Sahar, un mese di vita, è morta di fame in Siria la foto che sconvolge il mondo

La madre della bimba era troppo denutrita per riuscire ad allattare mentre il padre non poteva permettersi l’acquisto di latte o integratori. Sahar – che pesava meno di 2 kg – è morta il 21 ottobre e ora la sua storia, raccontata dal fotografo Amer Almohibany con una serie di scatti pubblicati dall’agenzia ‘Afp’, sta facendo il giro del mondo contro le atrocità della guerra.

UNICEF Secondo quanto denunciato dall’Unicef, negli ultimi tre mesi oltre 1.100 bambini hanno sofferto di malnutrizione “acuta” nella regione a est di Damasco in mano ai ribelli ma assediata dalle forze del regime. In quest’area rurale alle porte della capitale, dove secondo le Nazioni Unite vivono quasi 400mila persone, gli aiuti umanitari arrivano a singhiozzo a causa dell’assedio imposto dal 2013 dalle forze di Bashar al-Assad.

1.600 BIMBI A RISCHIO Con l’assedio in Ghouta e “l’aumento dei prezzi alimentari, la questione della malnutrizione si sta aggravando”, ha sottolineato il funzionario Unicef, Monica Awad. Secondo l’organizzazione Onu, negli ultimi tre mesi si sono riscontrati sintomi di “malnutrizione acuta” su 1.114 bambini, mentre 1.600 sono in situazione “a rischio”.

MALNUTRIZIONE
155 milioni i bambini sotto i 5 anni, nel mondo, affetti da malnutrizione cronica 50% circa in Asia, il 30% in Africa.
È pari a 4 milioni l’incremento dei casi in Africa occidentale dal 2000 al 2016.
52 milioni di minori soffrono ancora oggi di malnutrizione acuta, 41 milioni i casi di sovrappeso e obesità nella popolazione infantile, 4 milioni nei Paesi ad alto reddito.
3 milioni di bambini hanno perso la vita nel 2015 prima del quinto anno di vita per via della malnutrizione. È la concausa di circa la metà (45%) delle morti infantili a livello globale.
POVERTÀ
2 bambini su 5 in 103 Paesi a basso e medio reddito sono a rischio di povertà multidimensionale.
689 milioni di minori quindi, negli stessi Paesi, subiscono forme di deprivazione5, per loro aumenta il rischio di malnutrizione.
44% vive in Asia meridionale, 43% in Africa subsahariana6.
DISASTRI NATURALI E CONFLITTI
Il 75% dei bambini affetti da malnutrizione cronica – 122 milioni – vive in aree colpite da conflitto.
7 milioni di bambini soffrono la carenza di acqua e cibo nel Corno d’Africa, per via della siccità provocata da El Nino.
50% dei bambini da 0-5 anni in Yemen soffre la fame a causa del conflitto che affligge il Paese.
È 4 volte inferiore la riduzione del tasso di malnutrizione nei Paesi colpiti da crisi rispetto ad aree politicamente più stabili.
528 milioni è il numero stimato di persone a rischio malnutrizione nel 2030 in caso di intensificazione dei cambiamenti climatici.
7 miliardi di dollari per anno è l’investimento aggiuntivo necessario per prevenire, entro il 2025, la
morte di circa 3,7 milioni di bambini e 65 milioni di casi di malnutrizione cronica.

La malnutrizione risulta essere, ancora oggi, una delle maggiori cause di morte per i bambini entro il quinto anno di età. 155 milioni di minori al mondo soffrono per via della malnutrizione cronica, fattore che ne compromette il corretto sviluppo psico-fisico e le condizioni di vita future.

Dal 1990 a oggi la comunità internazionale ha fatto numerosi passi avanti per contrastare il fenomeno. Negli ultimi 27 anni i livelli hanno subìto una riduzione rispetto ai 254 milioni di casi iniziali, ma i progressi non sono ancora sufficienti. Ben la metà dei 6 milioni di decessi infantili registrati nel 2015, si stima fosse dovuta proprio alla malnutrizione11. Si tratta di un killer che provoca perdita di capitale umano e che incide anche sul futuro della società favorendo la trasmissione della povertà tra generazioni.

È per questo che l’Agenda 2030 pone come prioritario l’obiettivo di porre fine alla fame e garantire la sicurezza alimentare (SDG 2). E “non lasciare nessuno indietro” è la promessa – e forse la sfida più impegnativa – che gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile hanno inserito nell’Agenda globale. Significa raggiungere tutti, avviare un processo inclusivo che metta al centro proprio i soggetti più vulnerabili. Tra questi, i minori che vivono nei contesti fragili, quelli in cui la sicurezza e l’accesso alle risorse da parte della popolazione non sono sempre garantiti.

Negli ultimi anni conflitti, cambiamenti climatici e disastri naturali hanno posto nuovi ostacoli alle grandi sfide globali. Si pensi ad esempio ai danni provocati da El Nino nel Corno d’Africa e in Kenya o ancora ai conflitti siriano e yemenita che stanno mettendo in ginocchio i due Paesi a danno soprattutto dei bambini, privandoli spesso di fonti di nutrizione adeguate. Situazioni d’emergenza, unite a condizioni di povertà estrema, sono frequentemente alla radice degli spostamenti forzati di popolazione, inclusi minori con famiglie e minori soli, da un Paese e da un continente all’altro.

Ne risultano compromessi i diritti fondamentali tra cui l’accesso al cibo, ai servizi di base, all’istruzione. I minori diventano così bambini senza un domani, a cui è negata un’infanzia, molto spesso per il solo fatto di essere nati nel posto sbagliato, in contesti molto poveri o colpiti da pesanti crisi. È provato che proprio nei contesti di emergenza si ha il più alto tasso di decessi infantili entro il quinto anno13 e i maggiori tassi di malnutrizione cronica.

Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro, contribuisce da anni a contrastare la mortalità e la malnutrizione infantile attraverso interventi sul campo e un approccio multisettoriale. L’Organizzazione, infatti, porta avanti non solo progetti di nutrizione, prevenzione, assistenza materno-infantile prima, durante e dopo il parto, ma anche programmi che incentivano la crescita delle comunità in modo duraturo e sostenibile. In linea con l’Agenda 2030 l’intervento è mirato a raggiungere Fino all’ultimo bambino. Quanto fatto finora ha dimostrato che le soluzioni per contrastare la povertà estrema e abbattere gli alti tassi di malnutrizione e mortalità, esistono.

Resta fondamentale il lavoro condotto a fianco dei Governi locali e nazionali e il supporto che l’intera comunità internazionale può riconoscere ai Paesi in crisi. Bisogna, infine, porre l’accento sulla gestione e la prevenzione delle situazioni di rischio e sulla costruzione di società resilienti, più capaci cioè di rispondere in maniera adeguata a eventuali shock. È una sfida che richiede un chiaro impegno politico e finanziario da parte dell’intera comunità internazionale. II rapporto intende offrire alcuni spunti di riflessione sul tema della malnutrizione nei bambini in contesti già di per sé vulnerabili le cui condizioni vengono aggravate da conflitti, cambiamenti climatici e disastri naturali. Il documento si compone di tre parti: la prima introduce i drivers della malnutrizione e della
mortalità infantile considerando il contesto socio-economico, culturale e sanitario nel quale vivono i bambini nonché gli aspetti multidimensionali della povertà.

Citeremo il caso dell’India, un Paese che riporta ancora oggi i più alti tassi di mortalità e malnutrizione infantile al mondo, dove siamo presenti da anni per contrastare questi fenomeni.
Nella seconda parte si analizza il legame tra malnutrizione, cambiamento climatico e conflitti. A far da sfondo alla narrazione, fatti ed eventi che in questi mesi hanno colpito Corno d’Africa e Kenya, Yemen e Siria. La terza parte si chiude infine con una riflessione sull’impegno politico mostrato dalla comunità internazionale nei confronti delle sfide globali e sulla necessità di colmare il gap finanziario, una manovra che potrebbe salvare la vita – entro il 2025 – di circa 3,7 milioni di bambini.

Con la campagna globale “Fino all’ultimo bambino”, Save the Children riconferma l’impegno a favore dei minori e, in particolare, dei più vulnerabili, con l’obiettivo di garantire standard minimi di nutrizione e salute e coinvolgere tutti nei processi di crescita e sviluppo, senza lasciare nessuno indietro.

Quando si parla di malnutrizione ci si riferisce a un killer invisibile che, ogni anno nel mondo, provoca la morte di circa 3 milioni di bambini sotto i cinque anni15 e che, secondo studi recenti, colpisce oltre 800 milioni di persone nel mondo, un tasso in crescita rispetto quanto registrato nel 2014.

È un fenomeno che può assumere diverse forme e che generalmente è associato alla denutrizione, risultato di una scarsa assunzione di cibo e del concorso di malattie infettive che inibiscono l’assorbimento di nutrienti. Tra i tipi più comuni nei Paesi in cui operiamo vi sono la malnutrizione acuta – o wasting – e cronica – o stunting.

Se la prima deriva da una carenza improvvisa di cibo e nutrienti, 10 stunting può iniziare a interferire con lo sviluppo fisico e cognitivo del bambino già a partire dal concepimento e può avere ripercussioni sull’intero ciclo di vita. Ma la malnutrizione può presentarsi anche in forma di “fame nascosta”, una carenza di micronutrienti che interferisce nello sviluppo del minore senza però mostrare visibilmente i segni tipici della denutrizione. Ciò che nel nord del mondo sembra un problema ormai dimenticato, in aree come l’Asia meridionale, e in particolare in Paesi come l’India, diventa una delle maggiori piaghe sociali, capace di compromettere non solo il benessere dei minori ma anche della società nel suo complesso.

L’incidenza tuttavia non riguarda solo i Paesi in via di sviluppo. Quando si parla di malnutrizione infatti non ci si riferisce solo a un difetto nell’assunzione di calorie e nutrienti ma anche all’eccesso, che può sfociare in casi di sovrappeso e obesità, fenomeni attualmente in aumento nella popolazione infantile tanto nei Paesi ricchi quanto nei più poveri.

Nonostante la comunità internazionale, con il secondo Obiettivo di Sviluppo Sostenibile, abbia ribadito l’impegno a porre fine alla fame e a garantire la sicurezza alimentare, si stima siano ancora ben 155 milioni i bambini nel mondo che soffrono di malnutrizione cronica18, 52 milioni i minori affetti da malnutrizione acuta (circa il 7,7% dei bambini in età 0-5), circa 41 milioni i casi di sovrappeso e obesità che colpiscono la popolazione infantile. Dal 1990 a oggi, sono stati raggiunti risultati positivi ma non sufficienti nella lotta allo stunting. Si è registrato un calo dai 254 milioni iniziali – come mostrato in figura 1 – ma, se si mantenessero i livelli correnti, si stima sarebbero ancora 130 milioni i bambini colpiti nel 2025. Inoltre, a questa flessione corrisponde un aumento dei casi di sovrappeso a livello globale, passati dai 31.5 milioni iniziali ai 41 milioni attuali.

La riduzione del tasso di stunting non ha interessato tutti i Paesi in maniera omogenea. In Africa, dal 2000 al 2016, si è registrata infatti una crescita dai 50 ai 59 milioni di casi, un incremento del 17% a cui ha contribuito soprattutto l’Africa occidentale.
11 fenomeno analizzato per aree geografiche, si veda la tabella 1, mostra come più della metà dei casi di malnutrizione cronica si registrino in Asia, di cui 61,2 milioni in Asia meridionale. Circa un terzo invece in Africa. Di contro, in Africa settentrionale e meridionale e in Asia centrale si stima che ben 1 bambino su 10 sia invece in sovrappeso, un paradosso frutto anche della recente urbanizzazione e del cambio di dieta.

POVERTÀ, MALNUTRIZIONE E MORTALITÀ

Se un buon livello di nutrizione permette ai bambini di crescere sani, sviluppare le proprie capacita psico-fisiche, studiare e contribuire al contesto economico e sociale, la carenza di cibo e nutrienti incide invece fortemente sullo sviluppo e sull’esposizione a stress fìsici, con effetti sull’intero ciclo di vita. A interferire spesso sull’accesso alle risorse è la povertà.

Povertà e accesso alle risorse

Oltre il 10% della popolazione mondiale vive in povertà estrema22. Sono circa 767 milioni le persone che affrontano la giornata con meno di 1,90 US$, una cifra che non consente nemmeno di coprire i costi di beni e servizi di prima necessità.
Al di là degli effetti immediati dell’accesso limitato alle risorse economiche, ci sono poi effetti secondari, responsabili dei disagi di lungo termine e dell’esposizione della popolazione al perpetuarsi del ciclo di deprivazione. Un bambino nato in un contesto povero, con un limitato accesso a cibo e nutrienti ha infatti meno speranze di completare il percorso di studi e quindi di contribuire al mondo del lavoro e alla crescita sociale. Oltre all’enorme costo umano, aumentano anche i costi sociali ed economici legati alle spese di assistenza sanitaria. Il fenomeno può intrappolare le famiglie povere per intere generazioni, trasformandosi in un vero e proprio ciclo da cui si esce solo attraverso interventi volti a interrompere la trasmissione intergenerazionale dei fattori che lo alimentano.

In genere quando si parla di povertà si fa riferimento al solo fattore economico, si considera quindi il reddito come indicatore principale. Eppure l’accesso alle risorse economiche è solo uno degli aspetti di un fenomeno più complesso. Chi è povero non solo non ha un reddito sufficiente ma non ha accesso alle cure mediche, non può godere di una buona istruzione, vive in precarie condizioni igienico-sanitarie o comunque al di sotto degli standard di vita rispetto alla comunità di riferimento. Secondo recenti studi, sono circa 1,45 miliardi le persone – provenienti da 103 Paesi a basso e medio reddito – che accusano gli effetti della povertà in senso esteso: incorrono in deprivazioni di carattere sanitario (risultano indicativi i tassi di malnutrizione e mortalità), educativo (si fa riferimento in questo caso agli anni di scolarizzazione e alla frequenza scolastica), relative agli standard di vita (definite da indicatori quali l’utilizzo di elettricità, gas da cucina, servizi igienico-sanitari e altro).

Per ben il 72% dei casi si tratta di gruppi che vivono in Paesi a medio reddito, dato che dimostra chiaramente come la sola povertà monetaria non sia un fattore di per sé sufficiente a definire uno stato di deprivazione. Fonte di sostentamento e occupazione, la terra è determinante per l’accesso ad altre risorse e servizi produttivi. Quando si parla di accesso alle risorse si parla, quindi, anche di accesso alla terra, soprattutto considerando che l’80% del cibo mondiale è prodotto da un’agricoltura di piccola scala, di cui circa il 72% da produttori che possiedono appezzamenti di circa un ettaro.

La povertà, la malnutrizione e la negazione di diritti umani fondamentali colpiscono soprattutto i soggetti più vulnerabili, tra cui donne e bambini. Considerando i Paesi a basso e medio reddito si stima che circa 2 bambini su 5 siano poveri multidimensionali, ben il 37% della popolazione infantile. Di questi 689 milioni di minori – quota corrispondente alla metà dei poveri multidimensionali nelle aree indicate – l’87% vive ancora una volta in Asia meridionale e Africa subsahariana. Guardando alle singole aree geografiche, il dato è sconcertante: in India circa la metà dei bambini soffre dello stato di deprivazione, oltre il 90% in Paesi come Etiopia, Niger e Sud Sudan. Povertà multidimensionale e malnutrizione non sono fenomeni che riguardano solo i Paesi a basso reddito. Circa 1,6 milioni di bambini affetti da malnutrizione cronica e 4 milioni di bambini in sovrappeso vivono nei Paesi ad alto reddito. Anche in regioni in cui il PIL risulta inferiore rispetto ad altre aree si può registrare una minore presenza di poveri multidimensionali. Lo rileva un’analisi condotta su 14 Paesi in Europa e Asia centrale. Questo dimostra che sono le politiche sociali – più che il reddito – a influenzare la povertà e a garantire, o meno, l’accesso a quelle risorse fondamentali che potrebbero assicurare una migliore nutrizione.

L’accesso a fonti d’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari risultano elementi rilevanti per la lotta alla malnutrizione incidendo in maniera determinante sulla salute dei bambini. L’utilizzo di fonti d’acqua non controllate è causa di diarrea, enteropatie e disturbi intestinali, tra le principali cause di mortalità infantile. Disturbi come quelli descritti incidono direttamente sulla salute del minore, ostacolando l’assorbimento di nutrienti necessari per il suo benessere. Un ambiente malsano rischia inoltre di aumentare la possibilità di sviluppo e contagio di malattie infettive e l’acqua può diventare uno dei veicoli principali di trasmissione. Resta inoltre il profondo gap tra aree urbane e aree rurali. Dati recenti mostrano che guardando ad esempio alla soddisfazione dei due bisogni sopra citati – accesso alle fonti d’acqua potabile e a servizi igienico-sanitari – in Africa subsahariana solo il 43% della popolazione delle zone rurali ha accesso basico alle fonti d’acqua potabile contro l’82% della popolazione urbana, solo il 20% ha accesso a servizi igienico-sanitari di base nelle aree rurali contro il 41% nelle città, il 40% in Asia centrale e meridionale contro il 69% registrato nelle zone metropolitane.

Secondo dati recenti, per la prima volta nella storia, più della meta della popolazione mondiale vive in aree urbane. Si tratta di un rapporto destinato a salire a 2/3 entro il 2050. Come suggerisce anche l’indice di povertà multidimensionale, in futuro sarà più facile che la riduzione di povertà avvenga maggiormente in aree rurali – attraverso piccole economie di scala – che nelle aree urbane.

L’urbanizzazione accresce anche il rischio di malnutrizione legato al cambio della dieta, dato confermato dall’aumento dei casi di sovrappeso tra la popolazione infantile. Nelle città cambiano infatti le preferenze alimentari, le abitudini, il tempo dedicato alla cucina e l’accesso ad alimenti processati e di bassa qualità. Il rischio riguarda quindi non solo i bambini provenienti dalle fasce più povere della popolazione, affetti da malnutrizione acuta o cronica, ma anche quelli che sviluppano sovrappeso e obesità.

Per loro aumentano le possibilità di sviluppare in età adulta patologie come diabete, disturbi circolatori e cardiaci. Tra gli elementi che incidono sulla povertà infantile multidimensionale, anche l’accesso all’istruzione e formazione che generalmente riguarda in particolar modo la popolazione femminile. Oltre a influenzare – seppur in maniera indiretta – lo stato di salute e nutrizionale, il basso tasso di scolarizzazione e quindi l’inadeguata preparazione che il percorso scolastico fornisce diventano motore della trasmissione intergenerazionale della povertà.
Nonostante i progressi raggiunti dalla comunità internazionale, nel 2014 ancora 263 milioni di bambini, ragazzi e adolescenti nel mondo non andavano a scuola. Di questi 61 milioni erano minori in età da scuola primaria. Anche stavolta i tassi più alti sono registrati in Africa subsahariana e Asia meridionale.

Cause dirette: il delicato rapporto mamma-bambino

Nutrizione e stato di salute della mamma hanno un impatto rilevante sul benessere del nascituro e del neonato, influenzandone lo sviluppo.
Tra i momenti più importanti per la salute dei bambini – come ricordato spesso dalla nostra Organizzazione – ci sono i primi “1.000 giorni”, la cosiddetta “finestra di opportunità” che va dal concepimento ai primi due anni di vita. In questo periodo il benessere della madre e l’assunzione di tutti i nutrienti indispensabili, contribuiscono in maniera determinante al corretto sviluppo del feto e alla predisposizione o meno a contrarre infezioni o malattie che possono compromettere la salute del piccolo.

In particolare, un grave stato di denutrizione della mamma, può provocare una crescita non regolare del feto portando alla possibile morte del bambino o allo sviluppo di forme di malnutrizione cronica già entro i primi due anni di vita; rappresenta inoltre una delle cause di complicazione durante il parto.
Numerosi studi comparati hanno poi dimostrato che la manifestazione di stunting nei primi 36 mesi porta a ritardi nello sviluppo cognitivo ed educativo, effetti che si protraggono per tutta l’infanzia e l’adolescenza influenzando in maniera negativa l’inserimento nel circuito lavorativo da adulto.

I bambini affetti da malnutrizione cronica mostrano inoltre apatia e disturbi comportamentali.
Tra i Paesi che riportano i tassi peggiori di malnutrizione ci sono l’Eritrea con il 50% di bambini colpiti sotto i 5 anni e l’India, dove la proporzione tocca quasi il 48%.

La denutrizione ha effetti visibili ed altri meno evidenti; come per esempio la “fame nascosta”38, una forma di malnutrizione latente, non visibile, di cui soffrono circa 2 miliardi di persone e che provoca gravi scompensi per via della carenza di micronutrienti – vitamine, minerali e nutrienti essenziali – indispensabili per la salute della mamma e per il corretto sviluppo del bambino. Ad esempio l’anemia, e cioè la carenza di ferro, colpisce il 33% delle donne in età riproduttiva (circa 613 milioni di età compresa tra i 15 e i 49 anni), con ripercussioni sul benessere di mamma e figlio. In Africa e in Asia la prevalenza supera il 35%.
Anche sovrappeso e obesità, fenomeni – si è visto – in crescita in tutte le aree geografiche, oltre a provocare danni alla salute della mamma, sono tra le cause di mortalità infantile e di problemi in fase prenatale e postparto. Le donne obese in gravidanza rischiano quattro volte più delle donne normopeso di sviluppare diabete mellito nel corso della gestazione e due volte di più di sviluppare pre-eclampsia.

Tra i fattori di rischio, sottolinea Save the Children, anche l’età riproduttiva della mamma: le gestazioni precoci delle adolescenti – fenomeno ancora molto diffuso nelle aree più vulnerabili – non solo rallentano e bloccano la crescita delle mamme ma possono anche provocare stunting nei bambini e aumentare il rischio di mortalità sia per la mamma che per il nascituro, tutti fenomeni dovuti alla “competizione per i nutrienti” tra la giovane e il feto, entrambi in fase di sviluppo.

In Asia meridionale e Africa subsahariana quasi il 30% delle donne tra 20-24 anni ha contratto matrimonio prima dei 1841. I matrimoni precoci sono strettamente collegati a gravidanze premature, alla perdita di istruzione e di empowerment e, di conseguenza, all’esclusione dai processi di crescita e sviluppo economico.
Se dal 2000 al 2015 il fenomeno delle gravidanze precoci ha conosciuto un declino del 21% a livello globale, con risultati positivi in Asia centrale e meridionale, i progressi sono stati molto meno evidenti in Africa subsahariana dove il tasso di fecondità in adolescenza è passato da 130 casi ogni 1.000 donne di età compresa tra i 15 e i 19 anni, a 103 casi.
Per contrastare fenomeni come questi è necessario garantire, già in fase adolescenziale, supporto sanitario alle donne in modo che possano affrontare in maniera sana e sicura la loro vita sessuale e riproduttiva, prepararsi ad un’eventuale gravidanza futura, e promuovere programmi di empowerment per renderle più consapevoli dei rischi legati alle gravidanze affrontate in condizioni di salute non ottimali.

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