Migranti, rivolta nel centro di accoglienza del Veneziano: 25 operatori sequestrati per ore

Un drammatico incidente è avvenuto ieri mattina nelle base di Conetta una ragazza venticinquenne della Costa d’Avorio richiedente asilo politico è morta. La giovane accusato forti dolori mentre era in doccia. A far scattare l’allarme è stato il compagno che non aveva tornare. Immediatamente trasportato all’ospedale a Piove di Sacco, purtroppo non c’è stato nulla da fare è morta durante il trasporto.

Secondo alcuni la disgrazia sarebbe avvenuta al mattino e non sono stati chiamati subito i soccorsi. Secondo la direzione della società che gestisce il campo il fatto è avvenuto alle 13 e i soccorsi sono arrivati immediatamente.

Intanto, però, le condizioni della ragazza sono via via peggiorate e alle 13.15, quando è arrivata l’ambulanza, era ormai troppo tardi. Secondo altre fonti sarebbero passate diverse ore tra l’allarme e l’arrivo dei sanitari.

In pronto soccorso a Piove di Sacco i medici hanno potuto solamente constatare la morte della ventiquattrenne. La Procura della Repubblica, dichiaratasi all’oscuro di tutto, ha annunciato l’avvio di un’indagine. Le condizioni all’interno del campo, il più grande del Nordest, sono state più volte denunciate dai profughi. La morte della ragazza ha creato un po’ di scompiglio nella struttura, alcuni ospiti hanno messo in atto una contestazione.

Snellire le procedure per valutare le richieste di asilo, eliminando l’ultimo ostacolo che impedisce espulsioni rapide per i migranti che vengono considerati “economici” e quindi che non possono accedere a nessuna protezione internazionale. La proposta, che oltre alla valutazione delle commissioni prefettizie prevede un unico grado di giudizio in tribunale con iter super stringato, dovrebbe essere inserita nel pacchetto di norme sul tema immigrazione che sarà approvato nei prossimi consigli dei ministri, coordinato dal ministro degli Interni Marco Minniti. Ad occuparsi di proporre un testo per accorciare la valutazione delle richieste di asilo, però, è stato il Guardasigilli Andrea Orlando che, in realtà, spinge da tempo su questo punto.
Attualmente, la richiesta di asilo viene valutata nel corso di almeno tre gradi di giudizio se non quattro: prima ad occuparsene è una commissione costituita in tutte le prefetture e i cui ranghi sono stati recentemente rimpolpati, sempre su indicazione del Viminale. Quindi, chi si vede rigettare la domanda di asilo o protezione internazionale può fare ricorso al Tribunale civile per poi rivolgersi all’Appello e almeno teoricamente alla Cassazione.

Un problema dalle dimensioni crescenti, ha scritto recentemente Orlando alla commissione Schengen: «L’incremento delle domande di asilo – si legge – si è tradotto inevitabilmente in un altrettanto esponenziale aumento del numero delle impugnazioni in sede giurisdizionale. Durante i primi 5 mesi del 2016, nei tribunali sono stati iscritti ben 15.008 ricorsi in materia di protezione internazionale con un flusso in decisa crescita, con circa 3.500 nuovi ricorsi al mese. Non appare altrettanto elevato il numero delle definizioni che, nello stesso periodo, sono 985. Quanto alla durata dei procedimenti, la media nel 2016 si attesta sui 167 giorni».
Il disegno di legge che sarebbe recuperato nel pacchetto in via di approvazione taglia drasticamente le procedure prevedendo un primo grado di giudizio con tribunali specializzati che si occupano di tutte le controversie in materia di protezione internazionale, compresa la convalida del trattenimento del richiedente asilo nei Cie (il cui numero è destinato ad aumentare) e l’applicazione di tutti i trattati sula circolazione dei cittadini comunitari.
È poi tutta la procedura giudiziaria a cambiare: l’attuale «rito sommario di cognizione» viene sostituito con un «procedimento camerale, di regola senza udienza – e dunque solo per iscritto – che consente l’acquisizione da parte dell’autorità giudiziaria della videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla Commissione». Il ricorrente partecipa all’udienza «attraverso un collegamento audiovisivo tra i centri di trattenimento e gli uffici giudiziari competenti», dunque senza più magistrati, quasi sempre “onorari”, ad amministrare la giustizia nei Cie. Infine, ed è qui un ulteriore elemento destinato a far discutere, viene prevista la soppressione dell’appello. Un iter molto stringato, insomma, anche se Orlando nel sostenere la proposta sottolinea come questa si accordi agli standard europei.

Nei prossimi giorni dovrebbe prendere il via il piano del Viminale che prevede la riapertura dei Centri di identificazione ed espulsione in buona parte oggi chiusi o inattivi, in modo che in tempi brevi ce ne sia uno in ogni regione, oltre a nuovi accordi di cooperazione con paesi terzi e la definitiva abolizione del reato di clandestinità. Al momento sono 10 i Cie esistenti ma solo 4 in funzione; dunque, l’idea del ministro Minniti è quella di completare rapidamente la ristrutturazione di quelli in cui è stata avviata e utilizzare caserme in caso di mancanza di strutture adeguate. I Comuni per il momento stanno a guardare: «È giusto allontanare dal territorio chi delinque, è bene ci sia una netta divisione tra chi è irregolare e chi ha diritto a rimanere; ove necessario è quindi giusto aprire i Cie», dice Matteo Biffoni, delegato Anci alle politiche per l’immigrazione e sindaco di Prato. Sono in arrivo per i Comuni i 100 milioni di euro previsti per le amministrazioni che accoglieranno i migranti secondo l’accordo siglato in ottobre da Viminale ed Anci sul potenziamento della rete di accoglienza gestita dai Comuni. Dopo la circolare emanata da Alfano ai prefetti, che definiva la cosiddetta clausola di salvaguardia – ovvero ordina ai prefetti di esentare da nuovi arrivi non condivisi col territorio quei Comuni che aderiscono al sistema Sprar – un’altra analoga è stata redatta pochi giorni fa dal Viminale.

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