Australia shock, Attacco a Melbourne, ostaggio ucciso e donna in ostaggio: l’Isis rivendica -Video

L’Isis matte ancora paura, adesso è arrivato addirittura in Australia, dove un terrorista ha sparato ad un uomo, ammazzandolo e prendendo subito dopo una donna in ostaggio in un palazzo nell’area di Brighton a Melbourne.

Nel blitz tre poliziotti sono rimasti feriti gravemente, mentre l’ostaggio è stato liberato senza conseguenze. Lo scrive il Site citando l’Amaq, l’agenzia dei jihadisti, secondo la quale il killer, “è uno dei nostri soldati”.

Successivamente una donna ha chiamato la polizia sostenendo di essere stata presa in ostaggio da un uomo armato all’interno di un appartamento. Nella sparatoria che è seguita a un negoziato con la polizia sono rimasti feriti tre agenti. L’attentatore ha sparato a un uomo e ha preso in ostaggio una donna in un condominio nel distretto di Brighton a Melbourne. Il killer alla fine è stato ucciso, ma prima di morire ha telefonato a un canale televisivo locale affermando di agire “in nome di al Qaida e dell’Isis”. Secondo il Site, i network jihadisti hanno subito festeggiato la notizia e in tarda serata l’Isis ha rivendicato l’attacco. Tutto è cominciato intorno alle quattro del pomeriggio, ora locale, intorno alle otto del mattino in Italia, quando è stata segnalata una grossa esplosione nella zona di Bay Street, sobborgo sul mare della città australiana.

Isis, la sigla del terrore La maggior parte degli attacchi terroristici che hanno colpito varie località del mondo negli ultimi anni sono state rivendicate da un’organizzazione fondamentalista islamica, chiamata Isis. Con questa sigla si definisce lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (in lingua inglese: Islamic State of Iraq and Syria), che corrisponde alla sigla Daesh in lingua araba. Isis è un’organizzazione terroristica islamica di fede sunnita, che ha fondato uno Stato islamico (chiamato Is, Islamic State), autoproclamatosi come califfato indipendente il 29 giugno del 2014 nei territori occupati dai suoi combattenti. La capitale è Mosul, nel Nord dell’Iraq: si tratta, però, di uno Stato non riconosciuto non solo dagli altri Paesi del mondo, ma addirittura dalle autorità religiose musulmane. Attualmente le sue milizie armate e altre organizzazioni che fanno riferimento al califfato sono attive, oltre che in Siria e in Iraq, anche in Libia, nel Mali, in Nigeria e in Tunisia.

La nascita dell’organizzazione terroristica

Le origini dell’organizzazione terroristica risalgono al periodo compreso tra il 2004 e il 2006: i fondatori di Isis appartenevano ai gruppi iracheni di un’altra organizzazione terroristica islamica, Al Qaeda, che rivendicò gli attentati alle Torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001. Nel 2006 i vertici iracheni dell’organizzazione terroristica irachena iniziarono un processo di allontanamento da Al Qaeda: si resero indipendenti, probabilmente anche per distinguersi meglio dal punto di vista propagandistico e per ottenere maggiore sostegno dalle popolazioni del mondo islamico. Da allora si impose il nome di “Stato Islamico dell’Iraq” e nel 2013 fu aggiunto anche il riferimento alla Siria, inserito nella denominazione attuale. Fin dal 2012, infatti i suoi combattenti erano entrati in Siria per combattere a fianco delle milizie mussulmane di fede sunnita impegnate nella guerra civile contro il regime del presidente Assad, sostenuto dalla minoranza sciita.

Le stragi e la propaganda mediatica

L’Isis si è reso responsabile di numerose esecuzioni di massa nei territori controllati,
accompagnate da rapimenti e dalla riduzione in schiavitù delle popolazioni che si rifiutano
di convertirsi all’islam.
In Europa e in altri Paesi del Mediterraneo e del Vicino Oriente ha inoltre rivendicato
numerosi attentati e stragi, che hanno provocato centinaia di morti tra la popolazione
civile; ecco un elenco riassuntivo dei principali attacchi terroristici, in ordine cronologico,
degli ultimi due anni:
• 24 maggio 2014 – Bruxelles (Belgio): 4 vittime;
• 8-9 gennaio 2015 – Parigi (Francia): 5 vittime, che si aggiungono alle 12 persone
uccise il 7 gennaio nell’attentato contro il giornale satirico Charlie Hebdo,
rivendicato da Al Qaeda;
• 14-15 gennaio 2015 – Copenaghen (Danimarca): 2 vittime;
• 15 febbraio 2015 – Libia: 21 vittime;

• 18 marzo 2015 – Tunisi (Tunisia): 22 vittime;
• 26 giugno 2015 – Susa (Tunisia): 39 vittime; – Kuwait City (Kuwait): 27 vittime;
• 20 luglio 2015 – Suruç (Turchia): più di 30 vittime;
• 10 ottobre 2015 – Ankara (Turchia): 128 vittime;
• 31 ottobre 2015 – Sinai (Egitto): 224 vittime (abbattimento di un aereo passeggeri
russo);
• 12 novembre 2015 – Beirut (Libano): 43 vittime;
• 13 novembre 2015 – Parigi (Francia): 130 vittime;
• 24 novembre 2015 – El Arish (Egitto): 6 vittime; – Tunisi (Tunisia): 12 vittime;
• 6 dicembre 2015 – Aden (Yemen): 7 vittime;
• 1 gennaio 2016 – Tel Aviv (Israele): 2 vittime;
• 7 gennaio 2016 – Zliten (Libia): 2 vittime;
• 11 gennaio 2016 – Baghdad (Iraq): 18 vittime e altre 23 nei giorni successivi;
• 12 gennaio 2016 – Istanbul (Turchia): 10 vittime.

Le stragi compiute dai terroristi dell’Isis, che spesso si sono fatti esplodere dopo aver
portato a termine i loro attentati, sono accompagnate da un’intensa campagna di
propaganda: attraverso la diffusione via web e sui social network dei filmati delle
uccisioni, vengono lanciati messaggi che incitano i fedeli musulmani ad arruolarsi per
combattere il Jihad, la “guerra santa” contro gli infedeli; questo fenomeno ha dunque
assunto le sembianze di una vera e propria guerra mediatica nei confronti dei Paesi
occidentali.

Una difficile soluzione

La minaccia dei terroristi dell’Isis rappresenta un grave rischio per la stabilità delle relazioni internazionali: negli ultimi mesi i principali Stati del mondo si sono alleati per combattere militarmente il califfato attraverso una coalizione internazionale, che raggruppa gli Stati Uniti, gran parte deli Paesi europei, la Russia e anche molti Stati arabi. Gli attacchi, compiuti finora esclusivamente attraverso bombardamenti aerei, non hanno però colpito in modo decisivo la forza militare ed economica del califfato. A questi insuccessi si aggiungono i dubbi relativi alla reale volontà di combattere l’Isis da parte dei Paesi della coalizione: molti di questi figurano infatti tra i principali Stati che, in modo più o meno diretto, in anni recenti hanno finanziato o hanno stretto rapporti di collaborazione economica con l’organizzazione terroristica. Paradossalmente l’attuale situazione di instabilità del Vicino Oriente, in cui le fazioni contrapposte non riescono a imporre uno Stato egemone, potrebbe essere congeniale alle grandi potenze internazionali, interessate allo sfruttamento economico e strategico delle risorse di petrolio dell’area coinvolta. È inoltre un dato di fatto che l’attuale leader del califfato islamico, Abu Bakr alBaghdadi, secondo le informazioni ufficiali diffuse dal Dipartimento statunitense della Difesa, fu detenuto nei campi di prigionia controllati dagli Stati Uniti tra il febbraio e il dicembre nel 2004 (o addirittura nel 2009, secondo altre fonti), prima di essere rimesso in libertà.

LE NUOVE SFIDE DEL TERRORISMO

Le cronache più recenti ed allarmanti sulle nuove connotazioni del terrorismo – in particolare con riferimento alla dimensione “territoriale”, alla organizzazione pseudo-statale, e all’escalation degli atti di barbarie e della minaccia di reclutamento transnazionale dell’IS, l’Islamic State, originato dall’ISIS, l’Islamic State in Iraq & Siria (al Dawla al-Islamiyya fi al-Iraq wa alSham) o ISIL, Islamic State in Iraq and the Levant secondo la definizione delle Nazioni Unite – hanno posto all’attenzione alcuni aspetti che, a prima vista, sono apparsi elementi di novità che richiedono più aggiornati approcci interpretativi sotto il profilo giuridico specie con riguardo alle norme di international law.

Non può sottacersi infatti che le nuove declinazioni del terrorismo sono apparse a taluni osservatori fenomeni non facili da decifrare attentamente alla luce delle norme di diritto internazionale, e secondo alcuni per questi casi l’ordinamento giuridico internazionale presenterebbe zone grigie che non consentirebbero agli Stati e alla Comunità internazionale di intervenire in maniera netta e decisa con misure di contrasto condivise e giuridicamente valide. Invero deve anche rilevarsi, pure in autorevoli commentatori, una certa approssimazione nell’analisi dei temi in questione, dove taluni hanno la pretesa di avvicinarsi a questi aspetti con accostamenti di nozioni giuridiche in cui, a titolo di esempio, si accomunano legittimi atti di guerra e attentati terroristici e non si comprende la reale distinzione che va colta caso per caso tra “legittimi combattenti” e milizie armate “irregolari”, guerriglieri, insorti e terroristi. Da qui derivano semplificazioni ma anche artificiose distinzioni ed equivoci di fondo nell’approccio interpretativo, peraltro riscontrati anche in eclatanti pronunce giurisdizionali, che possono trovare solo parziale giustificazione nella supposta carenza della normativa e di una univoca definizione di “terrorismo”.

In realtà il diritto internazionale anche consuetudinario offre chiavi di lettura sufficientemente precise sul punto, per cui si tratta piuttosto di svincolarsi da tesi pure emotivamente suggestive, e rivolgersi invece ad una lettura autentica delle fonti originarie del diritto internazionale, con specifico riferimento a quel ramo del diritto internazionale, ancora poco conosciuto in concreto nel suo corpus normativo, definito come diritto internazionale umanitario o diritto internazionale dei conflitti armati. È dunque certamente fondato un approccio di approfondimento su tematiche complesse e delicate, purché si abbia chiaro un metodo interpretativo che, a nostro avviso, può orientare anche le scelte contingenti di natura politico-militare, dettate pure dal criterio della realpolitik, le quali per essere realmente efficaci e lungimiranti hanno pur sempre la necessità di essere concretamente ancorate ai principi e alle norme di diritto internazionale. Le ragioni di questa analisi sono dunque rivolte a delineare un quadro giuridico dei dubbi interpretativi sulla situazione del conflitto in atto, procedendo ad una ricognizione delle regole principali di international law che possono rappresentare un preciso orientamento per quanti pongono in agenda soprattutto i temi della legittimità e dell’adeguatezza delle misure di contrasto al nuovo terrorismo. Questo approccio potrà consentire di delineare altresì gli elementi salienti della recente Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 2178 del 24 settembre 2014 “Threats to international peace and security caused by terrorist acts”, anche in una prospettiva più ampia dell’azione strategica che la comunità internazionale potrà intraprendere contro la minaccia terroristica.

I TEMI DELLA TERRITORIALITÀ E DELLA STATUALITÀ DELL’ISIS

 Un primo tratto caratterizzante il nuovo terrorismo dell’ISIS è stato individuato nella sintesi ideologica che il movimento ha realizzato tra la prospettiva globale e la opzione locale rispettivamente della prima e della seconda fase di Al Qaida, da cui in ogni caso il nuovo movimento sembra essersi distaccato. In particolare se Al Qaida si è distinta sin dal 2001 per il modello del “franchising” del terrore, il nucleo originario dell’ISIS, Al Qaida in Iraq (Aqi), proclama nel 2006 un primo “Stato islamico” in Iraq dando inizio agli scontri con le milizie tribali sunnite. Dopo il 2013 il movimento di al Bagdadi assume la denominazione di Islamic State in Iraq & Siria e cerca di unire le forze anche delle brigate Al Nusra in Siria, fedeli ad Al Qaida, ma da queste riceve il rifiuto di Ayman al Zawahiri principale leader della galassia qaidista. Dal febbraio 2014 la rottura con Al Qaida sembra irrevocabile, e nel giugno 2014 l’ISIS giunge alla proclamazione del Califfato. Nella ortodossia musulmana “califfo” è il vicario dell’inviato di Dio, ossia di Maometto, e l’ideologia religiosa dell’ISIS si ispira alle correnti rigoristiche del purismo wahhabita proponendosi in primo luogo di liberare i luoghi santi perché considera l’Arabia Saudita – in particolare la famiglia reale, custode delle due sacre moschee di Mecca e Medina – corrotta e asservita all’Occidente. L’ISIS nelle sue pretese territoriali ha conquistato Mosul, la seconda città più grande dopo Baghdad, ed anche altri centri di rilievo come Tikrit, Rawa e Ana, giungendo fino al controllo dei confini con la Siria con il chiaro obiettivo di sferrare un’offensiva contro la capitale irachena. Il gruppo terroristico ha quindi una roccaforte in Siria, dove presidia estese aree del territorio che comprendono Aleppo orientale, Raqqa e numerosi giacimenti di petrolio e gas . Il suo territorio è dunque uno spazio in continua espansione per mezzo del proselitismo e della guerra santa. Tendenzialmente globale  . Quale valore giuridico conferire dunque a questa situazione de facto? Una prima riflessione che è stata posta sotto il profilo delle norme di diritto internazionale ha riguardato preliminarmente i seguenti quesiti:

1) se si possa parlare di “Stato” laddove vi siano gli elementi della territorialità e della volontà di un gruppo occupante a denominarsi tale;

2) se altrimenti si sia comunque di fronte alla situazione di un “territorio occupato” militarmente e di un “gruppo armato” militarmente organizzato, come tali soggetti alla disciplina del diritto di Ginevra, con particolare riferimento al I e II Protocollo aggiuntivi alla Convenzione di Ginevra, che riconoscono tanto nei conflitti armati “internazionali” che “interni” specifici status ai territori occupati e ai legittimi combattenti. Rispetto a tali quesiti si è infatti osservato che gli appartenenti all’ISIS si sono distinti per l’adozione di “metodi di combattimento tipici delle battaglie tradizionali” e per “l’effettivo controllo del territorio conquistato”: da qui la conclusione di alcuni secondo cui gli appartenenti all’ISIS potrebbero essere considerati “parte” di un conflitto ai sensi delle Convenzioni di Ginevra e dei successivi protocolli aggiuntivi, e ciò anche ai fini della giurisdizione internazionale nel caso di atti di violenza ai danni della popolazione civile . Le questioni poste, ad una attenta analisi, non sono poi del tutto nuove quando si parla di terrorismo: è anzi una caratteristica comune a molti movimenti terroristici proporsi in termini di “riconoscibilità” innanzi alla Comunità internazionale, né più ne meno come uno Stato o perlomeno quale “parte” contraente nelle negoziazioni con gli altri Stati e/o con le Autorità che li rappresentano, e la maggior parte di essi, ove non riesca ad avere un territorio controllato, tende a darsi comunque un’organizzazione strutturata gerarchicamente, oltre che una “legittimazione” politicosociale. Si pensi alle storie di movimenti come l’ETA, l’IRA, etc. o come le FARC che hanno rappresentato – pur con differenti scopi – organizzazioni paramilitari con il controllo su vasti territori ottenendo anche complicità e sostegno dalle popolazioni locali. Ma la vicenda storicamente più emblematica ha riguardato l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, il movimento che da un lato è stato al centro di formali accuse di fomentare il terrorismo internazionale e dall’altro è stato incluso tra i “movimenti di liberazione nazionali” e riconosciuto legittimamente rappresentante del popolo palestinese in seno alle Nazioni Unite. La questione dei movimenti di liberazione nazionale è tuttavia delineata nel diritto internazionale con distinzioni ben definite rispetto alla riconoscibilità internazionale propria degli Stati, in ciò prescindendo in ogni caso  dalle eventuali connotazioni terroristiche che, in quanto tali, sono comunque e sempre illegittime.

A riguardo, vale ricordare il principio del diritto alla autodeterminazione dei popoli: i “popoli”, e le “colonial countries”, hanno piena legittimità all’uso della forza armata contro un Governo straniero, razzista o coloniale in base al “diritto all’autodeterminazione” solennemente proclamato dall’Assemblea Generale dell’ONU con la Risoluzione n.1514 adottata, senza alcun voto contrario, il 14 dicembre 1960. Nel secolo XIX, e nella prima metà del XX, le guerre si caratterizzavano essenzialmente per scopi imperialistici di occupazione territoriale, per cui la soggettività internazionale dei movimenti di liberazione nazionale non era preclusa ad un possibile riconoscimento quanto meno di fatto: ottenuto uno stabile controllo di una parte del territorio, gli “insorti” in lotta contro uno Stato potevano essere considerati soggetti diritto internazionale e in quanto tali destinatari in particolare delle norme proprie del diritto internazionale bellico. Tale riconoscimento segnava dunque il momento di passaggio dalla fase interna alla fase internazionale della guerra civile . Questa riconoscibilità internazionale dei movimenti di liberazione nazionale o degli insorti tuttavia non è stata mai estesa allo status della riconoscibilità piena propria degli Stati – specie con riferimento al regime delle immunità dei Capi di Stato dalla giurisdizione di altri Stati – ma vincolata piuttosto ad un locus standi nella comunità internazionale al solo fine limitato di discutere, su basi di perfetta parità con gli Stati territoriali, i modi e i tempi dell’autodeterminazione dei popoli da loro politicamente controllati, in applicazione del principio di autodeterminazione dei popoli, ritenuto norma consuetudinaria a carattere cogente5.

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