Milano shock, Bimba dimenticata in auto salvata da un poliziotto

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Sfiorata una tragedia a Milano e fortunatamente grazie al pronto intervento della polizia un’altra bambina ha evitato di fare la fine della povera Tamara morta in auto perché dimenticata dalla mamma.

Ebbene si, nella giornata di ieri una donna di 38 anni ha lasciato l’automobile in via Bisceglie a Milano presso il capolinea della M1 e poi si è recato al lavoro, lasciando sui sedili posteriori la figlia di circa un anno di età, convinta di averla accompagnata preventivamente all’asilo, ma purtroppo non era così. Stesso caso avvenuto qualche settimana fa ad Arezzo dove una bambina di 18 mesi è morta dopo essere stata chiusa 5 ore nell’auto sotto il sole dimenticata dalla mamma, la quale era convinta di averla lasciata preventivamente all’asilo.

Come appena detto purtroppo, la storia si è ripetuta e questa volta a Milano nella mattinata di ieri, giovedì 6 luglio dove una 38enne ha parcheggiato la vettura intorno alle ore 8:00, poi un’ora e mezza più tardi un passante pare si sia accorto che proveniva un forte pianto dall’interno dell’auto e così ha chiamato il numero di emergenza 112 che nel giro di pochi minuti sono giunti sul luogo, constatando che all’interno dell’auto vi era proprio una bambina. La polizia insieme al 118 pare sia intervenuta intorno alle ore 9:30 liberando la bambina e salvandole praticamente la vita. La questura non fornisce al momento maggiori dettagli sull’accaduto, ma ciò che importa è che comunque la bambina sta bene e non è in pericolo di vita; la mamma della bambina, come già detto, sembra aver riferito di essere convinta di averla lasciata all’asilo e dunque si tratterebbe di una dimenticanza e non di un gesto volontario.

Sentita dalla polizia, la donna ha riferito di non saper spiegarsi quanto accaduto e ha raccontato che dopo aver parcheggiato ha preso un treno per andare a lavorare e di essere stata poi rintracciata un’ora e mezza circa dopo dalla polizia, ammettendo di non ricordare nulla e di aver avuto una sorta di buco nero. La bambina è rimasta per circa un’ora nell’auto con i finestrini chiusi, rischiando praticamente di morire visto che in queste giornate le temperature sfiorano già i 30 gradi.

Quando la donna è stata raggiunta al telefono, venendo a conoscenza di quanto accaduto pare abbia avuto un crollo psicologico che ha reso necessario il suo trasporto all’ospedale San Carlo, lo stesso dove è stata accompagnata da bambina e la donna è stata visitata è sottoposta ad un trattamento clinico standard che si applica in questi casi e al momento non sembra essere stata denunciata.Non si tratterebbe di un una famiglia disagiata visto che i genitori della bambina sono entrambi stimati professionisti. Il padre è stato avvisato dell’accaduto, ma ovviamente ignaro è rimasto senza parole.

Elena, di un anno e mezzo, “dimenticata” in macchina dal padre in un parcheggio assolato, muore il 21 maggio 2011 dopo tre giorni di agonia. Dimenticata? Sùbito sentiamo che le cose non stanno così, non è vero, un bambino non lo si può dimenticare. Ma allora perché continuiamo a scrivere e a dire che Elena è stata “dimenticata”? C’è dunque un “dimenticare” che è dimenticare a morte?
Sentiamo che il padre non ha “dimenticato” la figlia, ma lo diciamo e lo scriviamo poiché, per dire quel che sentiamo, ci manca la parola vera, esatta. Non perché tale parola non esista — esiste da cinquantanni almeno — ma perché… Già, questo è il punto: se la parola vera, esatta, non è “dimenticare”, e se essa tuttavia esiste da cinquant’anni almeno, perché ci manca?

Sul Corriere della sera del 22 maggio, il giornalista Francesco Alberti elenca i cosiddetti precedenti:
“Nel giugno 2008, a Merate (Lecco), un’insegnante dimentica in auto la figlia Maria, di due anni, e va regolarmente in classe a far lezione nel liceo scientifico Agnesi. Si accorge di lei dopo una telefonata del marito, alle 13.25: la corsa in ospedale è inutile, Maria muore. Nella stessa estate, in Guadalupe, nei Caraibi francesi, un ragazzino di tredici anni muore asfissiato nel Suv dei genitori: rientrati da una festa, l’avevano lasciato che dormiva sui sedili posteriori. Nell’impossibilità di aprire i finestrini, sigillati dalla chiusura centralizzata, Harold cerca di sfondare i vetri con un paio di cesoie senza riuscire a liberarsi. Nei mesi precedenti, in Francia, un bimbo di due anni e mezzo e una di tre erano morti nello stesso modo” (corsivi miei).

Ma l’elenco, purtroppo, è molto incompleto.
Internazionale del 17 giugno pubblica, col titolo Bambini dimenticati, un articolo di Gene Weingarten, Fatal distraction: forgetting a child in the backseat of a car is a horrifying mistake. Is it a crime?, uscito sul Washington Post più di due anni prima, l’8 marzo 2009, e vincitore del premio Pulitzer nel 2010. Dal quale apprendiamo con orrore che negli Stati Uniti questo tipo di disgrazia, vent’anni fa poco frequente, oggi si verifica tra le 15 e le 25 volte all’anno, tra la primavera, l’estate e l’inizio dell’autunno.

“Dimenticare”, “lasciare”, “non accorgersi”, “disgrazia”, “distraction”, “forgetting’, “mistake”: la terminologia, di qua e di là dell’Atlantico, è varia ma concorde: suggerisce che la morte di un bambino possa essere un incidente, una fatalità, un evento ineluttabile. Ma noi non ce ne diamo per intesi: continuiamo a sentire che la parola “dimenticare” e i suoi sinonimi non vanno bene, che ce ne vorrebbe un’altra per dire cosa accade in certe menti quando quel che in esse accade è causa di morte.

Ma forse la questione non è importante? Forse non ci riguarda? In effetti potremmo pensare che non “riguardi” noi nel senso (molto limitativo del significato del verbo “riguardare”) che a noi non possa accadere. Ma nei giorni successivi alla tragedia, questa rassicurante considerazione si è dovuta confrontare con la campagna mediatica di chi è sicuro del contrario. Di chi sostiene che la cosa può accadere a tutti, nessuno escluso: anche a noi, anche a te, anche a me…

Non è vero, lo diciamo chiaro e forte: NO, non può accadere a tutti. Ma anche se non può accadere a tutti, sentiamo che un fenomeno così terribile, in così rapida crescita, e così “misterioso” che sembrano mancare le parole per descriverlo, ci riguarda ugualmente tutti poiché tutti ci colpisce negli affetti e nell’intelligenza, se affetti e intelligenza abbiamo. Così come riguarda tutti il fatto che la cultura e i media, di qua e di là dell’Atlantico, si sono mobilitati per convincerci che invece può accadere a tutti.

Se hanno ragione, se davvero può accadere anche a noi, come non preoccuparci per noi stessi, per i nostri figli, per tutti i bambini? E se invece hanno torto (e lo hanno), se non può accadere a tutti (e non può) come non preoccuparci per quello che dobbiamo dunque definire un tentativo in atto, consapevole o inconsapevole, di ingannarci sulle nostre menti, cioè di farci impazzire?

Si può “dimenticare” un bambino? E se invece non si può, cosa è accaduto al padre della povera Elena il 18 maggio, e a tanti, a tantissimi, a troppi altri padri e madri dagli anni ‘90 a oggi?

Sul Corriere della sera di giovedì 19 maggio Mauro Covacich scrive:
“Dimenticare. Nessuno può pensare che questo padre abbia dimenticato la figlia. E infatti nessuno lo pensa, tutti noi accorriamo attorno al buco nero che si è aperto nella sua mente e assistiamo ammutoliti al suo dolore. Stiamo immobili e in silenzio davanti alla voragine che si è spalancata nella mente di quest’uomo temendo che anche la più innocua delle parole possa torturare la sua condizione di sovresposto, di senza pelle. Ma sappiamo, forse è l’unica cosa certa, che non si è trattato di dimenticanza. Semmai abbiamo la sensazione di avere a che fare con la madre di tutte le rimozioni, la scandalosa, violenta irruzione del Sacro, quel misterium tremendum in presenza del quale restiamo atterriti e affascinati. Sto parlando della pura e semplice ineffabilità dello stato delle cose, l’enorme punto di domanda al quale ci aggrappiamo per non precipitare nell’orrido in cui è stato inghiottito l’asilo di quella bambina. […]

È come se ieri fosse di nuovo piovuto il monolite di 2001 Odissea nello spazio, non c’è alcun accesso interpretativo per questo blocco di granito. È un evento impenetrabile, conviene averne rispetto, osservarlo da ragguardevole distanza e rinunciare alle spiegazioni. Nel Decalogo I di Kieslowski il laghetto è finalmente ghiacciato, lo spessore del ghiaccio consente di pattinare senza rischi. Lo annuncia la radio, il papà scienziato al figlio. Vai, puoi andare. Io sono il Signore Dio tuo. Anche a Teramo l’asilo era lì saldo nella mente di quel padre, insieme alla bambina. Ora si vede solo il buco. Speriamo di riuscire a salvarla” (corsivi per la maggior parte miei).

È un testo impressionante. L’iniziale sollievo — oh, dice che “dimenticare” un bambino è impensabile — si tramuta in sconforto non appena capiamo che il Covacich non esclude il “dimenticare” per offrirci al suo posto la parola vera ed esatta che stiamo cercando, ma al contrario per negare che una spiegazione scientifica dell’accaduto sia possibile. Parla, sì, di buco nero — che è un termine scientifico — ma solo per definire l’evento impenetrabile e, in quanto impenetrabile, sacro e, in quanto sacro, tale da obbligarci al silenzio mentale. Ogni ricerca è preclusa, le nostre menti devono fermarsi, svuotarsi, siamo dinanzi a un mistero — anzi: al Mistero, ché se ne ammettessimo più d uno staremmo già cominciando a spiegarlo — e l’immaginazione, che è la facoltà che ci rende umani, non può che oscurarsi: dinanzi al Mistero siamo animali non umani in trappola, atterriti da un Ignoto che, in quanto “rivelazione” che immaginazione e ricerca non sono che miraggi, è negazione dell’essere umano in quel che lo rende umano.

C’è almeno della pietà, in questo discorso? Forse in quel padre detto povero sovraesposto, senza pelle, che ogni parola può torturare? Sì, ma è la “pietà” feroce dell’insensibilità assoluta: perfino dinanzi a un gatto schiacciato in mezzo alla strada la mente davvero pietosa immagina e cerca rimedi e sanzioni che fungano da deterrente, che salvino almeno alcune di quelle bestiole, ma dinanzi al padre di Elena no: niente possiamo fare per lui, nemmeno pensare: la mente deve svuotarsi, e guai a lei se non lo fa. Impossibile immaginare, cercare, fare scienza. Impossibile essere umani. Impossibile salvare i bambini. E per quei padri e madri abbandono assoluto: né giudizio né cura. Quale giudice oserebbe accostarsi a ciò che neanche lo scienziato può sfiorare? Quale medico sarebbe così temerario?

Tuttavia uno “scienziato” o un “medico” ben “ispirati”, rispettosi del sacro, qualcosa dopo tutto sono autorizzati a dire, rompere l’atterrito silenzio è loro concesso: parlino di “rimozione”, concede il prete- stregone Covacich. Purché sappiano, e dicano, che tutte le “rimozioni” hanno “una madre”, e che “la madre delle rimozioni” è, appunto, l’“irruzione del Sacro”. Purché si guardino bene, cioè, dal tentar di spiegare cosa la “rimozione” sia e se differisca o meno dal “dimenticare”. Purché, cioè, si servano del termine “rimozione” non come di un concetto scientifico (che può essere analizzato e spiegato) ma come di un mistico abracadabra che ci aiuti a mandar giù senza proteste, una volta che la formula magica abbia annullato ciò che sentiamo, quel verbo “dimenticare” che giù non voleva proprio andare.

Il Covacich traccia il solco, interpretando il ruolo del sacerdote — non importa che non è un prete vero: i preti veri hanno imparato da tempo quanto sono più bravi di loro gli intellettuali devoti — dello stregone che annuncia il tabù e scaglia anatemi contro i trasgressori: impossibile la spiegazione!, impensabile il giudizio!, inimmaginabile la cura! Poi, seguendo il solco da lui tracciato, una sorta di (inconsapevole?) struttura (dis)informativa entra in azione. La chiamerò la struttura Omega.

Il 22 maggio, sul Corriere della sera, ancora Francesco Alberti scrive: “Un padre che probabilmente è già morto dentro (Sono pronto a dare la vita per la mia piccola, ha continuato a ripetere per ore), svuotato da un rimorso senza attenuanti e per questo impossibile da cancellare. Una madre, in cinta all’ottavo mese, stravolta dalla disperazione, ma non dal rancore verso quel compagno capace di una simile dimenticanza: Mio marito non è colpevole di niente, singhiozza, leggendo un messaggio, è un padre esemplare, doveva pensare a tutto durante questa gravidanza, io non mi dovevo preoccupare: ciò che è successo a lui, poteva capitare a chiunque, la bimba lo adorava” (corsivi miei).
Si continua, dunque, a parlare di “dimenticanza” — si teme, forse, che il termine “rimozione” si riveli indigeribile da chi, pur di non cimentarsi con una terminologia “colta” (anche se usata a sproposito, come in questo caso) è pronto come Gobbels a metter mano alla pistola — ma non è più la dimenticanza del telefonino o delle chiavi: dopo Covacich si è capovolta (come l’uomo che ha dato la morte, trasfigurato in un uomo pronto a dare la vita per la sua piccola) in una dimenticanza sacra; il padre, in quanto già morto dentro, è ora una sorta di zombi, un essere terrificante, al di là del bene e del male, che solo un pazzo o un malvagio può voler processare e curare; e la madre, cui il primo giorno era sfuggita un’invettiva contro il marito, ora ne è la vestale, colei che resterà al suo fianco e che dunque, presumibilmente, morirà dentro con lui. Come un’antica sposa indiana arsa viva sulla pira del marito.

E la donna che si sacrifica sarà d’ora in poi uno dei “pilastri” della campagna mediatica contro di noi che ci sentiamo colpiti negli affetti e nell’intelligenza da quel ch’è accaduto, e che agli affetti e all’intelligenza non vogliamo abdicare: non solo sarebbe impossibile spiegare, non solo dovremmo rassegnarci a non immaginare, a non cercare, a non essere umani, ma dovremmo anche noi, come antiche spose indiane, sacrificarci per chi ha ucciso, anche noi suicidarci nel “far finta di niente” e tirare avanti.

Quello stesso 22 maggio sul Corriere esce anche un articolo di Paolo Di Stefano, Vuoto e pietà, il coraggio di una donna. Forse lei riuscirà ad accompagnare il suo uomo travolto dal senso di colpa:
“Distrazione significa, letteralmente, esser trascinati via da ciò che in quel momento dovrebbe occuparti la mente più di ogni altra cosa. Chissà da cosa è stata trascinata via la mente del papà della piccola Elena, quando ha chiuso la portiera della sua auto per andare a lavorare come tutti i giorni. Producendo una voragine, un buio, un vuoto, proprio là dove invece dovevano esserci presenza, protezione e cura. Avrebbe dovuto portarla all’asilo e probabilmente credeva di averlo già fatto: «credeva» è eccessivo. Diciamo «aveva l’idea», neanche, «aveva una specie di idea», «un’immagine mentale», ma neanche.

Non c’è niente, apparentemente, che possa spiegare un salto cognitivo come quello: un padre chiude la portiera dell’auto per andare a lavorare, dimenticando che sul sedile posteriore c’è ancora la sua bambina di due anni, addormentata. Passano le ore e la figura della bambina addormentata non emerge, non viene a galla quella tragica «distrazione». In letteratura la distrazione produce di solito effetti comici, come nella pièce secentesca del francese Jean-Fran^ois Regnard (Il distratto, appunto), il cui protagonista accetta la mano della donna che ama dimenticandosi di essere già sposato. Oppure in una novella di Pirandello (La distrazione, appunto) dove il nocchiero di un carro funebre si scorda di trasportare una bara e, estenuato dalla sua «vitaccia porca», lascia scorazzare liberamente i cavalli per la città. Distrazione, vuoto, assenza, dimenticanza, cancellazione, blackout, amnesia. Il caso di Teramo, Freud lo chiamerebbe un «lapsus memoriae». Ma va messo tutto fra virgolette, perché ogni tentativo di definizione appare drammaticamente inadeguato alle conseguenze che il gesto (mancato) del papà di Elena ha prodotto. A che serve stare a chiedersi perché e per come? È successo a Teramo, come è successo in un passato recente a Catania, a Lecco, in Francia, in Cina. E spesso in un aeroporto, un centro commerciale o un’area di servizio (due anni fa a San Zenone Lambro), come nel film di Soldini Pane e tulipani, dove a essere dimenticata (dalla famiglia: marito e due figli) è una madre. Una sociologia facile potrebbe trarne la conseguenza che sono i non-luoghi di Marc Augé a favorire l’alienazione, dunque quel clamoroso blackout. Nelle fiabe, i figli vengono abbandonati dai genitori per fame o per cattiveria, mai per distrazione: da Hansel e Gretel a Pollicino, a Biancaneve. Ma si sa che la realtà è più crudele delle favole, dove a tutto c’è rimedio. In un famoso verso, Fabrizio De André metteva in musica un dialogo allucinato in cui a una madre che piangeva: «Lo sa che io ho perduto due figli?», un interlocutore cinico rispondeva: «Signora, lei è una donna piuttosto distratta». La canzone si intitolava Amico fragile. L’amico più fragile è adesso il padre di Elena, certamente travolto dal senso di colpa. A qualcuno toccherà consolarlo, se possibile: «Non è colpa sua», ha trovato la forza di dire sua moglie. Forse lei riuscirà ad accompagnarlo nel dolore procurato da un mistero a cui la neuropsichiatria troverà spiegazioni superficiali. Più che a Freud e agli scienziati, ora è tempo di ricorrere a Michelangelo e alla sua Pietà” (sottolineature mie).
Le poche righe sottolineate, le uniche che contano, ripetono (inutilmente e meno “bene”) Covacich e Alberti: spiegare è impossibile (“a che serve stare a chiedersi perché e come?”, è “un mistero” a cui perfino “la neuropsichiatria” non troverà che “spiegazioni superficiali”), tutti in ginocchio e sùbito (“è tempo di ricorrere a Michelangelo e alla sua Pietà”), niente processi né cure (il padre è già “travolto dal senso di colpa”), la donna-Società (noi tutti) deve solo tacere, rassegnarsi e sacrificarsi. Il resto (l’85% dell’articolo) è un abbagliante ma frivolo florilegio di citazioni “erudite” e divagazioni “colte” che non si fanno scrupolo ad alludere, con impressionante fatuità, a un possibile effetto comico. Cioè… a buttar la tragedia in barzelletta per meglio sprofondarci nel vuoto mentale che ci si vuol far credere ineluttabile?
Il giorno dopo, 23 maggio, scrivono al Corriere lo psichiatra Giovanni Del Missier e la psicologa clinica Maria Pia Albrizio:

“Come psicoterapeuti non crediamo a Covacich che, ricorrendo all’immagine del monolite di 2001 Odissea nello spazio, afferma: «È un evento impenetrabile, conviene averne rispetto, osservarlo da ragguardevole distanza e rinunciare alle spiegazioni» e pensiamo al contrario che la ricerca scientifica debba approfondire la questione. Al riguardo segnaliamo che la comprensione della pulsione di annullamento, proposta nel 1972 dallo psichiatra Massimo Fagioli in Istinto di morte e conoscenza, potrebbe contribuire a rendere praticabile una ricerca sulla patologia mentale, affettiva e cognitiva, alla base del fenomeno umano (e non sacro) dell’assenza e delle sue tragiche conseguenze”.
Pulsione di annullamento. Patologia mentale affettiva e cognitiva. Assenza. E se fossero le parole vere ed esatte che cerchiamo? Perché il Corriere, non pubblicandole, decide per noi che dobbiamo seguitare a ignorarle? Certo, un giornale — lo ribadiamo — ha il diritto di pubblicare quel che vuole, ma poiché in questo caso la non pubblicazione è un’implicita contestazione dinaffidabilità alla corrente psichiatrica a cui i mittenti della lettera aderiscono, il quotidiano milanese aveva il dovere, verso di loro e verso i lettori, di spiegarla e motivarla. Non farlo si chiama censurare, ed è segno di arroganza e prepotenza.
Quello stesso 23 maggio, mentre la lettera dello psichiatra Del Missier e della psicologa clinica Albri- zio riferentesi alle scoperte e agli scritti dello psichiatra Fagioli viene censurata dal Corriere, le riflessioni dello psichiatra Cancrini trovano invece il consueto asilo de L’Unità:
“Psicopatologia della vita quotidiana, una delle opere più famose di Sigmund Freud, fu pubblicata nel 1901. Parlando di lapsus e di amnesie, di sogni e di atti mancati, il padre della psicoanalisi e della moderna psicoterapia metteva in evidenza il modo in cui l’inconscio e le sue follie irrompono normalmente nella vita della persona normale. Condizionandoci e riportandoci di continuo all’imperfezione del nostro funzionamento mentale, al dubbio di cui non dovremmo mai liberarci sulla nostra capacità di essere davvero padroni, in ogni momento, del nostro pensiero e delle nostre azioni. La consapevolezza di questa imperfezione dovrebbe essere (e spesso è) un segno importante del nostro livello di maturità personale.

Lo dimostra, meglio di ogni altro esempio, il modo appassionato, fermo, pieno di dolore e pietà in cui la madre della bambina morta tragicamente a Teramo difende oggi il suo compagno. Parlandone come di un padre straordinario. Riuscendo a restargli vicina anche dall’interno di uno strazio come quello da cui è palesemente travolta. Usando la dolcezza della comprensione invece della lama fredda del giudizio nel momento in cui quelli che vengono colpiti così duramente sono i suoi affetti più cari. La sua vita. Vale la pena di riflettere davvero molto seriamente su questa straordinaria lezione di stile. “Perdona il peccato, non il peccatore” è sicuramente il più bello e il più importante degli insegnamenti di Gesù nel momento in cui il Vangelo propone di sostituire il perdono alla vendetta “giusta” del Dio insegnata dal Vecchio Testamento. Accettare e praticare questo insegnamento chiede, tuttavia, una capacità appunto straordinaria di vedere il fatto per cui l’uomo che sbaglia è sempre e solo un uomo che fa del male a sé stesso oltre che all’altro e che non trae mai nessun vantaggio sostanziale dal suo errore. Un essere umano come noi da aiutare con la vicinanza. Da non distanziare con la durezza del giudizio di quelli che hanno bisogno di sottolineare gli errori degli altri solo per dimostrare, a sé stessi prima che agli altri, di essere migliori di loro. Viviamo un tempo assai difficile proprio da questo punto di vista. Dai giochi della Playstation alla vita reale, dal mondo dello sport a quello del lavoro, viviamo immersi in una competizione senza sosta che non concede alcun perdono. Dove in ogni momento c’è chi sbaglia e viene eliminato e dove tutto si muove sempre più in fretta nella grande corsa a ostacoli in cui si è trasformata la nostra vita. Un mondo in cui lo spazio per chi è più debole si riduce ogni giorno e in cui la paura di perdere rende sempre più feroce la gara in cui si è ingaggiati anche senza volerlo. È proprio di questo, mi pare, che parla a noi tutti la madre della bambina che non c’è più. Duramente rappresentandosi l’assurdità della condizione in cui siamo costretti e abbiamo accettato di vivere. Correndo da un impegno all’altro senza riuscire più, spesso, a sistemarli all’interno di una gerarchia dotata di senso e senza più trovare a volte il tempo necessario per noi e per le cose più importanti. Per la salute e l’amore di ciò che vi è di più caro. Fino al momento in cui qualcosa dentro si rompe e non funzioniamo più come vorremmo e dovremmo. Travolti dalle isole di follia che sono sempre in agguato. Dentro tutti noi e dentro ognuno di noi” (sottolineature mie).
Il Cancrini, dunque, è d’accordo con Covacich, Alberti e Di Stefano sull’impossibilità di giudicare il padre che ha ucciso e, per implicita conseguenza, sull’invito ai giudici ad astenersi anch’essi dal farlo (“un essere umano come noi, da aiutare con la vicinanza, da non distanziare con la durezza del giudizio”). E, quanto agli appelli di Alberti e Di Stefano a prendere esempio dalla “moglie che si sacrifica”, ne trae addirittura un inno a questa immagine di donna-Società “appassionata, ferma, piena di dolore, pietosa, dolce, comprensiva, straordinaria”: che tutto fa, insomma, meno cercar di spiegare2 e curare e tentar di difendere sé stessa, gli altri e soprattutto i bambini. Ma si distingue da loro tentando di proporre per la morte della piccola Elena una spiegazione “scientifica”, “laica” e “di sinistra” basata su due “pilastri”: 1. La Società “in cui siamo costretti e abbiamo accettato di vivere”, tanto più spietata quanto più ferocemente competitiva, ineluttabilmente finisce col “rompere qualcosa dentro” i più deboli, che a un certo punto “non funzionano più come vorrebbero e dovrebbero”; e 2. Ciò che è accaduto al padre di Elena può accadere a chiunque poiché deboli siamo tutti, poiché l’essere umano è per natura folle (“isole di follia sono sempre in agguato dentro tutti noi e dentro ognuno di noi”). Poiché noi, esseri umani, siamo tutti per natura “imperfetti”, e la nostra imperfezione, naturale e perciò comune, consiste nell’impossibilità di esser “sempre e davvero padroni del nostro pensiero e delle nostre azioni”.
Il padre di Elena, dunque, secondo il Cancrini, si sarebbe “rotto dentro”, non avrebbe “funzionato più come voleva e doveva”, per colpa di questa Società che gli ha tolto “la padronanza dei pensieri e delle azioni”. I quali (quando lui, “rotto dentro dalla Società”, non ne è stato più “padrone”) sono stati “travolti” dalla “follia che è sempre in agguato dentro ognuno di noi”. Rendersi conto che ciò può accadere a tutti, dice il Cancrini, è segno di una raggiunta “maturità personale”. Fine del discorso.
Fine del discorso? Assolutamente no. Cerchiamo, invece, di capire meglio.
Esser “maturi”, cioè adulti, per il Cancrini, consisterebbe dunque nel tentare di essere “padroni” di sé, e nel sapere, però, di non poter esserlo che precariamente, e solo se la Società non infierisce troppo su di noi. Ed essere “immaturi”, cioè bambini? Ovviamente, per lui consisterà nell’opposto dell’essere “maturi”: nel tentar poco o niente di “padroneggiarsi” e nell’essere poco o niente consapevoli della propria naturale follia sempre in agguato “dentro”. Per il Cancrini, insomma, la “follia” della “immaturità”, cioè della nascita e dell’infanzia, sarebbe la condizione naturale di ognuno, mentre la “maturità” consisterebbe nel riuscire, da adulti, a “padroneggiare” tale follia (tenendola più o meno sotto controllo con una sorta di perenne camicia di forza mentale) e nel rendersi conto, però, che la camicia di forza funzionerà solo se e finché, per nostra “fortuna” o “abilità”, riusciremo a evitare che la Società ci strapazzi troppo.
Ma è del Cancrini questo “brillante” teorizzare la natura umana — quale la si osserva nel bambino, cioè allo stato, appunto, di natura — come immaturità umana? No. Risale, almeno, a Platone e ad Aristotele: “È Aristotele che teorizza lo statuto fisiologico ed etico dell’infanzia, età incompiuta […] che deve realizzarsi in quella adulta. Nelle pagine aristoteliche, lo studio del bambino fa parte di una psicologia comparata dove il piccolo dell’uomo, imperfetto e non pienamente realizzato, viene assimilato all’animale e alla donna (Ricerche sugli animali, VIII, 588 a 32 sgg.) e […] definito come incapace di scegliere deliberatamente (Etica nicomachea, III, 1111 a) e come analogo allo schiavo (Politica, I, 1260 a)”3. Il concetto viene poi fatto proprio dai Romani: “Gli infantes sono come gli animali, cui infantes è spesso riferito come attributo naturale. […] Isidoro di Siviglia (Etymologiae, X, 103) afferma che gli infantes sono come i pazzi (fatui), che non comprendono né ciò che dicono né ciò che sentono dagli altri”. […] Sulle orme dei Greci, i Romani hanno collocato lo studio del bambino nel quadro più generale di una riflessione che assume spesso l’aspetto di una vera e propria antropologia. Il pessimismo di Platone, che vedeva nel bambino un essere senza ragione e abbastanza vicino all’animale, e quello, di poco meno radicale, di Aristotele, che lo considerava il livello zero di un processo evolutivo, sono presenti anche nei testi latini, i quali osservano sempre che il bambino è caratterizzato dalla fragilità, infirmitas, sia fisica che mentale (tra gli altri, Cicerone, Cato Maior de senectute, X, 33; Seneca, De ira, II, 10, 2; Id., Epistulae ad Lucilium, 33, 7), che lo apparenta a tutti gli esclusi dalla vita politica completa: le donne, i vecchi e i pazzi”4. E non finisce mica nel 476 dopo Cristo: di questa “antropologia pessimista” — natura umana infirma che sarebbe del tutto evidente nel bambino e nella donna e nello schiavo né più né meno che nel pazzo — potremmo continuare ad allineare esempi (dovesse il Cancrini sentirsi solo con Platone e Aristotele) da Aostino a Innocenzo III, da Montaigne a Hobbes, da Rousseau a Hegel, da Freud a Heidegger…
“Scientifico”, dunque? È scientifico continuare a ripetere a mo’ di litanie affermazioni sull’essere umano vecchie di duemila anni, mai dimostrate e, per di più, opposte all’evidenza che non in tutti vi sono “isole di follia”? O scientifico, invece, è domandarsi e indagare se i progressi delle nostre conoscenze e ipotesi e delle tecnologie non ci permettano e impongano piuttosto di aggiornare, una buona volta, un cosiddetto “pensiero” sulla mente umana che non ha fatto un passo avanti dai tempi in cui si credeva che i terremoti (è sempre Aristotele che parla) siano causati dall’improvviso sfogarsi all’esterno, attraverso pertugi naturali, dei forti venti che soffiano nelle profonde caverne del sottosuolo?
E se scientifico non è, il “pensiero” sulla mente umana di cui il Cancrini è sì tardo epigono, perché continuare ad accreditarlo come laico? Se nessuna delle antiche, fantasiose speculazioni sulla Natura è sopravvissuta fino a oggi, allora una “teoria” ripetuta parola per parola da venti secoli, e che da venti secoli viene “difesa” solo con il ripeterla da ogni tentativo di verificarla, non assomiglia più a una religione che a un pensiero laico? E se è così, se non è scientifico né laico un “pensiero” sulla mente instancabilmente recitato e lamentosamente ripetuto come un rosario, perché accreditarlo come di sinistra? Di sinistra un “pensiero” così pessimista sulla natura umana che, se fosse vero, sancirebbe l’assoluta non trasformabilità della Società e di ogni nostro rapporto?
Ricapitolando: per convincerci che “dimenticare” a morte un bambino non solo è possibile ma può accadere a chiunque in ogni momento, quella che abbiamo chiamato la struttura Omega, nella persona dello psichiatra Cancrini, compie — rispetto al Covacich e al Di Stefano — il passo “avanti” “scientifico”, “laico” e “di sinistra” di riaffermare le “scoperte” “scientifiche” di duemila e più anni fa sulla “naturale” pazzia di tutti gli esseri umani. Non esisterebbe, dunque (secondo la struttura Omega) la parola vera, esatta, diversa da “dimenticare”, che andavamo cercando. E il nostro immaginare che invece ci sia, che debba esserci, poiché noi sentiamo che non si può dimenticare un bambino come se fosse un telefonino o le chiavi di casa, e che non tutti possono dar la morte a un bambino? Sciocchezze, ribatte la struttura Omega: un bambino, per l’inconscio pieno di “isole di follia”, non è diverso da un telefonino o dalle chiavi di casa: siamo fatti così, il diavolo è in noi (e che il diavolo sia in noi dovremmo crederlo però “scientificamente”, “laicamente”, “da sinistra”) e in qualsiasi momento, sfiancati da questa Società (che, intendiamoci, è l’unica possibile, poiché siamo pazzi per natura e perciò homines hominibus lupi, ma che dovrebbe essere un po’ più mite per aiutarci a padroneggiare noi stessi), in qualsiasi momento, ecco qua, come se niente fosse possiamo portare il telefonino all’asilo e mettere nel forno crematorio il bambino: certo che sì, tutti possiamo! E dunque pietà, abbiamo e abbiate pietà, che altro si può fare signora mia?

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