Test di Medicina copiato dal web: picco di ricerche mediche su Wikipedia durante l’esame

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Durante gli ultimi test di accesso alle scuole di specializzazione di Medicina e Chirurgia in Italia si è avuto un’improvvisa impennata di ricerche mediche online su Wikipedia, relative esattamente ai tempi presenti nei quiz. E’ questo quanto rilevato da un neolaureato in Medicina presso l’Università di Catania, Giuseppe Bellofiore il quale ha scoperto una coincidenza astrale che mette in relazione lo svolgimento di concorsi e il traffico su Wikipedia. Secondo quanto riferito, sembra che dal 2008 ad oggi ogni volta che ha sede un test di accesso alle scuole di specializzazione di Medicina e Chirurgia si impennino le consultazioni sulla nota enciclopedia online. Ad esempio, la definizione di Muscoli sopraioidei è stata cercata su Wikipedia nel mese di luglio soltanto in due ore specifiche quali dalle ore 12 alle ore 14 del 19 luglio 2016 proprio quando era in corso in tutta Italia il test di accesso alle scuole di specializzazione di Medicina e Chirurgia.

Stessa cosa, sarebbe accaduto lo scorso anno, ovvero nel 2015, quando il termine Malattia di Minamata, mai cercata ha raggiunto quota 100 visite in soli due ore di un giorno di luglio, quando era in corso ancora una volta il testo di accesso alle scuole di specializzazione di Medicina e Chirurgia. Il neo laureato e abilitato alla professione all’Università di Catania e futuro concorsista, ha preso in pugno la situazione facendo ricerche indipendenti e postandone nei gruppi Facebook per diffonderli tra i suoi colleghi; Bellafiore però ha anche fatto qualcosa di inedito, ovvero con grafici e dati ufficiali ala mano ha iniziato a spulciare le ricerche su Wikipedia, disegnando uno scenario di copia-incolla proprio durante le ore di esame che ha davvero lasciato senza parole.

Come abbiamo già anticipato, alcune parole mai cercate in un arco temporale di parecchi anni, circa 10 anni, sono state cliccate e cercate tanto da raggiungere volumi storici il 28 luglio 2015 ed il 19 luglio 2019.”Forse qualcosa non ha funzionato nei controlli. Insieme ad altri colleghi, ho lavorato su Wikishark.com cercando tutte le parole chiave contenute nelle domande uscite nella Prima Parte Comune dei test sia del 2015 che del 2016, svoltisi il 28 luglio 2015 (inizio prova ore 11:00; fine prova ore 12:40) e il 19 luglio 2016 (inizio prova ore 12:00; fine prova ore 13:35). Tenendo in considerazione il fuso orario utilizzato da Wikishark (UTC), i risultati ottenuti evidenziano come le numerose ricerche siano state effettuate durante l’orario di svolgimento dell’esame, e come i picchi messi in evidenza combacino anche con il periodo di svolgimento del test. Al termine della prova la curva di ricerca crolla drasticamente per poi risalire nelle ore successive, probabilmente per le ricerche effettuate ai fini di conferma. Chiaro, dunque, che l’andamento del grafico sembra non essere casuale e si ripropone con cadenza oraria identica per tutte le domande prese in considerazione“, ha detto Giuseppe Bellofiore. 

Il giovane sospetta una poca serietà da parte delle commissioni, visto che si tratta di un concorso pubblico a tutti gli effetti e come tale deve essere gestito.Queste impennate delle ricerche web sembra si possano considerare una prova, ma qualora non la si voglia pensare in questo modo, rappresentano comunque un grande indizio. A tal riguardo il neo laureato ai fini di garantire un corretto svolgimento della prova del test di specializzazione di medicina 2017, spera che questi dati da lui diffusi possano stimolare gli organi competenti ad applicare una più adeguata attività di sorveglianza.

Tesi fotocopia, test d’ingresso incollati alle pareti dei Bagni, esami di abilitazione invalidati. La piaga dei “copioni” dilaga negli atenei di mezza Europa. La Spagna corre ai ripari con la Dichiarazione di onestà accademica. Ma la pratica del contratto educativo si sta diffondendo in tutte le scuole di ordine e grado, anche altrove.

Ruba come un artista» è il titolo di un libretto pubblicato qualche mese fa da uno scrittore texano, Austin Kleon, convinto che «copiare idee serva ad essere più creativi nel lavoro e nella vita». E, ciò che è peggio, pronto a insegnare a farlo. Follie d’Oltreoceano, si dirà, non fosse che la brutta abitudine di “confrontarsi” con gli altri ha preso piede un po’ ovunque, e non solo tra i banchi delle elementari, dove il “copione” viene tradizionalmente punito costringendolo a scrivere cento volte «Non copierò più, non copierò più…».

Prendete la Spagna. Il 60 per cento degli studenti universitari ammette di aver copiato almeno una volta durante gli esami. Considerando che nel Paese iberico, indipendentemente della facoltà scientifica o umanisdca, le prove sono praticamente tutte scritte, la percentuale è veramente troppo alta per non parlare di un fenomeno molto diffuso: una piaga che preoccupa i professori, ma anche i genitori.

Il problema, infatti, non riguarda solo la validità delle verifiche sostenute dai ragazzi: in gioco ci sono anche valori come l’onestà, la dignità dello studio, l’etica professionale (che si inizia a costruire nelle aule, prima di arrivare nel mondo del lavoro). Valori che tra i 19 e i 25 anni dovrebbero essere ormai più che radicati all’interno della coscienza individuale. Ecco allora che per risvegliare quei valori l’Università pubblica della Navarra, piccola comunità autonoma nella Spagna del nord, ha deciso di obbligare i suoi iscritti a firmare una Dichiarazione di onestà accademica, nella quale i ragazzi garantiscono che eviteranno strumenti impropri e illegali: «Con la presente — recita il testo – mi impegno a non utilizzare mezzi fraudolenti per superare gli studi».

L’idea non è originale: la Spagna segue l’esempio degli Stati Uniti. Nei campus americani le dichiarazioni di onestà e responsabilità con cui gli studenti assicurano che non plage- ranno lavori altrui (insieme all’accettazione di altre regole interne) sono all’ordine del giorno. La firma dell’autocertifìcazione di onestà ovviamente non implica nessuna assicurazione: non è un vaccino contro i “copioni”. Lo scorso anno alla prestigiosa Università di Harvard è stata aperta un’inchiesta su 125 studenti accusati di aver copiato dei test affidati loro tempo prima. I compiti potevano sì essere completati dai ragazzi a casa, ma ovviamente senza ricopiare stralci né plagiare interamente testi rubacchiati in Internet.

Quando i docenti hanno corretto le prove, si sono resi conto che 125 studenti, appunto, su 279 avevano scritto risposte «troppo simili». Alla fine per 60 di loro è arrivata l’espulsione.
Non è stato l’unico scandalo esploso ad Harvard: quattro anni fa imo studente rivelò in un libro sul prestigioso ateneo che era pratica molto comune andare in bagno a copiate (o “confrontare”) i risultati degli esami.

Sebbene non siano una panacea, le dichiarazioni di onestà degli alunni sono considerate dagli esperti uno stimolo a favore dell’etica e della crescita. Anche negli atenei del Canada sono molto comuni, così come in Australia, in alcune università della Gran Bretagna e perfino a Hong Kong e Singapore. «Non copierò», dichiarano decine di migliaia di studenti in tutto il mondo. In Europa, però, questa misura è ancora abbastanza rara e fa notizia.

La Spagna sembra essersi accorto della lacuna e cerca di correre ai ripari. Come ricorda il quotidiano El Pais, una delle prime università a imporre una dichiarazione ai suoi iscritti è stata quella della Cantabria, mentre alla facoltà di medicina dell’Università di Valencia l’anno scorso furono costretti a istallare degli inibitori di frequenze perché si accorsero che durante gli esami i ragazzi utilizzavano la rete o i cellulari. Le nuove tecnologie – assicurano gli esperti — hanno reso molto più facile il “copia e incolla”, banalizzando spesso il lavoro di ricerca e fomentando fra i giovanissimi l’idea che copiale sia normale o non del tutto condannabile. E invece lo è. E il castigo può essere duro.

A Venezia, due anni fa, due studenti laureandi dell’Università Ca Foscari vennero sospesi perché avevano copiato l’80 per cento della loro tesi: si erano scaricati il materiale da Internet, ma un software anti-plagio (strumento sempre più diffuso fra i professori) li ha scoperti e smascherati. La dichiarazione che viene richiesta ai ragazzi a Pamplona, sottolineano fonti dell’ateneo a El Pais, vorrebbe invece «promuovere una cultura etica e deontologica che è molto presente in altri Paesi, ma che in Spagna a volte non viene assimilata». Non sorprende, dunque, che un professore spagnolo – Jaume Sureda, dell’Università delle Isole Baleari – dedichi da tempo le sue ricerche al problema. Qualche anno fa il docente pubblicò uno studio sul cosiddetto “cyber-plagio” e rivelò che circa il 60 per cento degli universitari spagnoli utenti della piattaforma online Universita ammetteva di  aver copiato dalla Rete alcune parti di lavori altrui, mescolandole ai propri scritti, mentre quasi il 34 per cento confessava addirittura di aver confezionato delle tesine senza nessun contributo personale: copiate dall’inizio alla fine.

Un vero e proprio collage, dunque, nel quale non avevano neppure modificato lo stile né cercato di omogeneizzare i diversi “ritagli”. L’eccesso di permissività viene criticato. L’Università di Siviglia, tre anni fa, fu costretta invece ad eliminare una norma del suo statuto nel quale sembrava ammettere la possibilità di copiare, visto che l’alunno colto in flagrante avrebbe potuto terminare il suo esame: dopo un’accesa polemica, l’ateneo modificò quella regola troppo ambigua.

Il fenomeno, però, non riguarda solo gli studenti. A volte capita anche che siano i professori i responsabili del plagio. Nel 2010 un ex docente dell’Università di Pisa è stato condannato
ad un anno e mezzo per aver copiato da im’ex alunna. Ma se il problema non è solo di prevenzione, correzione e punizione – come ribadiscono tutti – dietro c’è anche una questione etica e culturale. Insomma, una questione di valori. Alla decisione dell’Università eh Navarra ha reagito immediatamente l’associazione dei genitori cattolici spagnoli Concapa, che ha salutato l’iniziativa con entusiasmo. E vero: servono «misure di prevenzione e sanzionatrici». Ma ben vengano gli strumenti in cui gli studenti «si impegnano ad evitare l’uso di mezzi fraudolenti negli studi», come già accade negli Usa. «Questa dichiarazione di onestà – suggerisce Concapa – dovrebbe iniziare nelle scuole, fomentando così il senso di responsabilità negli alunni rispetto a se stessi, alle loro famiglie e alla società, così come la lealtà verso gli altri compagni». Nella vita il “copia e incolla” non funziona.

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