Massimo Bossetti, hacker prendono di mira il sito colpevolista Il Delitto: denunciati 29 “amici” di Bossetti

Caso Yara news Massimo Bossetti: Marita Comi chiede aiuto ad Antonio Di Pietro, ecco perché. La moglie del muratore di Mapello tenta il tutto per tutto pur di fare uscire il marito dal carcere, ecco come ha reagito l’ex pm di Mani Pulite

Hacker all’assalto del sito colpevolista nei confronti di Massimo Bossetti. Ventinove persone, tutte vicini al muratore di Mapello (Bergamo) condannato per l’omicidio di Yara Gambirasio, sono state denunciate per interruzione abusiva di sistema informatico, minacce, diffamazione aggravata, sostituzione di persona.

Secondo quanto riferisce il Giorno, i ventinove sostenitori dell’innocenza di Bossetti avrebbero colpito il sito della rivista Il Delitto, con redazione a Legnano, impedendone la connessione con attacchi di tipo DoS(Distributed denial of service). Il sito del giornale è rimasto così irraggiungibile per diverso tempo.

Sarebbero stati gli stessi hacker a rivendicare pubblicamente l’attacco, criticando la rivista per i suoi servizi sull’inchiesta e vantando anche di “atterrare il service per una settimana”.

A presentare la denuncia è stato Salvo Bella, giornalista siciliano, direttore della rivista. I reati, spiega il Giorno,

sarebbero stati commessi dalla maggior parte dei querelati con l’impiego di nomi falsi. Questo configurerebbe il reato di sostituzione di persona, che consiste appunto nell’attribuirsi una falsa identità per procurare un vantaggio o causare un danno.

Nel frattempo Marita Comi, moglie di Bossetti, ha incontrato l’ex magistrato e politico Antonio Di Pietro a Curno (Bergamo), dove lui abita. Secondo quanto ha fatto sapere l’avvocato della famiglia Bossetti, “la signora ha con Di Pietro una conoscenza comune. Ha chiesto di incontrarlo perché desiderava un suo parere sulla Cassazione, se riteneva che le fosse ancora lecito sperare. Da parte della signora non c’è nessuna intenzione di sostituire gli attuali difensori. Di Pietro si è anzi complimentato con la difesa per il lavoro svolto finora”.

A fine mese gli avvocati di Bossetti presenteranno il ricorso in Cassazione contro la sentenza con cui, il 17 luglio, i giudici dell’Assise d’appello di Brescia hanno confermato la condanna al carcere a vita per Massimo Bossetti.

Massimo Bosseti aveva chiesto di uscire «a testa alta» dal processo d’Appello per l’omicidio di Yara Gambirasio e i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Brescia per decidere se dovesse essere così o meno si sono riuniti in una Camera di consiglio fiume, cominciata alle 9 e 30 del mattino e chiusa nella notte. Uno svolgimento complicato, segno probabilmente che non tutta la giuria era d’accordo sulla decisione.
La sua estrema difesa il muratore di Mapel- lo, in carcere da tre anni, l’ha affidata a delle dichiarazioni spontanee scritte su fogli che ha tirato fuori da una cartelletta rossa e che ha usato per chiedere alla corte di riparare a quello che ha definito «il più grande errore giudiziario di tutta la storia». Quattordici ore ad aspettare che la sua supplica venisse accolta: «vi imploro», aveva chiesto ai giudici,«fate questa perizia». E prima che la Corte lasciasse l’aula, lui ha lanciato lo sguardo al pubblico che tutti gli occhi aveva puntato sopra di lui per tutta la- mattina: «Io sono innocente, ficcatevelo bene in testa», sono state le sue parole. Non ha risparmiato di eprimere il proprio rancore per le modelità dell’arresto: «C’era necessità di scomodare un immenso esercito e umiliarmi davanti ai miei figli e al mondo intero?» dice in modo accorato riferendosi al suo arresto, il 14 giugno del 2014 nel cantiere in cui lavorava a Dalmine. «Perché? Perché? Perché?» ha ripetuto l’imputato. E girandosi verso la moglie per poi tornare con lo sguardo ai giudici ha aggiunto: «Quel Dna non è mio».
Lui ha soltanto un obiettivo (seppur la sua richiesta sia tardiva): ripetere l’esame genetico che lo inchioda alla responsabilità dell’omicidio di Yara Gambirasio. Rapita all’uscita dalla palestra il 26 novembre 2010, accoltellata e lasciata morire in un campo incolto a settecento metri da casa. Ha anche chiesto scusa per il comportamento scorretto tenuto in aula, quando, mentre parlava il sostituto procuratore Marco Martani, lui era sbottato: «Lei viene qui a dire idiozie». Per l’accusa è «ineccepibile» la sentenza con cui la Corte d’Assise di Bergamo, un anno fa, lo aveva condannato all’ergastolo per l’omicidio della bambina e dalla prova del Dna è arrivata la «assoluta certezza della sua responsabilità». Poi una serie di indizi che avevano fatto da corollario per l’accusa: il suo furgone nelle immagini delle telecamere nei pressi della palestra da cui Yara scomparve, le fibre trovate sul corpo della ragazza compatibili con quelle dei sedili del suo automezzo. Da qui la richiesta della conferma del carcere a vita e anche di sei mesi di isolamento diurno per avere «incolpato del delitto» un collega, cercando di indirizzare le indagini su si lui. Dalla presunta calunnia Massimo Bossetti era stato assolto in primi grado. Il carpentiere, padre di tre ragazzini, ancor più che scendere in dettagli processuali ha voluto far capire ai giudici «che persona sono». Ha voluto rivolgere un «sincero pensiero a Yara Gambirasio. Poteva essere mia figlia, la figlia di tutti noi neanche un animale avrebbe usato tanta crudeltà».
Ad attendere la sua sorte c’era anche sua madre Ester Arzuffi che, per qualche istante si è anche commossa. Bossetti ha provato a descriversi come un buon padre di famiglia che «ha avuto la vita distrutta per della accuse da cui si dice estraneo». Per i legali di Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camporini le analisi eseguite nei laboratori del Ris sul Dna «contengono più anomalie che marcatori». La lista degli errori sarebbe interminabile tanto da ritenere che la traccia «non è di Bossetti».

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