Ministro Roberta Pinotti ripropone la leva obbligatoria per tutti

La giornata di ieri, per il ministro della Difesa, la Dem Roberta Pinotti, avrebbe dovuto essere nient’altro che una passerella a Treviso alla novantesima adunata nazionale degli Alpini. La presenza in tribuna d’onore, le solite frasi di circostanza, applausi più o meno convinti, un paio di brindisi con le penne nere (per le quali, e siamo con loro, l’adunata è un momento sacro), qualche selfie in mezzo alla folla, e poi il ritorno a Roma.

E invece non è andata proprio così. Perché di fatto, dopo il lancio dell’Ansa delle 14.02, per il ministro della Difesa è diventata una corsa contro il tempo per rettificare ciò che aveva battuto l’agenzia di stampa. Titolo: «Difesa, Pi- notti: valutare leva obbligatoria». Testo: «La riproposizione di una qualche forma di leva obbligatoria declinata in termini di utilizzo dei giovani in ambiti di sicurezza sociale “non è un dibattito obsoleto”, tanto che in Europa “si è riaperto non solo in Svezia ma anchein Francia, dove, alle ultime presidenziali l’argomento è stato toccato da molti candidati, compreso Macron. Una leva”», ha riportato l’Ansa «“non più solo nelle forze armate, ma con un servizio civile che divenga allargato a tutti”».

Beh, ma cos’avrebbe detto di scandaloso la Pinotti? Assolutamente niente. E se poi l’argomento è stato trattato anche dall’enfant prodige Macron, qual è il problema? Del ritorno della leva obbligatoria, di tre, sei mesi, un anno, se ne è parlato spesso negli ultimi tempi. Ne hanno discusso soprattutto i politici di centrodestra, su tutti il leader leghista Matteo Salvini (ecco forse uno dei motivi della corsa alla rettifica), ma anche all’interno del variegato mondo della sinistra non sono mancate le aperture. Niente: il ministro Pinotti, informato e inorridito da ciò che aveva battuto l’Ansa, quarantasei minuti dopo ha preteso (legittimamente) che venisse pubblicata la rettifica.

E dunque, alle 14.48, ecco un nuovo lancio d’agenzia: «Ripetizione con titolo corretto: Pinotti, valutare ampliamento servizio civile». Testo: «Da un lato, per le missioni internazionali, abbiamo bisogno di militari professionalmente preparati e qui la leva obbligatoria non sarebbe lo strumento più idoneo. Ma l’idea di riproporre a tutti i giovani e alle giovani di questo Paese un momento unificante, non più solo nelle forze armate ma con un servizio civile che divenga allargato a tutti ed in cui i giovani possono scegliere dove meglio esercitarlo, è un filone di ragionamento che dobbiamo cominciare ad avere». Poco dopo il ministro ha pubblicato anche un tweet: «Non ho parlato di leva obbligatoria, ma di un progetto degli Alpini per coinvolgere i giovani al servizio civile universale».

Né la rettifica, né il successivo messaggio però sono serviti a bloccare le reazioni politiche, anche da parte di esponenti del suo stesso partito: «Il servizio civile universale non obbligatorio c’è già», ha detto il deputato Pd Edoardo Patriarca. «Mi auguro solo che ci siano le risorse per permettere a tutti i giovani che vogliono fare questa esperienza, dagli 80 mila ai 100 mila, di realizzarla davvero. Il ministro Pinotti», ha continuato Patriarca, «sa che il servizio civile universale è una conquista recente. Non dobbiamo fare altro che rafforzarlo».
Secondo il capogruppo alla Camera di Sinistra Italiana-Possibile, Giulio Marcon, «la proposta della Pinotti è confusa e volutamente ambigua: non si capisce se propone un servizio civile obbligatorio o se auspica una leva obbligatoria che costringa i giovani a scegliere tra servizio militare e servizio civile. Nel secondo caso, come sembra, è un ritorno al passato».
E dire che per il ministro Pinotti l’adunata degli Alpini avrebbe dovuto essere nient’altro che una passerella.

Torna la naja? La ministra della difesa Roberta Pinotti corregge il tiro, perché all’inizio le parole erano proprio quelle, e a molti sono sembrate inequivocabili: leva obbligatoria. Pinotti propone invece una forma di impegno civile universale e obbligatorio. Lo ha detto ieri durante la novantaseiesima adunata nazionale degli Alpini a Treviso dove si è parlato anche di nuovi servizi di leva civili obbligatori.

La ministra ha detto appunto che la riproposizione di una qualche forma di leva obbligatoria declinata in termini di utilizzo dei giovani in ambiti di sicurezza sociale «non è un dibattito obsoleto», tanto che in Europa «si è riaperto non solo in Svezia ma anche in Francia, dove, alle ultime presidenziali, l’argomento è stato toccato da molti candidati, compreso Macron».
Una leva, ha specificato, «non più solo nelle forze armate ma con un servizio civile che divenga allargato a tutti».

Con la comparsa della parola leva però il cortocircuito mediatico è partito immediatamente e la ministra su Twitter ha dovuto precisare che non vuole istituire di nuovo il servizio militare, sospeso in Italia dal primo gennaio 2005, ma ragionare su una forma di servizio allo Stato. «Non ho parlato di leva obbligatoria – scrive – ma di un progetto degli alpini per coinvolgere i giovani al servizio civile universale».

«Da un lato, per le missioni internazionali – ha osservato la ministra – abbiamo bisogno di militari professionalmente preparati e qui la leva obbligatoria non sarebbe lo strumento più idoneo. Ma l’idea di riproporre a tutti i giovani e alle giovani di questo paese un momento unificante in cui possono scegliere dove meglio esercitarlo è un filone di ragionamento che dobbiamo cominciare ad avere».

E mentre circa centomila penne nere sfilavano davanti alle autorità e altri circa trecentomila cittadini, ha dato il suo assenso anche il generale Claudio Graziano, capo di stato maggiore della Difesa. Per l’alto ufficiale il progetto «potrà essere molto utile» sia come «momento di formazione a servizi come la protezione civile» sia come «possibilità in futuro di allargare alle forze armate in caso di bisogno».

«La possibilità di integrare con un sistema diverso – ha aggiunto Graziano – nell’ambito del Terzo Settore, delle forze a disposizione per la pubblica utilità, per la protezione civile è un argomento che molti paesi stanno studiando e che può servire allo sviluppo del Paese».

Oggi infatti gli alpini sono spesso volontari della protezione civile e lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella li ha definiti «campioni di solidarietà». E tra loro e i ragazzi in armi c’è sempre meno differenza. Sarà anche per questo che nell’adunata trevigiana era pieno di striscioni che chiedevano il ritorno alla naja. Una richiesta esplicita degli alpini e il governatore veneto Luca Zaia è d’accordo: «Sarebbe opportuno ripristinare una fermabreve, magari di soli sei mesi, di naja obbligatoria». E infatti la nostalgia per quella forma di disciplina militare impartita dalla cultura alpina torna ciclicamente.

E se in Svezia è un problema radunare 4 mila volontari l’anno per formare per l’esercito e dunque si è resa necessaria la reintroduzione della leva obbligatoria, non a caso Pinotti cita l’esperienza nord europea e arriva a immaginare una naja 2.0: «vi sono molti ambiti nella Difesa che si possono prestare anche a una presenza volontaria in forme che vanno delineate»

Così all’estero
In Europa l’esempio di Francia e Svezia. Cosa succede fuori dall’Italia? Le esperienze citate dalla ministra Pinotti sono la Francia e la Svezia. Macron ha infatti annunciato in campagna elettorale l’introduzione di un servizio nazionale obbligatorio per un periodo di un mese per tutti i giovani, donne e uomini tra i 18 e 21 anni. In Svezia, invece, dopo l’aumento di azioni aggressive della Russia sul Mar Baltico e in generale nell’Europa dell’est, hanno deciso di reintrodurre il reclutamento e la leva militare obbligatoria, abolita nel 2010. La naja è ancora in vigore in Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Norvegia, Cipro, Grecia e Austria.

Il servizio militare obbligatorio perde colpi in Europa

Dopo la fine della Guerra fredda, diversi paesi europei hanno affrontato la questione del servizio militare. In Svizzera il popolo potrebbe essere chiamato ad esprimersi entro la fine dell’anno.

Nel 21° secolo sono stati 17 i paesi europei ad aver abolito o sospeso l’obbligatorietà del servizio militare. Nell’Unione europea (Ue), soltanto sei Stati membri hanno mantenuto il principio dell’obbligo del servizio. Circa due terzi dei 43 paesi che possiedono una forza armata fanno capo a un esercito professionista.

«Le discussioni nei singoli paesi sono state condizionate dalle peculiarità nazionali», afferma Tibor Szvircsev Tresch, sociologo militare al Politecnico federale di Zurigo. La fine della Guerra fredda ha senza dubbio avuto un profondo impatto sul ruolo delle forze armate: l’Occidente non si sentiva più minacciato dal Blocco orientale guidato dall’ex Unione sovietica.

Di conseguenza, il compito principale di numerosi eserciti non era più quello di difendere il territorio nazionale. La loro attività è così stata ricentrata sulle missioni internazionali – nel quadro delle Nazioni Unite, della Nato o della struttura di sicurezza dell’Ue – e sul ruolo sussidiario in caso di catastrofe o di grandi avvenimenti.

A questi cambiamenti, sottolinea Szvircsev Tresch, hanno fatto seguito la diminuzione della durata del servizio militare e degli effettivi dell’esercito.

Situazione nei paesi vicini

La Francia è stata tra i primi paesi a sospendere ufficialmente l’obbligo di leva nel 21° secolo. L’Italia lo ha fatto nel 2005, mentre la Germania ha atteso fino al 2011 per affidarsi esclusivamente a truppe professioniste.

In Germania, il dibattito è stato caratterizzato dal timore di una carenza di personale nel campo della salute. Numerosi uomini preferivano infatti adempiere all’obbligo di servizio in ambito civile – e lavorare nelle case per anziani – invece che seguire un addestramento militare.

Altri motivi all’origine della svolta sono stati la riduzione dei costi e l’aumento della disparità di trattamento dei giovani cittadini, visto che soltanto circa un tedesco su tre sceglieva l’opzione militare.

L’Austria potrebbe essere il prossimo Stato a raggiungere la lista dei paesi che hanno rinunciato all’obbligo di leva. Secondo gli osservatori, il dibattito che ha preceduto il referendum consultivo di domenica 20 gennaio è stato strumentalizzato dai partiti politici, in vista delle elezioni parlamentari di quest’anno.

Lo statuto neutrale in quanto membro dell’Ue e i costi non sono comunque sembrati essere argomenti importanti per i partiti di governo e l’opposizione.

Forze armate svizzere

L’esercito svizzero si basa su un sistema di coscrizione obbligatoria e sul principio di milizia.

I giovani cittadini svizzeri (esclusi coloro che risiedono all’estero) sono soggetti all’obbligo di prestare servizio militare al raggiungimento dei 18 anni. Il servizio è invece volontario per le donne.

Se dichiarati abili al servizio, uomini e donne assolvono una scuola reclute che dura dalle 18 alle 21 settimane, a seconda della funzione. In seguito vengono convocati a corsi di ripetizione annuali di tre settimane, fino a quando hanno effettuato tutti i giorni di servizio richiesti (260 per un soldato di base) o fino all’età di 34 anni.

Vi è la possibilità di svolgere l’intero servizio (scuola reclute e corsi di ripetizioni) in un unico periodo.

Gli uomini dichiarati inabili al servizio sono assoggettati al pagamento di una tassa d’esenzione all’obbligo militare, che ammonta al 3% del salario annuale. Questa tassa può essere ridotta svolgendo dei giorni di servizio presso la protezione civile.

Dal 1996 c’è la possibilità di praticare il servizio civile, la cui durata è del 50% più lunga.

Neutralità e ideale repubblicano

Un altro Stato neutrale, la Svezia, ha abrogato l’obbligo militare nel 2010. Da allora, il ruolo principale delle sue forze armate si è concentrato su compiti internazionali.

La vicina Finlandia fa invece parte di quella manciata di paesi europei neutrali – inclusa la Svizzera – che mantengono con orgoglio l’obbligo militare e il ruolo tradizionale delle forze armate, in parte per ragioni storiche.

L’Irlanda, anch’essa neutrale, non ha dal canto suo mai introdotto l’obbligo di leva. Una scelta che è stata all’origine di tensioni politiche con la Gran Bretagna durante la Prima guerra mondiale.

Negli Stati il cui sistema si basa su valori repubblicani – tra cui i paesi nordici, la Germania, l’Austria e la Svizzera – si osservano invece modelli più uniformi, ritiene Szvircsev Tresch. «Rispetto ad altre nazioni, questi paesi si sono attenuti più a lungo all’obbligo militare siccome hanno una concezione dello Stato basata sul senso civico».

Il modello opposto affonda invece le radici in una filosofia politica libertaria, che sostanzialmente fa della libertà individuale il principale valore politico, ponendola al di sopra dell’interesse comune.

I pacifisti non mollano

In Svizzera, la possibilità di abolire l’obbligatorietà del servizio militare è (ri)diventata di attualità. In dicembre, il parlamento ha iniziato a dibattere su un’iniziativa depositata dal Gruppo per una Svizzera senza Esercito (GSsE).

Il testo del GSsE, sostenuto dalla sinistra e dagli ecologisti, propone di cancellare dalla Costituzione il principio della leva obbligatoria per gli uomini. In futuro, il servizio militare va svolto esclusivamente su base volontaria, auspicano gli iniziativisti.

L’elettorato elvetico potrebbe essere chiamato ad esprimersi già nel corso di quest’anno (il governo non ha ancora fissato una data). Sarebbe la terza volta in meno di 25 anni che un’iniziativa del GSsE contro la coscrizione obbligatoria viene sottoposta alla volontà del popolo.

Nel 1989, il gruppo pacifista aveva ottenuto a sorpresa il 35,6% dei consensi sulla proposta, all’epoca considerata tabù, di abolire l’esercito. Nel 2001, l’iniziativa per lo scioglimento delle forze armate aveva raccolto il 21,9% dei voti.

Nei prossimi anni, i sostenitori dell’obbligo di leva in Svizzera continueranno probabilmente ad avere la meglio. A meno di eventi inattesi che – Fukushima insegna – potrebbero improvvisamente capovolgere le posizioni.

Esercito in cifre

L’esercito svizzero dispone di un effettivo reale di 154’373 militari (personale di riserva: 31’767). All’inizio degli anni Novanta, l’effettivo superava le 700’000 unità. Nel 2012, 23’600 reclute hanno iniziato il loro addestramento. Le donne in uniforme sono 1’034. I militari di carriera sono 2’650. (Fonte: Esercito svizzero)

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