Milano shock, ragazza diabetica respinta all’ingresso di una discoteca: “Ecco perché mi hanno lasciata fuori…”

La giovane, 25 anni, è stata respinta dai buttafuori all’ingresso. “Ho mostrato il tesserino che certifica la mia malattia, ma mi hanno detto che nel brick di estathé potevo avere della Vodka”. La replica del locale: “Non ci ha fatto vedere niente, potevamo darle tutto lo zucchero che voleva”

Discriminata perché diabetica e per questo lasciata fuori da una nota discoteca milanese. A denunciare il fatto una ragazza che, sul sito portalediabete.org, si firma M.F.. Le sarebbe stato negato l’accesso alla discoteca Old Fashion di Milano, perché aveva con sé tre bustine di zucchero e un succo di frutta in quanto diabetica, ma nel locale era vietato introdurre cibi. “Voglio che si sappia quello che mi è accaduto ieri sera” scrive nel post, “per la prima volta mi hanno fatto sentire una m…, mi hanno privata dell’entrata perché, in quanto diabetica, avevo con me nella borsa tre bustine di zucchero e un succo di frutta in caso di emergenza ipoglicemica.

Il buttafuori mi ha detto che se volevo entrare dovevo buttare tutto. Ho ribadito che sono diabetica e lui continuava a dire che potevo portare solo con me la medicina perché lo zucchero non serve”. La ragazza è arrivata persino a mostrare il certificato medico: “Gli ho mostrato il mio certificato mortificata di fronte a una decina di persone che erano con me per festeggiare la laurea di un’amica” precisa la giovane, “ancora una volta sono stata respinta con la risposta ‘tu stai a casa’. Trovo che l’ignoranza sia ingiustificata e più di tutto la presunzione di fronte a qualcosa che non conosci. Mi dispiace che l’ignoranza porti sempre a una discriminazione. Questo come in altri casi”.

Il Diabete

Il diabete è una malattia molto ramificata in Italia. Questa patologia molto invalidante, si può prevenire e in alcuni casi addirittura curare basandosi un’alimentazione sana. Proprio in questo senso una ricerca effettuata dalla scienziata italiana Francesca Romana Mancini è arrivata a dimostrare che un’alimentazione con svariati alimenti ricchi di antiossidanti riduce di molto di insorgenza del diabete.L’albero del pistacchio può arrivare ad essere alto fino a 12 m e avere più di 300 anni, viene coltivato nel Medioriente soprattutto in Turchia, e Siria ma, anche in California, nella Cina e in Grecia, in Italia viene prodotto soprattutto alle pendici dell’Etna dove ha preso la denominazione di origine protetta.

Consumando abitualmente il pistacchio avremo notevoli vantaggi sull’abbassamento della glicemia inoltre, il pistacchio, è prezioso per la salute cardiovascolari, tutto questo grazie all’abbondanza di grassi buoni, soprattutto l’acido oleico e il linoleico che contribuiscono a modificare l’assorbimento dei carboidrati.E quindi a ridurre i livelli dello zucchero nel sangue, sia a digiuno e dopo i pasti. Il pistacchio possiede anche molte proteine (20 g percento di prodotto) troviamo anche delle fibre. Infatti le proteine aiutano a potenziare le funzioni anticolesterolo nel nostro corpo, l’ideale è di non superare le due porzioni quotidiane da 30 g, pari a una cinquantina di pistacchi. Se vengono associati al pesce aumenta la percentuale di acidi grassi benefici, si possono anche grattugiare al posto del formaggio. È un elemento ottimo per chi e a dieta, è uno snack salutare adatto a chi vuole raggiungere il peso forma.

Una dieta sana potrebbe aiutare a prevenire e anche, addirittura, curare il diabete: una ricerca condotta dall’italiana Francesca Romana Mancini ha rilevato che una dieta in cui abbondano cibi ricchi di antiossidanti (verdura, frutti di bosco, noci, cioccolato fondente) riduce il rischio di diabete. La ricerca è stata condotta in Francia presso l’Inserm (Health across generations, Center of Research in Epidemiology and Population Health) con sede a Villejui, ed è stata pubblicata sulla rivista “Diabetologia”.

Mancini ha raccolto informazioni sull’alimentazione di oltre 64 persone tutte sane (senza diabete e malattie cardiovascolari): l’esperta ha quindi usato una scala sulla capacità antiossidante di una certa alimentazione, che misura la capacità antiossidante della dieta di un individuo sommando il potere antiossidante dei singoli cibi consumati. La ricercatrice ha quindi osservato che maggiore era la capacità antiossidante della dieta di un individuo, minore era il suo rischio di diabete. Coloro che adottavano alimentazioni ad alto potere antiossidante facevano registrare un rischio malattia ridotto del 27% rispetto a coloro che erano soliti consumare una dieta con pochi antiossidanti.

Buoni, sani e sempre più salutari. Nuovi studi supportati dall’ International Nut and Dried Fruit Council suggeriscono che i pistacchi possono contribuire a contrastare il diabete di tipo 2. Le ricerche sono state presentate nel corso dell’ International Congress of Nutrition che si è tenuto tra il 15 e 20 settembre a Granada, in Spagna. Tra i temi trattati nel simposio “Nuts in Health and Disease”, gli effetti benefici della frutta a guscio sulla salute, in particolare in relazione a patologie come l’infarto del miocardio, l’ictus e la sindrome metabolica.

Recenti studi scientifici dimostrano infatti i benefici del consumo regolare di frutta a guscio, non solo sulla salute cardiovascolare, ma anche su diabete, funzione cognitiva, arteriosclerosi, sindrome metabolica, biomarcatori di infiammazione, ecc. [i] Il consumo di frutta a guscio, tra cui i pistacchi, inoltre non è associato ad un rischio maggiore di aumento di peso, ma anzi è una fonte di preziosi nutrienti. I benefici sulla salute derivanti dal consumo dei pistacchi sono sottolineati da numerose ricerche promosse dalla American Pistachio Growers, l’associazione che rappresenta membri tra i coltivatori di pistacchio americano e conduce studi scientifici sulle proprietà nutrizionali dell’oro verde della California.

In particolare, lo studio PREDIMED ha analizzato come una manciata di frutta a guscio al giorno (15g di noci, 7,5g di nocciole, e 7,5g di mandorle) riduca del 28% l’incidenza di malattie cardiovascolari (infarto miocardico, ictus e morte cardiovascolare). La Dott.ssa Monica Bulló ha presentato gli studi preliminari del progetto EPIRDEM, che ha l’obiettivo di stabilire se una regolare assunzione di pistacchi possa aiutare a ridurre i sintomi della sindrome metabolica e il rischio di diabete di tipo 2.

I pistacchi sono stati studiati in relazione al loro profilo lipidico e ad altri fattori di rischio cardiovascolare, la Dott.ssa Bulló li sta esaminando per valutare il loro effetto sul metabolismo del glucosio, l’insulino-resistenza e il rischio di diabete di tipo 2 . “In effetti” – conferma il nutrizionista Giorgio Donegani, presidente della Fondazione Italiana per l’Educazione Alimentare – “la ricchezza di fibre unita alla particolare composizione dei grassi contenuti nel pistacchio, può da un lato aiutare la modulazione della glicemia postprandiale e dall’altro contribuire efficacemente a un miglior profilo dei lipidi ematici, funzionale alla protezione cardiovascolare” .

I risultati di uno studio epidemiologico relativo agli effetti della frutta a guscio sulle malattie croniche, presentati durante la conferenza dal professor Frank Hu della Harvard University, provano poi che aumentarne il consumo ( > 5 volte a settimana) contribuisce a ridurre del 30% il rischio di contrarre malattie cardiovascolari. Linda Tapsell, professore presso l’Università di Wollongong, in Australia, ha spiegato che il consumo di frutta a guscio non è associabile ad un maggiore rischio di aumento di peso, ma anzi quest’ultima è raccomandabile come parte della dieta per prevenire l’obesità, la sindrome metabolica e altre malattie croniche.

Infine, il Dr. Sabaté, professore di Sanità Pubblica all’Università di Loma Linda, in California, e pioniere nello studio dei benefici della frutta a guscio sulla salute, ha concluso: “I dati epidemiologici indicano che l’inclusione di frutta a guscio nella dieta rappresenta un rischio minimo per l’aumento di peso e questo è supportato da studi clinici”.

Informazioni sui pistacchi

I pistacchi sono uno snack delizioso e nutriente che contiene più di 15 importanti sostanze nutritive, come antiossidanti, fibre e proteine vegetali. Gli antiossidanti aiutano a proteggere il corpo dal danno ossidativo. L’ossidazione, un processo che si verifica attraverso le naturali funzioni del corpo come l’esercizio fisico, produce radicali liberi, che possono attaccare le cellule sane e indebolirle, rendendole più sensibili alle malattie. Gli antiossidanti, come la vitamina E e i carotenoidi, tra cui beta-carotene e luteina, aiutano a proteggere le cellule dai danni causati dai radicali liberi. I pistacchi contengono gamma tocoferolo (un tipo di vitamina E), luteina/zeaxantina e beta carotene (carotenoidi). I pistacchi sono uno snack privo di colesterolo che contiene solo 1,5 grammi di grassi saturi e 13 grammi di grassi a porzione, la maggior parte dei quali deriva da grassi monoinsaturi e polinsaturi. Una porzione di circa 30 grammi corrisponde a 49 pistacchi, che è il più alto numero di unità a porzione in confronto a qualsiasi altro tipo di frutta secca a guscio. Con 6 grammi di proteine e 160 calorie per porzione, i pistacchi sono lo snack perfetto per gli sportivi, rispetto a qualsiasi altro spuntino con lo stesso apporto calorico. Una manciata di pistacchi contiene più potassio (300 mg, 8 per cento) di un’arancia (250 mg, 7 per cento), facendone un alimento completo per uno snack o un ingrediente da inserire nella dieta quotidia

Il mancato controllo della glicemia postprandiale è pericoloso?

Il ruolo della glicemia post-prandiale nel controllo metabolico e nella riduzione dello sviluppo delle complicanze del diabete rimane ancora un argomento controverso.

Diversi studi epidemiologici di popolazione hanno evidenziato un’associazione tra glicemia postprandiale e rischio cardiovascolare (CV), indipendentemente dai livelli di emoglobina glicosilata. Tra i più recenti lo studio DECODE (Diabetes Epidemiology: Collaborative analysis Of Diagnostic criteria in Europe) ha documentato come la glicemia dopo carico orale di glucosio fosse un predittore di patologia CV e mortalità più accurato rispetto alla glicemia a digiuno 2 e allo stesso modo nel Framingham Offspring Study la glicemia a due ore dopo carico orale prediceva in modo più robusto gli eventi CV rispetto all’HbA1c 3. Lo studio longitudinale Baltimore Longitudinal Study of Aging, in un campione di oltre 1200 uomini seguiti per 13,4 anni, ha messo in evidenza come la mortalità fosse significativamente aumentata per valori di glicemia a due ore dopo il pasto superiori a 140 mg/dl 4. Una meta-analisi condotta su 38 studi di coorte in soggetti senza diabete aveva infine confermato una forte associazione tra glicemia a 2 ore dopo carico orale di glucosio ed eventi CV fatali e non fatali. Tale parametro è inoltre correlato in modo lineare con il rischio di morte CV 6.

L’utilizzo dei dati glicemici due ore dopo carico orale di glucosio aveva tuttavia sollevato delle critiche dovute al fatto che tale parametro rappresentasse solo un marker surrogato di ipergli- cemia postprandiale. Uno dei primi studi che ha analizzato la correlazione tra glicemia postprandiale e complicanze CV è rappresentato dal Diabetes Intervention Study (DIS) , in cui i livelli glicemici dopo colazione erano correlati con il rischio di infarto del miocardio e di morte in pazienti con diabete tipo 2 seguiti per 11 anni. Più recentemente nel San Luigi Gonzaga Diabetes Study la glicemia post-prandiale si è dimostrata un predittore di rischio CV più forte rispetto alla glicemia a digiuno, soprattutto nelle donne, in una popolazione seguita per 5 anni.

Il dato è stato confermato anche dopo 14 anni di follow-up. È emerso inoltre come la glicemia postprandiale e l’HbA1c avessero un potere predittivo simile per quanto riguarda la mortalità globale. Discordanti sono invece i risultati dello studio condotto dall’fmerging Risk Factors Collaboration  che hanno mostrato che, in quasi 300.000 soggetti senza diabete né patologia CV, il contributo della glicemia postprandiale, se considerata insieme agli altri fattori CV convenzionali, non era determinante ai fini della predizione del primo evento CV.
È presente inoltre un’importante mole di evidenze sulla correlazione tra glicemia post-prandiale e stress ossidativo, aumento dello spessore dell’intima-media della carotide 12 13, disfunzione
endoteliale  e diminuzione del volume e del flusso ematico miocardico 15, markers di patologia CV.

In merito all’associazione tra l’iperglicemia postprandiale e complicanze microvascolari, le evidenze sono più limitate. Studi osservazionali effettuati sulla popolazione giapponese hanno dimostrato come la glicemia postprandiale sia un predittore di rischio di retinopatia più forte rispetto alla misurazione del- l’HbA1c .
Ci sono infine dati in letteratura che suggeriscono un ruolo della iperglicemia postprandiale anche nel declino delle funzionalità cognitive. È ciò che emerge da uno studio condotto in pazienti anziani con diabete tipo 2 in cui le importanti escursioni glicemiche postprandiali sono risultate associate a un decadimento delle funzionalità globali, esecutive e relative all’attenzione.

Più recentemente uno studio osservazionale ha riscontrato un’associazione sia tra declino cognitivo e valori di glicemia postprandiale dopo 2 ore dal pasto, sia con la variabilità intraindividuale della glicemia postprandiale.
Sono a tutt’oggi mancanti degli studi di intervento che abbiano valutato in modo specifico l’efficacia del controllo della glicemia postprandiale sulla riduzione delle complicanze CV. Esistono tuttavia degli studi clinici condotti su farmaci che agiscono in modo selettivo sulla componente glicemica postprandiale.

Lo studio STOP-NIDDM è stato condotto in soggetti con ridotta tolleranza ai carboidrati (IGT) e ha documentato una riduzione assoluta del 2.5% degli eventi CV (NNT = 40) nei soggetti trattati con acarbosio e una riduzione della progressione dello spessore dell’intima-media della carotide 19 20. Allo stesso modo i risultati di una meta-analisi hanno dimostrato come, in soggetti con diabete tipo 2, il trattamento con acarbosio abbia ridotto in modo significativo il rischio di eventi CV (HR = 0,65; IC 95% 0,48-0,88) e in particolare di infarto del miocardio (HR = 0,36; IC 95% 0,16-0,80).

Evidenze contrastanti derivano dallo studio HEART2D, disegnato con lo scopo di valutare gli effetti di due schemi insulinici intensivi che andassero ad agire l’uno sulla glicemia a digiuno e l’altro sulla glicemia postprandiale in soggetti con diabete tipo 2, con pregresso infarto del miocardio, sulla riduzione degli eventi CV, il quale è stato interrotto precocemente dopo quasi 3 anni per mancanza di benefici 22. Dati interessanti sono emersi da un’analisi a posteriori sulla identificazione di sottogruppi di pazienti in cui il trattamento potesse avere un maggiore beneficio. Da tali analisi è emerso come i soggetti più anziani (> 65,7 anni) in trattamento con insulina mirata al controllo della glicemia prandiale abbiamo un rischio minore di evento CV rispetto al trattamento mirato al controllo della glicemia basale.

Lo studio NAVIGATOR (Nateglinide And Valsartan in Impaired Glucose Tolerance Outcomes Research) ha invece valutato l’efficacia sul controllo dei fattori di rischio CV in soggetti con IGT, di un altro farmaco che agisce sulla glicemia postprandiale, la nateglinide. In questo studio la nateglinide non ha dimostrato di essere più efficace del placebo nella riduzione degli eventi CV. Da tutte queste esperienze appare evidente la difficoltà nel condurre studi che esaminino il rapporto che c’è tra glicemia postprandiale e eventi CV. Sono tuttavia in corso alcuni studi che potranno aiutare a fornire una risposta in tal senso.

Il Diabete

Il pancreas è una voluminosa ghiandola annessa all’apparato digerente, impari e di tipo misto (esocrino-endocrino), avente forma allungata in senso trasversale ed appiattita in senso sagittale. È situato in posizione mediana, nello spazio retroperitoneale in corrispondenza della regione epigastrica, ed è adiacente alla maggior parte delle principali strutture dell’addome superiore. Rispetto alla colonna vertebrale è collocato all’altezza delle prime due vertebre lombari. Il pancreas è ricoperto da un sottile strato di tessuto connettivo, ma non presenta una capsula tissutale fibrosa. Il connettivo intraghiandolare, in connessione con la guaina più esterna, suddivide il parenchima in porzioni visibili ad occhio nudo, i lobuli. Il parenchima pancreatico è caratterizzato da colorito giallastro e superficie lobulata: ha una lunghezza variabile tra i 12,5 e i 15 cm, un’altezza massima di 4 cm ed uno spessore di 1,5-2 cm. Il suo peso medio, nei soggetti giovani, è tra 70 e 110 g e tende a ridursi con l’avanzare dell’età . Dal punto di vista anatomico, il pancreas, viene suddiviso in tre porzioni, che prendono il nome rispettivamente di testa, corpo e coda del pancreas.

Con il semi- digiuno risvegli il tuo potere naturale Diverse volte nel corso degli ultimi anni e da quando ho intrapreso questo percorso, ho sentito parlare di DIGIUNO parziale o totale, di giorni oppure di un solo giorno; non nego che la cosa mi incuriosiva non poco, l’IGIENISMO, questa corrente nata con La Medicina Naturale di Lezaeta, ma non solo loro, dipingevano l’astinenza da cibo come il modo migliore per risanare CORPO E MENTE, per ristabilire l’omeostasi dell’organismo, alterata dal cibo industriale e manipolato che mangiamo tutti i giorni. Nell’ultimo periodo anche diversi medici consigliano il digiuno come pratica naturale e non invasiva per depurare il corpo.

Spinta da tutti questi input io e Carlo abbiamo deciso di provare, di sperimentare su di noi gli effetti di un semidigiuno (abbiamo deciso cosi per non avere un approccio troppo “rigido” e duro) non doveva infatti diventare una lotta contro noi stessi ma un qualcosa di morbido, un fare qualche piccola rinuncia per il benessere dell’organismo, riteniamo sia importante anche VIVERE BENE la cosa, non come una sofferenza indicibile (se al solo pensiero viene “male” come si usa dire meglio forse non farlo perché diventa controproducente) .

Morale: ogni martedì (questo è il giorno scelto ma ovviamente ognuno è libero di farlo quando preferisce) iniziamo la giornata con un centrifugato di frutta e verdura e poi ci portiamo al lavoro un paio di mele da consumare durante il giorno in caso di attacco di “fame” o di quella voglia di qualcosa (anche in questo caso è più una questione mentale ma comunque giusto assecondare anche la mente che ha bisogno di controllare), beviamo diversa acqua e limone durante la giornata e arriviamo a sera sereni senza alcun problema, certo ogni tanto il pensiero al cibo c’e’ e il fatto di essere in due aiuta in quanto spesso ci scherziamo sopra; durante la giornata ci concediamo un caffè, la sera ci asteniamo dal cibo e la mattina per colazione ci facciamo un altro centrifugato di frutta e verdura (sarebbe meglio prevalentemente di verdura ); a mezzogiorno del mercoledi consumiamo un pasto “normale” insalatona con polpetta di verdure, o un piatto di riso e verdure insomma come ognuno è abituato (certo sarebbe preferibile non ricominciare subito a mangiare cibi pesanti che so patatine fritte o carne) in modo da riabituare ad introdurre alimenti in maniera graduale.

Sembra difficile ? Assicuro che non lo è, ci vuole un minimo di volontà certo come in tutte le cose che si intraprendono ma se si pensa al bene che si fa la corpo il gioco a mio parere “vale sicuramente la candela” . Benefici ? Tantissimi, ve ne elenco alcuni che ho provato direttamente: senso di leggerezza e di benessere, niente patina in bocca o brutto sapore (spesso mangiando la sera poi la mattina la bocca presenta una patina, sono residui di tossine non smaltito del cibo, spesso anche con alito non molto gradevole ), si dorme benissimo, quel sonno pesante e ristoratore (certo gli organi non sono impegnati nella digestione) ci si sveglia benissimo svegli mentalmente e di buon umore, pancia piatta, evacuazione regolare, nessun senso di intorpidimento e di sonnolenza, molta più grinta e voglia di fare !

Dite poco ? La sensazione è bellissima ed è quella di FARSI UN REGALO di mettere il nostro corpo nella condizione di stare in forma (come dovrebbe essere sempre ma a cui non siamo più abituati ahimè), siamo abituati a stare “mediamente male” – la cefalea, il senso di pesantezza, l’intorpidimento mentale sono accettati quasi come inevitabili invece NO!!!! Possiamo stare bene ! E il semidigiuno ne è la dimostrazione! E’ anche una presa di coscienza del nostro POTERE e della nostra responsabilità nel determinare il nostro benessere e la nostra salute ! E vi assicuro che in una società dove siamo abituati a demandare le responsabilità a chiunque pensando di essere vittime (faccio riferimento in questa sede al medico) il fatto di potere incidere sulla nostra salute e di fare stare bene il nostro corpo senza RICORRERE A FARMACI DI ALCUN TIPO (naturali e non) MA SOLO TOGLIENDO IL CIBO è una grande opportunità !!! Provate, ognuno con le proprie possibilità e in base a quello che si sente di fare (va bene anche saltare una cena) non forzatevi se non vi sentite pronti, ma prendete in considerazione questa cosa perché non ha alcun costo, non ha effetti collaterali (unica precauzione per le persone gravemente debilitate o che hanno delle patologie importanti in questo caso è meglio consultare il proprio medico) e vi porta solo del bene! Il vostro corpo e la vostra consapevolezza vi ringrazieranno ! Non sono molto raccomandate queste “pratiche” perché ovviamente NON HANNO COSTI, non alimentano il mercato ! Sta a noi esserne coscienti e sta sempre a noi cercare di metterci nelle migliori condizioni per condurre una vita al massimo delle nostre possibilità !

Il pancreas è un organo dalla forma simile a quella di una pera o di una lingua, situato in profondità nella cavità addominale e lungo circa 15 cm. Si trova all’incirca tra lo stomaco e la colonna vertebrale. È diviso in tre sezioni: testa (la più grande), corpo e coda (la più sottile). Ma quali funzioni svolge? Il pancreas produce ormoni molto importanti, come l’insulina, indispensabile per regolare il livello degli zuccheri nel sangue. Ma non solo. L’organo assembla anche enzimi che permettono la digestione da parte dell’intestino. Purtroppo, il delicato funzionamento del pancreas può essere messo in discussione da alcune malattie. Tra queste, infiammazioni più o meno gravi (pancreatiti), in grado di danneggiarlo seriamente. E non è finita. Così come tutti gli altri organi del nostro corpo, anche il pancreas potrebbe subire l’attacco di un tumore. La sua testa è la sede colpita con maggior frequenza, anche a causa del suo grande volume. Comunque, circa il 95% di tutte le neoplasie che lo interessano riguarda la componente “esocrina”: la porzione che produce i succhi pancreatici. Il tumore del pancreas colpisce ogni anno in Italia circa 12.200 persone, la maggior parte delle quali tra i 60 e gli 80 anni. È un nemico insidioso, perché in fase precoce non dà sintomi particolari, che possono essere molto vaghi. Segnali chiari compaiono quando ha ormai iniziato a diffondersi agli organi circostanti o ha bloccato i dotti biliari.

Per fortuna, il cancro al pancreas ha un grande nemico: un corretto stile di vita. Cosa vuol dire? Significa seguire comportamenti sani ed equilibrati, da rispettare tutti i giorni. Iniziando da giovani! Quindi, entrando nel dettaglio: mantenersi attivi, praticando con continuità esercizio fisico; mangiare i cibi giusti nelle quantità indicate; non fumare; bere alcol con grande moderazione; osservare le precauzioni sul posto di lavoro, in caso si entri in contatto con sostanze potenzialmente tossiche e cancerogene; ecc. La ricerca scientifica ha ormai dimostrato che la prevenzione primaria riduce del 30% il rischio di sviluppare qualsiasi tumore. Ma non solo. Ad esempio, avrete ad ogni età un cuore più scattante, polmoni resistenti e un cervello sempre vigile.

Oltre 3 casi di tumore su 10 sono direttamente collegati ad una dieta scorretta. Ovviamente, il cancro del pancreas non fa eccezione. Anche se non è ancora del tutto chiaro come e perché l’alimentazione influisca su questo organo, è stato di recente scoperto un legame con l’obesità. Infatti, una revisione di studi pubblicata dal prestigioso Karolinska Institute di Stoccolma ha dimostrato una solida relazione fra chili di troppo e malattia. Soprattutto quando il grasso è stratificato sull’addome e sono presenti intolleranza al glucosio, resistenza all’insulina e diabete. Quindi, da cosa si può iniziare? Innanzitutto, attenzione agli alimenti altamente calorici, ricchi di proteine di origine animale, grassi e carboidrati raffinati. Limitate il consumo di bibite zuccherate, carni rosse e insaccati. Questi ultimi sono ricchi di nitriti e nitrati, che facilitano la comparsa di alcuni tumori, come quello dello stomaco. A volte gli alimenti non sarebbero dannosi in sé, ma possono essere contaminati da sostanze come le aflatossine, liberate da alcune muffe del mais o contenute in altre granaglie e legumi mal conservati. Via libera invece a frutta e verdura, che si devono mangiare in abbondanza, durante i pasti o come spuntino nel corso della giornata. La dieta migliore è quella mediterranea, che prevede un regolare consumo di verdure, frutta, pesce – soprattutto azzurro –, carboidrati, olio di oliva, cereali e legumi.

Ogni anno, in tutto il mondo, sei amputazioni su dieci sono causate dal diabete. Da una complicanza di questo disturbo metabolico, meglio conosciuta come “piede diabetico”. Una problematica, invalidante e difficile da gestire, che in alcuni centri del nostro paese, pur causando circa 12mila amputazioni l’anno, viene affrontata con tecniche all’avanguardia.

Tanto che proprio un medico italiano, Luca Dalla Paola è stato recentemente premiato con il “Paul Brand award”, un riconoscimento intemazionale, conferito a chi maggiormente si è contraddistinto nel salvataggio d’arto per i pazienti diabetici. «Il piede diabetico è una sindrome caratterizzata da lesioni e ulcere che nel corso della loro evoluzione tendono a infettarsi fino a raggiungere le articolazioni e le ossa», spiega Dalla Paola, responsabile dell’Unità operativa del trattamento piede diabetico dell’Ospedale San Carlo di Nancy di Roma e di Maria Cecilia Hospital di Cotignola (Ravenna).

«Le problematiche – continua – sono legate al deficitcircolatorio e all’alterazione biomeccanica, in pratica la deformità del piede, secondaria alla neuropatia periferica su cui poi si innesca un evento ulcerativo e infettivo che porta alla progressione della malattia e al rischio non solo di amputazione, ma anche di morte legata a un quadro infettivo che tende a espandersi in tutto l’organismo». Si stima che il 6,2% della popolazione italiana sia affetto da diabete mellito, di questi, circa il 15% svilupperà ulcere nel piede. Ma è proprio il nostro Paese a distinguersi per la capacità di limitare il più possibile le amputazioni.

«Negli ultimi vent’anni – spiega Dalla Paola – c’è stato un miglioramento delle conoscenze che ha permesso di aumentare gli arti salvati, questo grazie al controllo della componente infettiva, della chirurgia routinaria e delle tecniche di rivascolarizzazione». Per ridurre l’infezione la chirurgia è l’arma più efficace. Un po’ come avviene in oncologia. L’atteggiamento chirurgico mira alla conservazione dell’arto. L’équipe coordinata da Dalla Paola è arrivata al 90-95% di successo.

Il centro italiano d’eccellenza è il Maria Cecilia Hospital di Cotignola e, di recente, anche l’Ospedale San Carlo di Nancy di Roma, dove è stato aperto un ambulatorio specializzato. «Il nostro approccio al trattamento di questa patologia è chirurgico e multidisciplinare», spiega Dalla Paola. La svolta al trattamento di questa complicanza si deve certamente al miglioramento delle tecniche chirurgiche e ricostruttive, che consentono di eliminare i tessuti danneggiati e ricostruirli con tessuti ingegnerizzati, e che permettono un’eccellente rivascolarizzazione, grazie all’uso di cateteri e stent. Progressi significativi sono stati fatti anche sul fronte della prevenzione.

«Oggi riusciamo a individuare sempre più tempestivamente – spiega Dalla Paola – i soggetti che presentano un quadro di neuropatia e vasculopatia. In questo modo, con l’aiuto di tecnici ortopedici e podologi si possono intraprende percorsi di prevenzione specifici, che prevedono ad esempio di plantari e calzature particolari, che consentono di ridurre l’ulcerazione e quindi il rischio di amputazione dell’arto».

IL DIABETE

Il diabete rappresenta una sfida per le persone che ne sono affette e devono essere protagoniste della cura, per i medici e gli altri professionisti che devono diagnosticarlo, monitorarlo e trattarlo conoscendone le innumerevoli sfaccettature, per gli amministratori della salute e i politici che devono poter garantire l’accesso alle cure migliori e all’innovazione nel rispetto della sostenibilità e dei principi di equità e uguaglianza. Questo volume è il terzo, dopo quelli del 1996 e del 2012, che la Società Italiana di Diabetologia pubblica per fare il punto sullo stato del diabete in Italia. Il volume raccoglie contributi scritti da membri autorevoli delle maggiori istituzioni pubbliche, da medici, specialisti e non, e da altri professionisti esperti della malattia, da rappresentanti delle persone con diabete. L’obiettivo del volume è illustrare al lettore i principali aspetti epidemiologici e clinici della malattia, focalizzando non tanto eziologia, patogenesi e fisiopatologia ma piuttosto l’organizzazione dell’assistenza, cioè quello che l’Italia mette in campo per la lotta al diabete. La malattia è comune, cronica, complessa, sistemica nell’origine e nell’espressione clinica, eterogenea ed estremamente dispendiosa, sia in termini economici che di energie profuse da chi la cura e da chi viene curato. Il diabete richiede un approccio multidisciplinare e multiprofessionale, perfettamente inserito nel modello italiano di cura, basato su interazioni virtuose e sinergie vere fra team specialistici e medici di famiglia. Sono in tanti in Italia ad occuparsi di diabete e sono in tanti gli Italiani con la malattia. Questo volume vuole contribuire a far sì che i primi possano fornire il meglio possibile ai secondi.

Il diabete mellito sta dilagando nel mondo. Una crescita inarrestabile ovunque: nei paesi sviluppati, in quelli emergenti e in quelli ancora in via di sviluppo. Nelle zone del mondo più sviluppate (Europa, Nord America, Australia) cresce meno che in Africa, Asia e Sud America ma cresce comunque moltissimo. Gli individui affetti dalla malattia nel mondo sono ormai vicini ai 400 milioni e la stima è che raggiungano i 600 milioni entro il 2035 .

Per questo la lotta al diabete è una delle tre emergenze sanitarie identificate dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o WHO), insieme alla malaria e alla tubercolosi, unica delle tre ad essere malattia non trasmissibile, anche se questo concetto, come scritto più avanti, potrebbe non essere del tutto corretto. Cresce soprattutto il diabete tipo 2, che rappresenta circa il 90% dei casi in Italia , fortemente legato anche nel nostro Paese all’eccesso ponderale, a sua volta riferibile a iperalimentazione e a scarsa attività fisica ma anche alla struttura stessa della società. Una società che sembra essere infettata da un “virus” che lentamente condiziona lo sviluppo della malattia in tante persone.

Un “virus” che è alimentato da industrializzazione, meccanizzazione, urbanizzazione, stress psico-fisico, ricerca di una facile ricompensa nel cibo che, d’altro canto, è di semplice accesso, larga diffusione di alimenti ad elevato tenore calorico, grande pressione pubblicitaria nei confronti di prodotti alimentari, modificazioni dieto-indotte e di tipo obesiogeno e diabetogeno della flora batterica dell’intestino, probabile presenza di sostanze con azioni negative (endocrine disruptors) sui meccanismi di controllo della glicemia in quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Un “virus” che, accanto alla forte componente genetica, fa dubitare del fatto che il diabete debba continuare ad essere annoverato fra le malattie non trasmissibili.

La malattia ovviamente non è virale e tecnicamente non è trasmissibile ma esiste una predisposizione al diabete che viene ereditata e gli individui che lasciano alle generazioni successive questa eredità sono sempre più numerosi. Esiste poi la trasmissione da una generazione all’altra di uno stile di vita malsano (troppo cibo e poca attività fisica) e di un ambiente poco salutare. Condizioni che sono largamente indipendenti dal libero arbitrio dell’individuo e che vanno ricondotte ai contesti familiari e sociali in cui gli individui nascono, crescono e vivono. Ci sono zone del mondo in cui al momento della nascita l’individuo ha una probabilità di quasi il 100% di sviluppare diabete tipo 2 nel corso della vita. Questa probabilità sta diventando elevata, troppo elevata, anche per chi nasce in Italia, nonostante la malattia sia poligenica e multifattoriale e non monogenica.

L’imprinting diabetogeno è importante: se in casa c’è abbondanza di dolciumi, il bambino considererà che fanno parte dell’alimentazione quotidiana. Se in casa nessuno mangia verdura, l’adolescente crederà che sia normale non nutrirsene. Se nel frigorifero di casa accanto all’acqua minerale c’è la bottiglia della bibita zuccherata i minori riterranno quella un liquido alternativo con cui dissetarsi. Se in famiglia nessuno fa attività fisica ma si passa il tempo libero davanti alla TV o al computer, quel comportamento sarà considerato il riferimento a cui ispirarsi. Il diabete tipo 2 non è virale ma lo stile di vita diabetogeno lo è. E sta infettando il mondo. Il diabete ha un notevole impatto socio-sanitario ma esso stesso ha una forte spinta da parte della società moderna.

Non cresce solo il diabete tipo 2 ma cresce anche il diabete tipo 1, seppure meno in termini assoluti, causato da una aggressione autoimmune: il proprio viene considerato estraneo e da distruggere e in questo caso si tratta delle cellule che producono insulina. Una autoimmunità che non sembra essere estranea a fattori ambientali patogeni la cui natura è poco definita ma che sembrano in parte coincidenti con alimenti, farmaci, inquinamento. Anche in questo caso, quindi, la struttura della società moderna contribuisce allo sviluppo della malattia. Il diabete tipo 1 è la varietà di malattia che più colpisce l’opinione pubblica per la necessità delle persone affette di somministrarsi insulina più volte al giorno e per il fatto di comparire soprattutto in bambini, talora piccolissimi, adolescenti o giovani adulti.

Il diabete tipo 2 ancora oggi purtroppo viene sottovalutato, sia da chi ne è affetto che dai suoi familiari e, non raramente, anche dagli “addetti ai lavori”. Fra i primi sono ancora troppo diffuse espressioni gergali come “ho un po’ di diabete”, “porto la glicemia alta”, “ha un po’ di zucchero nel sangue” oppure “ho il diabete alimentare ma se mi impegno scompare” o “ha il diabete che viene agli anziani”. Fra i secondi è abbastanza frequente rilevare che il diabete è considerato una malattia cronica che, in quanto molto diffusa, può essere affrontata con un approccio minimalista. In effetti la percezione di malattia è spesso errata: il diabete è una malattia molto complessa, sistemica e da affrontare seriamente perché può condizionare in maniera importante la vita di chi ne è affetto. Il diabete non è curabile ma è controllabile e il buon controllo permette di avere una vita piena di gioie e soddisfazioni nella famiglia, nel lavoro, nello sport. Il cattivo controllo, però, può portare a disabilità e anche premorienza. In Italia i casi noti di diabete erano circa 1,5 milioni nel 1985  e si avvicinano ora ai 4 milioni, quindi sono più che raddoppiati in 30 anni.

Si tratta di un caso ogni 16 residenti. E accanto ai casi noti non vanno dimenticati i casi non diagnosticati perché spesso, e talora per anni e anni, la malattia non dà segni di sé. Si stima che siano un milione gli italiani con la malattia misconosciuta. In totale, quindi, circa 5 milioni di persone in Italia ha il diabete, pari ad 1 caso ogni 12 residenti. E il numero degli individui affetti salirà probabilmente a 7 milioni fra 15-20 anni. I dati epidemiologici italiani suggeriscono circa 250.000 nuove diagnosi di diabete tipo 2 e circa 25.000 nuove diagnosi di diabete tipo 1 ogni anno.

Il diabete ha una rilevanza sociale oltre che sanitaria e questo è stato sancito, in Italia prima ancora che negli altri Paesi del mondo, da una legge (n. 115 del 1987) che è diventata un punto di riferimento ineludibile. Una legge che ha anche valorizzato il ruolo dell’assistenza da parte dei centri diabetologici. Una legge che ha largamente ispirato numerosi documenti nazionali e regionali dei successivi 30 anni (11) e anche il Piano Nazionale della Malattia Diabetica deliberato nel 2013 dal Ministero della Salute . Un Piano che ha consolidato il modello italiano di cura della malattia e identificato diverse aree di intervento per rendere omogenei gli interventi di prevenzione, diagnosi, monitoraggio e cura delle persone con diabete che vivono in Italia.

Un modello che consta, oltre che dei medici di famiglia, di una rete capillare di centri specialistici diffusi su tutto il territorio nazionale, basati su competenze multiprofessionali (diabetologo, infermiere, dietista, talora psicologo e/o podologo, e secondo necessità cardiologo, nefrologo, neurologo, oculista, ecc.) e che forniscono con regolarità consulenze per circa il 50% delle persone con diabete, prevalentemente, ma non esclusivamente, quelle con malattia più complessa e/o complicata. Per effetto di questa rete l’Italia è il Paese occidentale con il più basso livello medio di HbA1c e i più bassi tassi di complicanze croniche e di eccesso di mortalità nelle persone con diabete. A tale proposito va sottolineato il ruolo dell’assistenza diabetologica nel ridurre la mortalità nelle persone con diabete: coloro che sono assistiti nei centri diabetologici hanno una minore mortalità totale e cardiovascolare rispetto a chi non li frequenta .

Anche per questo il Piano Nazionale della Malattia Diabetica prevede una presa in carico di tutte le persone con diabete da parte dei centri diabetologici, con l’applicazione di una incisiva gestione integrata con i medici di famiglia. Una presa in carico che è previsto avvenga già nella fase iniziale della malattia. È stato infatti recepito il concetto che il team diabetologico non dovrebbe intervenire per la prima volta quando si è sviluppato grave scompenso metabolico o quando si sono sviluppate complicanze della malattia perché la comparsa di queste condizioni cliniche testimonierebbe l’inefficacia di quello che è accaduto prima di quel momento e sancirebbe il fallimento del sistema di cura. Sarebbe paradossale se l’assistenza specialistica non svolgesse la sua parte quando potrebbe cambiare la storia naturale della beta-cellula e, quindi, della malattia ma venisse chiamata di fatto a decretare un insuccesso. E sarebbe parimenti paradossale che i circa 2500 diabetologi italiani e i loro team non fossero coinvolti nella cura quando questa mira a prevenire il danno d’organo e venissero chiamati in causa solo quando questo si è verificato, talora in maniera eclatante (infarto, ictus, insufficienza renale avanzata, retinopatia grave, piede diabetico, ecc.).

I team diabetologici italiani costano circa 1% del totale della spesa sostenuta per curare le persone con diabete e possono incidere in misura assai significativa sull’altro 99%, riducendolo. Prevenendo le complicanze croniche che rappresentano il 90% della spesa, fra ricoveri, specialistica e farmaci. Accorciando la durata delle degenze con una presa in carico al momento dell’accoglimento nei reparti di chirurgia, ortopedia, ginecologia, ecc. Ottimizzando l’uso dei farmaci anti-iperglicemizzanti e dei dispositivi per il monitoraggio e la cura. Evitando sprechi con la terapia insulinica (la voce di spesa maggiore fra i farmaci antidiabetici). Osservando una scrupolosa appropriatezza nelle prescrizioni di esami di laboratorio e strumentali.

Collaborando nelle scelte sulle strategie di cura operate a livello nazionale, regionale e locale. Il team diabetologico è importante ma la persona con il diabete deve essere protagonista della cura. Non esiste alcuna altra malattia cronica in cui il ruolo dell’individuo affetto è così importante e decisivo sull’esito. Un ruolo che è tanto maggiore quanto più precocemente compare la malattia, considerando che questa, al giorno d’oggi, grazie ai successi della cura, può durare molte decadi. L’età media alla diagnosi del diabete tipo 2 in Italia è attualmente 50-55 anni ma ormai non pochi soggetti con questa varietà di diabete ne ricevono la diagnosi prima di aver compiuto 30 anni, soprattutto nelle etnie non caucasiche, ed hanno quindi la prospettiva di vivere con la malattia per 50-60 anni. Senza dimenticare che i diabetici tipo 1, la cui diagnosi avviene quasi sempre prima dei 20 anni e non infrequentemente nei prima anni di vita, spesso raggiungono e superano gli 80 anni di età e totalizzano quindi una durata di malattia di 7-8 decadi e anche più.

Si tratta di persone che vivono con la malattia gli anni della scuola, dell’attività sportiva e del lavoro, con quello che questo comporta in termini di inserimento in contesti dove il diabete talora è erroneamente interpretato da terzi come un problema, una limitazione, un ostacolo, una disabilità. Ignorando il fatto che una persona con diabete può raggiungere tutti i traguardi nella vita: dalla possibilità di essere più volte madre al successo come attore, cantante, musicista o uomo di stato, dal vincere molteplici medaglie olimpiche al conquistare la vetta di altissime montagne. Ciononostante, è innegabile che il prezzo da pagare per questi e altri successi, solo apparentemente meno importanti, consista in una meticolosa applicazione personale nella cura.

La stima è che nel corso della vita una persona con diabete debba imporsi un’azione specifica in termini di alimentazione, attività fisica, assunzione di farmaci, controlli glicemici domiciliari, esecuzione di esami di laboratorio o strumentali, visite mediche da 100 a 500 mila volte, in rapporto alla durata della sua malattia. Questa persona, quindi, va educata alla gestione della malattia in tutte le sue numerose sfaccettature. E vanno educati anche coloro che stanno intorno alla persona con diabete: nella famiglia, nella scuola, nell’ambiente di lavoro o ricreativo. Quella persona potrebbe avere bisogno dell’assistenza degli altri e gli altri non possono ignorare di cosa ha bisogno una persona con diabete per poter esprimere sé stessa in tutti gli ambiti e non possono ignorare cosa devono fare in alcune circostanze per una persona con diabete (ad esempio in occasione di una ipoglicemia severa). Considerando i 4 milioni di cittadini affetti da diabete, è possibile affermare che praticamente la malattia è oggi presente in ogni famiglia italiana, se la consideriamo allargata ai parenti di secondo/terzo grado. Se non è un genitore o un figlio, si tratta di un fratello, un nonno, uno zio, un nipote.

Una famiglia in cui avere un proprio membro, e talora più membri, con il diabete significa modificare, a volte o sempre, le abitudini alimentari per non creare troppe difformità a tavola fra chi ha e chi non ha il diabete o, più saggiamente, per seguire tutti uno stile di vita più sano che riduca il rischio che altri della famiglia sviluppino la malattia. Una famiglia in cui la presenza del diabete in un proprio membro comporta, se questo è un piccolo bambino oppure un anziano o una persona non autosufficiente, la necessità di aiutarlo, se non proprio accudirlo, nelle sue necessità quotidiane o periodiche: assumere farmaci, misurare la glicemia, fare sport o anche solo una passeggiata, andare dal pediatra o dal medico di famiglia, recarsi in ospedale dal diabetologo, ecc.

Una famiglia in cui assistere una persona con diabete può determinare assenza dal lavoro o rinuncia ad attività ricreative o alle vacanze. Tutti segni inequivocabili del peso sociale della malattia. Il diabete, è inutile celarlo, può diventare una malattia grave, con un impatto notevolissimo sulla qualità della vita quando causa disabilità. Il diabete è la prima causa di cecità, la seconda causa di insufficienza renale terminale con necessità di dialisi o trapianto, la prima causa di amputazione non traumatica degli arti inferiori, una concausa di metà degli infarti e degli ictus. I dati epidemiologici documentano che in Italia ogni 7 minuti una persona con diabete ha un attacco cardiaco, ogni 26 minuti una persona con diabete sviluppa un’insufficienza renale, ogni 30 minuti una persona con diabete ha un ictus, ogni 90 minuti una persona subisce un’amputazione a causa del diabete e ogni 3 ore una persona con diabete entra in dialisi. Complicanze tanto gravi da far sì che il diabete sia responsabile di una premorienza stimata mediamente in 7-8 anni.

Il diabete non è una malattia fastidiosa, un numero asteriscato su un referto di laboratorio, con cui convivere. Il diabete, sarebbe sbagliato nasconderlo, è una malattia che può uccidere e non poche volte  lo fa senza dare grossi segni della sua presenza, come un killer silenzioso. In Italia ogni 20 minuti una persona muore a causa del diabete anche se il diabete spesso non è menzionato nella sua scheda di morte. Il diabete costa moltissimo alla comunità. In Italia la quota di spesa che il Fondo Sanitario Nazionale si accolla per curare le persone con diabete, una malattia che condiziona un più facile sviluppo di qualsiasi altra malattia, è di circa 15 miliardi di euro all’anno, pari ad oltre il 10% del totale.

Questa somma è calcolata utilizzando i costi reali dei ricoveri e della varie prestazioni specialistiche e non le tariffe virtuali. Utilizzando questi ultimi, comunque, la spesa, seppure inferiore a quella di altri Paesi occidentali, è comunque ingente e ammonta a circa 10 miliardi di euro per anno. A questa grande quantità di denaro pubblico vanno aggiunti circa 3 miliardi di euro di spese dirette sostenute dalle persone e dalle loro famiglie e non meno di 10-12 miliardi di euro di costi indiretti, molti dei quali a carico delle casse dello stato per prepensionamenti e assenze dal lavoro. Il totale ammonta a 25-30 miliardi di euro, l’equivalente di una finanziaria o, come si usa dire oggi, di un patto di stabilità. Una somma in continuo aumento e che fra poco non sarà più sostenibile se non si riuscirà a circoscrivere la diffusione del “virus”. Per questo “virus” esiste un solo vaccino: la conoscenza della malattia, dei suoi fattori di rischio, del modo di prevenirla cambiando lo stile di vita degli individui ma anche cambiando la struttura della società per evitare il “contagio”.

Il diabete è una patologia caratterizzata da un innalzamento del glucosio ematico a digiuno, dovuto a una carenza relativa o assoluta di insulina. E’ la causa principale di cecità e di amputazione dell’adulto, ed è una delle principali nei casi di insufficienza renale, attacchi cardiaci e ictus. Il diabete mellito viene classificato in due gruppi: -tipo 1 (diabete mellito dipendente dall’insulina) -tipo 2 (diabete mellito non dipendente dall’insulina). Negli USA sono diagnosticati ca. 30000 nuovi casi di d.m. di tipo 1 e ca. 625000 di tipo 2 dovuti all’invecchiamento, all’obesità e a stili di vita sedentari. Il d.m. di tipo 2 è in forte aumento anche nei bambini. In Italia il diabete colpisce il 4% della popolazione (ca. 3 milioni di individui) di cui il 10% è affetto dal tipo 1 e il 90% dal tipo 2. Nel mondo ci sarebbero oltre 190 milioni di diabetici.

Il diabete di tipo 1 Negli USA, le persone affette dal diabete di tipo 1 sono circa il 10% della popolazione diabetica totale. La malattia è caratterizzata da una totale mancanza dell’insulina, dovuta a un’aggressione autoimmune alle cellule β del pancreas. L’infiltrazione di linfociti T attivati negli isolotti di Langerhans conduce a una condizione denominata insulite, che negli anni porta ad un graduale impoverimento delle cellule β. I sintomi compaiono all’improvviso quando dall’80% al 90% delle cellule β sono state distrutte. Il pancreas non risponde in modo adeguato all’assunzione di glucosio quindi si deve iniettare insulina per ripristinare il controllo metabolico e impedire una chetoacidosi potenzialmente letale. La distruzione delle cellule pancreatiche richiede sia uno stimolo proveniente dall’ambiente (come un’infezione virale), sia un determinante genetico, attraverso cui le cellule β sono riconosciute come estranee. Due gemelli monozigoti (identici) uno sviluppa il diabete di tipo 1, l’altro ne ha la probabilità solo al 30-50%. Nel diabete di tipo 2 se uno dei due si ammala anche l’altro sviluppa il diabete.

La diagnosi del diabete di tipo 1 L’esordio del diabete di tipo 1 avviene tipicamente nell’infanzia o alla pubertà e i sintomi evolvono. I pazienti mostrano la comparsa improvvisa di poliuria (urinazione frequente), polidipsia (sete eccessiva) e polifagia (fame eccessiva), spesso innescate da un evento stressante o da una malattia. Tali sintomi si accompagnano generalmente ad affaticamento, perdita di peso e debolezza. La diagnosi è confermata da un livello ematico del glucosio a digiuno superiore a 126mg/dL, solitamente accompagnato da una chetoacidosi. Test di tolleranza al glucosio: dopo un digiuno di 8 ore si somministrano al paziente 75g di glucosio per via orale. Paziente diabetico a digiuno glucosio ematico 126mg/dL, aumenta oltre 200mg/dL (glicosuria). Soggetti normali a digiuno glucosio ematico al di sotto di 114mg/dL aumenta fino a 140mg/dL. Falsi positivi: sono dovuti allo stato di stress indotto dal test che stimola la liberazione di adrenalina,che a sua volta fa diminuire la secrezione di insulina dalle cellule β, che ostacola la risposta al carico di glucosio. Il test di tolleranza al glucosio si utilizza solo nei casi in cui la diagnosi è incerta o per fare la diagnosi nelle gestanti.Test glucosio ematico a digiuno.

Cambiamenti metabolici nel diabete di tipo 1 Le anomalie metaboliche del diabete mellito derivano da una carenza di insulina e da un relativo eccesso di glucagone. Questa alterazione dei livelli ormonali influenza profondamente il metabolismo soprattutto in tre tessuti: il fegato, il muscolo e il tessuto adiposo. Iperglicemia e chetoacidosi (25-40%)(infezione o non adeguata risposta alla terapia). Terapia chetoacidosi : somministrazione di fluidi ed elettroliti seguita da insulina a dosi basse per evitare la ipoglicemia. Ipertriacilglicerolemia: nel tessuto adiposo dei diabetici la degradazione delle lipoproteine catalizzata dalla lipoproteina lipasi è ridotta perché diminuisce la sintesi dell’enzima in quanto il livello dell’insulina è basso, per cui il livello plasmatico dei chilomicroni e delle VLDL è elevato.

Confronto tra il diabete di tipo 1 e il digiuno Molti dei cambiamenti metabolici che si verificano nel diabete somigliano a quelli descritti per il digiuno, anche se nel diabete sono molto amplificati. Tuttavia, l’individuazione delle differenze tra il diabete e il digiuno è fondamentale per la comprensione della malattia. Esse includono: a) il livello dell’insulina; b) il livello ematico del glucosio; c) la chetosi; d) l’ipertriacilglicerolemia.

Il trattamento del diabete di tipo 1 Dato che nei pazienti affetti dai diabete di tipo 1, praticamente non ci sono cellule β funzionanti, per tenere sotto controllo l’iperglicemia e la chetoacidosi, si deve somministrare per iniezione sottocutanea insulina esogena. Ci sono due regimi terapeutici di impiego: (1) trattamento standard con insulina, (2) trattamento intensivo con insulina. Trattamento standard rispetto al trattamento intensivo: -due iniezioni al giorno di insulina glicemia 225÷275mg/dL, HbA1c 8-9% Hb totale; – tre o più iniezioni al giorno glicemia 150mg/dL HbA1c circa 7% Hb totale; valore medio normale di glicemia 114mg/dL, HbA1c fino al 6%. I pazienti in terapia intensiva mostrano una riduzione del 60% delle complicanze a lungo termine del diabete (retinopatia, nefropatia e neuropatia).

Ipoglicemia nel diabete di tipo 1 Per minimizzare l’insorgenza di complicanze a lungo termine della malattia bisogna far diminuire la glicemia, ma ciò non è facile perché nel 90% dei pazienti si può verificare ipoglicemia con coma e crisi convulsive. Nei pazienti affetti da diabete di tipo 1 si sviluppa una carente secrezione di glucagone sia precocemente che a distanza di 4 anni dalla diagnosi. Quindi per impedire una grave ipoglicemia si deve avere un aumento della secrezione di adrenalina ma, con il progredire della malattia si manifesta una neuropatia diabetica del sistema autonomo con una diminuita capacità di secernere adrenalina in risposta all’ipoglicemia. La carenza combinata di glucagone e adrenalina genera una condizione chiamata ipoglicemia asintomatica. L’ipoglicemia può essere anche provocata dall’esercizio fisico intenso (controllo glicemia prima e dopo attività fisica intensa).

La glicemia è la misura della quantità di glucosio presente nel sangue. Per un diabetico è un parametro importante da tenere sotto controllo ed è importante che le complicanze dovute alle variazioni di questo valore siano ben comprese da chi è vicino ad un bambino diabetico. Un valore di glicemia normale è compreso tra i 70 e i 110 milligrammi per decilitro (mg/dl). In tutte le attività che ci coinvolgono durante la giornata e anche in quei casi in cui è maggiore la necessità di glucosio (sport, attività fisica intensa, ecc.) o se saltiamo un pasto, non reintegrando il glucosio consumato dall’organismo, il nostro corpo riesce a mantenere costante il livello di zucchero presente nel sangue, grazie alle riserve contenute nel fegato. Nelle persone diabetiche l’insulina viene iniettata dall’esterno in quantità predeterminata e non sempre corrisponde alle necessità del momento. Per questo il controllo glicemico di un bambino diabetico non può essere così fine come quello di un bambino non diabetico e soprattutto il valore di glicemia può subire degli sbalzi; se la glicemia si abbassa troppo si parla di ipoglicemia, se la glicemia è troppo alta si parla di iperglicemia .

Ipoglicemia . L’ipoglicemia si verifica quando i valori di zucchero nel sangue sono troppo bassi, inferiore a 70mg/dl, ed è uno dei problemi più frequenti che un bambino diabetico si trova ad affrontare nella sua vita sociale. Se un bambino non ha mangiato o ha consumato un pasto troppo leggero, ha saltato la merenda, ha fatto troppa attività fisica o vi è una presenza eccessiva di insulina, la glicemia si abbassa troppo. L’ipoglicemia si verifica quando i valori di zucchero nel sangue sono troppo bassi, inferiori a 70mg/dl L’ipoglicemia di solito è preceduta da alcuni sintomi premonitori (descritti più avanti) e va corretta immediatamente, dando al bambino del cibo e delle bevande contenenti zucchero per innalzare il livello di glucosio nel sangue. L’ipoglicemia non va sottovalutata: se infatti la glicemia si abbassa troppo la sintomatologia potrebbe peggiorare portando a convulsioni, perdita di conoscenza, fino al coma.

Iperglicemia. L’iperglicemia si verifica quando i valori di zucchero nel sangue sono troppo alti, maggiori di 120 mg/dl a digiuno o 180 mg/dl se dopo un pasto. Se il bambino ha consumato un pasto troppo sostanzioso o se ha assunto una quantità insufficiente di insulina la quantità di zucchero nel sangue è alta. Una condizione di iperglicemia saltuaria non è pericolosa per il bambino. In condizione di grave iperglicemia prolungata (superiore a 300 mg/dl) il bambino può apparire debole o assonnato, ha sete e deve urinare molto frequentemente, spesso lamenta una fame eccessiva ed è irritabile. Questa è una situazione di L’iperglicemia pericolo che va corretta.

Se il bambino presenta questi sintomi è opportuno fare immediatamente una misurazione della glicemia e, se bassa, correggerla assumendo degli alimenti e delle bevande contenenti zucchero. I genitori imparano a riconoscere quali sono i sintomi più frequenti nel proprio fi glio facendo attenzione che il bambino quando è in ipoglicemia non va mai lasciato solo. In alcuni casi uno stato ipoglicemico può presentarsi anche in completa assenza di sintomi. I momenti della giornata in cui è più probabile per un bambino diabetico avere un’ipoglicemia sono solitamente prima del pranzo oppure durante o dopo un’intensa attività motoria, corsa prolungata o gioco movimentato. Di seguito sono riportati alcuni esempi di correzione: per ogni bambino si dovrà fare riferimento alla scheda individuale tenendo conto dell’età e del peso.

Quando la glicemia è molto bassa il bambino potrebbe essere in uno stato soporoso e parzialmente cosciente; potrebbe non essere in grado di parlare, di reagire agli stimoli esterni e avere uno sguardo fisso e vuoto. Quando il bambino è in questo stato e non è in grado di alimentarsi da solo può essere pericoloso inserire degli alimenti in bocca perché potrebbero finire nelle vie aeree. > Può essere utile la somministrazione di glucagone (1 fi ala) intramuscolo > Il glucagone aiuta ad aumentare la glicemia. > Va contattato il presidio medico di pronto intervento (118) e successivamente va contattato il genitore. Successivamente, quando il bambino è cosciente, l’ipoglicemia può essere corretta con l’alimentazione per bocca. Una crisi ipoglicemica grave con perdita di conoscenza e convulsioni è un evento raro in un diabetico con un buon controllo glicemico, ma chi è accanto ad un bimbo.

ALIMENTI SANI, DI QUALITÀ E NELLA GIUSTA QUANTITÀ
Cosa vuol dire adottare una sana alimentazione? Significa mangiare cibi sani, vari e in quantità adeguate. E seguire una dieta significa mettere un vestito alla propria vita, un vestito che ci sta bene e, soprattutto, che ci fa sentire bene.
Il termine dieta, infatti, deriva dal greco antico “diaita” e significa “modo di vivere” o “stile di vita”. Nulla a che fare con il concetto di restrizione calorica o dimagrimento a cui la si associa comunemente. Oggi, infatti, quando si dice dieta si pensa subito a uno schema alimentare tendenzialmente rigido e fortemente restrittivo che non tiene conto di quello che ci circonda e che influisce su quello che dovrebbe essere “un buono stato di salute”. Sempre più spesso, infatti, ciclicamente vengono dispensati i consigli più strani spacciati per risolutivi, mentre in realtà contemplano la totale esclusione di alcuni cibi, l’assunzione di beveroni già pronti, il consumo di alimenti particolari alle ore più impensate.
La tua salute dipende da cosa mangi
L’esperienza insegna che i chili persi in fretta spesso si riprendono altrettanto velocemente e questo effetto “yo-yo” compromette lo stato di benessere. L’unica “dieta-stile di vita” utile per sentirsi bene, mantenendo l’organismo efficiente e al riparo da malattie e obesità, è la dieta mediterranea.
UNO SGUARDO ALLA STORIA – La dieta mediterranea, caratterizzata dal largo consumo di frutta, verdura, pane, cereali, pesce fresco, olio di oliva e vino, permette di introdurre nell’organismo vitamine, fibre, antiossidanti e grassi “buoni” capaci di abbassare i livelli del colesterolo di tipo LDL, quello che nuoce gravemente a cuore e arterie. Questo stile alimentare per noi dovrebbe essere un regime assolutamente normale. Dovrebbe, appunto, perché purtroppo, a partire dagli anni ’60 e con la progressiva globalizzazione, le corrette abitudini legate a questa tipologia di dieta stanno via via scomparendo.

La dieta mediterranea fa salire l’Italia ai vertici della longevità mondiale dopo il Giappone con un’età media della popolazione di 44,9 anni che si è allungata di due anni esatti nel giro dell’ultimo decennio. E’ quanto afferma la Coldiretti il riferimento allo studio dell’OMS sull’invecchiamento della popolazione che vede l’Italia ai vertici. Un risultato che è il frutto di un calo delle nascite che scendono nel 2016 ad appena 473.438, il minimo storico dal 2008, ma anche – sottolinea la Coldiretti – delle scelte salutiste a tavola che nel 2017 hanno visto un aumento record dei consumi dei prodotti della dieta mediterranea che va dal +7% per il pesce fresco fino alla crescita del 6% per la frutta fresca, che non è stata mai cosi’ presente in tavola da inizio secolo. La dieta mediterranea fondata principalmente su pane, pasta, frutta, verdura, carne, olio extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari è stata riconosciuta universalmente essere un elisir di lunga vita tanto da meritarsi l’iscrizione nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco il 17 novembre 2010. L’apprezzamento mondiale per la dieta mediterranea – spiega la Coldiretti – si deve agli studi dello scienziato americano Ancel Keys che per primo ne ha evidenziato gli effetti benefici dopo aver vissuto per oltre 40 anni ad Acciaroli in provincia di Salerno. La dieta mediterranea riconosciuta dall’Unesco non è solo alimentazione ma – conclude la Coldiretti – un insieme di competenze, conoscenze, pratiche e tradizioni che vanno dal paesaggio alla tavola, tra cui la coltivazione, la raccolta, la pesca, la conservazione, la trasformazione, la preparazione e, in particolare, il consumo di cibo.

In Italia è boom di frutta “eso­tica”: il suo consumo è au­mentato nell’ultimo anno del 7,6% (dati Nielsen). Nel banco frigo di frutta e verdura dei supermercati non ci sono più solo avocado, papaya, mango, ma anche nuove varietà, come il nergi (o baby kiwi), la pitaya (o frutto del drago) e la feijoa.

Originari dell’Asia e del Sud America, e sconosciuti fino a poco tempo fa in Italia, questi nuovi frutti iniziano a es­sere diffusi da noi, perché sono buoni e fanno bene alla salute. Sono, infatti, un concentrato di vitamine, minerali, e fibre. Il baby kiwi, conosciuto anche come kiwi siberiano o kiwi arguta, e la feijoa vengono prodotti dai nostri agri­coltori, mentre la maggior parte della pitaya è importata dai Paesi d’origine.

Dal punto di vista nutrizionale, il baby kiwi, la pitaya e la feijoa sono dei veri integratori naturali. «Hanno un’eleva­ta concentrazione di vitamina C, che svolge un’azione immunostimolante sull’organismo: rafforza le nostre difese e ci protegge dall’attacco di virus e batteri, responsabili di raffreddori e di altri malanni di stagione», spiega Beatrice Savioli, biologa nutrizionista. «Il baby kiwi ne contiene più di agrumi e frutti rossi (ben 52,5 mg ogni 100 g)», precisa l’esperta. Hanno poi proprietà antiage. «Sono ricchi di vitamina E (5,8 mg in 1 etto di nergi), utile per bloccare l’azione dei radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento di tutti i tessuti. La feijoa, in più, contiene una quantità in­teressante di Omega 3, grassi “buoni” che mantengono elastiche le pareti dei vasi sanguigni preservando così la salute di cuore, cervello e arterie», puntualizza la nutrizionista.

Questi tre frutti hanno un ridotto ap­porto energetico che li rende degli ot­timi alleati per chi deve perdere peso: 100 g di feijoa apportano 46 calorie, la stessa quantità di pitaya 38 e di baby kiwi da 52 a 77 secondo la varietà. «I benefici per la linea dipendono anche dalla quantità di fibre di cui sono fonte, che favorisce la funzionalità dell’inte­stino e aiuta a tenere sotto controllo la glicemia e, di conseguenza, gli attacchi di fame. Inoltre, questi frutti sono una miniera di minerali, in particolare di potassio, magnesio, fosforo, calcio. La feijoa, poi, fornisce iodio, indispen­sabile per il corretto funzionamento della tiroide», precisa la dottoressa Beatrice Savioli.

A metà mattina o a merenda ricaricati con i nuovi superfrutti. «Per gustare la pitaya, il cui sapore è simile a quello del fico d’India, tagliala a metà e man­giane la polpa con un cucchiaino. Lo stesso puoi fare con la feijoa, che in bocca ricorda un po’ l’ananas. Invece,
per assicurarti tutte le virtù del baby kiwi, consumalo senza sbucciarlo do­po averlo lavato accuratamente sotto l’acqua. La sua buccia, rispetto a quella del frutto “classico”, è liscia, sottile e senza peli», conclude l’esperta.

A ottobre le foglie degli alberi, che cambiano colore e si preparano a cadere, ci ricordano che l’energia vitale sta per migrare dal mondo manifesto verso il territorio delle radici. La luce abbagliante della fase calda dell’anno si è affievolita lasciando il posto a una luce differente: silenziosa, nascosta, sotterranea. Si tratta di una luce misteriosa, legata alla saggezza che scaturisce dall’interno, al mondo dei sogni, della magia.

Ecco perché le antiche tradizioni consideravano ottobre il tempo delle streghe, degli incantesimi e degli spiriti: modi di essere differenti da quelli abituali stanno irrompendo nella natura.
Niente può incarnare la vita che si svolge nel mondo sotterraneo meglio dei semi che sepolti nel buio e nel silenzio della terra, producono trasformazioni capaci di farli diventare alberi maestosi.
In semi di zucca, che sono il vero medicamento autunnale. La zucca era considerata dai Taoisti il nutrimento della rigenerazione e dell’immortalità e nell’antica Cina sui portali di ingresso delle società segrete venivano affi sse delle zucche, perché si riteneva che la loro forma concava, come l’utero, simboleggiasse l’ingresso verso le dimensioni più sottili dell’anima, dove sono rac

chiusi i segreti e i misteri che ci abitano. Dai tempi più remoti, presso molte popolazioni africane, si mangiano i semi di zucca per acquisire la saggezza e per aumentare l’intelligenza. Evidentemente tali popoli conoscevano l’effetto di questo ortaggio sulla rigenerazione delle cellule nervose. Oggi sappiamo che i semi di zucca hanno grandi proprietà antia- ge utile alle cellule di tutto il corpo grazie alla vitamina E di cui sono ricchi. Ma l’elevata concentrazione di antiossidanti e minerali li rende anche il rimedio ideale contro la spossatezza che può coglierci in questo periodo. L’altro grande tesoro di ottobre è la castagna. Infatti, proprio come i tesori delle favole, questo frutto è così prezioso che la natura si è prodigata molto per nasconderlo: un mallo ricoperto di spine e una spessa buccia.

Le castagne hanno un altissimo valore nutrizionale, pur essendo amiche della linea. Rinforzano la memoria, stimolano il buonumore e sono efficaci contro la stanchezza e i cali fisici tipici dell’autunno.
Castagne e semi di zucca insegnano che in autunno si ha bisogno più di tutto di qualche momento nella giornata in cui stare da soli, senza farsi offuscare dalla fretta e dal chiasso del mondo esterno. Solo nascosti, al buio e in silenzio, possiamo cogliere i segreti che si celano nelle profondità della nostra essenza e attingere da quell’energia misteriosa che ci crea e ci rigenera incessantemente.

La zucca: una potente arma contro il diabete
La zucca grazie alla sua ricchezza di fibre, di acqua e di una sostanza che avrebbe effetti sulla regolazione della glicemia (d-chiro-inositolo) possiede proprietà antidiabetiche e antipertensive. Questo ortaggio è oggi considerato tra i più efficaci alimenti nel controllo del metabolismo degli zuccheri. Provala cruda nel centrifugato con mela e zenzero per regolarizzare l’intestino e fare il pieno di vitamina C.

Un detto dice “vuoto come una zucca” ma in realtà come dicono gli orientali nel vuoto c’è sempre il pieno e la zucca con i suoi semi (Semen Cucurbitae) ne sono un ottimo esempio. I semi di zucca facevano parte della tradizione popolare fino agli anni ’60 quando il brustolinaio offriva sacchetti di bruscolini (semi di zucca) all’ingresso dei luoghi di svago. Oggi negli stessi luoghi ai distributori automatici si trovano solo pop corn e altri tipi di junk food, con meno poesia e soprattutto meno potere nutritivo! Da questi semi si estrae anche un olio concentrato in grassi Omega 3, che contrastano i processi di ossidazione delle cellule, con ripercussioni dirette sulla prevenzione di molte malattie.

L’oro della zucca sta nei suoi semi

Cucurbitina e zinco
per la salute della prostata
I semi di zucca sono ricchi di cucurbitina un aminoacido che insieme allo zinco è ritenuto alla base degli effetti terapeutici di questo cibo nei confronti della salute della prostata. Un consumo regolare e continuativo di semi e olio di zucca v ridurrebbe, sin dalle prime settima
ne, i sintomi dell’ipertrofia prostatica benigna (che interessa molti uomini dopo i 60 anni) fino all’80%. L’olio di semi di zucca inoltre scongiura le infezioni alle vie urinarie, come la cistite. Basta consumarne un cucchiaio al giorno. Lo zinco dei semi di zucca aiuta anche nella lotta contro i parassiti intestinali.

SCORTA DI FIBRE ANTICOLESTEROLO
Nei semi di zucca sono presenti anche molti fitosteroli, ormoni vegetali che aiutano a tenere basso il colesterolo totale e, insieme ad altri elementi come lo zinco per esempio, sono alla base dell’azione protettiva dei semi di zucca contro infarto e ictus. Inoltre i fitosteroli sono utili per la pelle perché contrastano l’invecchiamento cellulare favorendo la produzione del collagene.

ATTIVANO LA CHIMICA DEL SORRISO
I semi di zucca sono un’ottima fonte di triptofano, un aminoacido essenziale precursore della serotonina (sostanza che regola l’umore e che il corpo non è in grado di sintetizzare in modo autonomo).
Ne contengono 0,576 g (ogni 100 g). Questo aminoacido favorisce un sano riposo notturno e aiuta a combattere la depressione e i cali di umore. Secondo uno studio dell’University of Leiden and Munster, il triptofano aiuta anche a relazionarsi con gli altri con più fiducia.
L’OLIO: prezioso in menopausa
Dalla spremitura a freddo dei semi di zucca si ricava un olio benefico da usare in cucina (solo a crudo!) come condimento. È ricco di acidi grassi essenziali insaturi come l’acido oleico e linolenico, fitosteroli e vitamina E che in sinergia con i carotenoidi contrastano l’eccesso di grassi nel sangue. Contiene anche fitosteroli con una struttura simile a quella degli ormoni umani che migliorano i disturbi tipici della menopausa legati alla carenza degli estrogeni.
Con un consumo quotidiano di 2 g di olio per le donne in menopausa, la pressione si riduceva e diminuivano i disagi del climaterio.

Varietà diffuse

1- Zucca a Fungo (Cucurbita maxima): varietà molto decorativa, a forma di fungo, sempre più diffusa nel nostro paese negli ultimi tempi. E’ detta anche mini turbante. Probabilmente la zucca è descritta come “piccolo turbante cinese” nell’opera del Vilmorin del 1885.
2- Zucca a Pera Bicolore (Cucurbita pepo): minuscola zucca utilizzata per scopi ornamentali grazie alla sua bellezza. Può crescere come rampicante o tappezzante, ed è spesso utilizzata per i pergolati. I frutti possono essere facilmente essicati.
3- Zucca a Tromboncino o d’Albenga (Cucurbita maxima): si raccoglie ancora immatura durante l’estate, quando i suoi frutti sono ancora simili a zucchini. La sua polpa è di color biancastro, e molto gustosa.
4- Zucca Americana (Cucurbita pepo): varietà coltivata nella bassa reggiana e mantovana e nota come zucca americana, probabilmente perché originaria del Messico. Si diffonde nelle province di Reggio Emilia e Mantova nel secondo dopoguerra. È nota anche come zucca tonda padana.

5- Zucca Atlantic Giant (Cucurbita maxima): varietà americana di zucca gigante, che ha battuto tutti i record del mondo di taglia e peso, arrivando a superare anche i 500 kg. È relativamente facile ottenere zucche di pesi superiori a 50 kg, cimando i tralci e lasciando solo un frutto per pianta ed inoltre fornendo una buona irrigazione e lasciando molto spazio a disposizione per la crescita.
6- Zucca Berrettina Piacentina (Cucurbita maxima): varietà selezionata in Italia, simile alla Marina di Chioggia. Ha polpa dolce e soda; si conserva a lungo nell’inverno. Molto diffusa nelle province di Piacenza e Mantova, un po’ meno nel reggiano.
7- Zucca Big Max (Cucurbita maxima): varietà americana che può raggiungere dimensioni considerevoli (fino a 35 kg). Molto ricca di zuccheri è adatta alla preparazione di torte e dolci.
8- Zucca Black Futsu (Cucurbita moschata): varietà tipica del Giappone, con una buccia molto dura e verrucosa, di colore verde scuro che vira al rosa antico a maturità. Il gusto è quello tipico di nocciola, che caratterizza la specie C. moschata.
9- Zucca Blu d’Ungheria (Cucurbitamaxima): varietà originaria dell’Ungheria, dove viene chiamata “Nagydobosy sutotok”, e dove è tuttora ampiamente coltivata. Produce qualche frutto per pianta, del peso variabile dai 3 ai 10 kg. Le zucche sono di eccellente qualità gastronomica, dolci e molto saporite.
10- Zucca Blue Ballet (Cucurbita maxima): antica varietà originaria degli Stati Uniti. I suoi frutti somigliano alla più nota (in USA) Hubbard blue, ma in miniatura. I frutti infatti pesano al massimo 2 kg. L’epidermide è liscia e di colore grigio-blu, con polpa arancio intenso, senza fibrosità e con sapore zuccherino. Buona capacità di conservazione.

11- Zucca Butternut (Cucurbita moschata): varietà americana tardiva, a forma di campana, con pelle liscia di colore verde chiaro, che invecchiando diventa color ocra. La polpa e soda ma tenera, di colore giallo arancio. Di eccellente qualità culinaria, con il gusto di nocciola fresca tipico della C. moschata. La porzione rigonfia del frutto contiene una piccola cavità con i semi, mentre la parte cilindrica è completamente piena di polpa. È una pianta molto vigorosa, di buona produttività, che forma da 4 a 7 zucche del peso di 1,5 – 3 kg. Si conserva fino ad un anno.

12- Zucca Butternut Rugosa (Cucurbita moschata): una delle varietà di zucca più conosciute ed apprezzate nel Nord Italia. Nota anche come “zucca violina” per la sua forma caratteristica, viene chiamata anche zucca olandese nel reggiano e zucca Gandiotti nel mantovano; ottima per i tortelli.
13- Zucca Chioggia (Cucurbita moschata): a causa del suo aspetto bitorzoluto, è conosciuta in veneto con il nome di suca baruca, ovvero verruca. Baruca, si rifarebbe anche all’etimologia ebraica della parola santo, altro appellativo assegnato a questo esemplare di cucurbitacea.
14- Zucca Cochiti Pueblo (Cucurbita argyrosperma): antica varietà americana, risalente ai popoli nativi, utilizzata soprattutto per farne puree. Ha foggia piriforme, con scorza di colore bianco e verde striati.
15- Zucca Connecticut Field: varietà di origine americana, nota anche come “Big Tom” Molto in voga nel 19° secolo, non sono registrate segnalazioni anteriori al 1.700. Epidermide arancione e tenera, che la rende ideale per essere scolpita per la festa di Halloween, di cui rappresenta la zucca tradizionale. Viene anche impiegata per l’alimentazione animale o per preparare le pumpkin pies, ovvero le torte di zucca.

16- Zucca Del Siam (Cucurbita ficifolia): il suo nome ha un’origine curiosa: venne introdotta in Francia da quella regione quando vennero importati degli Yak per il Museo di Storia Naturale di Parigi. Queste zucche erano impiegate per l’alimentazione degli animali durante il viaggio. La pianta è estremamente produttiva ed un autore di fine ‘800 riportò che da 4 piante riuscì ad ottenere 70 frutti, del peso complessivo di 370 kg! L’aspetto più che quello di una zucca è simile ad un cocomero da confettura. La polpa è bianca, filamentosa e dolce, i semi neri. Si utilizza per le marmellate. Si conserva per più di due anni.
17- Zucca Delica (Cucurbita maxima): varietà ibrida che risulta oggi tra le più utilizzate in Italia, grazie alle sue qualità gastronomiche (dolce e poco filamentosa) ed alla sua maturazione molto precoce. È però di limitata conservabilità.

18- Zucca Delicata (Cucurbitapepo): antica varietà selezionata nel 1894. La pianta ha crescita semi-cespugliosa, ha buona produttività e dà frutti del peso di 0,5-1 kg. La polpa è giallo- arancio, consistente e dolce. Consumata cruda ha un sapore che ricorda la mela renetta, mentre da cotta ricorda la castagna. Il frutto si conserva fino ad un anno.
19- Zucca Dolce del Berry (Cucurbita moschata): antica varietà francese della regione centrale del Berry, con polpa zuccherina e molto profumata.
20- Zucca Dolce Francese (Cucurbita maxima): zucca di piccole dimensioni, in Francia è chiamata”potiron doux”. Viene utilizzata soprattutto per i risotti.
21- Zucca Flat Striped (Cucurbita pepo): pianta rampicante o tappezzante, che produce piccoli frutti decorativi. Impiegata per pergolati.
22- Zucca Galeux d’Eysines (Cucurbita maxima): antica varietà francese, menzionata nell’opera di Vilmorin – Andrieux (1885). Ha un aspetto molto decorativo, ma si utilizza anche in cucina ed è ideale soprattutto per minestre e zuppe. Polpa di color giallo-arancione, molto zuccherina. Di breve conservabilità.
23- Zucca Gialla Grossa di Parigi (Cucurbita maxima): di origine francese, può raggiungere grandi dimensioni. Ha polpa gialla, soda e zuccherina, ed è impiegata per la preparazione di minestre.

24- Zucca Gialla Quintale (Cucurbita maxima): varietà italiana simile alla Gialla Grossa di Parigi. E’ la nostra varietà di zucca gigante, che può raggiungere notevoli dimensioni. La polpa è gialla, compatta e leggermente zuccherina.
25- Zucca Hokkaido Red Cury (Cucurbita maxima): varietà di origine giapponese, dal colore rosso intenso e del peso di 1,5 – 2 kg. Polpa di colore arancio, dalle caratteristiche simili alla zucca Hubbard. Si conserva dai 4 agli 8 mesi.

26- Zucca Hubbard (Cucurbita maxima): è la varietà americana tradizionale per eccellenza. Venne selezionata in USA nel 1790. Ha pelle molto dura e polpa consistente, asciutta, di colore giallo-arancio, di ottima qualità gastronomica. La pianta si sviluppa considerevolmente prima di produrre i suoi numerosi frutti. Si conserva fino ad un anno.
27- Zucca Jack Be Little (Cucurbita pepo):varietà americana di mini-zucca. Utilizzo decorativo ed alimentare. La polpa è dolce e leggermente farinosa. Si conserva per oltre un anno.
28- Zucca Jack O’Lantern (Cucurbita pepo):varietà americana coltivata per la festa di Halloween, dove viene svuotata e decorata, per farne le caratteristiche lanterne. Ha comunque una polpa di buona qualità gastronomica.
29- Zucca Lady Godiva (Cucurbitapepo): originaria del Messico e del Sud degli Stati Uniti, è coltivata per cibarsi dei suoi semi di colore verde, privi di rivestimento e ricchi in proteine e con alto valore nutrizionale. Ogni pianta può produrre da 12 a 15 frutti del peso da 3 a 6 kg.

30- Zucca Moscata di Provenza (Cucurbita moschata): varietà tipica del sud della Francia. La pianta tende ad espandersi molto sul terreno, con ramificazioni che si possono sviluppare fino a 6 metri di lunghezza. I frutti sono semisferici, costoluti e di grandi dimensioni. Il colore della buccia è verde scuro, ma evolve ad ocra con la maturazione o con alcune settimane di stoccaggio. La polpa è soda, di fine tessitura e profumata, con il gusto di nocciola fresca che caratterizza la C. moschata. Molto adatta per cotture al forno.

31- Zucca Olive (Cucurbita pepo): varietà francese tardiva, coltivata oltralpe fin dall’800. Forma frutti ovoidali, del peso di 3 – 5 kg. La scorza è di colore verde oliva scuro, liscia e facilmente asportabile, mentre la polpa è gialla, consistente, filamentosa e farinosa; migliora con la conservazione. Di buona conservazione (3 – 7 mesi) ed eccellente qualità gastronomica.
32- Zucca Panasco Cheese (Cucurbita pepo): zucca originaria del Messico. I frutti sono appiattiti e ricordano una forma di formaggio. Peso variabile dai 3 agli 8 kg. L’epidermide è dura e di colore grigio, mentre la polpa è arancio, densa e dolce. Si conserva dai 4 ai 9 mesi.
33- Zucca Patisson Blanche (Cucurbita pepo): questo tipo di zucche erano coltivate dai nativi nordamericani, in epoca precolombiana. La più antica rappresentazione di queste zucche è datata 1591 (nell’opera “Plantarum Seu Stirpium Icones”). L’attuale varietà fu ottenuta da un incrocio, in Francia, nel 1850.

I bei frutti a forma di stella, si possono consumare giovani come fossero zucchine, ed hanno un sapore di carciofo. Le zucche si conservano molto bene e possono essere essiccate.
34- Zucca Patisson Jaune (Cucurbita pepo): queste zucche erano coltivate dai nativi nordamericani. L’attuale varietà fu ottenuta da un incrocio, in Francia nel 1850. Si consumano i frutti giovani come fossero zucchine. Questa è la variante gialla.

35- Zucca Patisson Orange (Cucurbita pepo): questo tipo di zucche erano coltivate dai nativi nordamericani. L’attuale varietà fu ottenuta da un incrocio, in Francia nel 1850. Si consumano i frutti giovani come fossero zucchine. Questa è la variante arancione.
36- Zucca Patisson Panachè (Cucurbita pepo): questo tipo di zucche erano coltivate dai nativi nordamericani. L’attuale varietà fu ottenuta da un incrocio, in Francia nel 1850. Si consumano i frutti giovani come fossero zucchine.
37- Zucca Piena di Napoli (Cucurbita moschata): varietà tipica del sud Italia, in particolare della Campania. La pianta ha un forte sviluppo orizzontale, e si espande fino a 4 metri. Ha maturazione molto tardiva, per cui si sviluppa meglio in climi caldi. I frutti sono rigonfi alla base ed hanno colore verde striato di chiaro, che vira all’ocra a maturazione o con alcune settimane di stoccaggio. La polpa arancio vivo, ha sapore eccellente, dolce e col gusto che caratterizza la C. moschata.
38- Zucca Pink Banana Giumbo (Cucurbita maxima): varietà originaria degli Stati Uniti, molto popolare tra le famiglie dei pionieri nel 19° secolo. Ancora oggi molto apprezzata, soprattutto in California. Le zucche hanno una lunghezza variabile da 30 a 120 cm, con peso da 5 a 20 kg. La polpa è arancio intenso e sapore abbastanza zuccherino. Adatta per le torte e per essere cotta al forno. Capacità di conservazione da 3 a 6 mesi.
39- Zucca Potimarron a grossi frutti (Cucurbita maxima): varietà originaria del Giappone ed introdotta in Europa da Mr. Oshawa, fondatore della macrobiotica. I frutti pesano 2-3 kg.
40- Zucca Queensland blue (Cucurbita maxima): varietà originaria dell’Australia, dal colore blu-grigio e dalla forma caratteristica. Polpa spessa e soda, zuccherina, di eccellente qualità. Si conserva per tutto l’inverno.
41- Zucca Rotonda di Nizza (Cucurbita pepo): varietà molto antica originaria del Sud della Francia. Di norma si consuma giovane, come zucchino, spesso ripieno grazie alla sua forma tondeggiante. A maturità il peso oscilla dai 600 grammi a 1,5 kg e l’epidermide vira ad un colore giallo intenso. La pianta ha una crescita a cespuglio ed è molto produttiva. Le zucche si conservano per alcuni mesi.
42- Zucca Rouge Vif d’Etampes (Cucurbita maxima): antica varietà francese, di bell’aspetto e buona qualità gastronomica; chiamata dagli americani “Cinderella” ovvero zucca di cenerentola. I frutti hanno forma leggermente appiattita e sono fortemente costoluti, con un bel colore rosso vivo. La polpa è di colore arancio, tenera, acquosa ed un po’ insipida. Ogni pianta forma da 1 a 4 zucche, del peso variabile da 4 a 20 kg. La conservabilità è media (qualche mese).
43- Zucca Serpente di Sicilia (Lagenaria siceraria): così chiamata per la sua forma allungata e sinuosa. Una volta essiccata, veniva impiegata per realizzare strumenti musicali tradizionali. Ha anche un utilizzo alimentare.
44- Zucca Spaghetti Vegetali (Cucurbita pepo): varietà originaria della Manciuria. I frutti hanno colore bianco che vira al giallo-ambrato a maturità. Ogni pianta produce dai 2 ai 5 frutti, con peso da 1 a 3 kg, che si conservano fino a 6 mesi. Dopo la cottura la polpa si disfa in filamenti che somigliano a spaghetti, che però hanno basso potere calorico.
45- Zucca Styrian Hulles (Cucurbita pepo): varietà originaria della Styria, regione austriaca, con semi verdi e privi di rivestimento, utilizzati per il consumo diretto e per produrre un olio di alto valore nutrizionale. Una varietà simile alla Lady Godiva”, che produce meno frutti per pianta, ma di maggiori dimensioni (fino a 10 kg).
46- Zucca Sweet Dumpling (Cucurbita pepo): piccola zucca del peso variabile tra 300 e 600 grammi, di color avorio con righe verdi. La polpa è arancione e molto dolce, con un sapore che ricorda la castagna. Si conserva da 3 a 6 mesi.
47- Zucca Table Gold (Cucurbita pepo): zucca di origini americane, appartenente al gruppo “Acorn”, che ha forma di ghianda. A differenza della Table Queen ha fin da subito color arancione intenso. Il gusto migliora con la conservazione.
48- Zucca Tahitian (Cucurbita moschata): varietà tradizionale, originaria degli Stati Uniti. Ha frutti di tipo butternut, di grandi dimensioni: il loro peso è variabile dai 4 ai 15 kg. Il sapore è eccellente e migliora con la conservazione. La polpa è arancione e si può mangiare anche cruda, grattugiata finemente; ha un contenuto di zuccheri molto elevato. La pianta ha una crescita vigorosa e può produrre fino a 50 kg di frutti. Ha un periodo di crescita lungo ed è adatta ai climi molto caldi.

49- Zucca Tan Cheese (Cucurbita moschata): il nome è dovuto al fatto che la zucca ricorda vagamente una forma di formaggio. I frutti sono tondi e leggermente costoluti, con un peso variabile dai 3 ai 6 kg. L’epidermide diventa color ocra a maturità completa. La polpa è rosso-arancio, con un sapore delizioso di carota e nocciola. Conservazione dai 3 ai 9 mesi.
50- Zucca Tradizionale Reggiana e Mantovana (Cucurbita maxima): il nome “Cappello da prete” viene dato, nella bassa reggiana e mantovana, alle zucche che hanno questa forma caratteristica, che ricorda appunto un cappello. Forme di questo tipo sono sviluppate sia dalle cultivar Berrettina che Marina di Chioggia. Era il tipo di zucca più diffuso nella bassa prima della seconda guerra mondiale.
51- Zucca Tri Star (Cucurbita maxima): varietà originaria dell’Australia, con una forma a 3 lobi. Polpa un poco filamentosa, di buon sapore. Ha ottime capacità di conservazione.
52- Zucca Turbante(Cucurbita maxima): conosciuta anche con il nome di cappello da prete o turca, possiede calotta inferiore più piccola della superiore, e spesso di colore diverso. È apprezzata soprattutto per il suo valore ornamentale.
53- Zucca Whangaparoa Crown (Cucurbita maxima): varietà originaria della Nuova Zelanda. Produce bei frutti di color grigio chiaro, ornati di un piccolo cappello o corona. La polpa è arancio, dolce, con un leggero gusto di castagna.

 

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