Mondiali atletica incredibile: Usain Bolt manca l’ultimo oro, a Londra vince Gatlin

Lo sapete già, malo ricordiamo per dovere di cronaca: a Londra, Usain Bolt (in 9”95) non ha vinto l’oro mondiale ma un bronzo che sa di sconfitta, dietro al fischiatissimo Gatlin (9”92) e Coleman (9”94). Ma a dir la verità, non è importante. Perché l’attesa della gara, in fondo, non era dovuta all’esito della gara stessa, ma al suo svolgersi e alle reazioni che avrebbe provocato, nel miliardo di persone davanti alla tv, e in Bolt.

Non importa come è finitala corsa perché non ci chiedevamo se avrebbe vinto o meno e nemmeno se si sarebbe superato un’ultima volta, ma come sarebbe stato il lato umano del Marziano, quali sarebbero stati i suoi sentimenti, i suoi sguardi, e quale la sua corsa verso la “fine”. Sarebbe stata una falcata regale o ingarbugliata dall’emozione che evidentemente condiziona pure i superuomini come lui?

E sarebbe stata condizionata da quella partenza da sempre difettosa per via di un corpo troppo lungo o per via di quei blocchi di partenza, eterni nemici, già indicati (in un atto di debolezza rarissimo, e molto umano) come causa della pessima prestazione nelle batterie di venerdì, e pure dell’opaco 9”98 della semifinale?

Ognuno conserverà come meglio crede ciò che è riuscito a cogliere dell’ultimo “momento-Bolt”, cosìfugace e così simile a quei “momenti-Federer” che D.F. Wallace associava al tennista svizzero, ovvero quelle volte in cui con “la mascella che scende giù e gli occhi che si proiettano in avanti” si assiste a qualcosa di impossibile che diventa reale. Forse per qualcuno è stato il più intenso, per altri invece no, sicuramente è stato condizionato dal declino atletico. Ognuno ha diritto di scegliere il suo Bolt-moment tra il patrimonio concesso dal giamaicano all’universo, che va dagli ori olimpici della doppia tripletta, a Rio 2016 e Londra 2012, alla prima folgorazione nell’edizione di Pechino 2008 (primo tris rovinato dalla revoca della staffetta 4×100 per la positività del compagno Carter, così Carl Lewis gli è rimasto davanti negli ori olimpici) quando si presentò nei 100 con l’inatteso record del mondo firmato due mesi prima a NewYork (9”72) e vinse, abbassando a 9”69 e lasciando intendere, visto il passeggio finale, di avere margine per aggiornare ulteriormente la sua storia. La Storia. E lo avrebbe poi fatto negli altri momenti- Bolt, i più prodigiosi: i due record mondiali di Berlino 2009 (100 in 9”58 e i 200 in 19”19).

Siccome è stata una “morte” sportiva annunciata e attesa a lungo, era come se Bolt avesse già smesso di correre da tempo. Dunque non rimaneva che assorbirne le emozioni con la certezza che sarebbe stata l’ultima occasione per viverle, perché sapevamo che una volta varcata la soglia, l’eroe dei giorni nostri sarebbe stato risucchiato dal passato, diventando solo un ricordo da spolverare nei video d’archivio. Sapevamo che Bolt da quel momento non avrebbe più accompagnato le nostre vite con le sue apparizioni a metà tra il messianico e il buffo: niente più pose iconiche o sorrisi prima delle gare (una cosa mai vista prima), niente più medaglie, niente più record. Sapevamo che da quel momento in poi ci avrebbe lasciato con la sensazione che uno così, uno come lui, non nascerà più, e che quindi l’atletica e tutto lo sport sarebbero stati d’un tratto un po’ più grigi. E da oggi speriamo che arriverà qualcun altro al suo posto, un giorno, ma sappiamo anche che nessuno sarà mai come lui.

USAIN BOLT

“Il padrone del ‘Nido’ è ancora Usain Bolt. Nello stadio di Pechino dove cominciò la sua ascesa nel 2008 il fuoriclasse giamaicano si è confermato il numero uno dello sprint. Ci ha provato Justin Gatlin a defenestrarlo, ma sul più bello è stato tradito dalla paura di vincere, mentre Bolt ha sfoderato nella finale mondiale la più bella gara degli ultimi due anni. È stato un testa a testa avvincente risoltosi in favore del giamaicano per un solo centesimo: 9”79 contro 9”80. Così il ‘Fulmine di Trelawny’ ha conquistato il terzo titolo iridato nei 100 metri dopo Berlino 2009 e Mosca 2013, eguagliando Cari Lewis (primo nel 1983, 1987 e 1991) e Maurice Greene. Col successo nei 100 metri di Pechino, bissato anche nei 200 metri e nella staffetta 4×100 metri, è anche il plurimedagliato ai Mondiali con 11 ori e 2 argenti, tre medaglie in più rispetto a ‘King Cari’. Bolt era reduce da due stagioni difficili, nelle quali gli infortuni e il mal di schiena lo avevano tormentato. In più aveva di fronte un avversario davvero temibile, che turno dopo turno era apparso in crescita. Anche in semifinale Gatlin aveva corso spedito in 9”77, mentre Bolt rischiando di inciampare dopo tre
appoggi aveva chiuso in 9”96. Il punto forte del giamaicano è stata la tranquillità, il non affannarsi nonostante il rivale fosse più in forma. Prima del via della finale (per la prima volta con 9 partenti) Bolt ha scherzato col pubblico, mentre Gatlin è apparso più serio. Come era prevedibile l’americano è partito meglio e a metà gara aveva anche un metro di vantaggio. Bolt ha faticato a mettersi in moto ma poi sul lanciato ha recuperato fino ad affiancare lo yankee, il quale si è scomposto negli ultimi passi, tuffandosi in avanti con anticipo. Il giamaicano è rimasto freddo e al fotofinish ha beffato il rivale. “Il mio obiettivo – ha commentato a caldo Usain Bolt – è essere il numero uno fino al giorno del ritiro. Per questo ho spinto e ho dato tutto per vincere. Potevo fare meglio, ma qui contava solo stare davanti”. Col tempo la corsa di Bolt si sarà scomposta, il giamaicano sarà anche un po’ arrugginito e titubante nei primi appoggi, ma la sua classe è immensa. E come solo i grandi fuoriclasse sanno fare, Bolt vince quando serve. Da sette anni è lui il re incontrastato della velocità: dal 9”69 del 2008 al 9”79 odierno, il tempo scorre, il crono si alza ma sul filo di lana
emerge sempre il faccione allegro di Bolt. … La storia si ripete nei 200 metri, dove, dopo aver superato facilmente le batterie e le semifinali, vince la finale in 19”55 davanti al rivale Justin Gatlin, raggiungendo il traguardo del 10° oro mondiale e siglando la miglior prestazione mondiale stagionale della specialità … vince inoltre la medaglia d’oro con la squadra giamaicana nella staffetta 4×100 metri con il tempo di 37”36…”.
Questi i ‘lanci’ dell’agenzia ‘Italpress’ in occasione delle tre vittorie nei 100 e 200 metri e nella staffetta 4×100 metri del giamaicano Usain Bolt ai campionati mondiali di atletica svoltisi a Pechino lo scorso mese di agosto.
In virtù dei risultati ottenuti nelle più importanti competizioni sportive internazionali, mai raggiunti da nessun altro, Usain Bolt è considerato il più grande velocista di tutti i tempi. È infatti l’attuale campione mondiale dei 100 e 200 metri piani e della staffetta 4×100 metri, discipline di cui detiene anche i primati mondiali, stabiliti ai Mondiali di Berlino 2009 (100 e 200 metri) e ai Giochi olimpici di Londra 2012 (4×100 metri). Di tutte e tre le specialità è anche campione olimpico ed è l’unico atleta nella storia ad avere vinto la medaglia d’oro nei 100 e 200 metri in due Olimpiadi consecutive, quelle di Pechino e di Londra (2008 e 2012). È inoltre il detentore del primato mondiale dei 200 metri piani nelle categorie allievi e juniores, rispettivamente con 20”13 e 19”93. Per avere un’esatta percezione di chi sia l’atleta più veloce del mondo – soprannominato dai suoi tifosi ‘Lightning Bolt’ cioè ‘fulmine’ – bisogna però riavvolgere la pellicola fino al 21 agosto 1986 quando Usain Bolt nacque a Trelawny in Giamaica. Per delineare un ritratto esaustivo del campione giamaicano mi avvalgo di notizie e brani tratti sia dall’enciclopedia libera web ‘Wikipedia’ che dall’autobiografia ‘Usain Bolt. Come un fulmine. La mia storia’ edito in Italia dalla casa editrice ‘tre60’.
Così Usain Bolt si racconta nella sua autobiografia: “… Vivo per correre nei grandi campionati: è in quei momenti che mi sento più carico di energia. In una gara normale ho voglia di vincere, certo, perché ho uno spirito competitivo, ma non sento davvero la smania e la passione, o almeno non sino in fondo. Solo nei grandi meeting trovo la determinazione e la forza necessarie a conquistare una medaglia d’oro o stabilire un record del mondo. Dal punto di vista psicologico, per gran parte del tempo sono più o meno una persona normale. Ma datemi un grande palcoscenico, una gara, una sfida da vincere, e allora faccio ‘sul serio’. Drizzo le spalle e accelero il passo. Sarei disposto a infortunarmi pur di vincere la gara. Piazzatemi davanti un ostacolo – magari un titolo olimpico, o un avversario difficile come lo sprinter giamaicano Yo- han Blake -e io mi faccio avanti: divento famelico …La mia scuola elementare, la ’Waldensia Primary School’ di Sherwood Content, una piccola città del distretto di Trelawny, è palcoscenico che ha ospitato la mia prima grande sfida. Avevo otto anni ed ero un ragazzino allampanato che correva sempre e non stava fermo un momento. Stranamente, però, per quanto corressi di qua e di là, il mio potenziale sulla pista di atletica è emerso solo quando se ne accorse uno degli insegnanti: Mr. Devere Nugent, che era un sacerdote ma anche un appassionato di sport… abitavamo a Coxeath, un paesino non lontano dalla ‘Waldensia Primary School’ e da Sherwood Content: era bellissimo, immerso nel verde e circondato da boschi rigogliosi. Era una zona poco popolata, con una o due case ogni tre- quattrocento metri, e la nostra era una casa semplice, a un solo piano, che mio
papà aveva preso in affitto. I ritmi di vita erano lentissimi, passavano poche macchine e la strada era sempre vuota …io intanto continuavo a correre, e non chiedevo altro che poter scorazzare di qua e
di là e fare sport. Verso i cinque-sei anni mi appassionai al cricket, e cominciai a giocarci ogni volta che mi davano il permesso di uscire da casa. Approfittavo di ogni occasione per giocare con gli amici facendo il lanciatore o il battitore… adesso vi racconto corri ‘è fatta la mia famiglia. Ho un fratello minore, Sadiki, e una sorella maggiore, Christine, ma abbiamo tutti madri diverse. Potrà sembrare strano, ma a volte in Giamaica le famiglie sono così. Pà ha avuto figli con altre due donne, e quando sono nato io i miei genitori non erano sposati. Ma per la mamma non è mai stato un problema, perciò quando Sadiki e Christine venivano a stare da noi a Coxerath, lei li accoglieva come fossero figli suoi. Anche quando sono cresciuto e ho iniziato a riflettere sull’amore e sul matrimonio la nostra situazione famigliare non mi è mai sembrata strana …la religione mi lasciava perplesso, benché fosse importante per la nostra famiglia e soprattutto per la mamma, cristiana avventista del settimo giorno. Andavamo in chiesa ogni sabato, cioè il giorno che secondo questa confessione coincide con lo Shabat. Pà l’accompagnava solo due volte l’anno, a Natale e alla vigilia di Capodanno: la religione non fa per lui, ma ha sempre rispettato la fede di mia madre. Quand’ero piccolo, lei cercava di farmi interessare alla religione, ma senza esagerare. Mi leggeva la Bibbia per insegnarmi la differenza tra il bene e il male, però non ha mai cercato di impormi la sua fede, per paura che la respingessi… nonostante queste sue precauzioni, da bambino non mi piaceva per niente andare in chiesa. Quando sono cresciuto e ho iniziato a gareggiare nei meeting di atletica, ero contento se si svolgevano nel fine settimana perché così non dovevo andare alla funzione. La mamma però mi aiutava a pregare: la mattina, per venti minuti, cantavamo insieme, parlavamo e leggevamo alcuni versetti della Bibbia. Secondo lei serviva a
compensare il fatto che non andavo in chiesa. Quell’abitudine mi è rimasta e con gli anni mi sono interessato sempre più alla religione, soprattutto perché ho iniziato a capire di aver ricevuto un grande dono. Ho capito che Dio aiuta sempre chi aiuta se stesso, perciò ogni volta che ero ai blocchi di partenza e sapevo di aver svolto il lavoro assegnatomi dal coach in allenamento, stringevo il crocefisso che portavo al collo, alzavo gli occhi al cielo e chiedevo a Dio la forza di fare del mio meglio. Da quel momento in poi toccava a me… Un grande atleta non può presentarsi
ai blocchi di partenza e aspettarsi di vincere senza essersi preparato a dovere. Senza disciplina non si vincono medaglie d’oro e non si stabiliscono primati. E credetemi, in casa Bolt di disciplina ce n’era
eccome… Non riuscivo a fare lo strafottente, perché le gare tiravano fuori tutta la mia determinazione, e vincere era un gioia. Avevo un talento naturale. Mi iscrivevo a quasi tutte le gare in programma e vincevo sempre. Una volta mi iscrìssi persino al salto in alto e al salto in lungo, perché pensavo che fossero divertenti. Quando arrivai primo in entrambe le gare, gli altri ragazzi m’insultarono, ma non potevo biasimarli, dovevano correre contro di me – in qualunque gara – sapendo che il primo posto era già aggiudicato. Quando la pistola sparava, in palio restavano solo l’argento e il bronzo. Gli insegnanti capirono che avevo un vero talento. Negli allenamenti correvo così forte che a un certo punto i coach non mi dicevano più i tempi: non volevano che mi montassi la testa, perché erano tempi incredibili per un ragazzo della mia età: in seguito venni a sapere che, quando un nuovo insegnante di educazione fisica mi aveva cronometrato nei 200 metri, aveva dovuto controllare l’orologio per accertarsi che non fosse rotto… Continuai a collezionare vittorie, abbattendo come birilli i miei rivali più giovani… ottenni una sfilza di successi a livello regionale: ero una astro nascente. Ma l’atletica continuava a sembrarmi un passatempo divertente nient’altro. Quella mentalità rilassata mi tornava utile: prima della gare ero tranquillo, avevo fiducia delle mie capacità e non mi lasciavo innervosire dagli avversari. Di sicuro non mi stressavo come tanti altri ragazzi, che si agitavano ai blocchi di partenza, ossessionati dall’idea di migliorare il loro record personale, lo ero sereno come un vero campione… dovevo perfezionare il mio stile sui 200 metri, ma avevo formulato un mantra che avrebbe orientato il mio modo di pensare ai miei rivali per il resto della carriera: se ti batto in un meeting importante, non mi batterai più. Da allora in poi seppi che, se riuscivo a sconfiggere per la prima volta una avversario pericoloso, era fatta. Mi ero dimostrato superiore e nutrivo la fiducia in me stesso necessaria per batterlo di nuovo. Fu un momento determinante dal punto di vista psicologico, perché mi aiutò a sviluppare la mentalità del vero campione … i miei risultati nei Champs mi permisero di rappresentare la Giamai- ca ai CARIFTA Games del 2001 alle Barbados. È una competizione juniores organizzata ogni anno dalla Carribbean Free Trade Association, che si tiene a rotazione nelle varie isole dei Caraibi: posti come Trinidad e Tobago o le Bermuda.

I CARIFTA erano, e sono ancor oggi, un evento molto importante, che mette a confronto i migliori giovani atleti dei Caraibi, e per me era la prima occasione di rappresentare il mio Paese. Avrei indossato i colori della Giamaica in un campionato internazionale … eppure non pensavo ancora che mi stesse succedendo qualcosa di memorabile: ai miei occhi i CARIFTA erano una gara come tutte le altre. Vinsi l’argento nei 200 metri e stabilì un record personale di 48’’28 nei 400 … Ma quelli dell’associazione giamaicana dilettanti dell’atletica seppero guardare oltre la mia immaturità e prepararono per me una strategia di lungo periodo. Avevano visto del potenziale nel mio stile di corsa e nei miei tempi, e poco tempo dopo mi scelsero ancora, stavolta per indossare i colori giamaicani ai Campionati del mondo allievi dell’atletica leggera, organizzati dalla IAAF (Associazione internazionale delle federazioni di atletica leggera) a Debrecen, in Ungheria, nel 2001 … Non mi aspettavo di vincere niente in Ungheria. Avevo quattordici anni e i Campionati del mondo allievi erano un evento per under 17: stavolta c’erano
molti atleti più maturi di me, quindi ci andavo solo per fare del mio meglio . restai escluso dalle semifinali dei 200: era la prima volta che mi succedeva. Ma De- brecen fu solo una battuta d’arresto momentanea, ben presto iniziai a ottenere risultati migliori e all’edizione dei CARIFTA Games a Nassau, nel 2002, a quindici anni, stabilii il primato dei giochi sia nei 200 che nei 400 metri, e quando uscii dalla pista il pubblico iniziò a gridare: ‘Lightning Bolt! Lightning Bolt!’. Mi vennero i brividi. Finalmente avevo un soprannome degno del mio talento. Nello stesso anno ripetei l’impresa ai Campionati di atletica juniores dell’America Centrale e dei Caraibi. Ero incredibilmente più veloce di tutti gli altri: stavo diventando fisicamente superiore anche agli atleti con qualche anno più di me… Ai Cham- ps mi ero fatto conoscere e ai CARIFTA i primati stabiliti mi avevano fatto diventare il favorito numero uno per l’oro nei 200 metri . ero il campione del mondo ju- niores nei 200 metri . Ero diventato una star dell’atletica. Ero riuscito a concentrarmi in una situazione in cui la maggior parte degli atleti avrebbe perso la testa. Avevo scacciato la paura, mi ero caricato sulle spalle il peso delle speranze di un’intera nazione e ne ero uscito vincitore. Sapevo che da quel giorno in poi nulla mi avrebbe potuto turbarmi. Il nervosismo pre-gara era un ricordo del passato, niente avrebbe più interferito con la mia concentrazione. Cosa poteva esserci di più stressante dei blocchi di partenza ai Campionati del mondo juniores, davanti ai tifosi del tuo Paese? Avevo finalmente capito quanto fosse importante per uno sprinter la fiducia in se stesso, soprattutto nelle gare brevi come i 200 metri, dove la forza mentale aveva fatto la differenza tra me e gli altri atleti. Sapevo di dover impedire ai pensieri negativi di offuscare la mia capacità di giudizio, perché la for-
ma mentale era un’arma essenziale in ogni gara, importante quanto una buona partenza o una fase di accelerazione ben condotta. Non c’era spazio per i dubbi, perché la gara finiva in un batter d’occhi. Distrarsi per un centesimo di secondo
poteva significare la sconfitta. Era il primo passo sulla strada che mi avrebbe condotto a diventare una leggenda olimpica. Mentre camminavo lungo la pista del National Stadium capii di essere un atleta che viveva per il momento, come le vere
superstar: il Grande Momento. Se le persone normali si agitavano e tremavano salendo sul palcoscenico delle Olimpiadi o dei Mondiali, i grandi come Michael Johnson e Maurice Greene, si lasciavano invece entusiasmare dalla pressione e dallo stress. Alzavano l’asticella, dal punto di vista fisico e mentale. Nel Grande Momento, le loro prestazioni toccavano il massimo. Capii di poter attingere a quella stessa forza mentale. I Campionati del mondo juniores erano stati il mio primo Grande Momento, e non ero crollato sotto il peso delle aspettative della Giamai- ca. Mentre rivolgevo il saluto militare ai tifosi ero già una persona diversa, dal punto di vista psicologico. Ero un campione del mondo, ero diventato ‘Lightning Bolt’, il fulmine che illumina il pianeta. Era stata la mia gara migliore. E forse lo è ancora e lo sarà per sempre …”
È infatti ai Mondiali juniores di Kingston che ottiene i suoi primi successi in campo internazionale, mostrando tutto il suo talento sui 200 metri. Dopo aver stabilito nel primo turno il suo nuovo primato personale, con 20”58, in finale conquista la medaglia d’oro con il tempo di 20”61
11 19 luglio 2002; vittoria che fa di Bolt il più giovane campione mondiale juniores di sempre all’età di 16 anni e 200 giorni. Oltre a questo grande risultato individuale, aiuta la squadra giamaicana nelle due staffette, conquistando due argenti e stabilendo i nuovi primati nazionali ju- niores nella 4×100 metri (39”15) e nella 4×400 metri (3’04”06). Il 5 aprile 2003 a Kingston corre i 400 metri in 45”35, tempo che rappresenta la sesta miglior prestazione mondiale di tutti i tempi della categoria allievi ed è anche temporaneo primato mondiale stagionale, in seguito battuto dal sudanese Nagmel- din Ali Abubakr con 45”22. Nello stesso meeting Bolt batte il primato mondiale dei 200 metri della categoria allievi con
20”25 (vento +1,9 m/s), ed il 21 giugno, sempre a Kingston lo manca per soli 3 centesimi di secondo. Ai Campionati del mondo allievi, tenutisi in luglio a Sherbro- oke, vince la medaglia d’oro con il tempo di 20”40, ottenuto con un vento contrario di 1,1 m/s. Successivamente, il 20 luglio a Bridgetown nel corso dei Campionati panamericani, batte un’altra volta il record del mondo con 20”13 in totale assenza di vento.
Sotto la guida del nuovo tecnico Fitz Coleman, Usain Bolt diviene un professionista e, a partire dal 2004, si consacra come uno dei più talentuosi velocisti di sempre. L’11 aprile dello stesso anno stabilisce il nuovo primato mondiale juniores dei 200 metri con il tempo di 19”93, diventando il primo velocista juniores di sempre a correre la distanza in meno di 20 secondi. Un infortunio al tendine del ginocchio lo costringe a rinunciare ai Mondiali juniores che si disputano a Grosseto, ma riesce a recuperare in tempo per partecipare alle Olimpiadi di Atene. Tuttavia, a causa di un nuovo infortunio nella batteria di qualificazione, corre i 200 metri in 21”05 fallendo così il passaggio al turno successivo.
Il 2005 è fondamentale per Bolt. Il nuovo allenatore, Glen Mills, riconoscendo il talento e il futuro roseo di Usain, decide di cambiare l’approccio poco professionale del giamaicano allo sport. La stagione inizia positivamente con la vittoria in 20”03 sui 200 metri ai Campionati CAC di Nassau e con un tempo di 19”99 sui 200 metri segnato al meeting del Crystal Palace di Londra. Sfortunatamente, ai Campionati del mondo del 2005, si infortuna durante la finale dei 200 metri e arriva ultimo con il tempo di 26”27. Tra il 2005 e il 2006 raggiunge i vertici della specialità classificandosi rispettivamente terzo e quarto nella classifica mondiale dell’anno.

Nel 2006, durante il meeting Athletissima di Losanna, ottiene un terzo posto, alle spalle di Xavier Carter e Tyson Gay, registrando il suo primato personale sui 200 metri a 19”88. Si conferma tra i migliori velocisti del momento, chiudendo la stagione con un 3° posto (in 20” 10) alle IMF World Athletics Final di Stoccarda e con un 2° posto (in 19”96) in Coppa del mondo ad Atene.
Durante tutto il 2007 Usain Bolt fa registrare ottimi risultati, vincendo medaglie e soprattutto abbassando in continuazione i suoi primati personali. Comincia a dedicarsi alla distanza dei 100 metri, stabilendo il proprio personale in 10”03 a Rethymno, in Grecia, mentre ai campionati giamaicani fa registrare il nuovo
primato nazionale dei 200 metri con il tempo di 19”75, battendo il record di Don Quante che resisteva da ben trenta- sei anni. A Mondiali di Osaka vince le sue prime medaglie internazionali nella categoria seniores, conquistando l’argento sui 200 metri, con il tempo di 19”91 alle spalle del solo Tyson Gay, e nella staffetta 4×100 metri (con Powell, Anderson e Carter), stabilendo con 37”89 il nuovo primato nazionale della specialità.
Il 3 maggio 2008 realizza la seconda miglior prestazione di sempre sui 100 metri piani: nel corso del meeting Jamaica International di Kingston, Bolt ferma il cronometro sul tempo di 9”76 (vento + 1,8 m/s), a soli due centesimi dal primato mondiale del connazionale Asafa Powell,
stabilito l’anno precedente a Rieti. Il 31 maggio, a New York, nel corso del Ree- bok Grand Prix all’lcahn Stadium stabilisce il primato mondiale dei 100 metri piani correndo in 9”72. La prestazione di Bolt è ancor più considerevole, se si pensa che la gara di New York è solamente la quinta di Bolt sui 100 metri nella categoria seniores. Il 13 luglio, al Grand Prix Tsiklitiria di Atene, corre i 200 metri in 19”67 (vento – 0,5 m/s), tempo che, oltre a rappresentare il nuovo record nazionale giamaicano e il primato mondiale stagionale, lo colloca al quinto posto nella classifica assoluta di ogni tempo. Il 22 luglio, a causa probabilmente di una brutta partenza, nei 100 metri viene battuto per un solo centesimo dal connazionaie Asafa Powell, che vince in 9”88 con vento nullo. Alla luce dei notevoli riscontri cronometrici su 100 e 200 metri, Usain Bolt si presenta da favorito agli imminenti Giochi olimpici di Pechino. Il 16 agosto, nella finale dei 100 metri piani, stabilisce il nuovo primato mondiale con un riscontro cronometrico di 9”69 (arrotondato per eccesso), nonostante rallenti vistosamente la sua corsa, in preda all’esultanza, negli ultimi trenta metri (correndo inoltre gli ultimi passi con la scarpa sinistra slacciata). L’allenatore di Bolt, Glen Mills, successivamente dichiarerà che, considerando la velocità dei primi sessanta metri della finale olimpica, Bolt avrebbe potuto fermare il cronometro sul tempo di 9”52. Archiviata la gara sui 100 metri, Bolt si appresta a prendere parte alla distanza doppia, nella speranza di emulare il duplice oro di Cari Lewis ai Giochi di Los Angeles 1984. Il 20 agosto, domina anche la finale dei 200 metri piani stabilendo il nuovo primato mondiale con 19”30 con vento contrario di quasi un metro al secondo (-0,9 m/s), ritoccando il precedente primato di Michael Johnson di 19”32 ottenuto ai Giochi olimpici di Atlanta 1996 e registrando la massima velocità media con partenza da fermo mai raggiunta da un uomo (36,923 km/h, limite poi superato il 16 agosto 2009 nella finale dei 100 metri piani ai mondiali di Berlino con la media di 37,578 km/h). Il 22 agosto Bolt conclude trionfalmente la sua partecipazione olimpica vincendo l’oro nella 4×100 metri, correndo la terza frazione di una staffetta composta anche dai connazionali Nesta Carter, Michael Frater e Asafa Powell. Con il tempo di 37”10 il quartetto giamaicano stabilisce il nuovo record del mondo, migliorando il precedente primato di ben 30 centesimi di secondo. Il 2 settembre riconferma la sua superiorità sul mezzo giro di pista all’Athletissima di Losanna, chiudendo in
19”63 nonostante lo stesso vento contrario di Pechino (-0,9 m/s) e il rallentamento nel finale, mentre 3 giorni dopo, a Bruxelles corre i 100 metri in 9”77 davanti al connazionale Asafa Powell (9”83) con un vento contrario di 1,3 m/s e su pista bagnata.
Bolt inizia la stagione 2009 correndo i 400 metri in un paio di gare e facendo segnare il tempo di 45”54 a Kingston. Nel mese di aprile viene coinvolto in un incidente d’auto, che gli procura un piccolo infortunio alla gamba da cui tuttavia recupera velocemente. Successivamente prende parte ad una gara sull’insolita distanza dei 150 metri piani (corsi in rettilineo) nella città di Manchester; con 14”35 Bolt realizza il tempo più veloce di sempre sulla distanza, migliorando il 14”75 di Tyson Gay (corso durante la finale dei 200 metri ai Mondiali del 2007) e il 14”8 (manuale) di Pietro Mennea, tempi che rimangono tuttavia le migliori prestazioni
per i 150 metri corsi in curva. Ai campionati nazionali giamaicani, nonostante una condizione non ancora ottimale, vince le prove sui 100 e 200 metri correndo rispettivamente in 9”86 e 20”25, ottenendo così la qualificazione per i Mondiali di Berlino che si sarebbero tenuti nei mesi a venire. Il 2 luglio, durante un’intervista, dichiara di essere in grado di ritoccare i primati dei 100 e 200 metri che già gli appartengono: “Penso di poter andare più forte. Ritengo che arrivare a 9″50 nei 100 metri sia possibile, ci sto lavorando. Ora non sono nella migliore condizione, ma penso che lentamente sarò in grado di rimettermi in forma in vista dei mondiali”. A pochi giorni da queste dichiarazioni, il 7 luglio, durante il meeting internazionale Athletissima di Losanna, Bolt corre i 200 metri in 19”59, quarta miglior prestazione di sempre, ma con quasi un metro di vento contrario e sotto una pioggia torrenziale, oltretutto rallentando vistosamente negli ultimi trenta metri. Il 16 agosto vince la finale dei 100 metri piani dei Mondiali di Berlino con il tempo di 9”58, nuovo primato del mondo, con la media di 2 metri e 44 centimetri ogni passo, superando i 41 km/h di velocità media nei secondi 50 metri e toccando un picco di velocità massima di oltre 44 km/h. Il secondo classificato, lo statunitense Tyson Gay argento in 9”71 (nuovo primato nazionale) è distanziato di ben 13 centesimi, mentre Asafa Powell chiude al terzo posto in 9”84, tempi che assieme a tutte le altre prestazioni determinano la gara più veloce di sempre. Secondo le statistiche sarebbero dovuti passare altri venti anni prima che il suo vecchio primato di 9”69 venisse battuto, mentre Bolt riesce a migliorarlo di undici centesimi in soli dodici mesi, ponendosi come obiettivo futuro la soglia dei 9”40. Il 20 agosto sempre ai Mondiali di Berlino stabilisce il nuovo primato dei 200 metri piani correndo in 19”19 e vincendo la medaglia d’oro anche su questa distanza. In seguito a tale prestazione cronometrica viene presa in considerazione l’ipotesi che Bolt possa scendere sotto i 19 secondi. Il 22 agosto si aggiudica l’oro anche nella staffetta 4×100 con il tempo di 37”32, non battendo il primato del mondo, ma stabilendo comunque il record dei campionati. Dopo i mondiali del 2009 Bolt dichiara di volersi concedere due anni di allenamento sui 400 metri piani per tentare di stabilire il primato mondiale anche su questa distanza. Inoltre afferma di volersi cimentare nel salto in lungo prima della fine della sua carriera: l’attuale primatista Mike Powell aveva sostenuto che potesse essere il primo atleta a superare la soglia dei 9 metri. La stagione 2010 non si rivela all’altezza delle precedenti per Bolt, nonostante i buoni tempi sulle sue tipiche distanze. Esordisce il 25 aprile alla centosedicesi-
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ma edizione delle Penn Relays di Filadelfia, con la staffetta 4×100 metri assieme a Mario Forsythe, Yohan Blake e Marvin Anderson chiudendo in 37”90 (primato stagionale) e realizzando l’ultima frazione in 8”79. Qualche giorno dopo, a Kingston, corre i 200 metri in 19”56, miglior prestazione stagionale, nonché quarta migliore di sempre. Corre la sua prima tappa della Diamond League a Shang- hai, coprendo i 200 metri in 19”76 (vento -0,8 m/s), lontano due decimi dal suo primato stagionale. Il 27 maggio al Golden Spike di Ostrava manca il primato del mondo, appartenente a Michael Johnson con 30”85, sull’inconsueta distanza dei 300 metri correndo i primi 100 metri in 9”70, i 200 metri in 19”80 e concludendo la gara in 30”97, dovendosi accontentare del primato del meeting, che deteneva Jeremy Wariner con 31”72. L’8 luglio, dopo essersi ripreso da un infortunio al tendine di Achille, corre i 100 metri allo Stade Olympique de la Pontaise di Losanna in 9”82 (vento +0,5 m/s), eguagliando il primato mondiale stagionale di Asafa Powell. Qualche giorno dopo conquista un’altra vittoria al Meeting Areva di
Saint-Denis, chiudendo in 9”84 davanti ad Asafa Powell, secondo con 9”91 e Yohan Blake, terzo in 9”95. Arriva anche una sconfitta al DN Galan di Stoccolma, dove il rivale Tyson Gay vince in 9”84, a fronte di un 9”97 del giamaicano, che nei due anni passati non aveva mai perso totalizzando una serie di quattordici vittorie consecutive. Tuttavia, alla fine della gara, dimostra di accettare la sconfitta abbracciando il vincitore. Poco dopo, un infortunio gli impedisce di partecipare ai meeting di Zurigo e Bruxelles, costringendolo a concludere in anticipo la stagione. Rinnova il suo contratto con la nota marca di abbigliamento Puma, con cui è legato sin dal 2002, e diventa l’atleta più pagato nella storia dell’atletica leggera.
Nel mese di gennaio 2011,

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