E’ morto anche il piccolo Julian, il bimbo australiano dato per disperso è deceduto in ospedale

Tra le vittime dell’attentato islamista di Barcellona c’è anche il sorriso del piccolo Julian Cadman, il bambino australiano di appena sette anni che inizialmente era stato dato per disperso. Per giorni abbiamo visto la sua foto, gli occhietti allegri e una polo verde, ripresa dalle televisioni di tutto il mondo.

L’aveva fatta circolare il nonno, nella speranza di ritrovare quel firuguletto che in Spagna era arrivato per partecipare a un matrimonio e che invece ha trovato la morte. Falciato dal van di terroristi senza scrupoli, mentre passeggiava con la madre (una donna di origini filippine) sulla Rambla catalana. Lei è sopravvissuta, è all’ospedale, gravemente ferita, ma in condizioni stabili. Del bimbo non s’è saputo niente per più di 48 ore, solo sabato sera i media spagnoli hanno dato la notizia del suo ritrovamento. Si pensava (si sperava) fosse vivo. Invece non ce l’ha fatta, il suo è l’ennesimo corpicino martoriato da quella furia d’odio che sta insanguinando mezza Europa.

Un orrore dietro l’altro, da Barcellona a Cambrils, che secondo le indiscrezioni del Mossos de Esquadra (la polizia locale) poteva diventare un’ecatombe pure più grande. Nell’edificio di Alcanar, in Costa Brava, che quel manipolo di assassini radicalizzati aveva eletto a propria base logistica «c’erano oltre 120 bombole di gas». Fortunatamente l’arsenale è saltato in aria portando all’altro mondo due di loro, e solo due di loro, così sono stati costretti a cambiare piano d’azione. «Stiamo cominciando a vedere chiaramente le cose – spiega il numero imo delle forze dell’ordine spagnole, Josep Lluis Trapero, – questo era il luogo in cui si stavano preparando».

La caccia all’uomo (o agli uomini) non si ferma, in Catalogna e in Francia i controlli si fanno serrati. Nel mirino degli inquirenti ci sarebbero Younes Ayoubaaqoub, il ragazzo marocchino che con ogni probabilità era alla guida del furgoncino killer di Barcellona. «Siamo vicini a una persona collegata all’attentato», chiariscono gli agenti spagnoli. L’invito a costruitisi arriva persino dalla madre del giovane.

Il mistero avvolge anche la figura di Abdel Baki Essati, l’imam di Ripoll, una cittadina sui Pirenei, di cui si sono perse le tracce nelle scorse ore. Sarebbe l’ispiratore dell’attentato, pare abbia vissuto anche in Belgio. Forse è morto nel rogo di qualche giorno fa assieme a Youssef Aal- laa, forse è in fuga. «Stiamo cercando tre persone, non abbiamo ancora la conferma delle identità sui resti biologici di Alcanar -ammettono gli inquirenti, – per ora continuiamo a lavorare sull’ipotesi che la cellula era formata da dodici terroristi». Ma a conti fatti potrebbero essere quattordici: il religioso musulmano che pare essere la mente del gruppo, quello che ha fomentato gli altri e li ha spinti a colpire in quel modo omicida, potrebbe essere scampato allo scoppio ed essersi dato alla latitanza. I restanti membri del commando (quattro sono stati arrestati, cinque uccisi nel corso di uno scontro a fuoco) sono imparentati tra loro, ma «nessuno aveva precedenti specifici legati alla jihad», alla guerra santa islamica.

Nella Sagrada Familia di Barcellona, intanto, sfilano le autorità e il cordoglio ai parenti delle vittime. La “Misa por la paz”, la messa per la pace celebrata ieri dall’arcivescovo Joan Josep Omelia, viene tradotta in cinque lingue diverse. Vuole commemorare le quindici vittime dell’attentato, tra loro ci sono anche i tre italiani Bruno Gulotta, Luca Russo e Carmen Lopardo. In prima fila compare la famiglia reale di Spagna, dietro il premier Mariano Rajoy, il presidente della Catalogna Carles Puigdemont, la prima cittadina Ada Colau e il collega di Cambrils Carni Mendoza. Le misure di sicurezza sono eccezionali, quello doveva essere l’obiettivo principe dei terroristi. Dal pulpito il cardinale parla con la voce ferma: «È bello essere tutti uniti, l’unione ci rafforza, la divisione d corrode e ci distrugge». La navata ascolta in silenzio, d sono tantissimi giovani, turisti, semplici abitanti. Fuori riecheggia ancora il grido che per due giorni non ha abbandonato le Ramblas: No fine por, non ho paura.

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