Roma uguale a Pompei durante gli scavi emerge una piccola città: trovati anche i resti di un cane

Interessantissima scoperta è stata effettuata a Roma durante i lavori della metropolitana che hanno portato alla luce tesori dell’archeologia. Nello specifico, i reperti che sono venuti alla luce proprio nelle ultime ore, sembra siano stati rinvenuti all’interno di un pozzo di ventilazione nei pressi della metro C di via Amba Aradam; si tratterebbe di due vani di un edificio databile tra il secondo e il terzo secolo dopo Cristo, ovvero due ambienti della media età imperiale che, a causa di un incendio, contengono ancora conservate parti del solaio ligneo e del mobilio. Una scoperta davvero eccezionale effettuata nel corso degli scavi per la Metro C a oltre 9 metri di profondità a Roma e teatro del ritrovamento è stato come già detto, il cantiere all’incrocio tra via Ferratella e via Amba Aradam che ha portato alla luce i due ambienti datati II e III secolo dopo Cristo, con all’interno parti del mobilio e del solaio ligneo crollato durante un incendio risalente all’epoca romana.

Pare siano stati ritrovati anche i resti di un cane, molto probabilmente rimasto intrappolato nel rogo ma a rappresentare una vera e propria svolta è stato il ritrovamento del solaio visto che si tratta della prima volta in assoluto per la città di Roma. Si tratterebbe di una vera e propria Pompei in Miniatura ritrovata sotto Roma.

Il merito di aver identificato i ritrovamenti è da addebitare agli archeologi della Soprintendenza di Roma sotto la guida di Francesco Prosperetti e nello specifico il responsabile della Soprintendenza ha dichiarato nella giornata di ieri, che il materiale rinvenuto si conserva soltanto in eccezionali condizioni ambientali e climatiche, oppure a seguito di eventi speciali, come ad esempio accaduto ad Ercolano e Pompei.

Ma non finisce qui perché nel corso degli scavi della metro C, pare siano stati effettuati anche altre scoperte come un pavimento a mosaico bianco e nero, reperti che molto probabilmente verranno smontati pezzo per pezzo e ricollocati in un luogo diverso al fine di renderli accessibili al pubblico. Prosperetti ovvero il capo della Soprintendenza ha anche aggiunto: “Grazie a questo ritrovamento abbiamo una testimonianza di un momento storico. L’incendio che ha spento la vita in questo ambiente ci da infatti la possibilità di immaginare la vita in un momento preciso”. Inoltre secondo quanto riferito dallo stesso, i due ambienti ritrovati appaiono lussuosi sia per le decorazioni che per il sistema di riscaldamento di cui era dotata l’abitazione e pare non sia stato ancora stabilito il fatto che le due stanze ritrovate, facessero parte di un edificio domestico anche se la presenza di un sistema di aria calda, potrebbe far pensare che si tratti di edifici di rappresentanza facenti parte della caserma di Ipponio.

Il fuoco ha fermato la vita, rendendola eterna. Come a Pompei. Un cane che (probabilmente) tenta di fuggire dalle fiamme, un altro animale vicino (il suo cucciolo?), il solaio ligneo, resti di mobili, un mosaico bianco e nero perfettamente conservato: sono le ultime scoperte archeologiche degli scavi della metro C a Roma, nel quartiere San Giovanni. I cantieri di via dell’Amba Aradam svelano uno scenario «pompeiano», due ambienti, di media età imperiale, «perfettamente conservati grazie a eventi speciali come quelli accaduti a Ercolano e Pompei», spiegano i tecnici della soprintendenza. «Poteva essere una domus o, più probabilmente, un alloggio residenziale attiguo alle vicine caserme. Ma non escludiamo che potesse essere anche la zona termale per i soldati, le risposte le avremo alla conclusione degli scavi», spiega l’archeologa Simona Morretta. E visti i pavimenti, e il sofisticato sistema di areazione e riscaldamento, quest ultima ipotesi è particolarmente valutata dagli archeologi. Ci vorrà qualche settimana prima che gli scavi si concludano, ma questi ritrovamenti non resteranno chiusi nei magazzini. «Uno dei miei obiettivi è riuscire a restituire alla città i reperti che sono emersi dai cantieri della metro — spiega il soprintendente Francesco Prosperetti —. Stiamo studiando la possibilità di trovare una soluzione in loco, oppure nel museo che con il Comune si pensa di realizzare per mostrare tutti i ritrovamenti venuti alla luce nella costruzione della linea C». Sulla straordinaria scoperta la sindaca Virginia Raggi twitta: «Roma non smette mai di stupire. Dal cantiere della metropolitana l’ultima magnificenza che arriva dal passato».

Gli ultimi giorni del Celio. Un incendio divampato all’improvviso, un complesso abitativo avvolto dalle fiamme, quella vita quotidiana all’inizio del 200 d.C. consumata fino alla morte. Eppure conservata in eterno. Perché ad una profondità di quasi dieci metri dal livello stradale (siamo tra via Amba Ara- dam e via Ferratella) gli archeologi hanno intercettato una dimora frequentata sotto l’impero di Settimio Severo così come il rogo l’ha lasciata. Carbonizzata ma intatta. Due spaziosi ambienti (le cui strutture murarie risalgono all’età traianea poi rimaneggiate) che conservano ancora ampie porzioni del solaio in legno e parti dei mobili di arredamento. Non solo. Ma a riaffiorare sono stati anche i resti ossei di un cane di taglia media, accucciato davanti ad una porta, probabilmente rimasto intrappolato nelle ore drammatiche dell’incendio. Accanto i resti di un animale più piccolo. Un patrimonio unico per i millenni di storia di Roma, vista l’estrema rarità con cui il legno e i materiali organici si possono conservare. Siamo di fronte ad un contesto climatico e ambientale che ha restituito quasi “l’impossibile” in archeologia. Gli studiosi non possono non evocare “uno scenario pompeiano” per questa porzione meridionale di colle dei Cesari che in età severiana poteva vantare ancora aristocratiche ville alternarsi sulla sommità, tra lussuose architetture, giardini e giochi d’acqua (basti solo pensare alla straordinaria residenza della famiglia dei Valerii che proprio “sotto” l’ospedale di San Giovanni ha regalato sensazionali testimonianze). Ma questa “piccola Pompei”, come la chiamano gli archeologi, non e’ neanche molto distante dalle caserme militari dei pretoriani che occupavano la zona a Sud del Celio. Il ritrovamento, che evoca suggestioni simili a quelle di Pompei ed Ercolano sepolte (e preservate) dalle ceneri del Vesuvio nel 79 d.C., si deve ai lavori per la realizzazione della linea C della metropolitana: nel dettaglio, è stato lo scavo del cosiddetto pozzo Q15 a largo Amba Aradam, iniziato a dicembre 2016 per mettere in sicurezza anche le vicine Mura Aure- liane. Un’operazione condotta sotto l’egida della Soprintendenza di Roma.
IL FUOCO
La natura dei reperti è molto complessa, perché il collasso dell’edificio causato dal divampare delle fiamme (in origine era disposto su più piani) ha creato una fitta stratigrafia di elementi architettonici: non a caso, nella parte più alta sono riemersi splendidi mosaici e intonaci dipinti delle pareti e del soffitto del piano superiore. Ma a far brillare gli occhi degli archeologi sono i legni portanti del solaio, la struttura che Vitruvio, l’archistar dell’antichità definiva “contignatio”. Non solo, perché a spiccare sono elementi lignei con lavorazioni di alta falegnameria, interpretati come arredi: uno sgabello, un tavolino, una cassa, forse una balaustra, e una grande tavola rettangolare. Persino uno stipite con tracce di lastre di vetro per una finestra. Al piano terra dell’edificio, sono state svelati affreschi con motivi di fantasia: un fiore a corolla sopra un candelabro vegetale. “Roma non smette mai di stupire. Dal cantiere della metro l’ultima meraviglia che arriva dal passato», diceva ieri la sindaca Virginia Raggi in un tweet in inglese. Le cause dell’incendio fatale? Un evento sismico, forse, è allo studio dell’Istituto di geofisica e vulcanologia. L’interpretazione? Due le ipotesi: gli ambienti di rappresentanza della caserma (la più vicina, quella imperiale rinvenuta un anno fa a via Ipponio sempre per gli scavi della metro C); oppure una domus aristocratica del Celio.

Pompei, una città sotto il vulcano

Quando scomparve sotto la spessa coltre di piroclastiti eruttate dal Monte Somma-Vesuvio, il 24-25 agosto del 79 d.C., Pompei era una delle più importanti città romane della Campania e possedeva circa 20 000 abitanti.
L’eruzione comincia probabilmente intorno alle 13 con l’emissione violenta di una colonna di vapori, gas e lava polverizzata che fuoriesce verticalmente dal condotto vulcanico del Monte Somma (la parte più antica del vulcano), raggiungendo velocemente un’altezza di 10-12 kilo- metri. La colonna di gas e vapori perde poi energia e si espande in alto in una grande nuvola a forma di «pino marittimo», dalla quale ricadono grandi quantità di pomi<
Una veduta dall’alto degli scavi di Pompei.
ci, che raggiungono Pompei ed Ercolano. Questi primi eventi — durati parecchie ore — sono seguiti da una fase di tranquillità del vulcano, che spinge gli abitanti di quasi tutti i centri abitati della regione vesuviana, fuggiti all’inizio dell’eruzione, a fare ritorno alle proprie abitazioni. Ma l’eruzione non è ancora terminata!
Si manifestano, infatti, violenti fenomeni di vulcanismo idromagmatico, legati alle interazioni tra il magma presente nella camera magmatica (o le rocce da esso riscaldate) e l’acqua di falda che permea le rocce. Venendo a contatto con le pareti calde della camera magmatica, l’acqua si trasforma in vapore ad alta pressione che genera una violenta esplosione. Dal condotto vulcanico fuoriesce con violenza una gigantesca nube ardente a forma di anello (base-sur- ge), costituita da vapori e frammenti di materiali solidi, che si espande a grande velocità a partire dal bordo del cratere. Dalle pendici del vulcano scendono rapidamente flussi di materiali piroclastici che investono e distruggono Pompei, Oplonti (oggi Torre Annunziata) e Stabia. A qualche decina di ki- lometri di distanza, Ercolano viene sepolta da almeno tre colate piroclastiche, ricche di pomici e sature di acqua, che ne mantiene relativamente bassa la temperatura (e non da un lahar, come si pensava fino a poco tempo fa). Come è stata ricostruita la storia di questa eruzione catastrofica, avvenuta molto prima della nascita della moderna vulcanologia? La ricostruzione si basa sulle informazioni ricavate dalle cronache dell’epoca (per esempio, due lettere scritte da Plinio il Giovane a Tacito), sullo studio degli strati di pomici e ceneri che sono stati portati alla luce dagli scavi archeologici e sul confronto con altri fenomeni eruttivi simili.
Dopo l’eruzione, Pompei rimase sepolta per secoli — le prime esplorazioni archeologiche del luogo risalgono, infatti, alla metà del Settecento — ma, a partire dal 1860, gli scavi divennero sistematici e razionali e portarono alla luce circa i tre quinti dell’antico insediamento.
La visita agli scavi richiede diverse ore; non avendo, però, come obiettivo quello di descrivere gli edifici di Pompei, abbiamo scelto per il nostro itinerario quei luoghi che meglio si prestano al collegamento e all’approfondimento di argomenti trattati in questo corso.

Il Foro

La grande piazza rettangolare, sulla quale si affacciavano i principali edifici pubblici, era il centro delle attività politiche, religiose e sociali della città. La piazza era circondata su tre lati da un ampio portico sostenuto da colonne di tufo e travertino. Il tufo, uno dei principali materiali da costruzione utilizzati a Pompei, è una roccia clastica formata dalla sedimentazione di materiali di varie dimensioni emessi durante le esplosioni vulcaniche. Pur avendo la composizione chimica di una
roccia magmatica, il tufo viene considerato una roccia sedimentaria, dato che si forma in seguito a processi di trasporto, deposizione e litifica- zione di frammenti preesistenti. Il travertino è una roccia sedimentaria chimica: deriva dall’evaporazione di acque ricche di carbonato di calcio e, in genere, viene utilizzato per rivestimenti e pavimentazioni.
Il Foro era chiuso a nord dal Tempio di Giove, costruito dai Sanniti prima dell’occupazione romana della città. L’aspetto attuale dell’edificio deve essere piuttosto simile a quello che si presentava agli occhi dei Romani al momento dell’eruzione: infatti, il tempio (come del resto molti altri edifici pubblici e privati) non era stato ancora ricostruito dopo il violentissimo terremoto che aveva distrutto Pompei nel 62 d.C.
Sul lato opposto del Foro si trova la Basilica, il più importante edificio pubblico di Pompei: serviva da tribunale e da luogo di riunione per i commercianti che qui trattavano i loro affari.
Gli studiosi sono stati a lungo incerti sulla data di fondazione dei questo edificio; probabilmente la Basilica fu costruita intorno al 120 a.C., prima
della dominazione romana della città. Ricorda che anche in archeologia viene applicato il metodo stratigrafico di cui abbiamo parlato a proposito
della datazione relativa delle rocce: in genere, mano a mano che si scava, si incontrano strati che contengono resti architettonici sempre più antichi che possono essere datati, per esempio, grazie alla presenza di cocci di ceramica dalle caratteristiche tipiche, che svolgono, quindi, una funzione analoga a quella dei fossili guida nella datazione delle rocce.

Le strade cittadine
La rete stradale di Pompei, come quella delle altre città romane, presenta due arterie principali che si incrociano ad angolo retto, la cui direzione è determinata dal corso del Sole: il decumano disposto in direzione Est- Ovest e il cardo, messo in direzione Nord-Sud. Il decumano di Pompei è Via dell’Abbondanza. Il cardo è rappresentato dalla Via di Stabia.
Dalle strade principali si dipartono varie vie secondarie, il cui andamento si adatta alla morfologia del terreno e all’eredità del passato: infatti, la colata di lava preistorica sulla quale è costruita Pompei ha determinato una forte pendenza del terreno in direzione Nord-Sud, con un orlo scosceso di lava solidificata che rappresentava un ostacolo per le comunicazioni verso la spiaggia e verso il fiume Sarno.
La carreggiata (la cui larghezza va dai 3-5 m delle strade secondarie agli 8,5 m di Via dell’Abbondanza) è pavimentata con blocchi poligonali di calcare e trachite,
una roccia ignea effusiva. Dove la circolazione stradale era molto intensa, la pavimentazione è solcata da due incisioni parallele: i solchi sono il risultato dell’azione erosiva svolta dalle ruote dei carri carichi di merci sulle rocce di rivestimento, non molto dure.
I marciapiedi, larghi fino a 4 m e sopraelevati rispetto alla carreggiata, sono lastricati con piccole pietre o, talvolta, sono soltanto in terra battuta. Per passare da un marciapiede all’altro i pedoni potevano muoversi su grosse pietre sistemate sulla sede stradale, una versione antica delle nostre strisce pedonali. Nelle vie larghe si possono contare 3 o 4 di queste pietre ricavate da blocchi di lava, tutte della stessa altezza e disposte in modo tale da lasciare lo spazio necessario al passaggio delle ruote dei carri.

I calchi
Molti abitanti di Pompei cercarono rifugio in luoghi chiusi, ma non ci fu scampo per nessuno; lo dimostrano i ritrovamenti dei corpi ancora in posizioni rannicchiate, quasi a proteggersi dalle ceneri umide e calde che sommersero la città.
Le ceneri aderivano strettamente al cadavere, penetrando nelle cavità del viso e nelle pieghe dei vestiti, e si solidificavano attorno al corpo, mantenendo così l’impronta del corpo e imprigionandone lo scheletro. Durante gli scavi, già alla fine dell’Ottocento, di numerosi corpi rinvenuti
venne fatto un calco.
Come sono stati ottenuti i calchi? Fino a qualche decennio fa, la tecnica consisteva nel colare gesso liquido nelle «matrici» vuote lasciate nella cenere vulcanica dalla decomposizione delle sostanze organiche. Queste matrici rappresentano dei veri e propri fossili. Con la stessa tecnica vennero realizzati calchi di oggetti di legno, di alberi e di animali: alcuni di essi sono raccolti nel museo che si trova all’ingresso degli scavi.
Dal 1984 il gesso è stato sostituito da una resina trasparente che, oltre a essere molto più resistente del gesso, consente di osservare l’interno del calco: lo scheletro, ma anche i vestiti e i piccoli oggetti che le persone indossavano.

La casa dei Vettii
Gli scavi condotti a Pompei hanno permesso di ricostruire in modo dettagliato l’architettura delle case cittadine, di cui la casa dei Vettii è uno degli esempi più significativi. Le più semplici erano formate da un cortile interno chiamato (in latino) atrium, sul quale si aprivano varie stanze: di fronte all’ingresso si trovava la sala da pranzo (ta- blinumi), affiancata da due ambienti di servizio; ai lati le camere da letto (cubiculi) e i ripostigli. Il tetto dell’atrio era in genere sostenuto da 4 colonne ed era formato da 4 lati inclinati verso l’interno, in modo da lasciare al centro un’apertura per la luce o lo scolo dell’acqua piovana che veniva convogliata, attraverso un’apertura (impluvium), in una cisterna sottostante. Questo tipo di abitazione venne poi modificato e ampliato: dall’atrio si poteva accedere a un porticato, il peristylium, al centro del quale si trovava un giardino.
La casa dei Vettii dà un’idea davvero completa della tipica abitazione pompeiana dei ceti ricchi. La casa è famosa per le pitture che adornano le pareti della sala da pranzo. La tecnica di pittura utilizzata a Pompei era piuttosto complicata e presupponeva un’accurata preparazione della parete. Il muro veniva prima coperto con uno strato (spesso 3-5 cm) di calce e sabbia, sul quale, una volta asciutto,
veniva steso un secondo strato più sottile (0,5-0,7 cm) di calce mescolata a calcite. Su questa base si stendeva poi una pellicola formata da una miscela acquosa di calce e sapone, alla quale venivano aggiunti gesso polverizzato e, a caldo, un po’ di cera. A cosa servivano tutti questi componenti? Con il tempo la calce e la calcite formano uno strato molto duro; il sapone neutralizza la causticità della calce; la cera dona levigatezza e lucidità alla pittura e la rende impermeabile; il gesso ne aumenta la solidità, illumina il fondo e facilita la lucidatura.
Una volta asciutto, l’intonaco era pronto per essere decorato. I colori delle pitture si ottenevano mescolando vari pigmenti naturali con una soluzione acquosa di calce, sapone e cera. Ecco la composizione chimica dei colori: il rosso veniva ricavato dall’ematite, un minerale costituito da ossido di ferro; il rosso brillante dal cinabro (solfuro di mercurio); il giallo dalla limonite (ossido di ferro idrato); il blu dal rame, mentre il nero era ottenuto da materiali vegetali carbonizzati.

Il lupanare di Pompei è la migliore espressione di casa di accoglienza per il “commercio” del sesso. Qui si entrava per incontrare l’amore a pagamento e sempre qui si incontravano giovani e meno giovani per conoscere le “primizie” del mercato dell’eros. Conosciamo alcuni nomi di donne che “lavoravano” qui e conosciamo anche i nomi di molti clienti. Il lupanare venne costruito (come un altro a Pompei) all’incrocio di due strade e proprio sull’angolo di un passaggio “pedonale”. Un piano terra con camerette e servizi igienici ed un primo piano ammezzato. L’interno poco luminoso era suddiviso in piccoli ambienti e alle pareti alcuni intonaci bianchi era abbelliti con affreschi a scene erotiche che ricordavano le tematiche più care ai frequentatori della casa. Si contano all’interno 10 “postazioni di lavoro”.
Siamo nella Regio VII e gli ingressi si trovano su entrambe le stradine, delle quali, uno, nella toponomastica attuale viene definito come Vicolo del Lupanare. Gli ingressi attuali sono ai numeri 18 e 19. Qui le cinque alcove con letto e “cuscino” in muratura e chiude da una porta in legno. I piani dei letti erano ricoperti con un materasso. Sul muro e dal lato opposto del guanciale i segni di usura lasciati dalle scarpe sull’intonaco.
Un meniano con finestre definiva al piano superiore il corridoio di passaggio alle alcove. A questo piano si accedeva da un ingresso che oggi si trova al numero 20. Al momento degli scavi si rinvenne in questi ambienti un pasto che non fu mai consumato a base di cipolle e fagioli. La porta era munita di campanello.

Anche al piano terra una latrina.

All’entrata un affresco con Priapo bifallico accanto ad una pianta di fico.
A Pompei si contano circa 25 bordelli. Alcuni sono come questo della Regio VII, altri sono costituiti da uno spazio unico ed altri ancora al pianoterra lungo la strada con poche alcove. Sono state individuate altre alcove dell’amore nei retrobottega delle cauponae.
Il nostro lupanare venne riadattato e forse abbellito intorno al 72 d.C. e questa datazione ci viene fornita dalle impronte delle monete lasciate sulla calce ancora fresca. All’interno centinaia di graffiti che in maniera precisa ci raccontano storie e avventurose “battaglie erotiche”.
Una delle donne che “lavorava” in questi locali era cretese. Ma molte altre erano orientali ed erano apprezzate sia per la bellezza che per le “prestazioni” particolarmente lascive.
I pompeiani apprezzavano molto le novità e gli esotismi che forniva il mercato degli scambi con l’oriente ed uno dei clienti così scrisse, apprezzando molto i prodotti di questo luogo:
Hic eg(o)puellas multas futui Qui ho sfottuto molte ragazze Di risposta una delle bellissime del lupanare così scrive:
fututa sum hic Sono stata sfottuta qui.
Non ci deve condizionare il gergo, il tono e anche l’uso della fraseologia. Oggi tutto ciò potrebbe essere definito osceno, ma a quei tempi questi messaggi non contenevano quasi nulla di volgare, di perverso. Era consuetudine e anzi buona norma di vita.

Si dice che qui lavorasse la bellissima Myrtis che probabilmente era greca o forse semplicemente utilizzava questo appellativo come nome di battaglia. A lei un avventore scrisse:
Bene fellas Suggi bene.
Spesso le ragazze del lupanare passavano la giornata intera tra le mura strette e buie e qui consumavano i propri pasti. Spesso sbocciavano degli amori veri tra i frequentatori e capitò così che una delle bellissime fanciulle scrisse: pedicare volo Cerco un ragazzo Oppure:
Amo Rosam
Il lupanare era frequentato da pompeiani di censo basso e dagli schiavi. La classe agiata faceva condurre al proprio domicilio le donne del bordello.
Riteniamo che vi dovesse essere una maitresse oppure una figura maschile che riscuoteva il giusto prezzo per le diverse prestazioni. In questi luoghi infatti si poteva spaziare da prestazioni semplici ad amplessi più “articolati” e anche misti. Ovviamente per questi “prodotti” di ricercata “raffinatezza” il prezzo variava e variava anche il tempo, i minuti. Per una prestazione di livello medio si pagavano due assi (il prezzo di due bicchieri di vino). Ma qui si trovavano ragazze, ma anche ragazzi, pronti a soddisfare le diverse esigenze. Si potevano pagare a Pompei vino a 16 assi per un amplesso dalle caratteristiche più ricercate. La maggior parte dei compensi tuttavia andava al lenone.

La donna che frequentava il bordello non poteva avvicinarsi alla matrona e quindi non poteva vestire l’abito lungo, non poteva accettare eredità e non poteva testimoniare ad un processo. Nessuna prostituta poteva liberarsi dal giogo del suo sfruttatore. E questo poteva avvenire solo se si sposava con un uomo libero. Solo allora diveniva matrona.
La prostituta perdeva ogni diritto al “lavoro”, quando malauguratamente restava incinta. Doveva abbandonare il lupanare e cercare un lavoro alternativo. Quello della gravidanza tuttavia era spesso il sistema per potersi liberare dalla schiavitù e quindi aprirsi ad una libertà vera, fuori da costrizioni. Molte donne schiave, tuttavia preferivano lavorare nel lupanare dove potevano guadagnare, alloggiare e anche mangiare ciò che volevano. Per questo la gravidanza comunque era vissuta come una tensione, una sorta di maledizione. Gli anticoncezionali di allora erano le spalmature di olio, la zaffatura intrava- ginale con lana imbevuta di succo di limone. Frequenti le lavande.
Facile immaginare la grande varietà di malattie trasmesse durante gli amplessi. E questo lo si evince dalla lettura di diversi graffiti.
Gli “esperti” lenoni e le anziane prostitute conoscevano bene i segni clinici delle malattie e la loro individuazione poneva spesso alla porta sia le sventurate malcapitate che gli avventori infetti.

Oggi sappiamo che molte malattie contagiose si possono contrarre proprio attraverso rapporti sessuali e questa consapevolezza ci può far comprendere come a quei tempi la diffusione di certe malattie fosse alla base di una scadente qualità di vita. Così la stessa età media restava bassa “grazie” ai flagelli che accompagnavano le delizie dell’eros.
A quei tempi si era ben consci che queste malattie erano trasmissibili proprio durante un rapporto e di ciò ne abbiamo conferma dalla lettura di un graffito trovato sulla parete ovest della basilica. Qui si legge:
Hic ego nu(nc) futui formosa(m) fo(r)ma puella (m) a multis, sed lutus intus erat
Qui ho fatto l’amore con una ragazza bellissima, che tutti lodavano, ma che dentro era piena di fango.
Forse nelle parole del graffito, il termine fango potrebbe essere riferito anche ad un pensiero non tanto legato ad una condizione fisica, quanto ad un aspetto morale.
Chi entrava nel lupanare di Pompei, osservando le pareti affrescate con scene erotiche aveva a disposizione un vero e proprio manuale del sesso, nel quale egli poteva vedere tutte le tipologie di “prestazioni” e magari sceglierle indicandole.

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