato il nostro sistema planetario.
Il loro studio in situ è l’obiettivo della missione europea Rosetta.
Di recente l’umanità ha «inquinato» il Sistema solare con microrganismi terrestri.
Le nostre sonde esplorative, specialmente agli inizi della ricerca spaziale, non venivano accuratamente sterilizzate prima del lancio.
Perciò schiere di batteri terrestri sono state inviate nello spazio e sui numerosi corpi celesti che le sonde hanno toccato.

Marte potrebbe ospitare, o aver ospitato in passato, forme di vita.
L’esplorazione del pianela rosso ha dimostrato che in passato sulla sua superficie scorreva acqua liquida, e anche oggi nella tenue atmosfera di Marte è presente metano, che potrebbe avere origine dal metabolismo di organismi simili ai batteri terrestri.
Perfino nelle gelide regioni più esterne del Sistema solare ci sono ambienti potenzialmente favorevoli per la vita.
Titano, il più grande satellite di Saturno, è l’unica luna del Sistema solare ad avere una spessa atmosfera, che è ricca di molecole organiche.
Una luna di Saturno molto più piccola, Encelado, ospita forse acqua allo stato liquido.
E un oceano sotterraneo in movimento esist e probabilmente su Europa, una grande luna di Giove.
La vita è curiosamente asimmetrica sulla scala molecolare.
Molte molecole organiche possono esistere in due forme speculari tra loro, dette levogira e destrogira. In teoria le due forme dovrebbero essere ugualmente abbondanti, invece – nessuno sa perché – negli organismi terrestri non è così: negli aminoacidi predomina la forma levogira, negli zuccheri la forma destrogira.
La stessa misteriosa asimmetria è stata osservata negli aminoacidi arrivati dallo spazio esterno a bordo dei meteoriti.

Nel Sistema solare si trovano aminoacidi anche molto lontano dalla Terra.
Nel 2004 la sonda Stardust ha visitato la cometa Wild 2, ha raccolto un poco di polvere dalla sua chioma e l’ha riportata a terra. Nella polvere cometaria è stata trovata la glieina, il più semplice tra i venti aminoacidi usati dagli organismi viventi terrestri per assemblare le proteine.
Non è detto che i primi «mattoni della vita» si siano formati sulla Terra.
Sul nostro pianeta cadono ogni anno migliaia di tonnellate di materiale extraterrestre.
Molti meteoriti si sono rivelati ricchi di molecole organiche, in particolare aminoacidi, con caratteristiche chimico-fisiche identiche a quelle degli organismi viventi terrestri.
È possibile perciò che nel lontano passato i «mattoni della vita» siano arrivati sulla Terra dallo spazio: forse i marziani siamo noi.
Stiamo cercando la vita aliena anche con «intercettazioni galattiche».
Da cinquant’anni è attivo il progetto SETI (.Search for ExtraTerrestrial Intelligence), che usa i radiotelescopi per cercare di identificare – finora senza successo – eventuali messaggi in codice inviati verso di noi da civiltà extraterrestri.
Tutti possono contribuire all’analisi dei dati, partecipando con il proprio computer al sistema di calcolo distribuito SETI@home.

Ritratto di un buco nero

In una ipotetica top ten degli oggetti più affascinanti dell’universo, i buchi neri occuperebbero sicuramente una delle prime posizioni. Parte della loro attrattiva sta nel mistero che li circonda: il fatto è che si nascondono bene. Fino a non molto tempo fa, potevamo dedurre la loro presenza solo da segnali indiretti, per esempio dall’enorme energia sprigionata dalla materia che precipita nel loro pozzo gravitazionale. Da poco più di un anno abbiamo un’evidenza in più, dopo che l’interferometro LIGO ha captato le onde gravitazionali prodotte durante la collisione di due buchi neri di piccole dimensioni (si fa per dire).
Ora, però, potremmo essere davvero vicini a guardare in faccia uno di loro: il buco nero massiccio che si trova, con ogni probabilità, al centro della nostra galassia. Che da quelle parti si nasconda qualcosa di grosso lo sappiamo da parecchio. Intanto, per la presenza di un’intensa e compatta sorgente di onde radio, nota come Sagittarius A* (o Sgr A*), dal nome della costellazione in cui viene a cadere la direzione del centro galattico. Poi, perché il moto delle stelle che orbitano nei pressi di Sgr A*, tenuto sotto osservazione per oltre 16 anni, ha permesso di dedurre la massa della sorgente: circa quattro milioni di volte la massa del Sole, in un raggio poche decine di volte più grande di quello della nostra stella. In base a ciò che sappiamo sul funzionamento della gravità, non ci sono molti dubbi sul fatto che Sgr A* sia un buco nero.
La prova del nove sarebbe osservarlo direttamente, ma la cosa è complicata. Non tanto perché un buco nero è, appunto, nero: in realtà, come detto, ci aspettiamo che nei suoi paraggi le cose siano piuttosto movimentate, e dovremmo quindi riuscire a vedere il luminoso disco di accrescimento che lo circonda, prodotto dalla materia che vortica, caldissima, prima di sparire per sempre nelle sue fauci. Il problema sta nel fatto che tra noi e il centro della galassia è disseminata una grande quantità di polvere e gas, che assorbe quasi tutta la radiazione elettromagnetica, lasciando passare solo quella a frequenza più bassa, ovvero le onde radio. E, purtroppo, osservare un oggetto grande poco più della nostra stella, a circa 26.000 anni luce di distanza, richiede un potere risolutivo proibitivo per un radiotelescopio: ci vorrebbe un’antenna grande come tutta la Terra. Come si fa, allora?
Negli ultimi anni, i radioastronomi hanno messo a punto una tecnica ingegnosa, la Very Long Baseline Interferometry (VLBI), cioè interferometria a base molto ampia. Si tratta, in sostanza, di combinare il segnale ricevuto da radiotelescopi disseminati in varie posizioni della Terra, in modo da riprodurre quello che vedrebbe un’unica antenna di dimensioni paragonabili alla distanza massima tra le antenne del sistema. La tecnica, che richiede lunghe e sofisticate elaborazioni su supercalcolatori dopo la raccolta dei dati, è già stata applicata con successo, ma sta per fare un salto di qualità importante proprio in questi giorni.
Tra il 5 e il 14 aprile, una grande rete di radiotelescopi che comprende
tra gli altri il nuovo arrivato ALMA dell’European Southern Observatory, situato in Cile, proverà a osservare Sgr A* con una risoluzione così alta da poter osservare direttamente l’orizzonte degli eventi del buco nero (ovvero, la regione da cui neanche la luce può uscire). L’ambizioso progetto si chiama, appunto, Event Horizon Telescope, e, se tutto andrà bene, ci mostrerà una buia silhouette circolare, avvolta dal bagliore del disco di accrescimento (si veda La prova dei buchi neri in «Le Scienze» n. 567, novembre 2015). Per avere le prime immagini dovremo aspettare fino al 2018: a quel punto, forse, potremmo dire di aver visto per la prima volta come è fatto un buco nero, e capire se era davvero come lo avevano immaginato i nostri modelli teorici.

Composti organici su Cerere

Sulla superficie di Cerere ci sono composti organici: a osservarli è stato un gruppo di astronomi, molti dei quali italiani, guidato da Maria Cristina De Sanctis dell’Istituto di astrofisica e planetologia spaziali di Roma, dell’Istituto nazionale di astrofisica. La scoperta, pubblicata su «Science», è stata possibile grazie alle osservazioni della sonda Dawn, una missione della NASA lanciata nel 2007 e mirata allo studio dell’asteroide Vesta e del pianeta nano Cerere. In particolare, i dati sono stati registrati dallo strumento Visible and Infrared Spectrometer (VIR) a bordo della sonda, uno spettrometro realizzato dall’Agenzia spaziale italiana, con riprese a diverse lunghezze d’onda della superficie del pianeta nano durante sorvoli a diverse altezze dalla superficie (comprese fra 4300 e 385 chilometri).
I materiali organici osservati su Cerere, il corpo celeste di dimensioni maggiori nella fascia principale degli asteroidi compresa fra Marte e Giove, sono composti dalla struttura lineare o ramificata, individuati in una regione di circa 1000 chilometri quadrati vicino al cratere Ernutet, distribuiti soprattutto a ridosso del cratere, ma anche in altre regioni più distanti e di minori dimensioni. Questi composti, assieme alla presenza di ammoniaca, ghiaccio d’acqua, sali carbonati e minerali idrati, mostrano che la superficie di Cerere ha tutti gli ingredienti di base per sostenere lo sviluppo di processi biologici. Ora la domanda si sposta sull’origine di questi composti. Al momento sono due le ipotesi dei ricercatori. Secondo la prima, le molecole organiche sarebbero state portate su Cerere da un altro corpo celeste che, scontrandosi con il pianeta nano, ne avrebbe contaminato la superficie. Ma l’ipotesi più accreditata è l’altra, secondo cui queste molecole avrebbero origine su Cerere, prodotte da attività idrotermale. Resta da capire come le molecole arrivino poi dall’interno alla superficie del pianeta nano.

Abbiamo ancora un futuro nello spazio?

Prima di poter inviare esseri umani in una missione di esplorazione del sistema solare, dovremo superare ostacoli enormi. Per raggiungere Marte e gli altri corpi celesti intorno al Sole avremo bisogno di razzi più grandi e più potenti di quelli oggi a disposizione. Gli astronauti dovranno anche avere un habitat in cui vivere a lungo e strumenti che permettano loro di produrre acqua e carburante. Ora a questa lista si aggiunge l’esigenza di proteggere i coloni spaziali dalle radiazioni – e potrebbe essere il problema più serio.
Una prima soluzione potrebbe essere una schermatura che blocchi la radiazione prima che faccia danni, o sulla navicella spaziale e intorno all’habitat oppure sulle tute spaziali e sull’abbigliamento. Al momento l’unico modo che gli scienziati conoscono per schermarci dalle radiazioni si basa sull’uso di materiali estremamente spessi e pesanti, come il piombo: efficaci, ma estremamente poco pratici nello spazio, anche perché richiederebbero troppo carburante al momento del decollo. Oggi si stanno cercando e progettando nuovi materiali schermanti e controlli ingegneristici che potrebbero migliorare la capacità degli scafi di difendere alcune parti delle navicelle spaziali. Gli astronauti potrebbero rifugiarsi in quelle aree durante i momenti di maggiore attività solare e indossare caschi e tute progettati per massimizzare la protezione dall’esposizione alle radiazioni mentre passeggiano nello spazio, o anche mentre dormono. Ma per fare un vero passo avanti in questo senso sarebbe necessario un materiale protettivo decisamente migliore di qualsiasi alternativa oggi disponibile.
La ricerca è orientata anche allo sviluppo di farmaci o alimenti che gli astronauti potrebbero assumere regolarmente o dopo una forte esposizione alle radiazioni, per esempio dopo una forte tempesta solare, per mitigarne gli effetti più gravi sul cervello. Certi mix di antiossidanti, per esempio, sembrano promettenti nel limitare parte dei danni nei topi esposti a radiazioni che simulano
quelle cosmiche. Diversi scienziati stanno anche progettando sostanze che potrebbero sostenere i circuiti nel cervello in modo da mantenere funzionalità anche se ci sono stati danni. Ma la ricerca è ancora all’inizio, e non si vedono all’orizzonte possibili panacee: la speranza rimane al massimo quella di riuscire a ridurre i danni, non di eliminarli. Ed è necessario anche continuare la ricerca sugli effetti delle radiazioni cosmiche sul cervello, oltre che su tutto il resto del corpo, per chiarire più a fondo quali sono gli effetti di breve e di lungo periodo associati con esposizioni prolungate.
Le nostre scoperte indicano che lo spazio profondo potrebbe nascondere rischi che finora sono stati sottovalutati rispetto ad altri più noti. Per esempio abbiamo conoscenze più approfondite sui tumori indotti dalle radiazioni, che però potrebbero essere meno preoccupanti perché la maggior parte dei tumori radiogenici impiega molto tempo per svilupparsi. Per contro, abbiamo dimostrato che anche piccole dosi di radiazioni cosmiche possono causare danni neuronali e difetti cognitivi nei topi, ed è molto probabile che sia così anche negli uomini.

2 commenti

  1. Seh… e io invece sono Peter Norton.

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