Morto Leone Di Lernia, lo speakers radiofonico di Radio 105: “Ciao amico, insegna al paradiso i tuoi Auz”

Il mondo della musica è in lutto per la morte non proprio improvvisa di Leone Di Lernia, il conduttore radiofonico, storica voce dello Zoo di 105 il quale da molto tempo era ricoverato in gravi condizioni di salute. Se ne è andato all’età di 78 anni Leone Di Lernia, il quale è stato definito ormai da anni l’icona del trash, voce dello zoo di 105; il conduttore radiofonico, purtroppo da diverso tempo era malato gravemente, avendo un cancro al fegato e per questo motivo era finito in ospedale diverse volte nell’ultimo periodo, non ultimo nei giorni scorsi e sembrava stesse meglio, ma poi nella notte di sabato le sue condizioni sono improvvisamente peggiorate.

La notizia della sua morte è stata annunciata dal figlio Davide attraverso un post pubblicato sul proprio profilo Facebook, nel quale si legge: “Un male incurabile l’ha portato via, ma non ha portato via il suo spirito che rimarrà nei nostri cuori”. Davide ha anche tenuto a ringraziare tutte le persone che l’hanno amato ed i suoi fans ed infine ha ringraziato li di “essere esistito. Ti Amo Davide”.

L’annuncio della scomparsa è stato pubblicato ancora sulla pagina Facebook del programma condotto da Leone Di Lernia, dove nella giornata di ieri si è letto: “Sembra uno scherzo, uno dei mille fatti dallo zoo, ma con il cuore spezzato, dobbiamo annunciare che Leone ci ha lasciato questa mattina!Riposa in pace fratello”. Proprio lo staff del programma lo scorso 23 febbraio aveva deciso di rendere note le condizioni di salute piuttosto gravi del conduttore radiofonico, e nello specifico era stato Alisei a pubblicare un post nel quale si poteva leggere: “Volevo aggiornarvi sulla situazione di Leone: non posso entrare molto nello specifico però Leo non sta bene ed è abbastanza grave. Siamo tutti molto preoccupati per lui”.Il conduttore Marco Mazzoli, su Facebook, ha spiegato che “quando io e Fabio siamo andati in ospedale a trovarlo, i medici e i famigliari ci avevano detto che il male era in stato avanzatissimo e che aveva pochi mesi”.

Leone Di Lernia, nato a Trani il 18 aprile 1938, ha sempre vissuto e lavorato nel capoluogo lombardo, ovvero Milano; la sua popolarità arrivò negli anni ’90 grazie ad una serie di parodie e cover di brani di musica dance aggiudicandosi il titolo di voce del trash all’italiana. Undici anni fa il conduttore radiofonico partecipò anche all’Isola dei famosi.La collaborazione con lo Zoo di 105 inizia nel ’99 e dura fino alla fine dei suoi giorni praticamente. A salutarlo per l’ultima volta, oltre ai tanti fan e amici, anche il direttore Angelo De Robertis attraverso una lettera d’addio, nella quale si legge: “Ho conosciuto Leone grazie a un jukebox, era la metà degli anni Settanta” ricorda “Cantava I Gotcha di Joe Tex nel suo inconfondibile stile trash-demenziale. Fu in quel bar che sentii per la prima volta la sua voce”.

Se fosse vivo Tommaso Labranca, perlui evocherebbe l’«estasi del pecoreccio»: quella particolare e stordente corrente artistica che parte dal situazioni- smo di Debord e arriva alla pugliesità di Checco Zalone.

Eppure, per molti, Leone Di Lernia, classe ’38, ex urlatore anni 60 (con lo pseudonimo di “Cucciolo Di Lernia”) di Tranitrasformatosi in comico, conduttore radiofonico e cantante demenziale -e morto ieri nella Milano che aveva follemente amato- è stato semplicemente l’icona italiana del trash. Per molti era solo un guitto cresciuto sui marciapiedi della società dello spettacolo, all’ombra del cattivo gusto. Un’ottica sbagliata. Certo, Leone Di Lernia era un cialtrone di talento. Aveva attraversato l’Italia delle periferie nella palestra di vita dei Cantagiri; aveva saltellando nelle tv locali e a 90°minuto, alla ricerca tenace della celebrità; aveva radunato sette milioni di ascoltatori al giorno come spalla di Marco Mazzoli ne Lo Zoo di 105. Leone era di una volgarità rabelaisiana.

Ogni volta che apriva bocca, che commentava la realtà -o riscriveva in chiave gastronomica i successi disco o house («Te sì mangiato la banana/c’à suasizza e o parmigiana, e mo’ ti senti male») – usava l’invettiva in dialetto, il motto volgare: quel trivio elevato a vette artistiche che, appunto, in seguito, solo Zalone sarebbe riuscito a rendere materia per intellettuali. Questo nel pubblico. Nel privato, con moglie e figli Leone si mostrava di un’educazone gesuitica. Certo Leone era un cialtrone, ma era lui stesso un intellettuale a sua insaputa. Senza accorgersene aveva dato alla satira di costume statura letteraria. Dopo l’esordio nel ’75 con Le femmine di Trani in cui si fa esplicito riferimento alla smania shakespeariana di suicidio per amore, Di Lernia ascende dal profondo sud del dopoguerra alla Milano del boom. E affronta il tema della fame, della fatica, dell’ integrazione, ambientando le sue canzoni-parodia in una Puglia immaginaria e volontariamente macchiettistica.

Ed ecco i suoi incredibili giochi d’assonanze, che rimasticavano un titolo inglese in una fregnaccia italiana. Ra-ra-ri, rara, pesce fritto e baccalà (Gypsy Wo- man), Magnando (Bailando), Chille che soffre (Killing Me Softly, un inno alla famiglia con parole strazianti: «Aggio cre- sciut cinque figli…»), Tu sei ignorante (Zombie), Uè paparul maccaron (Pump Up tbe Jam) sono solo alcuni dei suoi titoli. Di Lernia sembrava uscito da un film di Visconti ed entrato in uno di Lino Banfi: era, praticamente, quello dei fratelli di Rocco e i suoi fratelli che aveva imparato a cantare in un micidiale mix barese/italiano, per una piccola casa editrice di Trezzano sul Naviglio.

Leone vendeva quintalate di dischi. Tutti tarocchi, ovviamente Erano i cd di contrabbando che si scovavano sulle bancarelle senza bollino Siae. «Se contassimo anche i falsi io sarei sempre primo in classifica», mi diceva. Era un ottimo gestore del suo personaggio, il terrone feroce. Paolo Dini, suo compagno radiofonico con Fausto Terenzi a Radio Monte Carlo ne ricorda la genialità imprenditoriale: «Era lui stesso che immetteva sul mercato i suoi falsi, e si giustificava dicendo: tanto se non lo faccio io lo fa un altro.». C’era in Leone una fascinosa estetica del brutto alla Rosenkraz.

Leone è stato anche un ansiolitico politico che odorava di orecchiette e cime di rapa. E non mi riferisco solo alla sua candidatura milanese per la Lega d’Azione Meridionale di Cito. Fu il contraltare pop e surreale agli anni di piombo. E fu il primo a puntare il dito sulle ruberie preExpo con una canzone sulle note di Sex Bomb di Tom Jones («Russi americani ci dovete aiutar/mo’ pure Pisapia se ne vuole andar»). Aveva un’ancestrale antipatia per lo strapotere economico della Germania, prima di Maastrich. Me lo ricordo ad un concerto sul Lago di Garda, nel 2005, zeppo di turisti tedeschi sulla gradinata. Leone gridò all’improvviso: «Chi non salta ‘nu ricchione è…!». Saltarono tutti, tranne i tedeschi che non capivano la lingua. Due mesi dopo Schroder perse il posto. Non ho mai capito se tra i due eventi ci fosse stato un nesso…

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