Morso da ragno violino: Massimo Stara muore a 45 anni

Massimo Stara è morto dopo il morso del ragno violino, uno dei più pericolosi per l’uomo: l’insetto inocula un veleno che “scioglie” i tessuti fra atroci sofferenze

Massimo Stara, 45 enne di Cagliari, è deceduto a seguito di un’agonia durata tre mesi, provocata, molto probabilmente, dal morso del ragno violino.

L’uomo in un’intervista, aveva già associato la sua malattia, grave danneggiamento di fegato, polmoni e muscoli, al morso dell’animale: “Sono stato punto da un ragno violino”, aveva detto, “ho passato momenti difficili e sono stato quattro giorni in coma. Ora spero di potermi riprendere, anche se non sarà facile”.

Le cose sembravano andare per il verso giusto, ma sabato scorso la situazione è irrimediabilmente precipitata e il 47enne è morto. I medici sono ancora scettici circa le cause precise del decesso, ma i familiari non serbano alcun dubbio.

Pare che l’uomo sia stato punto dal velenoso ragno mentre lavorava nei campi di Capoterra alla costruzione della casa dove sarebbe poi andato a vivere con la moglie e i due figli.Il ragno violino appartiene alla famiglia Sicariidae ordine Araneae. Il suo morso può essere fatale e in Europa ha già provocato un morto.

Danni a reni, fegato e polmoni

Tanto dolore per un ragno violino. Massimiliano Stara ha perso la vita per un aracnide che, insieme all’argia, è uno dei più temibili in Sardegna. Essere punti dal ragno violino significa avere alte probabilità di vedersi compromessi reni, fegato e polmoni. Anche gli organi del 45enne sardo erano stati intaccati. Tanti gli sforzi dei medici per strapparlo alla morte ma alla fine Massimiliano non ce l’ha fatta. Ha lasciato amici e parenti. Insieme a quello della vedova nera mediterranea, il morso del ragno violino è veramente insidioso e può costare la vita.

Il ragno violino è facilmente riconoscibile per via della sua fisionomia: ha sei occhi e ha una macchia a forma di violino sul dorso. Il pericoloso aracnide si muove specialmente di notte perché detesta la luce.

Il calvario di Meghan Linsey

C’è chi, come la cantante Meghan Linsey, è sopravvissuto al morso di un ragno violino. L’artista ha vissuto momenti terribili ed ha voluto parlarne sui social e durante un’intervista rilasciata a People: ‘Sono solo contenta di essere ancora viva. Dopo essere stata morsa dal ragno, ogni giorno avevo qualcosa di nuovo. Stavo malissimo nonostante gli antibiotici’. E’ durato tutto nove giorni, poi è iniziata la necrosi del volto. L’aracnide non è solo il più pericoloso in Sardegna ma anche negli Usa. Lo sa bene la Linsey, che ancora ha sul corpo i segni di quella terribile esperienza. La popstar aveva raccontato di aver notato, al risveglio, un ragno morto sulla sua mano destra: probabilmente lo aveva schiacciato nel sonno.

Tra i ragni che rivestono importanza medica in Italia, il Loxo- sceles rufescens – noto anche come ragno violino o ragno eremita – è un piccolo ragno sinantropico, che in caso morda accidentalmente l’uomo inocula enzimi i cui effetti locali e/o sistemici possono essere gravi, avendo una azione necrotica.

“Non dobbiamo creare allarmismi, ma ultimamente la presenza di questo ragno è più diffusa, a causa del cambiamento climatico a cui stiamo assistendo, soprattutto dell’aumento delle temperature in inverno. Se in precedenza il suo habitat naturale erano le zone costiere ora è osservabile in tutte le stagioni anche nelle abitazioni del Nord Italia” – chiarisce a M.D. Franca Davanzo, Direttore del Centro Antiveleni dell’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano, il centro che ha raccolto il maggior numero di casi nel nostro Paese. “Il paziente che si presenta all’attenzione del Mmg con sospette lesioni che abbiano caratteristiche diverse rispetto ai soliti pomfi che si verificano in seguito a morsicature di ragni dovrebbe essere inviato a un centro antiveleni” – raccomanda l’esperta.

Meccanismi
I danni causati dal morso del Loxosceles rufescens sono dovuti a due meccanismi concomitanti. II veleno contiene enzimi in grado di attaccare i tessuti provocandone la necrosi. Inoltre può causare effetti sistemici con febbre, aumento delle dimensioni dei linfonodi, cefalea, tachicardia ed alterazione degli esami di laboratorio.
“Alcuni individui di Loxosceles ospitano però come simbionti particolari germi (Clostridium) in cavità orale, che si sviluppano bene in ambienti privi di ossigeno, e anche da soli, insediandosi su lesioni conseguenti a traumi, possono causare gravi patologie; la loro azione provoca infatti il dissolvimento dei tessuti, il che in questo caso agevola il ragno che deve cibarsene. Quando questi germi vengono inoculati dal morso, trovano nei tessuti necrotizzati dal veleno un ambiente favorevole ove proliferare, aggravando considerevolmente il quadro clinico” – continua Davanzo.

Segni e sintomi
Il suo morso in un primo momento non viene avvertito o provoca un modesto fastidio e viene quindi facilmente sottovalutato.
“Nelle ore successive inizia a comparire una lesione arrossata (colorito dapprima rosso acceso e poi più scuro) con edema che tende ad estendersi, con prurito, bruciore e formicolii, dolore via via sempre più invalidante. La lesione nell’arco delle 48-72 ore successive può diventare necrotica e può ulcerarsi”.

Nei casi più gravi la necrosi può interessare anche estesamente i tessuti profondi, talvolta con compromissione permanente della muscolatura. Le immagini riportate sono rappresentative delle conseguenze del morso in un paziente milanese inviato nell’aprile 2017 dal proprio medico di famiglia al Centro Antiveleni di Niguarda, dove è stato trattato anche con ossigeno-terapia iperbarica con risoluzione del caso.

Se il morso interessa un arto è importate che sia in posizione di riposo, in elevazione per favorire il drenaggio dell’edema. È importante lavare la zona con abbondate abbondante acqua e sapone di Marsiglia eventualmente disinfettare (ipoclorito di sodio diluito allo 0,05% – amuchina). Oltre a sterilizzazione dell’ambiente, antibioticoterapia e antistaminici, la camera iperbarica agisce molto rapidamente e favorisce la guarigione in tempi relativamente brevi.

Loxosceles rufescens, il cosiddetto “ragno violino o ragno eremita”

Si tratta di un ragno di colore marrone-giallastro con lunghe zampe, il corpo può raggiungere dimensioni di 7 mm (nel maschio) 9 mm (nella femmina). Spesso sul cefalotorace è presente una macchia scura a forma di violino col manico che si estende verso l’addome, caratteristica da cui deriva il nome comune del ragno. La sua zona nativa copre il bacino del Mediterraneo e il vicino Oriente. La specie è da considerarsi cosmopolita essendosi praticamente diffusa in tutto il mondo tramite trasporto passivo (merci). In Italia era presente principalmente nell’area mediterranea, ma il Loxosceles rufescens, nonostante costruisca una tela, caccia attivamente nelle ore notturne, quindi è facile ritrovarlo in casa nei pressi delle abitazioni, oggi anche nell’Italia settentrionale. Questo aumenta la probabilità di essere morsi, soprattutto da ragni di sesso maschile. Di giorno rimane rintanato in anfratti e fessure; nelle abitazioni può trovare riparo dietro a mobili, battiscopa, sotto scatole di cartone o anche all’interno di guanti, calzature, tra la biancheria soprattutto in bagno, in solai e scantinati, ecc. Unica prevenzione è la pulizia accurata degli ambienti.

Infobox per i pazienti

• Evitare di maneggiare gli animali a mani nude
• Indossare guanti e calzature idonee in caso di attività a rischio (pulizie, rimozione di ragnatele, contatto con legna tagliata, giardinaggio, manipolazione di vecchie scatole, ecc.).
• Non sono utilizzabili antiparassitari o tecniche di disinfestazione specifiche in quanto questi animali non sono infestanti, la loro rimozione si effettua con cattura diretta. Per la pulizia dell’ambiente è meglio utilizzare l’aspirapolvere soprattutto negli angoli e lungo i battiscopa
e nelle zone oscure (ricordiamo che è un animale che ama l’oscurità e si muove di notte)
Cosa fare in caso di sospetto morso
1. Lavare abbondantemente con acqua, meglio se calda
2. Privilegiare la disinfezione della zona con la soluzione diluita di ipoclorito di sodio allo 0,05%
3. Cercare di catturare l’animale e, anche se ucciso, conservarlo; l’identificazione è spesso possibile anche se il ragno risulta malamente danneggiato (schiacciamento, perdita
di zampe), dato che nel Loxosceles rufescens gli occhi sono 6, disposti sul cefalotorace in tre coppie: una mediale e due laterali (tutti gli altri ragni ne hanno normalmente 8)
4. Telefonare al Centro Antiveleni
5. Se possibile effettuare una foto ed inviarla via sms o per mail, facendo sì, per quanto possibile, che la parte anteriore del corpo dove si trovano gli occhi sia ben visibile.
Il ragno sarà sottoposto ad identificazione anche da parte degli esperti aracnologi dei Musei di Storia Naturale di Milano e di Bergamo, con cui il Centro Antiveleni è sempre in contatto.

Gli artropodi, principalmente insetti e aracnidi, rappresentano una fonte lesiva e allergizzante non indifferente anche in Italia, paese che può vantare un banale numero di specie con caratteristiche tossicologiche importanti sotto il profilo medico-urgentistico; a differenza di paesi quali le Americhe o l’Africa (compresa la parte magrebina) dove sono presenti specie autoctone altamente tossiche la cui puntura rappresenta un’esposizione pericolosa quad vitam.

Il consulto medico, sia esso presso i Dipartimenti di Emergenza ospedalieri o presso gli ambulatori dei medici di medicina generale, presenta una stagionalità molto marcata che si concretizza essenzialmente con i mesi primaverili ed estivi (aprile-settembre) compatibilmente con l’attività degli artropodi. Almeno ad oggi, in Italia, gli acuti artropodo-correlati che hanno un carattere di emergenza-urgenza sono pochi e per lo più riconducibili a reazioni di ipersensibilità di tipo I, mentre nella maggior parte dei casi si tratta più nello specifico di lesioni fastidiose e localizzate.

L’articolo ha lo scopo di riassumere brevemente le specie di insetti e aracnidi che con maggior frequenza sono oggetto di consulto medico sul territorio nazionale e di fornire un aiuto nel percorso diagnostico e terapeutico, soffermandosi in modo particolare sulla valenza dell’educazione sanitaria che in molti acuti imputabili ad artropodi può molto nell’impedire il ripetersi dell’evento.

L’entomologia medica in Italia rappresenta una branca delle scienze entomologiche particolarmente negletta che anche presso i corsi di laurea in medicina trova poco spazio. Ciò nonostante gli accessi DEA e le richieste presso gli ambulatori dei medici di medicina generale per incidenti correlati o correlabili a insetti o aracnidi, in particolare nei mesi estivi, non mancano mai anche nel nostro “bel paese”, che ha il pregio di non avere specie animali particolarmente pericolose.

Sia presso i DEA che presso i medici di base gli incidenti da artropodi pongono molte volte dei formidabili quesiti diagnostici, terapeutici ed educativi (educazione sanitaria) in quanto sussistono svariate difficoltà, quali: 1) identificazione corretta dell’agente lesivo; 2) formulazione di una corretta
anamnesi eziologica orientata anche alla diagnosi differenziale; 3) appropriatezza dell’intervento terapeutico a causa dello scarso aggiornamento in materia.
Gli eventi clinicamente significativi provocati dall’interazione con gli artropodi sono essenzialmente:
• lesioni cutanee di tipo meccanico (dovute perlopiù a punture a cui non fa seguito alcuna inoculazione di sostanze farmacologicamente attive);
• reazioni infiammatorie locali (pompa);
• reazioni tossiche (avvelenamenti) e tossico-irritative (urticazioni, reazioni tossiche locali ecc.);
• reazioni immunomediate di tipo I (orticaria, ana- filassi sistemica o localizzata, rinite allergica ecc.);
• parassitosi (miasi, scabbia, ecc.);
• trasmissione di agenti patogeni sia direttamente per inoculazione sia indirettamente in seguito a soluzione di continuo.

Ne consegue, quindi, che i quadri patologici elencati in precedenza derivino dalle seguenti attività degli artropodi sull’uomo:
• inoculazione di sostanze farmacologicamente attive, che vengono rilasciate nel momento dell’atto trofico e hanno il compito, ad esempio, di rendere maggiormente agevole il pasto ematico (tipico degli ectoparassiti ematofagi temporanei o permanenti) o come risposta difensiva a una provocazione (tipico degli insetti aculeati, scorpioni e ragni);
• inoculazione o dispersione aerogena di sostanze allergizzanti;
• inoculazione di agenti patogeni (virus, batteri, elminti e protozoi);
• attività parassitaria (distrizione tissutale).
Da come si evince facilmente, le lesioni da artropodi causano un danno a patogenesi molto complessa, ove avviene, ad esempio in una puntura di vespa, in cui alla reazione tossica locale può sovrapporsi un’infezione locale (cellulite) causata della penetrazione indiretta di agenti patogenesi; nel soggetto allergico subentrano poi reazioni immunitarie che possono peggiorare il quadro clinico.

Lordine degli imenotteri annovera molte specie potenzialmente lesive per l’uomo, ma quelle più importanti sono essenzialmente le seguenti:
• Apis mellifera, volgarmente nota come ape da miele, si riscontra facilmente in primavera e in estate un po’ ovunque vi siano infiorescenze. Il suo secreto tossico inoculato attraverso un pungiglione è composto da 25-30 sostanze con peso molecolare molto vario. Molto importante è la presenza di apamina e melittina; quest’ultima, a spiccata attività citotossica, rappresenta il 50% del peso secco del veleno;
• Vespula spp., Polistes gallicus, volgarmente note come vespe cartonaie, vivono, a differenza delle api, in colonie monoginiche annue e l’inverno viene quindi superato dalle sole femmine feconde (regine) che l’anno successivo hanno il compito di fondare le nuove colonie. Questi insetti si nutrono di liquidi zuccherini, ma catturano anche altri insetti e raccolgono la carne e il pesce dai piatti dei campeggiatori, in quanto l’alimentazione delle larve si basa su cibi altamente proteici. Nel veleno di questi insetti manca sia l’apamina sia la melittina, mentre si trovano numerose sostanze allergizzanti che costituiscono quasi un quarto del peso secco del veleno;

• Vespa crabro, volgarmente nota come calabrone, è l’imenottero più temuto in Italia per le sue grosse dimensioni e per le dolorose punture che può infliggere. Questa specie ha una biologia affine alle vespe, anche se può essere attiva anche nelle ore crepuscolari e notturne. Il veleno, come quello delle vespe, è particolarmente ricco di allergeni e, in particolare tra questi l’antigene  sembra essere, coinvolto nelle principali manifestazioni allergiche di soggetti predisposti.
Specie di imenotteri di minor interesse medico sono Xylocopa violacea (ape legnaiuola) e Bombus spp. (bombi), anche se quest’ ultimo genere sta assumendo un ruolo sanitario via via più importante considerato che viene impiegato sempre magior- mente come impollinatore in agricoltura.
Le lesioni indotte da questi insetti sono essenzialmente dovute alla penetrazione del pungiglione nello spessore cutaneo seguita dalla simultanea inoculazione di sostanze tossiche, che nel soggetto normale determinano l’insorgenza di una reazione flogistica locale caratterizza da edema, eritema, ipertermia e prurito. Nei soggetti precedentemente sensibilizzati (quindi predisposti all’allergia) possono insorgere reazioni anafilattiche locali (LLR) o sistemiche.
In tutti i casi, indistintamente dalla sensibilizzazione allergica, sono sempre particolarmente importanti le seguenti localizzazione delle punture:
• al volto, in prossimità degli occhi;
• sulle mucose orali;
• nelle alte vie respiratorie (tratto orofaringeo);
• punture multiple (> 40-50, riferito ad api e vespe, nell’adulto).
Il trattamento farmacologico varia in base alla clinico e, comunque, deve sempre essere attuato prontamente, nei casi di anafilassi sistemica con coinvolgimento di almeno due apparati, con adre- nalina3 e, nelle punture a rischio elencate in precedenza, con corticosteroidi e antistaminici.
Le punture nel cavo orale richiedono una cura particolare in quanto anche un edema banale può compromettere la fisiologica funzionalità respiratoria; maggiore attenzione va poi posta ai soggetti in età pediatrica, nei quali il ridotto calibro tracheale può richiedere l’intubazione orotracheale preventiva.
Fra le lesioni indotte da questa classe di insetti, oltre all’anafilassi e alle punture multiple, è ancora necessario ricordare l’artropatia da punture di imenotteri, che si manifesta come un’artrite in forma acuta o in forma ritardata, elettivamente successi va a punture d’ape. Le sedi generalmente più interessate sono le articolazioni della mano e del polso. Il trattamento delle forme articolari, una volta accertata con sicurezza la fonte scatenante, consiste nell’infiltrazioni di steroidi.

Ragni

I ragni da sempre incutono nella popolazione un certo timore tanto da essere responsabili di crisi fobica specifica (aracnofobia).
Dal punto di vista lesivo, tutti i ragni, col morso possono determinare delle lesioni dovute con conseguente inoculare di secreti tossici che esprimono una vaiabile capacità necrotica locale o tossica sistemica. Al morso di ragno si può essere esposti un po’ ovunque, e in particolare fra le erbe alte, ma anche nelle abitazioni.
Fra le specie di interesse medico è necessario ricordare:
• Araneusdiadematuse Argiopespp., in seguito al loro morso si forma una piccola lesione ulcerativa (circa 1 cm di diametro) associata a dolore locale;
• Cheiracanthium punctorium, determina nell’uomo una puntura molto dolorosa associata a edema e, talvolta, a parestesia locale; in sede di morso può formarsi una lesione necrotica. Ea semeiotica e la sintomatologia possono essere affini al morso di Segestria fiorentina;

• Steatoda spp. è un genere di ragni che quando punge l’uomo può determinare un avvelenamento sistemico, con una clinica affine al latrodectismo di basso grado di gravità;
• Latrodectus tredecimguttatus, specie congenerica della vedova nera americana (Latrodectus mactans). Eavvelenamento è dovuto all’inoculazione di una miscela di sostanze tossiche, tra cui spicca una neurotossina specifica (alfa-latrotossina) attiva sui mammiferi. Il veleno agisce a livello sinaptico legandosi a recettori proteici specifici della membrana ove causa l’apertura di canali non-specifici per i cationi, con un conseguente ingresso di ioni Ca++, rilascio indiscriminato di acetilcolina ed eccessiva stimolazione della placca terminale motoria. In dettaglio, è necessario ancora ricordare l’azione dell’alfa-latrotossina a carico delle vescicole sinaptiche, le quali vengono distrutte (esaurite)20. La sintomatologia indotta dall’avvelenamento (latro- dectismo) è essenzialmente di tipo neurologico e può essere suddivisa in vari gradi di gravità riportati.

• Loxosceles rufescens, o ragno violino, è una specie che si può incontrare anche all’interno delle abitazioni. Il veleno inoculato contiene diverse sostanze citotossiche tra cui la sfingomielinasi D, responsabile del danno tessutale e dell’emolisi22. Il danno locale, in genere, si esprime inizialmente come una lesione a “occhio di toro” che evolve in poche decine di ore in un’ulcerazione più o meno profonda ed estesa, dalla guarigione molto lenta20,21. Inoltre, può svilupparsi una sindrome sistemica (loxoscelismo viscerale) che esordisce indipendentemente dal quadro dermonecrotico e si esprime con emolisi e ittero, in associazione a febbre e artralgia. Nella sindrome sistemica la morte sopraggiunge per CID, insufficienza renale o arresto cardiocircolatorio;
• specie esotiche, allevatori senza scrupoli possono introdurre sul territorio nazionale specie estranee alla fauna autoctona, con pericoli per la salute pubblica e dell’allevatore in caso di morso. Particolarmente allevati sono i migalomorfi del Nuovo Mondo, che hanno la peculiarità, se minacciati, di scagliare contro il presunto predatore particolari peli, dislocati sull’opistosoma, dotati di barbule laterali. Questi peli riescono a penetrare facilmente nella cute, negli occhi e nelle mucose, dove possono causare fenomeni irritativi da corpo estraneo.

Il trattamento medico delle lesioni da ragno varia, naturalmente, sulla base della specie lesiva; generalmente le lesioni necrotiche locali benigne (ad es., Araneus, Cheiracanthium, Segestria ecc.) richiedono una semplice disinfezione (ammonio quaternario e non disinfettanti iodiorganici), l’applicazione di pomate cicatrizzanti e il trattamento antibiotico preventivo per os (ad es., chinolonici).
Nel caso di lesioni necrotiche da Loxosceles è necessario intraprendere rapidamente l’applicazione di impacchi freddi, la somministrazione di steroidi ev ed eseguire lo screening ematico. In ogni caso, il soggetto deve essere mantenuto in osservazione per 812 ore per poi essere, se non compaiono alterazioni sistemiche o complicazioni locali, rinviato a domicilio previa educazione ed essere rivisto dopo 48 ore. Le lesioni necrotiche devono essere protette da infezioni e, in alcuni casi (necrosi molto estesa), può essere valutata la somministrazione di dapsone come inibitore dei leucociti PMN; l’infiltrazione locale di steroidi può aiutare nel controllo del quadro infiammatorio locale facilitando la gestione della dermo- necrosi. In alcuni casi è stato anche necessario il trapianto autologo di cute.
Per quanto riguarda l’avvelenamento da Latrodectus, la terapia varia in base all’intensità del quadro clinico. Nei soggetti con storia di puntura certa ma asintomatici è sufficiente l’osservazione per 6-8 ore. Per i casi di minor intensità è sufficiente il controllo del dolore e la somministrazione di steroidi; è importante, comunque, non dimettere il soggetto prima di 24-48 ore.
Nei casi di maggior gravità, con spasmi muscolari, è necessario effettuare il controllo del dolore con oppiacei maggiori in associazione alla somministrazione di gluconato di calcio (10%) per il controllo delle contratture muscolari. Sempre per il controllo degli spasmi può anche essere somministrato metocarbamolo, in associazione al calcio. Vanno poi naturalmente corrette le alterazioni ematochimiche e, se compromesse vanno supportate le funzioni vitali. Nei casi particolarmente gravi, nei soggetti più a rischio (bambini o anziani) o nei casi refrattari alle terapie convenzionali, può essere somministrata l’antitossina specifica (Antivenin Latrodectus mactans).
Per quanto riguarda l’avvelenamento da Steatoda, è necessario procedere come per Latrodectus, ricordando che nei casi gravi può essere utilizzata la medesima antitossina.
In tutti casi di morso di ragno è, infine, necessario valutare lo stato di immunizzazione antitetanica.

In Italia sono presenti oltre 1600 specie di ragni. Si tratta essenzialmente di predatori generalisti che si nutrono di altri artropodi (insetti, ragni, miriapodi, acari ecc.) che catturano per mezzo di trappole costruite con la seta o con caccia diretta. Le prede sono di norma immobilizzate e morse iniettando un veleno che le uccide e avvia un processo di parziale digestione dei tessuti. L’uomo non rientra nelle potenziali prede di questi animali che tendono a rintanarsi nei loro ripari o a fuggire quando disturbati. La morsicatura dell’uomo è dunque un fatto accidentale che avviene quando il ragno è inavvertitamente toccato o schiacciato. Nella maggior parte dei casi le conseguenze del morso si risolvono in tempi relativamente brevi senza esiti, tuttavia quello di alcune specie può avere conseguenze di rilevanza medica.
Come proteggersi?
– Evitare di maneggiare gli animali a mani nude.
– Indossare guanti e calzature idonee in caso di attività a rischio (contatto con legna tagliata, lavori di giardinaggio, manipolazione di vecchie scatole, rimozione di ragnatele, ecc.).
– Per i ragni non sono utilizzabili antiparassitari o tecniche di disinfestazione specifiche in quanto questi animali non sono infestanti, la loro rimozione si effettua con cattura diretta o tramite aspirazione con elettrodomestici di uso comune.
Cosa fare in caso di sospetto morso?
Il morso del ragno non deve mai essere sottovalutato.
– Evitare di manipolare o incidere il sito del morso.
– Lavare accuratamente con acqua e sapone, non utilizzare disinfettanti aggressivi, ma amuchina diluita.
– Prestare attenzione alla comparsa di sintomi anche se inizialmente la morsicatura non è stata avvertita.
– Consultare un medico se essa si presenta dolente, arrossata, calda, di consistenza aumentata, circondata da un alone pallido o violaceo; se compaiono prurito, alterazioni della sensibilità, lesione crostosa scura, nausea, vomito o febbre.
– Contattare un Centro Antiveleni (Milano: 02 66 1010 29)
– Se è possibile catturare il ragno e,conservarlo in un barattolo chiuso, portarlo in Pronto Soccorso per il riconoscimento. Anche se schiacciato può essere identificato.
– Documentare la lesione con fotografie seriate per monitorarne l’evoluzione.

Ragno violino o Ragno eremita (Loxosceles rufescens)
Si tratta di un ragno di colore marrone-giallastro con lunghe zampe, il corpo può raggiungere dimensioni di 7 mm (nel maschio) 9 mm (nella femmina). Di origine mediterranea la specie è da considerarsi cosmopolita essendosi praticamente diffusa in tutto il mondo tramite trasporto passivo. In Italia è presente principalmente nell’area mediterranea dove si rinviene in ambienti poco frequentati, aridi sotto le pietre e nelle fessure delle rocce. Spesso si trova anche in abitazioni e fabbricati. In Italia settentrionale è presente quasi esclusivamente nelle abitazioni. E’ un ragno notturno che di giorno rimane rintanato in anfratti e fessure; nelle abitazioni può trovare riparo dietro a mobili, battiscopa, sotto scatole di cartone o anche all’interno di guanti, calzature, tra la biancheria soprattutto in bagno, in solai e scantinati ecc.
Caratteristiche del morso: inizialmente esso è indolore e l’area interessata non presenta alterazioni; nelle ore successive inizia a comparire una lesione arrossata con prurito, bruciore e formicolii, nell’arco delle 48-72 ore successive, può diventare necrotica e può ulcerarsi. Oltre all’iniezione del veleno, il morso può veicolare nei tessuti batteri anaerobi che, sviluppandosi, complicano il decorso della lesione con possibili fasciti necrotizzanti progressive. Nei casi più gravi oltre a febbre, rash cutaneo, ecchimosi, possono presentarsi danni ai muscoli, ai reni ed emorragie.

Ragno dal sacco giallo (Cheiracanthium punctorium)
Specie a diffusione centroasiatica-europea è presente praticamente in tutta Italia dove lo si può trovare tra le erbe e i cespugli in ambienti aperti e ben soleggiati. Raramente è presente nelle abitazioni dove si può introdurre accidentalmente. Il corpo può raggiungere i 15 mm di lunghezza. Anteriormente è di colore marrone mentre l’addome è giallo-verdastro con una macchia scura lanceolata dorsalmente. Durante il giorno rimane nascosto in una tana sericea a forma di sacco che costruisce tra la vegetazione.
Caratteristiche del morso: esso provoca un dolore intenso di tip o urente quasi immediatamente dopo l’evento che si accompagna a intenso prurito. Successivamente localmente si manifesta diminuzione della sensibilità, gonfiore, ma raramente la necrosi. In casi gravi possono comparire sintomi sistemici quali malessere, nausea, febbre, cefalea e vertigini. I sintomi sistemici solitamente regrediscono in 24-48 ore, mentre quelli locali in qualche giorno.

Malmignatta o Falangio di Volterra (Latrodectus tredecimguttatus)
Specie diffusa dal Mediterraneo alla Cina, nel nostro Paese è presente nelle regioni mediterranee. Il L. tredecimguttatus è riconoscibile per la presenza dei caratteristici punti rossi sul dorso nero, la femmina ha un corpo lungo 7-15 mm mentre il maschio è nettamente più piccolo (4-7 mm). Produce ragnatele di forma irregolare tra la bassa vegetazione in ambienti aridi, dune ed aree ruderali scarsamente frequentate. Solitamente non si annida all’interno delle abitazioni.
Caratteristiche del morso: molto spesso esso non viene immediatamente avvertito; successivamente compare una piccola chiazza di mezzo centimetro rossa. A distanza di qualche ora la lesione può arrivare a misurare 5 cm di diametro: appare dolente e pallida, circondata da un anello rosso-bluastro. Può essere compromessa la sensibilità. Meno frequentemente, ma nei casi gravi, è possibile la comparsa di rash cutaneo, febbre elevata, rigidità muscolare, sudorazione, shock, aritmie cardiache, crisi ipertensive, dolore ai linfonodi e alle articolazioni, difficoltà respiratoria e danno epatico. Il veleno, avendo lo scopo di immobilizzare la preda, contiene una neurotossina che provoca paralisi.

I ragni delle abitazioni: gli ospiti a otto zampe delle nostre case.

Considerata la grandissima adattabilità ecologica dei ragni, un ordine di aracnidi che ha conquistato praticamente ogni tipologia di habitat nel mondo naturale, non sorprende il fatto che molte specie prosperino abitualmente negli ambienti antropici e nelle nostre case. Si tratta per la maggior parte di specie che, ancestralmente, prediligevano habitat rocciosi, cortecce degli alberi, grotte e caverne ma che sono al giorno d’oggi più comuni e diffuse all’interno o in prossimità di edifici e abitazioni: il riparo dagli agenti atmosferici e la scarsità di predatori quali rettili e uccelli, li rende infatti ambienti ospitali e idonei per numerose specie

L’elenco seguente riporta i generi e le specie di ragni più diffusi nelle nostre abitazioni, suddivisi per famiglie. Sono state volutamente escluse tutte quelle specie che entrano accidentalmente e temporaneamente nelle case dall’esterno, focalizzando invece l’attenzione sui ragni più comuni e noti che si sviluppano e riproducono abitualmente negli edifici. Oltre a una breve descrizione, alle dimensioni riferite al corpo (zampe escluse quindi) e a indicazioni di natura etologica, verranno proposte per ognuno delle foto esplicative.

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Agelenidae: ragni robusti e di medie-grandi dimensioni, le specie casalinghe più note di questa famiglia appartengono al genere Tegenaria. I ragni di tale genere costruiscono, negli angoli bui e umidi di case e cantine, tele a lenzuolo di forma generalmente triangolare che si diramano da un rifugio tubolare. Solitamente è facile rinvenire le femmine mentre stazionano nelle loro tane e i maschi adulti erranti in casa alla ricerca di una femmina. La visione di questi ragni può suscitare meraviglia se non timore date le grandi dimensioni. Tra le varie specie italiane, la più grande è Tegenaria parietina che può raggiungere i 20 mm di corpo nelle femmine e superare i 10 cm di apertura zampe nei maschi adulti. Nonostante l’aspetto poco rassicurante e la taglia ragguardevole, sono ragni del tutto innocui per l’uomo.

Agelenidae-tegenariaarzachenamodAgelenidae -Tegenaria parietina3

Pholcidae: questa famiglia si colloca in prima posizione come varietà di generi presenti nelle case italiane. Ben tre specie appartenenti a tre generi diversi sono piuttosto comuni all’interno di abitazioni e cantine. Tutte le specie appartenenti a questa famiglia sono assolutamente innocue per l’uomo e costruiscono tele irregolari e disordinate sulle quali si muovono con agilità grazie alle loro zampe estremamente lunghe e sottili.

Pholcus phalangioides: misura circa 1 cm, ed è una specie molto frequente nelle abitazioni e negli edifici. Probabilmente è il ragno sinantropo piu comune in Europa. E’ caratterizzato da un’uniforme colorazione grigio-marroncina e dall’assenza di evidenti disegni sull’addome. Predilige ambienti bui, umidi e tranquilli come bagni e cantine, dove costruisce la sua tela negli angoli delle pareti e sui soffitti.

Pholcidae - Pholcus phalangioides2Pholcidae - Pholcus phalangioides

Holocnemus pluchei: simile alla specie precedente per dimensioni e morfologia, ne differisce per l’addome vistosamente segnato sia da disegni geometrici chiari dorsali che da un’ evidente banda nera ventrale. Predilige ambienti più luminosi e asciutti ed è più frequente nei pressi delle finestre e delle verande. Non è comunque raro che condivida alcune tipologie di ambienti con Pholcus phalangioides.
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Spermophora senoculata: ragno piccolo (3-4 mm), chiaro e poco appariscente, presenta un’addome globoso e non allungato come nelle specie precedenti. Ama ambienti bui e tranquilli ed è rinvenibile sotto i mobili, tra gli oggetti in stanzini e rimesse o sui soffitti di ambienti poco frequentati.

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TheridiidaeSteatoda è certamente il genere di questa famiglia più noto e comune nelle nostre case: dall’aspetto inconfondibile grazie all’addome rotondeggiante e globoso, questi ragni costruiscono una tipica tela irregolare e disordinata negli angoli di casa e dietro i mobili. Nonostante nella stessa famiglia esistano specie dal veleno molto attivo (appartenenti al genere Latrodectus), tutte le Steatoda diffuse nelle abitazioni italiane non possono essere considerate un pericolo per l’uomo.

Steatoda grossa (7-10 mm di corpo) ha dimensioni maggiori rispetto S. triangulosa (4-5 mm di corpo) ed ambedue possiedono una colorazione di base che può variare dal rossiccio al nero, anche se generalmente S. grossa mantiene una colorazione più scura.
Entrambe le specie presentano delle macchie chiare di forma triangolare sull’addome, le quali risultano più numerose in S. triangulosa; quest’ultima presenta inoltre le zampe annulate in modo marcato e riconoscibile.

Steatoda triangulosa
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Steatoda grossa
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Sicariidae: l’unica specie di questa famiglia segnalata con certezza in Italia è Loxosceles rufescens. Di dimensioni poco inferiori al centimetro, è un ragno tipicamente sinantropico, xerofilo e termofilo che, per quanto riguarda il nord Italia è in pratica presente solo all’interno delle abitazioni asciutte e riscaldate. E’ specie piuttosto schiva, difficilmente osservabile di giorno se non al riparo dietro mobili, quadri e angoli bui e poco frequentati delle case. Non è però difficile sorprenderlo in piena notte, soprattutto nel periodo estivo, mentre gironzola su pavimenti e muri. E’ una delle poche specie italiane il cui morso può essere di rilevanza medica, va perciò prestata la dovuta attenzione nel caso lo si rinvenga nella propria abitazione: non è aggressivo ma può rifugiarsi tra scarpe e vestiti (specialmente se “dimenticati” da molto tempo in qualche angolo buio di casa) e, se schiacciato o maneggiato maldestramente, mordere con esiti spiacevoli. A tal proposito si rimanda all’articolo di questo sito sui ragni italiani di rilevanza medica

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Scytodidae: solo il genere Scytodes è diffuso in Italia e tutte le specie di questo genere si rinvengono anche nelle case. Sono ragni tipici per il prosoma voluminoso ed elevato contenente due grosse ghiandole atte a produrre una sostanza collosa utilizzata per catturare le prede. Noti infatti come ragni sputatori; hanno abitudini prettamente notturne ed è facile scorgerli in tarda sera o di notte mentre si sporgono da battiscopa, crepe o fenditure nei muri in attesa di una preda. La specie italiana più nota e diffusa è Scytodes thoracica, grande 4-6 mm, dall’inconfondibile colorazione a macchie e dalle zampe annulate di nero. Per il loro veleno poco attivo e le piccole dimensioni risultano assolutamente innocui per l’uomo.

Scytodidae - Scytodes thoracica2.Scytodidae-Scytodes thoracica6

Oecobiidae: alcune specie del genere Oecobius sono rinvenibili sui battiscopa, negli angoli e sui muri di casa dove costruiscono una piccola tela ovoidale. Caratteristica è la loro postura a “stella” e la grandissima rapidità con cui si spostano per cacciare o rifugiarsi in luoghi sicuri. Anche la tecnica di caccia è peculiare: Oecobius riesce a catturare anche prede di ragguardevoli dimensioni correndogli intorno e cospargendole di tela fino a immobilizzarle. Solo dopo si getterà sul pasto per consumarlo. Date le ridottissime dimensioni ( 2-3 mm) non sono appariscenti e generalmente passano inosservati.

Oecobiidae - Oecobius navus Blackwall, 1859 #6 (Male)Oecobiidae - Oecobius navus #4 (Male) (1)

Zoropsidae: il genere Zoropsis è piuttosto frequente nelle case, specialmente quelle di campagna, ed è rappresentato da specie molto vistose, di taglia medio/grande (13-17 mm) e dai costumi marcatamente arboricoli e notturni. Questa condizione ancestrale si manifesta nell’abilità che hanno di scalare le pareti lisce e nella spiccata predilezioni per soffitti, finestre, persiane, muri e altri luoghi riparati posti a una certa distanza dal suolo. Con i loro grandi cheliceri possono facilmente perforare la pelle umana e, se disturbati, non esiteranno a mostrarsi mordaci a differenza degli altri ragni italiani. Non si tratta però di ragni pericolosi per l’uomo visto che il loro veleno è scarsamente attivo.

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Segestriidae: rari nelle case ma frequenti in cantine e legnaie, la specie più frequente e appariscente di questa famiglia è Segestria florentina. Trattasi di un ragno grande (il corpo della femmina può superare i 2 cm), dalla colorazione scura, spesso interamente nera, e dalla forma affusolata. E’ facile riconoscerlo per la tipica postura delle zampe, le prime tre paia delle quali orientate frontalmente, e per i cheliceri che possono presentare riflessi metallici (verdi o violacei). Costruisce una tipica tela tubolare nelle cavità di legname o muri, dalla quale si dirama una raggiera di lunghi fili di seta bianca. Nonostante le dimensioni, non si tratta di una specie pericolosa: il morso può risultare doloroso ma ciò è perlopiù dovuto all’azione meccanica dei grandi cheliceri di cui è dotata.

Segestridae - Segestria florentina2Segestriidae - Segestria florentina

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Da quanto detto, e in risposta alle numerose domande che ci pervengono sulla pericolosità delle specie di ragni presenti nelle case, è importante sottolineare che l’unica specie sinantropica pericolosa sul territorio italiano è Loxosceles rufescens. La presenza nelle case di predatori quali i ragni si rivela essere molto utile nel limitare il prosperare di insetti fastidiosi e infestanti: sebbene questi animali possano destare paura nelle persone aracnofobiche, non c’è in realtà alcun vero motivo razionale per temerli o ucciderli. Il rinvenimento di dense popolazioni di ragni è una possibilità piuttosto remota e dovuta o a molti esemplari entrati accidentalmente dall’esterno o alla disponibilità in casa di una gran quantità di prede e rifugi: basterà in tal caso limitare le popolazioni degli insetti dei quali i ragni stessi si nutrono per diminuire sensibilmente la presenza dei ragni.

Tutti i ragni (eccetto le specie appartenenti alla famiglia degli Uloboridae) sono provvisti di ghiandole velenifere e, col loro morso, possono determinare fenomeni patologici che vanno sotto ii nome di “araneismo”. Tuttavia solo in pochi casi essi costituiscono un pericolo per l’uomo: si calcola che meno di 50 specie (su oltre 35.000 conosciute) sono in grado di provocare sindromi clinicamente significative (Foelix, 1996), mentre ulteriori 2 – 300 possono causare effetti locali non molto più importanti di una puntura di vespa .
In generale, i danni provocati da ragni ad esseri umani sono numericamente assai meno frequenti di quelli dovuti a vespe, api o calabroni.
Abitualmente i ragni, se minacciati, tendono a fuggire ma si conoscono alcune eccezioni: ne è un esempio Atrax robustus (Cambridge, 1877), ragno australiano appartenente alla famiglia degli Hexathelidae, il cui maschio è estremamente aggressivo e attacca furiosamente tutto quello che vede muoversi. I suoi cheliceri possono perforare l’unghia di un dito umano: una volta che esse siano conficcate, risulta difficile estrarle. La ferita è dolorosa, sia per la profondità sia per il pH acido del veleno. Si sviluppano effetti sistemici generalizzati, fino al coma, con vomito, spasmi muscolari, edema polmonare, paralisi dei centri respiratori ed arresto cardiaco: si conoscono almeno una dozzina di casi mortali provocati da A. robustus.
Ugualmente aggressive sono alcune specie appartenenti alla famiglia degli Ctenidae, ragni presenti in vari paesi tropicali (Africa, America meridionale, ecc.) e dotati di un veleno assai potente.
Nei ragni, il veleno viene prodotto da un paio di ghiandole specializzate, originate dall’ectoderma e situate nel cefalotorace. Ogni ghiandola è costituita da una parte allungata, cilindrica e da un dotto che termina all’apice dell’estremità dei cheliceri. Un robusto strato di muscoli striati, avvolge a spirale il corpo delle ghiandole: contraendosi, esso serve ad espellere velocemente il veleno ed è dotato di innervazione propria. Anche l’epitelio ghiandolare ha una propria innervazione, verosimilmente per regolare, o stimolare, la produzione di veleno (Foelix, 1996).
Nei ragni più primitivi (Ortognati o Migalomorfi) queste ghiandole sono piuttosto piccole e sono sistemate all’Interno dei cheliceri. Nella gran parte dei ragni più comuni e diffusi (Labidognati o Araneomorfi) esse sono relativamente grandi e possono estendersi ben aH’interno del cefalotorace: in qualche caso estremo (ad esempio nel genere Filistata) addirittura suddivise in lobuli.
La più strana specializzazione delle ghiandole velenifere si trova nel genere Scitodes, nel quale sono costituite da una parte anteriore, che produce veleno, e una posteriore che produce una sostanza collosa. Il ragno proietta tali prodotti, miscelati, sulla preda che così si trova immobilizzata contro il suolo, ancor prima di subire l’azione del veleno.
I veleni dei ragni sono miscele complesse contenenti proteine e polipeptidi di vario peso molecolare, amine biogene, enzimi proteolitici, aminoacidi, ecc. Il loro effetto può essere prevalentemente neurotossico, oppure citotossico-necrotizzante o, più genericamente, misto. Come nel caso di altri veleni e tossine, il loro potere può essere quantificato mediante la determinazione della DL50 (Dose Letale al 50%), cioè la capacità di uccidere il 50% degli animali inoculati sperimentalmente. Si può così vedere che diverse specie animali sono differentemente sensibili al veleno di varie specie di ragni.
Gli effetti del veleno possono rimanere localizzati oppure interessare larga parte del corpo, per un tempo variabile, in relazione alla quantità inoculata, alla velocità di assorbimento, al metabolismo e all’eliminazione delle componenti tossiche. Esempio tipico, ma certamente non unico, di ragni con veleno neurotossico sono le cosiddette “vedove nere”, di cui esistono varietà locali nei vari continenti. Essi appartengono al genere Latrodectus, della famiglia dei Theridiidae. Particolarmente nota è la varietà americana Latrodectus mactans (Fabricius, 1775) ma tutte le specie di questo genere sono pericolose: si parla, infatti di “latrodectismo” per identificare il fenomeno, riscontrabile in molti regioni. Nei paesi mediterranei è presente Latrodectus tredecimguttatus (Rossi, 1790), ragno di dimensioni medie: la femmina può arrivare a 1,5 cm. ed è di colore nero con tre file di macchie rosso vivo sulla superficie dorsale dell’addome.

In talune varietà, queste macchie possono non essere presenti, ma in tutti i casi una striscia, ugualmente rosso vivo, è sempre riscontrabile sulla superficie ventrale, fra epigastrio e filiere, ed è fondamentale per la identificazione. Il maschio ha dimensioni minori, abitualmente non ha le macchie rosse sul dorso e non morde. Tale specie è conosciuta in Italia con il nome popolare di “maimignatta” ed è meno pericolosa della varietà americana.
Il “morso”, di per sé, può non essere molto doloroso e, talora, può passare quasi inosservato. Il dolore, reale, compare entro un’ora, con inizio dalle linfoghiandole regionali, dalle quali si diffonde ai muscoli, che si presentano fortemente contratti, specialmente a livello addominale (segno caratteristico, che può simulare un attacco di “addome acuto”). Si manifesta pure una particolare “facies”, con volto arrossato e coperto di sudore, palpebre gonfie con lacrimazione, labbra arrossate e masseteri contratti (facies latrodectismica). Se i muscoli respiratori vengono coinvolti, questo può portare alla morte. Apparentemente la tossina è in grado di agire a livello delle sinapsi del sistema nervoso centrale oltre che a livello di quelle neuro-muscolari, con deplezione totale delle vescicole e paralisi dei sistemi simpatico e parasimpatico. E’ presente uno spiccato stato ansioso, con senso di morte imminente. L’interessamento del sistema muscolare, con rabdomiolisi, provoca un netto aumento dell’enzima ematico creatinfosfochinasi (CPK).
Al veleno risultano assai sensibili gatti, cavalli, ecc. In assenza di trattamento specifico, nell’uomo i sintomi si protraggono per almeno 5 giorni e la guarigione completa può tardare alcune settimane: in tali condizioni la mortalità, negli Stati Uniti, in passato si aggirava sul 5%. Attualmente si applica una terapia a base, tra l’altro, di calcio gluconato e siero antilatrodectus endovena. Il calcio fa scomparire in tempi brevissimi la contrazione e il dolore muscolare, il siero specifico blocca il veleno.
Esempio di ragni con veleno necrotizzante è, invece, il genere Loxosceles, della famiglia dei Sicariidae. Anche in questo caso ci sono taxa locali, con piccole differenze, non solo morfologiche, rispetto ad un modello comune: cosi, ad esempio, troviamo negli Stati Uniti la specie Loxosceles reclusa Gertsch & Mulaich, 1940 e, nei paesi mediterranei, Loxosceles rufescens (Dufour, 1820), la cui pericolosità, come nel caso di Latrodectus, è di gran lunga meno importante rispetto alla specie americana. Si tratta di ragni non appariscenti, di dimensioni piccole o medie, colore grigio o giallastro pallido, con addome leggermente più scuro, muniti di soli sei occhi, apparato genitale semplice, atteggiamento delle zampe, a riposo, modicamente laterogrado (“a granchio”).
Spesso gli esemplari di Loxosceles vivono nelle abitazioni dell’uomo o nelle immediate vicinanze, in ambienti non illuminati e tranquilli: possono nascondersi dentro alcuni mobili, tra la biancheria e i vestiti. Molte vittime vengono punte mentre dormono o si stanno vestendo.

Quando le lesioni sono provocate da ragni di questo Genere, si parla di “loxoscelismo”, quadro che per frequenza e gravità si avvicina, almeno negli Stati Uniti, a quello provocato da Latrodectus. Tuttavia alcuni autori chiamano in causa vari altri fattori quali responsabili di gran parte delle sintomatologie attribuite a ragni con veleno necrotizzante e, quindi, anche a Loxosceles: ad esempio, nel caso di Lampona cilindrata L. Koch, 1866, ragno assai comune in Australia, la necrosi provocata dal suo morso sarebbe dovuta prevalentemente a micobatteri che infettano la sua regione buccale.
Il veleno citotossico contiene proteine ad alto peso molecolare, con attività enzimatica di varia natura, ed è simile a quello di alcuni serpenti (es. vipere). Vi sono due forme di loxoscelismo: – una cutanea, più frequente, ma non pericolosa per la vita, in cui localmente compaiono bolle e vescicole che evolvono in ulcere torpide e necrosi dei tessuti circostanti, ad opera, principalmente, di una sfingomielinasi; proprio quest’ultima sembra essere la causa della necrosi, particolarmente grave, a carico del tessuto adiposo; una seconda forma viscero-cutanea, talora mortale, caratterizzata da febbre, coagulopatia e spiccata emolisi con emoglobinuria e conseguente danno renale. Non esistono antidoti specifici e la terapia si limita alla somministrazione di sintomatici, al monitoraggio della coagulazione, al controllo e pulizia della ferita, oltre a profilassi antitetanica.
In Italia, i casi di araneismo sono relativamente rari e in genere meno gravi di quanto riportato in altri paesi: il centro anti-veleni di Milano, che tratta in media il 70% degli episodi nazionali di avvelenamento, intossicazione e simili, nel corso di 5 anni ha avuto in osservazione 314 casi clinici provocati da “morso” di ragno, accertato o sospetto. Tra questi, la “malmignatta” era responsabile di 7 episodi, tre dei quali hanno richiesto ricovero ospedaliero e trattamento specifico. In tutti gli altri casi è stata sufficiente una terapia locale sintomatica, somministrata ambulatoriamente (Pannacciulli et al. 2002). Inoltre, almeno 4 casi di loxoscelismo cutaneo sono stati riportati, recentemente, in Italia (Hansen, 1996). Altri episodi, sporadici, di lesioni infette da ragni, più o meno sicuramente accertati, risultano descritti nella letteratura del nostro paese (Trentini, 2002; Colonna et al., 2002; Pepe, 2002).
Non si può, tuttavia, accennare alla epidemiologia italiana dell’araneismo, senza ricordare il complesso quadro del “tarantismo”, noto da molti secoli, descritto in modo dettagliato da G. Baglìvi (un medico vissuto nella seconda metà del 1600) e tuttora presente, almeno in tracce, nelle credenze e superstizioni di alcune regioni italiane. Si riteneva che il morso di un ragno, poi identificato in una specie del genere Lycosa (famiglia Lycosidae), provocasse disturbi gravi che potevano essere superati soltanto con danze prolungate e frenetiche. Il ragno stesso venne poi denominato Lycosa tarentula L., 1758 in relazione alla regione, o meglio alla città, in cui il fenomeno aveva avuto origine e sviluppo. Ovviamente, attorno a questa convinzione venne via via costruito un insieme di ritualità e mitologie con profondi riflessi etnologici e magici (Pennuto, 2002).
Oggi si ammette che L. tarentula sia innocente, o quasi; molto verosimilmente, alla base del fenomeno ci furono casi di araneismo di varia gravità, provocati a volte dalla malmignatta, in altri casi dalla suddetta Lycosa o da altri ragni (ma non solo); ben presto componenti di autosuggestione, di vero e proprio isterismo, ecc. si inserirono e complicarono il quadro generale. Resta il fatto che per molti secoli il “tarantismo” è stato ritenuto una realtà concreta nel nostro paese anche se di esso, al presente, rimane pressoché nulla dal punto di vista scientifico.
A parte i casi, già accennati, di latrodectismo e di loxoscelismo, gli episodi di più generico araneismo che sporadicamente vengono riportati nella letteratura medica italiana rivestono in genere una importanza clinica molto modesta. Essi possono essere riferiti a poche altre specie, le quali, per le dimensioni del corpo e per la robustezza dei cheliceri sono effettivamente in grado di infliggere ferite dolorose con fenomeni, soprattutto locali, di lieve o media gravità. Si ricorderanno, fra le più comuni, le specie appartenenti ai generi Dysdera, Segestrìa, Cheiracanthium, Steatoda, pur tenendo presente che, in condizioni particolari, qualunque ragno può reagire usando i propri mezzi di offesa e, soprattutto, che con la moderna facilità di scambi commerciali e turistici con paesi tropicali è sempre possibile l’arrivo, se non l’insediamento, di specie non autoctone.

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