Monte dei Paschi Siena, rivela i nomi dei 100 grandi debitori: ecco le liste

Prima aveva annunciato che i nomi dei primi cento debitori insolventi di Monte dei Paschi gli sarebbero arrivati sulla scrivania. Poi, quando sui giornali sono apparsi i nomi dei debitori di veneto banca, ha segnalato il caso al capo della procura romana, Pignatone, perchè aprisse una indagine. Insomma, è difficile capire quale grado di trasparenza voglia dare Pierferdinando Casini al lavoro della Commissione banche della quale è presidente. Fatto sta che oggi Libero svela i nomi e le relative somme dovute, dei primi cento debitori del Monte dei Paschi di Siena. Come già noto per indiscrezioni trapelate nei mesi scorsi, il primo debitore di Mps è Carlo De Benedetti con la sua Sorgenia Spa, società energetica salvata dal tracollo dalle banche e la cui esposizione netta al 30 settembre 2017 nei confronti di Rocca Salimbeni ammontava a oltre 233 milioni di euro. Ma la lista comprende parecchi nomi noti, per un “conto” complessivo che ammonta a circa 5 miliardi di euro.

 

Il problema più piccolo è di poco superiore ai 24 milioni di euro e viene dalla Plusvalore spa, una società in liquidazione che appartiene al gruppo Delta di Bologna, una sorta di appendice italiana della Cassa di risparmio di San Marino. Quello più rilevante ha il nome del gruppo Sorgenia all’inizio appartenuto a Carlo De Benedetti e poi ceduto a un pool di banche creditrici: la sola Sorgenia Power rappresenta un peso da 318,9 milioni di euro. Fra questi due estremi ci sono altri 98 nomi di società: ecco la annunciatissima lista dei debitori del Monte dei Paschi di Siena che non hanno onorato le restituzioni dei prestiti secondo le scadenze stabilite e che è agli atti della commissione di inchiesta sulle banche guidata da Pier Ferdinando Casini.

Quella lista ufficialmente è stata secretata dall’ufficio di presidenza della commissione ma il segreto è in gran parte di Pulcinella perché molti nomi erano quelli anticipati da Libero nel gennaio scorso. Qualcuno aveva precisato, qualcun altro smentito, ma i finanziamenti di Mps erano stati quasi sempre resi pubblici e le difficoltà di rientrare dall’esposizione in gran parte note. D’altra parte non si tratta di vicende private, perché quelle difficoltà a rientrare dai prestiti ricevuti si sono trasformate in un problema gigantesco per la banca senese e hanno comportato la necessità dell’intervento del governo, con impiego di soldi pubblici. Diventa davvero difficile comprendere perché i cittadini debbano pagare senza nemmeno essere consultati guai che oltretutto non abbiano nemmeno il diritto di conoscere. Ai contribuenti si fa un danno e a questo si aggiunge la beffa di rendere segreti i motivi di quel prelievo dalle loro tasche. Ecco perché Libero, non potendo riparare il danno, ha deciso almeno di evitare ai contribuenti quella odiosa beffa, pubblicando quella lista dei primi cento debitori del gruppo bancario senese che almeno offre un piccolo spicchio di informazione a chi ha diritto di conoscere.

Ai lettori una premessa: quella lista è assai tardiva, e non racconta tutta la verità sui guai passati da Mps anche per una scellerata gestione del credito. Messi tutti insieme, i primi 100 debitori rappresentano per la banca un problema di poco inferiore ai 5 miliardi di euro: si tratta di una somma alta, ma assai più bassa dei guai passati dall’istituto senese in questi anni. Quei 100 sono quelli esistenti al 30 settembre scorso, ma non vi figurano centinaia di altri clienti che hanno preso i soldi e poi non li hanno restituiti semplicemente perché quei buchi sono stati nel tempo accantonati o quei crediti cartolarizzati in operazioni di importo mostruoso: Mps ha già subito tutti i danni possibili, ma il tumore che li ha causati è ormai stato estirpato, e quindi dimenticato. Sarebbe opportuno avere la verità anche su quella lista ormai fantasma, che però può raccontare un altro pezzo di questa disastrata storia.

Accanto ai 100 nomi che pubblichiamo ci sono due sigle forse non note alla maggiore parte dei lettori. Una è più intuibile: «soff». Si accompagna a crediti che la banca ha classificato in sofferenza: quei soldi non verranno quindi restituiti perché chi li ha presi non è più in grado di farlo, o perché fallito o perché in situazione finanziaria comunque non compatibile con il pagamento dei suoi debiti. La seconda sigla- «Utp»- è l’acronimo di una frase inglese: «unlikely to pay». Questa espressione che in italiano si traduce «inadempienze probabili» si usa quando la banca è a buona ragione convinta che il cliente non rimborserà tutto il debito secondo il capitale e gli interessi calcolati. Magari lo farà in parte e cercherà di avere sconti sul dovuto, e in ogni caso per riavere qualcosa sarà necessario escutere le garanzie fornite al momento della concessione del credito.

La lista dei 100 debitori ha 42 clienti in sofferenza e 58 classificati come probabili inadempienti. Fra di loro ci sono molti nomi noti dell’impresa locale e nazionale. Ci sono grandi armatori arrivati sull’orlo del fallimento ma con il gruppo ancora in bonis come la Rizzo Bottiglieri e De Carlini (RBD) Armatori, cui fu concessa con generosità nuova finanza quando a guidare la banca senese era Giuseppe Mussari: oggi la loro esposizione lorda è di 255 milioni di euro. C’è l’esattore ufficiale della Regione Sicilia che si chiama Riscossione Sicilia (ex Serit Sicilia) e che è sull’orlo della liquidazione e a Mps deve la bellezza di 237 milioni di euro. C’è un altro gruppo di armatori questa volta napoletano come la Giuseppe Bottiglieri shipping che nel 2017 è stata ammessa al concordato preventivo in continuità e che deve all’istituto senese 120,3 milioni di euro.

Sono invece considerati ormai persi i 109 milioni di euro che doveva uno dei colossi delle cooperative rosse, quella Unieco di Reggio Emilia che nella primavera scorsa è andata in liquidazione coatta amministrativa: nel suo cda sedeva perfino il numero uno di Lega Coop, Ivan Lusetti. Ma fra i grandi debitori di Mps si troverà una specie di guida Monaci vip, dove a vario titolo si troveranno società che al momento dell’erogazione del credito appartenevano a imprese pubbliche come Fintecna o addirittura ad enti pubblici come il comune di Napoli (Bagnoli Futura) o di Roma (Atac spa), al mondo della cooperazione come all’imprenditoria privata. Fra gli azionisti delle società prime debitrici del Monte dei Paschi figurano infatti imprenditori come la famiglia Merloni con la capogruppo, o come Maurizio Zamparini ben noto al mondo del calcio (sua la Gasda spa) e ancora Alfio Marchini (Nsfi srl), l’ex raider bresciano Emilio Gnutti, i fratelli fiorentini Corrado e Mascolo Fratini che vendettero il loro Four Season di Firenze al Qatar, il gruppo Mezzaroma, quello familiare di Luca Cordero di Montezemolo e tanti altri più o meno noti.

Al Monte dei Paschi anche un piccolo record: i suoi problemi nascono anche da uno sceicco degli Emirati Arabi, paese ricchissimo che ha fra i migliori pagatori del mondo. C’è una società- laItem Capomulini srl, che doveva costruire un mega resort Hilton Capomulini a Catania- che con Mps ha un debito di difficile restituzione da 26,6 milioni di euro. Il proprietario è appunto uno sceicco di Abu Dhabi, Hamed bin Al Ahmed…

Debitori Mps, la lista: parte 1, clicca e scarica

Debitori Mps, la lista: parte 2, clicca e scarica

La crisi del mercato bancario e finanziario, a cui è seguita quella dei debiti sovrani che ha principalmente interessato gli Stati Sud-Europei, hanno, in aggregato, provocato pesanti ripercussioni sul settore bancario e su alcuni dei soggetti che in questo operano. Sia negli Stati Uniti sia in Europa, pertanto, si è provveduto senza indugio a prendere misure d’emergenza che permettessero di calmierare le fluttuazioni dei mercati e le speculazioni di cui questi ultimi erano oggetto. Le misure intraprese sono state delle più differenti tipologie: esse infatti sono andate dal salvataggio tramite nazionalizzazione, alla definizione di un processo di re- regulation, passando per i cd. “aiuti di Stato” forniti singolarmente alle banche oppure forniti alla generalità del sistema bancario in difficoltà. Nel nostro Paese, l’ente creditizio che ha fronteggiato e tutt’ora fronteggia le maggiori difficoltà in tal senso è la banca Monte dei Paschi di Siena, da sempre caratterizzata per il forte legame con la Fondazione, la quale ancora oggi è il principale azionista della banca. MPS, dall’inizio del nuovo millennio, in linea con quanto fatto dagli altri operatori nazionali, ha dato il via ad un processo di espansione del gruppo attraverso sia acquisizioni di altre aziende del credito (Banca del Salento e Banca Antonveneta), sia attraverso l’ingresso in nuovi mercati come quello finanziario ed assicurativo (attività di Bancassicurazione tramite la joint-venuture costituita con Axa). Tuttavia, alcune delle operazioni poste in essere nell’arco dell’ultimo decennio non sono risultate in seguito redditizie ed economicamente sostenibili. Queste, infatti, in molti casi sono state caratterizzate da prezzi di acquisto particolarmente elevati, dall’assenza di procedimenti di due diligence per definirne il prezzo di mercato, e da un modus operandi perseguito dal management MPS che non era orientato a porre in essere scelte di investimento oculate, sostenibili anche nel lungo periodo e redditizie, ma tali scelte erano tuttavia dettate da logiche politiche, di partito, che proprio il legame diretto con la Fondazione MPS ed indiretto con gli enti locali senesi imponevano di perseguire attraverso una penetrante azione di direzione e coordinamento. Il legame si sostanziava inoltre attraverso un perverso sistema di nomine delle massime cariche della banca in cui non venivano selezionati soggetti che si fossero distinti per particolari competenze tecniche o professionali, bensì soggetti che rispondessero a determinate logiche politiche, di partito, che permettessero di mantenere il legame tra la banca ed il territorio. Tale modus operandi, congiuntamente con l’avvento delle suddette crisi, ha determinato per la banca senese forti instabilità economiche e finanziarie (perdite rilevate negli anni 2011 e 2012) ed in particolar modo ha un’inadeguatezza patrimoniale ormai non più sostenibile. Alla pesante crisi che ha colpito MPS si è cercato e si sta ancora oggi cercando di porre rimedio tramite la definizione del Piano Industriale di medio periodo relativo agli anni 2012-2015, ed attraverso l’emissione dei “Nuovi strumenti finanziari di patrimonializzazione” (cd. Monti Bond). Tuttavia, il perdurare della recessione economica nel paese, l’instabilità politica, la scarsa reputazione della banca ed i suoi risultati economici e finanziari rilevati nel corso dei recenti esercizi, sembrano prospettare per MPS un futuro in cui sarà necessario implementare e ricalibrare i target di medio periodo, e soprattutto i mezzi e gli strumenti tramite i quali raggiungere tali obiettivi. Andiamo adesso con ordine ad analizzare punto per punto in maniera dettagliata i passaggi determinanti che brevemente abbiamo appena riassunto.

Deregulation e crisi finanziaria del 2007:
Sin dal biennio 2007-2008 il mercato bancario e finanziario hanno dovuto fronteggiare una forte crisi iniziata negli Stati Uniti ed in seguito sviluppatasi a “macchia d’olio” nella gran parte dei paesi mondiali. Negli ultimi decenni gli istituti bancari si sono visti assoggettati ad un sempre meno complesso tessuto di regole, fenomeno che tecnicamente ha preso il nome di “deregualtion”, il quale ha permesso alle banche sia commerciali sia di investimento di creare più complessi e diffusi strumenti finanziari al fine di prendere capitali a prestito per fronteggiare i rischi di liquidità e di insolvenza dei propri clienti . In aggiunta a ciò, va aggiunta la bolla immobiliare sviluppatasi negli Stati Uniti, definita anche bolla dei mutui subprime, la quale al momento del suo scoppio ha portato al dissesto delle attività finanziarie e non all’interno dei bilanci degli intermediari. Ma andiamo con ordine. Sin dagli anni ’80 i paesi occidentali in particolar modo hanno sviluppato ed innovato costantemente i propri sistemi finanziari. Ciò ha portato al superamento da parte dei player all’interno del mercato dello svolgimento della mera attività bancaria consistente in raccolta di risparmio pubblico ed erogazione del credito. Questo è principalmente dovuto ad alcuni fattori tra i quali: lo sviluppo di una rete di mezzi informatici che hanno sempre più permesso l’esecuzione di transazioni sicure ed in tempo reale; la mobilità internazionale dei capitali la quale è stata favorita dalla creazione di una sorta di “mercato mondiale” volto all’eliminazione delle barriere al commercio internazionale; la possibilità da parte degli intermediari finanziari di strumenti finanziari diversificati per far fronte ai rischi a cui questi si esponevano. Inoltre, potremmo citare altri elementi determinanti come la maggiore esposizione ad attività rischiose, una nuova filosofia di trading orientato a guadagno non più di lungo bensì di breve – brevissimo periodo , l’uso sempre più sconsiderato della leva finanziaria e, per concludere, le attività finanziarie hanno subito un sempre più ampio processo di deregolamentazione .

Con il termine deregulation si vuole indicare in processo il cui obiettivo risulta essere la riduzione ed il “dimagrimento” dell’ apparato di regole e leggi presenti all’ interno di un mercato. Tale concetto si sposa pienamente con i principi fondamentali della teoria neoclassica secondo la quale i mercati sono più efficienti nel momento in cui vengono lasciati liberi di far confluire le risorse dai settori meno redditizi a quelli maggiormente redditizi, agendo così sull’ aumento della produttività del sistema e sull’efficienza stessa. Questo è maggiormente verificato quando i mercati sono “liquidi” e liberi di scambiare risorse a bassi costi di transazione. Inoltre, la creazione e la conseguente erogazione di nuovi strumenti finanziari ha portato a quella che potremmo definire “customizzazione” del prodotto finanziario il quale prevede la possibilità di adattamento delle caratteristiche dello stesso alle esigenze ed al profilo di rischio del singolo investitore. Queste sopra citate sono quindi alcune delle determinanti che hanno aperto il mercato finanziario ai piccoli investitori e non più soltanto ai grandi intermediari finanziari come era consuetudine nel periodo antecedente la deregulation. Tuttavia, non dobbiamo e non possiamo pensare che le cose siano soltanto migliorate attraverso la riduzione dell’apparato di regole,in quanto il mercato lasciato nelle mani degli “animai spirit” degli operatori fa si che il ciclo economico venga accentuato in modo tale da alterare sia periodi di crescita sia periodi di recessioni. Tutto ciò sta all’ origine di quelle che sono denominate le “bolle speculative”. A questo va aggiunta l’ accessibilità al mercato finanziario dei fondi di soggetti i quali, stando alle regole precedenti, non erano abilitati all’accesso in quanto ritenuti più rischiosi. Questo è un problema che porta si ad un miglioramento degli standard di vita delle famiglie, ma allo stesso momento incrementa quelli che sono i problemi di gestione dei mutui ed aumenta la probabilità di insolvenza della controparte per le banche e gli altri intermediari finanziari.

Abbiamo fatto questo breve accenno al processo di deregolamentazione dei mercati finanziari in quanto ben si collega alle cause che hanno portato al dissesto finanziario con cui al giorno d’oggi stiamo facendo i conti. Tutto infatti ha inizio con la grande bolla immobiliare che ha avuto luogo negli Stati Uniti in cui i prezzi del mercato real estate si gonfiavano anno dopo anno e veniva concesso l’accesso al credito a soggetti i quali presentavano garanzie basse, se non nulle. E’ quindi necessario introdurre il concetto di subprime, il quale ha giocato un ruolo chiave nell’esplosione della crisi che ha poi negli anni contagiato i mercati internazionali, coinvolgendo soprattutto quello bancario. Con il termine mutuo subprime si vuole indicare la concessione del prestito ad un soggetto il quale non potrebbe accedervi ai tassi di mercato a causa di problemi pregressi nella sua storia di debitore. Tali tipologie di prestito presentano un altro grado di rischio per entrambe le controparti in quanto queste, per motivi diversi, si trovano esposte nel caso del creditore a doversi confrontare con un debitore con alto rischio di insolvenza, nel caso del debitore a doversi vedere applicati alti tassi di interesse superiori a quelli di mercato, anche detti prime loan. Le banche tuttavia riuscivano ad assicurarsi nei confronti dell’ insolvenza del debitore in quanto ponevano delle ipoteche sul mutuo immobiliare che le stesse concedevano.

Inoltre, essendo il mutuo immobiliare un asset poco liquido, grazie alla deregolamentazione che lasciava alle banche un ampio raggio di azione, gli intermediari creditizi emettevano strumenti finanziari che permettevano di trasferire il rischio di credito ed inoltre di trasformare le scadenze dei propri asset che quindi andavano a ridurre la loro esposizione al rischio di liquidità. Queste operazioni, all’ epoca dette anche off balance sheet, permettevano la costruzione di strumenti finanziari i quali racchiudevano al loro interno pacchetti di crediti, relativi a diversi debitori, con un rating “AAA” dato dalle agenzie che si trovavano a valutare il titolo. Cresceva quindi in quegli anni in maniera esponenziale l’esposizione al rischio di credito delle banche, le quali però sembravano non curarsi di un probabile scoppio della bolla sin li gonfiatasi, e che quindi continuavano ad erogare crediti senza sosta tanto che il mercato subprime crebbe dal 2001 al 2005 dalla quota di 145 miliardi a quella di 635 miliardi. Al fine di cercare di calmierare il boom del mercato real estate la FED portò i tassi di riferimento dall’ 1,5% al 5,25% nel 20074 ma questo non fece altro che incrementare il costo di prendere a prestito il denaro da parte dei debitori che si trovarono ad affrontare quindi un insostenibile aumento delle rate dei mutui. Questo fu così uno degli inneschi che fece esplodere la bolla immobiliare statunitense con effetti devastanti in tutto il mercato finanziario globale. I debitori subprime infatti, non potendo sostenere le onerose rate dei mutui e dei fidi dichiaravano il proprio stato di insolvenza e le banche quindi rivendicavano il proprio diritto al credito pignorando gli immobili ipotecati al momento dell’erogazione del credito. Tuttavia tali intermediari finanziari si trovavano adesso in pancia un sostanzioso numero di immobili, attività tipicamente poco liquide, i quali avevano anche perso enormemente il loro valore a causa dello scoppio della bolla.

Gli intermediari allo stesso tempo avevano inoltre contagiato tutti gli altri attraverso la sopra citata cartolarizzazione dei crediti. Si era così innescato un diabolic loop in cui le banche d’affari di tutto il mondo si trovavano miliardi di crediti inesigibili in portafoglio di cui non conoscevano neanche la provenienza. Questo meccanismo portò ad un crollo della fiducia nel mercato interbancario, tanto che le banche preferivano mantenere la liquidità al proprio interno pur rinunciando al tasso di interesso attivo corrisposto, in luogo di effettuare prestiti ad altre banche delle quali non conoscevano la reale situazione di bilancio. Era scoppiata la grande crisi finanziaria. Sin dal 2011, inoltre Europa si è sviluppata una forte crisi del debito pubblico e della fiducia degli investitori sulle possibilità di crescita dei Paesi al suo interno. Ciò ha portato un aumento degli spread, dei differenziali di rendimento dei titoli di Stato sia breve a lungo tra i paesi del Nord Europa e quelli del Mediterraneo (Italia, Spagna, Portogallo, Cipro e Grecia). Le banche in questo caso hanno dovuto fronteggiare grandi perdite di bilancio a cause delle considerevoli svalutazioni di tali immobilizzazioni finanziarie. Questo ha inciso in maniera indiretta anche sulla loro disponibilità e capacità all’ erogazione di prestiti ai singoli individui. Le ingenti perdite infatti hanno fatto si che le banche si ritrovassero sotto-capitalizzate e necessitassero quindi di fondi al fine di raggiungere i target indicati a seguito dei vari incontri di Basilea. In aggiunta, la forte recessione che ha colpito gli Stati SudEuropei ed il loro alto livello di pressione fiscale, ha allontanato gli investitori internazionali dall’ investire i propri capitali in tali Paesi, ed ha aggravato ancora di più le condizioni di coloro che in tali Paesi operavano ed operano facendo aumentare ancora di più il rischio di insolvenza. Ma come gli Stati, le Banche Centrali dei vari Paesi e le autorità di regolamentazione hanno affrontato l’ impatto della crisi sui mercati ?

In linea generale è riemersa la consapevolezza della necessità di tornare a regolamentare il mercato finanziario in quanto ci si è accorti che l’assenza di regole era stato elemento determinante per lo scoppio della crisi. Si pensi alla cartolarizzazione spregiudicata ed allocata in maniera inefficiente da parte delle banche che comunque nonostante tali operazioni mantenevano un’elevata porzione di rischio nei loro bilanci. Si pensi inoltre all’eccessivo grado di leva finanziaria (Lehman Brothers nel 2007 aveva una leva finanziaria di 31:1), tipico delle banche di investimento, che non ha fatto altro che aggravare la situazione nel momento dello scoppio della bolla. Le questioni più dibattute diventarono quindi quelle del sistema di funzionamento delle agenzie di rating, la modifica della struttura degli incentivi al raggiungimento degli obiettivi e la ridefinizione dei supervisori finanziari5. Per quanto riguarda le agenzie di rating, queste sono state fortemente criticate per il loro operato a livello mondiale tanto che il Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama ha avviato una causa nei confronti di Standard & Poor’s per aver sopravvalutato il rating dei subprime cartolarizzati. E’ evidente il forte conflitto di interesse che questi soggetti riscontrano quando vanno ad esprimere i giudizi su strumenti erogati e definiti da coloro che rappresentano la principale fonte di remunerazione per le agenzie stesse. Passando al secondo problema, quello della definizione e del funzionamento della struttura degli incentivi all’ interno delle istituzioni finanziarie, si è voluto passare da un sistema di remunerazione legato ai risultati di lungo periodo considerando il livello di rischio assunto superando così il sistema precedente con cui i bonus dei manager erano legati alla performance di breve-brevissimo periodo e che quindi inducevano all’ assunzione scellerata di rischi. Venendo ai supervisori istituzionali, questi necessitavano certamente di una radicale riforma e ridefinizione dei compiti e delle responsabilità in quanto si erano mostrati totalmente incapaci di prevenire e di affrontare la crisi dovuta sicuramente anche ad una loro “culpa in vigilando”. Avevano infatti completamente fallito in quella che era la loro principale mission, vale a dire il mantenimento dell’ equilibrio e della stabilità finanziaria nel mercato.

Erano questi i tre principali elementi che avevano colpito trasversalmente il mercato a causa delle loro inefficienze. Passiamo adesso ad analizzare le diverse modalità di affrontare le crisi e le diverse misure di salvataggio adottate nei vari Paesi nei confronti di singoli intermediari o gruppi di essi. Vedremo che tali misure sono state profondamente divergenti tra loro a seconda dei casi e della particolare situazione rilevata al momento della messa in atto delle misure stesse.
Lehman Brothers
Il caso più celebre ed eclatante è sicuramente quello del fallimento di Lehman Brothers, colosso bancario avente base negli Stati Uniti, che il 15 Settembre 2008 chiese l’ammissione ai benefici del Capitolo 11 del Bankruptcy Code statunitense. Fu sicuramente la più grande bancarotta della storia. La banca fu colpita dalla crisi subprime in cui aveva adottato il modello di intermediazione definito come ‘”originate to distribute”, processo attraverso il quale i mutui concessi vengono “impacchettati” ed distribuiti a veicoli societari appositamente predisposti attraverso l’emissione di titoli. Il caso Lehman Brothers funge inoltre da esempio per chiarire il concetto di “abuso” di leverage ed infatti il rapporto asset- equity nel 2007 registrava un insostenibile valore di 31:18. Ciò significava che un decremento delle attività intorno al 3-4% avrebbe completamente eroso il valore dell’equity della società stessa. La banca al momento in cui chiese l’ammissione al Chapter 11 del Bankruptcy Code presentava un debito di oltre 613 miliardi di dollari9, una cifra che, secondo i dirigenti delle altre banche statunitensi e dei vertici della FED non meritava il salvataggio. Si potrebbe sindacare sulla correttezza o meno della decisione di non salvare un colosso bancario del calibro di Lehman, ma non essendo questa la sede, ci possiamo soltanto limitare a dire che questa banca è stata la prima, ed anche l’ultima, lasciata fallire da parte delle autorità governative mondiali. Il fallimento creò infatti un sentimento di incertezza e di mancanza di garanzie nei mercati mondiali tale da congelare il mercato interbancario a causa della totale mancanza di fiducia tra gli operatori.
Merrill Lynch
Contemporaneamente si agì in maniera totalmente diversa se andiamo ad analizzare il caso di Merrill Lynch. Quest’ ultima, pur presentando anch’essa una situazione di forte dissesto finanziario, non fu lasciata fallire ma bensì si cercò di mediare al fine di trovare un valido acquirente volenteroso a fondere la propria società con Merrill Lynch. Dopo un periodo di trattative finalmente si arrivò a definire la fusione tra Merrill Lynch e Bank of America per un valore intorno ai 50 miliardi di dollari.
Bear Stearns
Simile fu il caso di Bear Stearns, banca fortemente impegnata ed esposta alla cartolarizzazione e che aveva venduto sul mercato un ampio ammontare di asset backed securities. La crisi dei mutui subprime fece si che la banca entrasse in una situazione di dissesto e la FED di New York in questo caso deliberò e quindi fornì un prestito di emergenza nel tentativo di evitare un imminente collasso della compagnia. Tuttavia, tale ammontare di liquidità non risultò sufficiente per la società che quindi necessitò di essere salvata. Il salvataggio non fu però effettuato per mano pubblica, bensì Bear Stearns fu venduta a JP Morgan Chase a 10$ ad azione, un prezzo enormemente al di sotto di quanto registrato dal market price dell’azione stessa a livelli pre-crisi , il quale risultava infatti essere intorno ai 133$ per azione. Il collasso della società risultò essere un preludio del tracollo dell’ industria bancaria di Wall Street insieme al caso delle banche sopra citate. Ad oggi, il brand Bear Stearns non esiste più sul mercato in quanto JP Morgan ha cessato l’utilizzo di tale marchio nel 2010.
Goldman Sachs e Morgan Stanley
Nonostante non avessero registrato un forte dissesto finanziario a seguito delle turbolenze registrate sui mercati nel biennio 2007-2008, Goldman Sachs e Morgan Stanley, due delle grandi banche d’ investimento riuscite a sopravvivere alla crisi finanziaria, furono direttamente interessate dalla nuova regolamentazione in tema organizzazione bancaria nel secondo semestre 2008. La FED infatti prese coscienza del fatto che la mancanza di regole, soprattutto nel caso delle banche di investimento aveva portato i player ad assumere posizioni sempre più rischiose e che esponevano tanto questi, quanto i propri clienti, ad alti rischi. Risultava quindi necessario sottoporre tali operatori finanziari ad un apparato di regole che limitasse la loro discrezionalità operativa e che rendesse maggiormente trasparenti le operazioni da loro poste in essere. A tal fine, Goldman Sachs e Morgan Stanley furono trasformate da banche di investimento a normali holding bancarie durante il secondo semestre del 2008 per mano della FED. Da questo momento avrebbero così’ dovuto operare sul modello delle banche tradizionali, avendo quindi la possibilità di controllare che venissero raccolti depositi. Liquidità questa che permette di rafforzare la posizione finanziaria anche della controllante. Di non meno importanza è il fatto che attraverso la trasformazione da banca di investimento a normale holding bancaria, tali soggetti possano rivendicare il sostegno che il governo mette a disposizione di qualsiasi banca commerciale. Una così epocale trasformazione non presenta però soltanto dei vantaggi per i soggetti trasformati ma bensì prevede delle notevoli restrizioni nel campo della libertà e della discrezionalità operativa delle banche. Queste ultime sono così assoggettate ad un apparato di regole e controlli sensibilmente più stringente rispetto al precedente, dovranno inoltre rispettare i requisiti patrimoniali e di capitali previsti e saranno sorvegliati dalle autorità di vigilanza proprie degli istituti di credito per ciò che riguarda le loro attività, con obiettivo di limitare quei rischi e quelle scommesse a cui il soggetto bancario si era fortemente esposto fino a quel momento.
II Piano Paulson
Altro esempio del metodo di affrontare la crisi è certamente il Piano Paulson. Gli asset illiquidi e quindi non negoziabili erano diventati ormai rilevanti, talmente rilevanti da bloccare il mercato così da far crollare il grado di fiducia tra operatori al suo interno. L’ animus di tale operazione era quello di <<ridare fiducia ai mercati e alle istituzioni finanziarie, in modo che possano continuare a generare crescita e prosperità, dobbiamo affrontare il problema latente. Il governo federale deve attuare un programma che elimini questi asset illiquidi che gravano sulle nostre istituzioni finanziarie e che minacciano l’economia14». La manovra è costata al Governo Americano circa 700 miliardi di dollari, e comprendeva tutto ciò che era legato ai mutui immobiliari sia residenziali sia commerciali antecedenti la data del 17 Settembre 2008. La somma in questione era diretta a quelle istituzioni finanziarie operanti in diversi settori (principalmente bancario ed assicurativo) considerati di rilievo nel Paese. La legge aveva durata di due anni. Inoltre a quanto detto sopra, vi furono anche altri cambiamenti di notevole importanza all’ interno del Piano Paulson. La Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) aumentò il livello dei depositi garantiti passando da 100.000 $ a 250.00016. Il Piano Paulson fu quindi un decisivo passaggio per affrontare la crisi da parte del Governo Americano. Ci si rese conto che andava ripristinata la fiducia nei mercati e per far ciò era necessario eliminare gli asset illiquidi che non permettevano la ripresa. Fu un intervento storico in quanto la filosofia utilizzata si contrapponeva con quello che fino all’epoca era sempre stato il modello economico Americano.

In Europa:
In Europa le cose non sono andate molto meglio. Una volta contagiate dalle banche Americane, le banche Europee sono inoltre state colpite negli anni successivi dalla crisi del debito pubblico che ancora oggi interessa gran parte degli Stati del centro- sud del “vecchio continente”. Infatti, le basse prospettive di crescita dell’area Euro, la scarsa competitività e produttività di alcuni paesi e gli alti livelli di indebitamento sono risultati essere gli “inneschi” per una nuova crisi che tutt’oggi interessa l’Europa e che difficilmente l’Europa stessa riesce a combattere. Per quanto concerne gli effetti della crisi dei mutui subprime, soprattutto le banche anglosassoni erano esposte alle perdite dovute dai crediti ormai inesigibili ed al crollo del mercato immobiliare che, anche nel Regno Unito è stato ed è tutt’oggi in forte crisi, riuscendo con difficoltà prova a risollevarsi. Alcuni degli esempi più chiari di operatori colpiti dalla crisi finanziaria sono certamente Royal Bank of Scotland (RBS) e Northern Rock. La prima fu costretta al quasi totale nazionalizzazione da parte del governo Inglese che rilevò nel 2008 circa l’84% del pacchetto azionario della società, che diventò così in tutti i sensi una banca pubblica. I risultati per tale banca del 2007 mostrano un’ esposizione ad asset ”mortgage-backed” utilizzati con l’obiettivo di “rimpacchettarli” all’interno di obbligazioni con collateral da essere vendute in seguito agli investitori. L’esposizione di RBS ammontava ufficialmente a 4 miliardi di sterline anche se studi seguenti affermano che questi fossero molto maggiori: si parla di 6,4 miliardi di sterline di cui 4,7 miliardi derivanti da mutui subprime. Per ciò che riguarda Northern Rock, anch’essa negli anni precedenti il biennio 2007-2008 continuava a concedere mutui immobiliari di ammontare pari al 125% del valore dell’immobile e fino a cinque volte il valore dei salari dei proprio clienti. L’instabilità economica ed il crollo del mercato immobiliare portò al primo bank run della storia recente post “Grande Depressione” del 1929. Nel 2008, a causa dei suddetti problemi, Northern Rock fu nazionalizzata con l’obiettivo di essere riassestata e riallocata in seguito sul mercato privato. Nel 2010 fu inoltre suddivisa in due parti: asset e banking al fine di aiutare la successiva privatizzazione. Quest’ ultima fu completata ed annunciata tra il Novembre 2011 e Ottobre 2012 quando Virgin Money acquistò per 747 milioni di sterline Northern Rock cominciando ad operare sotto il brand Virgin Money sin dall’Ottobre 2012.

In Europa tuttavia, come menzionato in precedenza, anche altre problematiche di diversa matrice sono state incontrate da parte del settore bancario. La crisi dei debiti sovrani e l’incertezza sulla crescita dell’ Eurozona hanno condotto ad un aumento dei tassi di interesse ed una conseguente riduzione del valore dei Titoli di Stato nei bilanci degli operatori, che sono così incorsi in gravi perdite. Tali perdite, hanno a loro volta condotto ad una necessità da parte delle banche si ricapitalizzarsi per rispettare i criteri definiti nei vari incontri di Basilea. La necessità di ricapitalizzarsi si è però scontrata con la mancanza della liquidità necessaria a disposizione per effettuare tali operazioni. Alcuni operatori hanno così subito pesanti attacchi dai mercati finanziari, i quali in alcuni casi hanno determinato crisi risolte o con la nazionalizzazione degli istituti, oppure con l’erogazione di aiuti da parte di diverse istituzioni nazionali e comunitarie con obiettivo sia di portare alla temporanea stabilità per la società, sia di mantenere la liquidità all’interno del mercato. Dexia, banca Belga, è esempio di banca colpita dalla crisi e dal rallentamento della crescita Europea in quanto specializzata in operazioni di finanziamento nei confronti dei Governi degli Stati. Una volta che questi ultimi si sono palesati in difficoltà, si è trovata in una situazione di “financial distress” la quale ha reso necessario l’intervento pubblico trilaterale di Francia, Belgio e Lussemburgo nel 2008. Nel 2011 un secondo intervento risultò necessario ancora da parte dei Governi Francese e Belga. L’analista di Petercam Matthias De Wit, definì Dexia <<a bit like a black hole>> riferendosi alle passività molto costose che detiene, ed alla esposizione al debito pubblico di circa 89 miliardi di euro nei confronti della Francia, 38,4 miliardi nei confronti dell’ Italia, 24 miliardi nei confronti della Spagna e 35 verso USA e Canada. Non soltanto i Governi Francese e Belga hanno dovuto far fronte alla crisi delle proprie banche, infatti anche le banche Portoghesi, Spagnole ecc. hanno necessitato di aiuti pubblici sia a livello nazionale che a livello comunitario. In Spagna il mercato immobiliare è crollato e tale crollo si è portato con sé le principali banche del Paese come ad esempio Bankia. Il sistema creditizio Spagnolo ha ricevuto nel 2012 circa 100 miliardi di euro24 con l’ obiettivo di mantenere la liquidità per il proprio sistema, ristrutturare e ricapitalizzare le proprie banche. Di questi 100 miliardi, Bankia25, l’istituto di Madrid conosciuto nell’ ultimo periodo come il simbolo della crisi del sistema creditizio Spagnolo, ne ha ricevuti intorno ai 20. In cambio l’ FMI e la Commissione Europea hanno richiesto una forte ristrutturazione della banca la quale ha risposto tagliando circa 1.000 delle 3.000 agenzie aperte e licenziando circa 6.000 dipendenti.
Ultimo ma non meno importante esempio è il Longer Term Refinancing Operation (LTRO)26, effettuato dalle Banca Centrale Europea (BCE) al manifestarsi della crisi dei debiti sovrani all’interno dell’ Eurozona. Tale operazione consisteva nel fornire liquidità in ingente ammontare al sistema bancario, con obiettivo di stimolare l’economia reale. Il prestito di liquidità dalla BCE aveva durata di 3 anni con tasso di interesse passivo fissato per le banche richiedenti il prestito all’ 1%. Per far si che potessero accedere al finanziamento anche gli istituti maggiormente in difficoltà, è stato ampliato il range di obbligazioni accettate come collaterale dalla BCE; ad esempio sono statti accettati anche titoli privi di valore come quelli Greci, anche se dichiarati insolventi. Queste operazioni LTRO sono avvenute principalmente in due tranche: la prima, il 22 Dicembre 2011, in cui 523 banche Europee hanno richiesto ed ottenuto 489,191 miliardi di euro. La seconda,il 29 Febbraio 2012, quando 800 banche hanno fatto richiesta di 529,53 miliardi di euro. Purtroppo questo grande sforzo effettuato dalla BCE e dal suo Governatore Mario Draghi non è stato ben ripagato dalle banche prenditrici di fondi. Queste ultime infatti, non fidandosi e non essendo nelle condizioni di prestare moneta all’economia reale, si accontentavano di depositare l’ammontare preso a prestito nuovamente presso la BCE, accontentandosi quindi di un tasso di interesse attivo notevolmente più basso di quello che invece erano costretti a corrispondere alla BCE stessa.

In Italia:
Le banche Italiane, all’infuori di Unicredit la quale era fortemente esposta in operazioni in derivati al momento dello scoppio della crisi del 2007-2008, non hanno accusato i colpi che tale crollo ha portato con sé. I veri problemi per le aziende del credito nel nostro Paese sono sorti al manifestarsi della crisi del debito pubblico e del ciclo economico recessivo degli ultimi anni. Le banche Italiane presentano infatti all’interno dei propri bilanci grandi quantità di Titoli di Stato. Pertanto, a causa dell’innalzamento dei tassi e del conseguente crollo del valore di tali titoli, hanno registrato ingenti perdite di bilancio. Le soluzioni con cui si è cercato di affrontare la crisi bancaria in Italia sono state principalmente tre: LTRO a cui le banche italiane hanno partecipato in maniera considerevole (si pensi che le aziende del credito Italiane insieme a quelle Spagnole hanno richiesto ed ottenuto  circa il 66% del totale delle operazioni di alleggerimento quantitativo poste in essere dalla BCE); seconda soluzione sono stati prima i Tremonti Bond ed infine i Monti Bond nei confronti della Banca Monte dei Paschi di Siena di cui ci occuperemo nel seguito di questo lavoro. Per quanto concerne le operazioni LTRO, le banche italiane hanno usufruito di circa 139 miliardi di euro nella prima tranche e di 116 miliardi nella seconda. Gli intermediari che hanno fatto maggiore richiesta di tali fondi sono Unicredit, UBI Banca, Mediobanca, Banco Popolare, Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi di Siena. Per ciò che invece concerne i Tremonti Bond, tali strumenti avevano la funzione di fornire liquidità al sistema bancario italiano così da stimolare l’economia reale, la concessione dei prestiti alle famiglie e rafforzare il capitale di vigilanza Core Tier 1. Questi, erano si sostanziavano nell’emissione di obbligazioni da parte dei grandi istituti bancari italiani in “sane condizioni finanziarie”. Si trattava di titoli subordinati, in quanto rimborsati solo in seguito al rimborso degli altri debiti in capo all’emittente, ibridi in quanto erano una via di mezzo tra azioni e obbligazioni (convertibili in azioni solo in caso di richiesta delle stessa banca emittente) e perpetui in quanto non era indicata una precisa scadenza sul titolo ma l’ emittente poteva scegliere di rimborsare in qualsiasi momento. L’emissione obbligazionaria era subordinata all’accettazione da parte del Ministero dell’Economia, presieduto all’epoca da Giulio Tremonti. La società emittente doveva infatti sottoscrivere un cd. “protocollo d’intenti” con il Ministero in cui si impegnava a:
• garantire per i tre anni successivi l’erogazione del credito non in decremento rispetto al biennio 2007-2008 nei confronti di piccole e medie imprese (PMI).
• bloccare per un periodo minimo di un anno il pagamento della rata del mutuo per i lavoratori per i quali si era provveduto all’utilizzo della Cassa Integrazione Guadagni (CIG) e per coloro i quali percepivano il sussidio di disoccupazione.
• set up di un cd. “codice etico” interno alla società con cui questa si impegna a remunerare i propri vertici aziendali ed i propri operatori di mercato utilizzando criteri di eticità ed equità30.
La Banca Monte dei Paschi di Siena ha usufruito di tali strumenti per circa 1.900 milioni di euro ma questo ammontare non è tuttavia risultato sufficiente a ripristinare la stabilità economica,patrimoniale e finanziaria della società.

Infine i Monti Bond, su cui ci soffermeremo in maniera dettagliata nel corso del lavoro, e che sono un tema di fondamentale importanza per le sorti presenti e future della Banca Monte dei Paschi di Siena, la quale, come vedremo, versa in uno stato di forte dissesto finanziario e patrimoniale a causa di scellerate scelte operate dall’ ormai ex management nel corso degli ultimi anni. In generale, possiamo affermare che tali strumenti sono stati definiti soltanto nei confronti della banca senese, e non come abbiamo visto negli esempi precedenti nei confronti della generalità del sistema bancario. Anch’essi sono strumenti ibridi, a metà tra il debito ed il capitale apportato dai soci. Da un lato si tratta di un prestito in quanto è previsto il pagamento della quota interessi sul totale dell’ammontare; nel caso dei Monti Bond gli interessi da corrispondere ammontano al 9% iniziale, con possibilità di salire fino al 15%. D’altra parte sono capitale in quanto insieme alle azioni ordinarie già in circolazione, partecipano al rischio d’impresa senza però, a differenza delle suddette azioni ordinarie, avere alcun diritto di voto in assemblea degli azionisti. MPS avrà inoltre la facoltà di convertire i Monti Bond in azioni proprie in qualsiasi momento. La scadenza è prevista per la metà del 2015, e nel caso in cui non venissero restituiti il valore nominale aumenterà del 5% ogni due anni, oppure saranno riconvertite in azioni ordinarie determinando così la nazionalizzazione della banca. L’importo dei Monti Bond era inizialmente di 3,9 miliardi (4,071 in seguito) anche se in realtà al netto l’emissione è di 2 miliardi in quanto 1,9 miliardi sono destinati alla conversione e restituzione dei Tremonti Bond. L’emissione è subordinata all’approvazione preventiva della Commissione Europea che, ad oggi, non si è ancora espressa su tale argomento.

Abbiamo quindi descritto gli eventi e le cause che hanno determinato la crisi del sistema bancario, quelle che sono state le modalità di affrontare tale crisi da parte dei governi e delle autorità di regolamentazione. Tutto ciò, è stato utile per comprendere il contesto in cui ci andremo ad immergere durante lo studio della banca Monte dei Paschi di Siena, ed inoltre per comprendere come differenti autorità hanno reagito al tracollo finanziario dell’ultimo quinquennio. Ci possiamo infatti sin da ora accorgere che la modalità e gli strumenti con cui hanno agito lo Stato Italiano ed i suoi due Governi nei confronti della banca senese sono totalmente differenti rispetto a quanto avvenuto nel Regno Unito dove banche del calibro di RBS e Northern Rock sono state, come abbiamo visto, nazionalizzate. Dopo aver introdotto il contesto e le misure, andiamo adesso ad iniziare il discorso sulla banca Monte dei Paschi di Siena, definendola nella storia e nei caratteri generali, indicando le principali operazioni che hanno determinato l’odierno dissesto, i Monti Bond, il Piano Industriale 2012-2015, la realizzabilità di quest’ultimo ed infine ciò che sarà determinante ai fini della restituzione della cifra messa a disposizione.

Breve storia della Banca:
La banca Monte dei Paschi di Siena è la più antica tra le società bancarie attive nel panorama mondiale. Essa nasce a Siena nell’anno 1472 sotto il nome di “Monte di Pietà” con l’obiettivo di fornire aiuto alle classi meno abbienti della popolazione senese. Acquisisce il nome che tutt’oggi la contraddistingue dall’anno 1624 quando la città di Siena fu inglobata all’interno del Granducato di Toscana ed il Granduca Ferdinando II fornisce ai depositanti della banca le rendite dei pascoli della Maremma (i cd. Paschi) di proprietà del Granducato34. Come le altre banche del Paese, dal 1936 al 1990 costituisce un istituto creditizio di diritto pubblico in forza della Legge Bancaria emanata nel ’36. In seguito, nel 1990, per far fronte alla necessità di rendere le banche nazionali competitive in un contesto di mercati internazionali che si stava sempre più rafforzando e popolando, fu emanata la legge concernente le “disposizioni in materia di ristrutturazione e integrazione patrimoniale degli istituti di credito di diritto pubblico”, meglio conosciuta come Legge Amato. Le banche da quel momento si trasformavano in istituti di diritto privato, in società per azioni. La legge Amato (n.218/1990)35 prevedeva lo scorporo delle ormai ex banche pubbliche italiane in:
• un vero e proprio istituto di credito,orientato al profitto, il quale operava sotto la compagine di spa e che si sposava maggiormente con il concetto di mercato comunitario, di più ampia flessibilità e con la necessità di trovare con maggiore facilità capitali privati freschi da essere investiti all’interno delle società bancarie stesse.
• una fondazione bancaria, a cui veniva attribuita la gestione delle spa bancarie, senza però la possibilità di interferire in alcun modo con la principale attività di erogazione del credito e di raccolta del risparmio della banca privata che essa controllava. La sua funzione si sarebbe soltanto dovuta sostanziare nella riscossione dei dividendi prodotti dall’istituto di credito per poi reinvestirli in attività volte a promuovere lo sviluppo sociale.

Questo è un passaggio chiave per la storia dell’industria del credito in Italia, ed è altrettanto determinante per quanto riguarda le vicende della banca Monte dei Paschi. In seguito i vincoli posti alla circolazioni delle partecipazioni nelle società conferitarie vennero rimossi rispettivamente con la legge Dini nel 1994 e con la legge Ciampi del 1999. Tuttavia il processo di privatizzazione sostanziale delle banche italiane continuava ad essere postergato, al fine di non ledere gli interessi politici e delle fondazioni. Soprattutto per quanto riguarda l’istituto di nostro interesse, infatti, invece di aprire l’istituto stesso al mercato dei capitali privati, vincolando le decisioni sulla gestione al controllo degli azionisti privati e della Borsa, è stato creato un sistema in cui la fondazione controllava la banca con una quota di poco al di sotto del 50%, e la fondazione a sua volta era controllata dalle forza politiche locali che così attraverso le nomine dei consigli di amministrazione della banca hanno finito per determinare il bello ed il cattivo della banca stessa. Le fondazioni in realtà non avrebbero dovuto interferire nella nomina delle cariche all’interno della banca, nelle decisioni operative della società ecc. Tutto ciò si è però nel tempo manifestato, ed il legame tra la banca e la politica territoriale, come vedremo tra poco, non ha permesso alla banca di fare il salto di qualità sperato ed atteso, bensì ha condotto alla attuale situazione di dissesto patrimoniale, economico e finanziario.
2.2 Gruppo Montepaschi : Componenti e attività svolte:
Il gruppo Monte Paschi costituisce il terzo gruppo bancario italiano dopo quello di Unicredit ed Intesa San Paolo. L’organigramma del gruppo si compone di numerose tra banche, società finanziarie di credito al consumo, società finanziarie, società di gestione fondi e società strumentali. Le società appartenenti al gruppo sono sia italiane che estere ed, in quest’ultimo caso, hanno sede in diversi stati Europei e negli Stati Uniti. Per quanto riguarda le componenti del gruppo in Italia, la società capogruppo è ovviamente Banca Monte dei Paschi di Siena, e di seguito riportiamo l’elenco delle principali società appartenenti:
• Banca Antonveneta: banca del Nord-Est italiano la quale venne acquisita dal gruppo Monte Paschi nel 2008. Disponendo di oltre 400 sportelli in quella zona d’Italia, avrebbe permesso a Monte Paschi di allargare ancora di più il suo raggio d’azione in tale zona.
• Banca del Salento (Banca 121): banca con basi nella zona sud Italia, la quale fu acquisita per 2.500 miliardi di lire nel dicembre 1999. In seguito, nel 2005, MPS acquisì il 100% della banca cambiando il marchio “Banca 121” in “MPS Banca Personale”. Dall’inizio del 2010, infine, quest’ultima fu incorporata all’interno di Banca Monte dei Paschi di Siena.
• MPS Leasing & Factoring (Banca): Banca con sede a Siena specializzata nei contratti di leasing e di factoring.
• MPS Capital Services Banca per le Imprese: soggetto il quale si pone come obiettivo quello di soddisfare le richieste finanziarie delle aziende, soprattutto del PMI.
• MPS Gestione Crediti Banca: costituita nel 2001 da parte di Monte dei Paschi per il 99,5% del capitale, e di Banca Toscana per il restante 0,5%. Ha iniziato la sua attività come gestore dei crediti a sofferenza per Monte dei Paschi di Siena, MPS Leasing & Factoring, Banca Toscana e Banca Agricola Mantovana. Nel tempo ha inoltre acquisito il mandato relativo alla gestione dei crediti di MPS Capital Services e, dal 2009, ha la gestione di tutti i portafogli di provenienza Antonveneta.
• Consum.It: società di credito al consumo totalmente posseduta da Monte dei Paschi, la quale al 31-12-2012, gestiva e consolidava una quota di mercato del 5,25% per un valore di circa 2,5 miliardi di euro di transazioni.
• Società Finanziarie: queste sono molteplici in Italia. Fanno parte del Gruppo Monte Paschi la Cirene Finance Srl, la Giotto Finance 2, la Mantegna Finance S.R.L., la Monte dei Paschi Fiduciaria SpA, MPS Covered Bond, MPS Covered Bond 2, Siena Mortgages 03-4 S.R.L.
• Società Strumentali: Aiace Reoco S.R.L., Consorzio Operativo Gruppo Mps, Enea Reoco S.R.L., G.Imm.-Astor S.R.L., Magazzini Generali Fiduciari di Mantova SpA ed Mps Immobiliare SpA.
• Bancassurance: offerta di prodotti assicurativi attraverso la partnership con AXA assicurazioni S.A. la quale detiene inoltre il 3,59% del capitale sociale di Banca Monte dei Paschi di Siena.

Per ciò che riguarda invece le società componenti del gruppo con sede all’estero possiamo elencare le seguenti compagnie:
• Banche: due sono le anche facenti parte del gruppo Monte Paschi con sede all’estero: Banca Monte Paschi Belgio S.A. e Monte Paschi Banque S.A. (Francia).
• Gestione fondi: Monte Paschi Invest S.A. (Francia)
• Intermediazione Finanziaria: Monte Paschi Conseil S.A. (Francia)
• Società Finanziarie: Monte Paschi Ireland (Irlanda), Montepaschi
Luxembourg S.A. (Lussemburgo), MPS Preferred Capital II Llc, MPS Preferred Capital I L.L.C., Antonveneta Capital L.L.C. I, Antonveneta Capital L.L.C.2, Antonveneta Capital Trust I, Anotonveneta Capital Trust 2 (Stati Uniti d’America)
• Società Strumentale: Immobiliere Victor Hugo Sci (Francia

Fino allo scorso anno altre due società facevano parte del Gruppo Montepaschi: Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli (conosciuta anche come BiverBanca) e Banca Popolare di Spoleto le quali sono state dismesse al fine di effettuare la necessaria ristrutturazione societaria che, secondo quanto definito all’interno del Piano Industriale 2012-2015, porterà la Banca su livelli reddituali e patrimoniali prefissati e sostenibili. Per quanto riguarda BiverBanca, il 28/12/2012 la partecipazione pari al 60,42% del capitale sociale di questa è stata ceduta alla Cassa di Risparmio di Asti. Il contributo derivante dalla vendita del pacchetto azionario di BiverBanca, a partire dalla metà del 2012, è stato allocato nell’ Utile/Perdite di quell’insieme di attività che sono attualmente in via di dismissione. Per ciò che invece concerne la Banca Popolare di Spoleto, questa non appartiene più al Gruppo Montepaschi in quanto, in data 8 Febbraio 2013, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ne ha disposto lo scioglimento degli organi con funzione di amministrazione e controllo. E’ così venuto meno il controllo della Società che al 31/12/2012 è stata iscritta in Bilancio utilizzando il metodo del patrimonio netto e non più il consolidamento con il metodo proporzionale come fatto in precedenza.
Assetto proprietario:
La Banca è detenuta per il 48,1% del suo capitale ordinario da “azionisti rilevanti”, e per la restante parte da “azionisti di minoranza”, i quali detengono quote di capitale inferiore al 2%. Il capitale sociale della Banca ammonta ad euro 7.484.508.171,08. Il numero di azioni ordinarie emesse da Banca Monte dei Paschi è di 11.681.539.70637.

La restante parte del capitale, quella che riguarda le quote inferiori al 2% del capitale, è detenuta principalmente da investitori italiani retai!, dipendenti, ex dipendenti, ed in parte minore da investitori istituzionali internazionali provenienti da diverse parti del mondo come Nord America, Regno Unito, Europa.
Come noto, Monte dei Paschi di Siena presenta quale azionista principale di maggioranza la Fondazione Monte dei Paschi, di fatto controllante della suddetta banca . La posizione di quest’ultima è ulteriormente rafforzata dal vincolo posto sui diritti di voto per ammontare superiore alla quota del 4%. Per statuto, non è infatti possibile esercitare, se non per la Fondazione, i diritti di voto per la quota eccedente il 4%, siano essi detenuti da soggetti persone fisiche o persone giuridiche. Tale limite, non è certamente visto di buon occhio da parte dei mercati, i quali risultano essere maggiormente favorevoli ad una apertura della banca nei confronti dei mercati dei capitali privati. Tuttavia, come vedremo, tale argomento è di particolare e notevole importanza al giorno d’oggi in quanto il nuovo management sta provvedendo alla eliminazione della clausola statutaria che prevede il limite sopra descritto. Il Cda di Montepaschi ha infatti deliberato nel mese di Giugno 2013 l’eliminazione della clausola avente ad oggetto il suddetto limite. Tale argomento sarà così affrontato in Assemblea dei Soci prevista nel prossimo mese di Luglio. Potrebbe essere un passo veramente importante per la banca Monte dei Paschi di Siena. Un passo di definitiva apertura al mercato dei capitali privato, importante quanto necessario per la sopravvivenza di Rocca Salimbeni.
II Connubio tra la finanza ed il territorio
Questo concetto appena descritto, può risultare utile al fine di descrivere il “connubio tra finanza e territorio” venutosi a creare nel tempo, il quale ha portato la banca ad essere fortemente legata alla città di Siena e ad alla sua Provincia; legame che è in seguito risultato essere uno dei principali punti di debolezza per l’ente stesso a causa delle forti ingerenze politiche. La Fondazione Monte dei Paschi di Siena, principale azionista della Banca Monte dei Paschi, è caratterizzata da un particolare assetto organizzativo il quale, come vedremo, pone un forte limite a quell’obiettivo di separatezza tra le società bancaria di diritto privato, enti locali e politica, definito a partire dalla Legge Amato (n.218/1990). Non esistendo quote partecipative per quanto riguarda le Fondazioni di origine bancaria, il “controllo” di queste può essere soltanto determinabile attraverso la lettura dello statuto. Con riguardo alla Fondazione Monte dei Paschi, all’ articolo 7 di tale testo vengono definiti i criteri di nomina della Deputazione Generale dell’ente, i quali si

sostanziavano, prima della recente modifica del mese di Giugno 2013, come
segue :
• Otto nomine dal Comune di Siena, di cui uno d’intesa con la Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Siena
• Cinque nomine dalla Provincia di Siena, di cui uno d’intesa con la Consulta Provinciale del Volontariato
• Una nomina dalla Regione Toscana
• Una nomina dall’Università di Siena
• Una nomina dall’Arcidiocesi di Siena, Colle Val d’Elsa e Montalcino
Attraverso un’interpretazione estensiva di tale articolo si poteva quindi configurare una situazione di controllo della Fondazione da parte del Comune di Siena, il quale detiene il 50% dei poteri di nomina dell’organo di direzione della Fondazione. Controllo che avviene di concerto con la Provincia, la quale anch’essa ha forti poteri di influenza all’interno dell’ente fondazione. Questi ultimi,quindi, attraverso la loro attività politica, hanno da sempre influito sia sulla gestione, direzione e controllo dell’attività della Fondazione sia sull’assetto organizzativo della banca controllata dalla Fondazione stessa. Si è creato un meccanismo all’interno del quale, con obiettivo di raccogliere consensi politici e di mantenere una posizione di dominio e di controllo nel territorio, si era individuato nella banca Monte dei Paschi, nella sua Fondazione, e nel controllo di entrambe, gli strumenti necessari ed ottimali per perseguire tali obiettivi. Come si sostanziava tutto questo? Attraverso il controllo della Fondazione venivano nominati ai vertici degli organi amministrativi di questa soggetti molto vicini al partito politico dominante in città, i quali a loro volta provvedevano alla determinazione della governance della banca nello stesso modo, andando così spesso a selezionare soggetti non avendo riguardo alle effettive capacità manageriali ed alla professionalità di questi, bensì scegliendoli in risposta a determinate logiche di partito, politiche, le quali comunque tese a far si che la banca potesse essere controllata, direttamente dalla Fondazione, ed indirettamente dagli enti sopra citati. L’obiettivo principale era quello di mantenere il controllo di MPS, nonostante le legge Ciampi nel 1999 avesse previsto l’obbligo di smobilizzo delle partecipazioni di controllo nella banche conferitarie da parte delle fondazioni, pena la perdita delle qualifica di ente “non commerciale” entro il 31 Dicembre 2005. Attraverso tale meccanismo, gli utili generati anno dopo anno da parte di Montepaschi, venivano trasmessi alla Fondazione per la quota ad essa spettante, la quale a sua volta permetteva agli enti locali di investire tali somme in progetti ed investimenti per lo sviluppo del territorio. Tramite la banca e gli organi politici controllanti, è venuto a crearsi così il cd. “Sistema Siena”, nato tramite questi intrecci partecipativi, che per anni ha creato benessere, crescita e ricchezza nella città di Siena ed in tutti i comuni della sua Provincia. Tuttavia, questo è risultato negli ultimi anni essere scarsamente efficiente in quanto si è fatto abuso di tale strumento, andando ad allocare le risorse generate dalla banca in maniera poco efficiente, perseguendo anche in questo caso logiche politiche di consenso come il finanziamento al di la di ogni ragionevolezza delle attività sportive, il calcio ed il basket in particolare, il finanziamento delle contrade del Palio di Siena, ed investendo inoltre in progetti mai realizzati o con VAN (Valore Attuale Netto) negativo. Inoltre si è provveduto,attraverso la distribuzione degli utili della fondazione, ad affrontare spese correnti, all’assunzione di organismo personale dipendente che ha provocato un ampliamento smisurato degli organici, oltre le ragionevoli necessità, generando ulteriori costi per i bilanci del Comune, della Provincia e dell’Università. Queste esigenze, se analizzate da un punto di vista maggiormente economico, hanno inoltre determinato una forte rigidità patrimoniale della banca Monte dei Paschi, con conseguenti difficoltà di conformarsi alle esigenze di un mercato che sempre più si è focalizzato sul binomio adeguatezza patrimoniale/efficace ed efficiente gestione dei rischi dell’attività. La Fondazione ha infatti cercato di mantenere il controllo delle partecipazioni all’interno di MPS. Questa, tuttavia, non rappresentava e non rappresenta tutt’oggi una solida cassaforte di liquidità capace di provvedere agli aumenti di capitale richiesti negli anni. La Fondazione MPS si è infatti più volte indebitata al fine di mantenere il controllo all’interno della banca per fronteggiare gli aumenti di capitale effettuati nel corso degli anni. Ma ciò ha determinato soltanto una posticipazione nella linea del tempo delle inefficienze patrimoniali dei due enti; inefficienze che sono emerse nell’ultimo anno con le nuove regole previste dalla European Banking Authority (di seguito EBA) che hanno reso necessario l’intervento statale attraverso l’emissione prima dei Tremonti Bond, poi dei Monti Bond.

Fuori i nomi. Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione bancaria italiana,è stufo di vedere i colleghi banchieri salire sul banco degli imputati e chiede trasparenza, seppure da «privato cittadino».Trasparenza da applicare ai grandi debitori delle banche in crisi, colpevoli di non aver restituito i soldi ricevuti.
Con una piccola d fanno la gioia dei «Patuelli avverte: Dimenticanza: le ricche commissioni e gli interessi comunque incassati, che come è noto poveri» banchieri gabbati. È bene fare chiarezza, far luce sui prestiti andati a male , perché sono noti coloro che
mministravano queste banche, sono ignoti coloro che invece non hanno restituito i prestiti alle medesime banche.
Bisogna fare luce con un provvedimento di legge che deroghi gli obblighi della privacy». Quanto al fatto che il 70% delle sofferenze bancarie sia stato generato dai grandi istituti, il gran capo della Confindustria del credito attacca: «Lo vedremo quando sarà non solo possibile, ma anche legittimo, conoscere nomi cognomi e indirizzi di questa casistica».
La richiesta di poter dare in pasto all’opinione pubblica la lista dei cattivi clienti è una mossa a effetto e di sicura propaganda, come quando l’Abi reagisce ai ripetuti scandali bancari invocando una maggiore educazione finanziaria dei risparmiatori (come se un giudice dicesse a un truffato: «La colpa è tua che sei ignorante».
Ma certo utilizzare il discrimine delle «sofferenze», ovvero i crediti che non rientrano, è un po’ ambiguo perché spesso chi pesa davvero sui conti di una banca è un cliente troppo grosso per essere passato a sofferenza e magari beneficia di rimodulazioni delle scadenze.
In ogni caso ecco una prima lista, non esaustiva e per forza di cose approssimativa dal punto di vista della catalogazione delle singole posizioni debitorie, di quei grandi clienti che hanno tolto serenità a Patuelli e soci.
MONTE DEI PASCHI
A Siena la Bce ha chiesto aumenti di capitale da almeno 8,8 miliardi e il governo si prepara a garantirne 6,6 per impedire un crac che avrebbe effetti micidiali sull’intero sistema bancario. Negli anni d’oro, gli uomini che il Pd spediva a governare Rocca Salimbeni sono stati assai generosi.
Il caso più eclatante è stato quello di Sorgenia, il colosso dell’energia che la Cir della famiglia De Benedetti ha condotto al disastro per poi rifilarlo alle banche. A marzo del 2014, i debiti erano arrivati a 1,9 miliardi, e delle 21 banche rimaste con il cerino in mano quella di gran lunga più impantanata era proprio il Monte dei Paschi. La banca dei compagni aveva elargito al compagno «tessera numero uno del Pd» ben 600 milioni di prestiti.
Credito a pioggia anche per la Tassara di Romain Zaleski, il cui enorme debito bancario è stato ristrutturato tre anni fa e che da Siena aveva ricevuto oltre 200 milioni.
L’istituito senese è stato il capofila del pool che negli anni ha sostenuto in ogni modo la Btp, il gruppo dei
costruttori fiorentini
Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei
, travolto dalle inchieste sugli appalti del G8. Alla
Btp, il Monte dei Paschi e gli istituti che lo hanno seguito in cordata, hanno prestato oltre 200 milioni di euro spariti praticante nel nulla.
Mps in prima fila anche nel pompare nuovi denari nelle casse del gruppo Marcegaglia, guidato dai fratelli
Antonio ed Emma.
A marzo dell’anno scorso un pool di 12 banche ha concesso 492,5 milioni di euro alla
holding Marcegaglia steel, con Monte Paschi, Intesa e Unicredit a fare la parte del leone
Pioggia di prestiti anche al Sole 24 Ore e ai costruttori romani Toti, quelli della Lamaro appalti. E decine di milioni a Luigi Zunino, l’immobiliarista piemontese del disastro Risanamento.

POPOLARE DI VICENZA
L’ex feudo di Gianni Zonin ha bruciato 6 miliardi e mezzo, ha spolpato oltre 118.000 soci e ha messo insieme 17 miliardi lordi di sofferenze con la cugina Veneto Banca. E anche qui, come in altri casi analoghi, la concentrazione dei crediti marci è sui clienti più prestigiosi: un controllo sugli affidamenti oltre i 5 milioni ha portato a galla 3,4 miliardi di crediti deteriorati.
Le ispezioni della Bce hanno scoperto che a fine 2014 il finanziere romano Alfio Marchini (attualmente indagato per la sua Methorios) aveva ottenuto 76 milioni di euro, oltre a una cinquantina di milioni arrivati facendo il giro dal Lussemburgo.
Cinquanta milioni sono stati concessi anche al gruppo pugliese Fusillo, famiglia di costruttori molto vicini al Pd che è anche esposta per oltre 120 milioni con un’altra banca pericolante come la Popolare di Bari. E rimanendo sempre in Puglia, colpisce come Bpvi abbia finanziato per 27,5 milioni anche i costruttori
Degennaro
VENETO BANCA
L’istituto di Montebelluna ha perso 5 miliardi e ha messo sul lastrico 87.000 soci.
Qui ci spiccano i 78 milioni di euro concessi all’immobiliarista bolognese Vittorio Casale, che da anni fa lo slalom tra i debiti e le inchieste penali ed è da sempre vicino alle coop rosse.
La procura di Roma, che indaga sul crac della banca guidata a lungo da Vincenzo Consoli, ne ha già sequestrati 22, sospettando che ci siano dei reati dietro la concessione di tutti quei prestiti.
E non sono stati fatti mancare ben 50 milioni neppure a Francesco Bellavista Caltagirone, che con la sua Acqua Marcia combatte da anni una impegnativa battaglia per ridurre un maxi debito con le banche.
Identica cifra hanno ricevuto
fratelli veneziani Boscolo, dell’omonimo gruppo alberghiero, gravati da un
debito complessivo di 400 milioni su 250 di fatturato.
Importi più ridotti, ma che indubbiamente fanno riflettore, quelli che riguardano l”ex forzista Denis Verdini: da Veneto Banca ottenne 7,2 milioni per tappare qualche buco nelle sue società editoriali, pagare le multe di Bankitalia e affrontare i suoi molti processi.
POPOLARE ETRURIA
La banca fallita dove impazzava la famiglia di Maria Etruria Boschi, l’anno scorso, stabilì il record dei crediti cattivi rispetto al capitale: oltre 3 miliardi, due dei quali sofferenze (il capitale non arrivava a 800 milioni).
A parte un’imbarazzante mole di prestiti ai vari consiglieri di amministrazione, le prime venti sofferenze
valevano oltre 200 milioni
E fra queste ecco ancora Bellavista Caltagirone con 97 milioni, i cementifici Sacci della famiglia romana Federici (passati ora all’Unicem), i 16 milioni alla Finanziaria Italia dei fratelli Landi (quelli del crac Eutelia) e gli immancabili soldi buttati in Sorgenia (9 milioni).
BANCA DELLE MARCHE
Ad Ancona
la gestione del banchiere umbro Massimo Bianconi ha innescato
una slavina da un miliardo e
mezzo di perdite
e ha messo in ginocchio l’economia di un’intera regione
Insieme a lui sono finiti a processo
Vittorio Casale e Davide Degennaro, accusati di corruzione per una
palazzina dei Parioli che sarebbe stata regalata all’ex direttore generale della banca
. I due costruttori,
entrambi in cattive acque, avevano ricevuto fidi per oltre 70 milioni
sui
E gli inquirenti hanno più di un sospetto anche sui 200 milioni ricevuti dal gruppo di costruzioni Lanari 110 milioni concessi al gruppo Santarelli, sui 130 milioni prestati ai Minardi e sugli 80 milioni avuti dai Ciccolella, la famiglia pugliese che con i suoi vivai ha fatto crac l’anno scorso.

UNICREDIT
Non è una banca in dissesto
, ma quando un istituto di credito è costretto a lanciare un aumento di capitale da
13 miliardi di euro
, il. più grande di tutti i tempi in Piazza Affari, dopo aver venduto a prezzi stracciati 17,7
miliardi di sofferenze e aver perso il 41% in Borsa in sei mesi, tocca guardare a chi presta i soldi.
Nonostante i dirigenti di Piazza Gae Aulenti siano noti per essere i più duri ai tavoli interbancari sulle varie crisi aziendali, prima dell’avvento del francese Jean-Pierre Mustier al timone della banca non sono mancati casi di grande generosità.
Senza ovviamente oscurare il. ruolo di Giovanni Bazoli e di Intesa Sanpaolo al Corriere della Sera, Unicredit
a giugno del 2016 risultava esposta per 54,4 milioni in Rcs
Una ventina di milioni sono stati buttati anche nel pozzo senza fondo di Alitalia, con la quale la figura di raccordo è Luca Cordero di Montezemolo (presidente della compagnia aerea e vicepresidente di Unicredit), mentre mezzo miliardo era stato prestato alla holding siderurgica Tassara, il cui enorme debito è stato ristrutturato nel 2013 e al 31 marzo 2015 era sceso a 119 milioni con la sola Unicredit.
Negli anni di Alessandro Profumo, banchiere da sempre vicino al centrosinistra e già salvatore di Kataweb (la prima internet company di Carlo De Benedetti), Unicredit ha pompato denari anche nella sfortunata Sorgenia.

Tra i grandi debitori di Monte Paschi di Siena ci sono anche le coop rosse
In particolare, la loro finanziaria Holmo (190 milioni tra Mps e Carige) e Coop Centro Italia (78 milioni) che però è anche titolare di azioni della banca senese che le sono costate perdite sanguinose.
Sempre per Mps, non vanno dimenticati i nomi di Vincenzo Boccia presidente di Confindustria. che deve alla banca 7,3 milioni. e di Alessandro Falciai, attuale presidente di Mps, che ha rilevato i cantieri di Varazze e di Pisa gravati da un enorme debito con l’istituto senese del quale Falciai detiene l’1.8%. In Veneto, il caso emblematico di Giuseppe Stefanel, industriale dell’abbigliamento.

Cooperative che fanno causa alla banca della quale erano socie, ma che negli anni hanno ricevuto fiumi di denaro.
Imprenditori finanziati solo per il loro blasone, o per la loro fama, e ai quali non si poteva dire di no.
Industriali legati a filo doppio ai vertici bancari, ai quali i crediti in scadenza sono continuamente «rimodulati», mentre i comuni mortali vengono fatti fallire senza troppi complimenti.
Capitani d’azienda che per ottenere nuovi fidi sono stati caldamente invitati a diventare soci della banca, sottoscrivendo azioni che oggi sono carta straccia.
Ma sì, facciamoli pure «nomi e cognomi» di chi non ha restituito i prestiti alle banche, mettendole in difficoltà, come chiedeva lunedì il presidente dell’Abi Antonio Patuelli.
Ma senza dimenticare che spesso i rapporti tra gli istituti di credito e i loro clienti più illustri sono un intreccio inestricabile di interessi più o meno evidenti.
Tutto si tiene finché gli affari marciano, ma poi quando salta il banco volano gli stracci.
Ed è davvero complicato pretendere di stabilire chi ha fregato chi. Il Monte dei Paschi di Siena è un pozzo senza fondo.
Mandare alla sbarra la dirigenza dell’era di Giuseppe Mussari, che, ricordiamolo, non era un penalista di provincia entrato di soppiatto nel mondo dei banchieri, ma è stato anche presidente dell’Abi, non è bastato per rimettere in carreggiata la banca cara al Pd e ai suoi avi.
Ora serve un nuovo aumento di capitale da 8,8 miliardi e di questi ben 6 e mezzo dovrebbero essere garantiti
dal popolo italiano.
Come dire, abbiamo una qualche voce in capitolo.
E allora è giusto far notare che lo scorso autunno è stato
rifinanziato il debito che aveva Holmo, la finanziaria delle coop rosse che figura nella catena di controllo del
colosso UnipolSai. Doveva 190 milioni di euro alle banche; anzi, a due banche, che naturalmente sono il Monte dei Paschi e la Carige, altro istituto che se la passa maluccio.

Ma come dimenticare la paradossale storia della Coop Centro Italia, una di quelle che più ha alzato la voce contro Rocca Salimbeni?
Dagli amici del Monte ha avuto credito facile per anni e ha proseguito anche dopo che è scoppiato il bubbone. Nel 2014 Coop Centro Italia ha rinegoziato le sue linee di credito e a fine 2015, come ha ricostruito meticolosamente Fabio Pavesi sul Sole 24 Ore, esposta con Mps per 78 milioni, che è quasi la metà del suo indebitamento bancario totale.
Ma nel corso degli anni la coop rossa s’era imbottita anche di azioni Mps
e tra il 2012 e il 2014. ha calcolato
di averci perso 14.0 milioni.
Risultato: tostissima richiesta danni in tribunale per 137 milioni.
Basterebbe questa storia per dimostrare che Patuelli, con le sue improbabili liste dei «cattivi», la fa un po’ semplice, ma a dirci che qualunque distinzione manichea tra prestatori e «prenditori» sarebbe fuori luogo sono anche storie come quella di Vincenzo Boccia. Il nuovo presidente della Confindustria, issato sulla poltrona da Emma Marcegaglia (grande debitore di Monte Paschi) e legatissimo ad Antonella Mansi (ex presidente della Fondazione Mps), per anni ha curato proprio i rapporti dei piccoli industriali con gli istituti di credito. Insomma, ne capisce.
Ma sul calvario Mps, Boccia balbetta vaghi auspici oppure tace.
E c’è da capirlo, perché la sua azienda, la Arti grafiche Boccia, deve alla banca senese 7,3
milioni su 23,8 di esposizione totale con il sistema (il fatturato 2015 ha sfiorato i 40 milioni).
Ancora più complesso da decifrare il rapporto che corre tra la banca della città del Palio e un imprenditore come il livornese Alessandro Falciai, l’uomo che portò a casa oltre 300 milioni vendendo le sue torri di trasmissione a Silvio Berlusconi. Falciai ha rilevato a dicembre gli storici cantieri Baglietto di Varazze e i Cantieri di Pisa, che rischiavano di fallire sotto il peso di un debito enorme proprio con Mps. Una storia a lieto fine, si spera, impreziosita dal fatto che il cinquantacinquenne Falciai ha l’1,8% della banca e dalla fine dello scorso novembre ne è anche il presidente.
Se dalla Toscana ci si sposta a quel
disastro chiamato Veneto, dove il crollo della Popolare di Vicenza e di
Veneto Banca ha messo sul lastrico oltre 200 mila soci e ha bruciato 11 miliardi e mezzo di capitalizzazione,
non si può non raccontare la paradossale storia di
Giuseppe Stefanel
L’industriale dell’abbigliamento, poco prima di Natale,
per mettere il suo gruppo al riparo dal fallimento ha
dovuto andare in tribunale e
chiedere l’accesso al concordato preventivo.
Dopo anni di bilanci in perdita efatturati in calo, Stefanel non riesce a rispettare i parametri reddituali che gli hanno imposto le banche, Veneto Banca in testa, e non sa come restituire 85 milioni.
Probabilmente è uno di quei casi che aveva in mente il presidente dell’Abi, ma come la mettiamo con il fatto
che Stefanel, a sua volta, ha perso 5 milioni di euro sulle azioni che gli hanno spacciato in Veneto Banca?
Con quella somma avrebbe sicuramente potuto pagare una congrua rata del suo debito bancario.
Che le buone relazioni personali in banca spesso valgano più del conto economico sembra suggerirlo anche il caso di due società come Cis Spa e Interporto campano, che fanno capo all’imprenditore napoletano Gianni Punzo e da anni sono in grave difficoltà finanziaria. A novembre hanno firmato un accordo con le banche per convertire in azioni 14.9 milioni di crediti e rimodulare altri 450 milioni di mutui e prestiti vari.
Le tre banche più esposte sono Imi (Intesa-sanpaolo), la solita Mps e Unicredit, imbottita di sofferenze e alle prese con un gigantesco aumento di capitale da 13 miliardi di euro.

Punzo è uno dei soci fondatori di Ntv-Italo insieme al suo grande amico Luca Cordero di Montezemolo, vicepresidente della stessa Unicredit e altro incubo creditizio con la «sua» Alitalia.
E già che siamo dalle parti della banca di piazza Gae Aulenti, se ieri ci siamo occupati del nuovo stadio della Roma, la cui realizzazione salverebbe i conti del costruttore Parnasi (650 milioni di debiti, primo creditore Unicredit), sarebbe ingiusto dimenticare che cosa hanno significato, e significano, i colori giallorossi per la banca oggi guidata dal marziano Jean-Pierre Mustier.
Nel 2010, l’ex Capitalia azzerò 320 milioni di debiti della famiglia Sensi e della sua Italpetroli, e si prese la squadra di calcio.
Dopo la vendita agli americani di James Pallotta, si è liberata anche delle quote dell’As Roma calcio, ma a marzo del 2016 vantava ancora crediti per circa 150 milioni. Qui almeno i banchieri hanno la consolazione che la domenica vanno gratis in tribuna.

ENTITÀ’ E IMPATTO DELLO SCANDALO MPS
”Io credo che le istituzioni bancarie siano più pericolose per le nostre libertà di quanto non lo siano gli eserciti permanenti. Se il popolo americano permetterà mai alle banche private di controllare l’emissione del denaro, dapprima attraverso l’inflazione e poi con la deflazione, le banche e le compagnie che nasceranno intorno alle banche priveranno il popolo dei suoi beni finché i loro figli si ritroveranno senza neanche una casa sul continente che i loro padri hanno conquistato.”
(Thomas Jefferson)
”Permettetemi di emettere e gestire la moneta di una nazione, e me ne infischierò di chi ne fa le leggi.”
(Mayer Anselm Rothschild)
Il più grande scandalo finanziario d’Europa, secondo nel mondo solo a Lehman Brothers, è accaduto in Toscana e ha riguardato la più antica banca italiana: il Monte dei Paschi di Siena. In meno di dieci anni l’Istituto senese e la sua Fondazione hanno dilapidato la quasi totalità dell’enorme patrimonio accumulato in 544 anni di storia, annichilendo i risparmi di migliaia di piccoli azionisti, e in conseguenza ridimensionato l’organico aziendale di circa 10 mila persone4, frenato drasticamente il credito a imprese e famiglie e smesso di erogare al territorio toscano centinaia di milioni di finanziamenti destinati al terzo settore.

QUAL E’ IL VOLUME DI DENARO PERSO?
La Commissione è riuscita a definire un quadro di massima sull’entità finanziaria dello scandalo, ovvero il volume complessivo di denaro e patrimonio perso da Monte dei Paschi di Siena e Fondazione omonima tra il 1995 e il 2016, con particolare attenzione agli azionisti (su tutti la Fondazione stessa).
Nell’epoca della privatizzazione il Tribunale di Siena produsse una stima del valore di Monte dei Paschi di Siena, citata alla Commissione dall’allora Presidente vicario dell’Istituto, ex Sindaco di Siena, Vittorio Mazzoni Della Stella in
“quando io ho firmato l’ultimo bilancio, a cui accennavo, che aveva 14.400 miliardi dell’epoca, si parla di lire, di patrimonio netto contabile ai fini di vigilanza, più tra i 20 e i 24. 000 miliardi di plusvalenze implicite accertate dal Tribunale”.
Mazzoni Della Stella, V., audizione 7 aprile 2016
La Commissione ha tentato una conversione in euro, all’inflazione odierna, di questo importo, capace di rappresentare il valore totale di Monte dei Paschi di Siena al momento della privatizzazione, ed è arrivata a stimare circa 20 miliardi di euro. Una gestione prudenziale di questo patrimonio avrebbe potuto determinare oggi, secondo alcuni auditi, un valore di circa 30 miliardi di euro. Al momento di conclusione della presente relazione Monte dei Paschi di Siena vale in borsa circa 700 milioni di euro e il Presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena ha indicato alla Commissione che il patrimonio di quest’ultima si aggira intorno a 550 milioni di euro.

A questa perdita di valore è necessario aggiungere la somma degli aumenti di capitale 2013 e 2015 sottoscritto dai soci, 8 miliardi, successivamente bruciati dai mercati ed è possibile aggiungere la quota di crediti deteriorati giudicati sofferenze, quindi di difficile recupero da parte della banca Monte dei Paschi di Siena per un importo netto di circa 24 miliardi. Infine secondo alcuni auditi sarebbe opportuno sommare anche la perdita di liquidità collegata alla vicenda Antonveneta.
La riflessione comune su queste indicazioni invita la Commissione a stimare che la perdita totale di valore raggiunta dalla privatizzazione ad oggi è rappresentata da un numero, di difficile definizione, di circa 50 miliardi di euro.
DISASTRO: TOSCANA PAGA PREZZO PIU’ ALTO
Nello scenario nazionale e mondiale, la Toscana ha pagato il prezzo più alto di questo disastro, sia sui piani sovracitati – dilapidazione di patrimonio e risparmio, stretta su credito ed erogazioni, contrazione occupazionale – sia a livello di immagine e credibilità internazionale. L’Istituzione Regione Toscana, oltre al governo di tali conseguenze e alla gestione dei rapporti con tale partner sociale nelle sette partecipate regionali delle quali è azionista, ha ricevuto l’ulteriore danno della perdita patrimoniale associata alla sua condizione di socio fondatore della Fondazione Monte dei Paschi di Siena ed ente nominante di un membro della deputazione generale.
RESPONSABILITA’ PENALI E CIVILI
La magistratura ha identificato parte delle responsabilità personali sottostanti tale disastro, pervenendo a condanna penale in primo grado per alcune di queste. Nell’ottobre 2014 il Tribunale di Siena ha riconosciuto colpevoli del reato presentato nell’art. 2638 del Codice Civile (“Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza”): Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Giuseppe Baldassarri, tre figure apicali del management di banca Monte dei Paschi di Siena fino ai primi del 2012. La condanna a 3 anni e 6 mesi oltre il pagamento per le spese processuali e di custodia in carcere per Baldassarri, unita all’aggravante di pena, sono da sommarsi all’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici e al risarcimento dei danni della parte civile costituita. Tutti e tre gli imputati, e la Procura di Siena hanno fatto ricorso in appello, ma il processo di secondo grado non risulta ancora partito.
Alla commissione risultano attualmente aperti i seguenti procedimenti penali, individuati tramite fonti terze, poiché Regione Toscana non risulta costituita parte civile in alcuno si essi:
S In relazione ad una serie di operazioni finanziarie realizzate per coprire delle perdite seguite all’acquisto Antonveneta e produrre “centinaia di milioni di euro di utili, mai prodotti effettivamente” la Procura di Milano ha disposto in data 16 febbraio 2016 il rinvio a giudizio per “ostacolo alle attività di vigilanza di Consob e Bankitalia”, “falso in bilancio”, “aggiotaggio” “falso in prospetto” commessi tra il 2008 e il 2012, di:
– Giuseppe Mussari, Antonio Vigni, Gianluca Baldassarri ed altri due ex dirigenti Monte dei Paschi di Siena
– 6 dirigenti o ex dirigenti di Deutsche Bank
– 2 dirigenti della banca giapponese Nomura

A seguito della presentazione di denunce ed esposti da parte del Codacons e di cittadini in ordine alla situazione del Monte dei Paschi di Siena, la Procura della Repubblica di Roma ha aperto un procedimento contro ignoti per il reato di manipolazione del mercato e altre ipotesi di reato. All’interno di tale procedimento in data 21 luglio 2016 è stata archiviata la posizione dell’ex presidente del Collegio Sindacale del Monte dei Paschi di Siena ai tempi della Presidenza Mussari, Tommaso Di Tanno, e dei membri dell’organismo: Lonardo Pizzichi e Pietro Fabbretti, accusati di reato di ostacolo alla vigilanza
S In relazione ad alcune operazioni finanziarie con derivati creditizi effettuate da MPS e Intesa San Paolo, la Procura di Trani ha avviato un procedimento penale che coinvolge, oltre ai due istituti, anche gli organismi di controllo (Banca d’Italia e Consob)
Nel gennaio 2015 la Procura di Salerno ha rinviato a giudizio per la bancarotta fraudolenta legata al Pastificio Amato Giuseppe Mussari, l’ex sindaco di Siena Franco Ceccuzzi, l’ex presidente della Commissione Finanze della Camera Paolo Del Mese e undici componenti del consiglio di amministrazione della Banca della Campania. Monte dei Paschi di Siena, come raccontato in esteso nel capitolo 1.8, è coinvolta a seguito dello stanziamento di 17 milioni al gruppo, malgrado si trovasse in una difficile situazione economica, frutto secondo gli inquirenti di una intercessione politica degli esponenti politici sovracitati.
S Infine, come indicato alla Commissione dal Procuratore della Repubblica di Siena, Salvatore Vitello, “è in fase di deposito l’avviso di chiusura indagine preliminare nel proc. n. 3861/12 nei confronti di Baldassarri Gianluca più altri undici indagati per il delitto di associazione a delinquere aggravata e transnazionale” che la Commissione desume riferibile a quanto la stampa ha raccontato come “banda del 5 percento”
La Commissione ha avuto difficoltà ad elencare tutti i procedimenti attivi in sede civile, riferibili allo scandalo Monte dei Paschi di Siena.
Alla Commissione è stata fornita notizia da auditi di procedimenti di risarcimento richiesti dalle parti civili ai tre condannati, a Nomura e Deutsche Bank, mentre risulta concluso con sentenza del Tribunale civile di Firenze il procedimento di primo grado intentato da banca Monte dei Paschi di Siena e Fondazione Monte dei Paschi di Siena contro Antonio Vigni, condannato a risarcire alla banca un danno patrimoniale di 245 milioni di euro oltre alle spese e i compensi (250mila euro a MPS e 100mila euro a Banca Monte dei Paschi di Siena). Risulta alla Commissione che si sia concluso con una trattativa extra giudiziale il procedimento civile intentato da Banca Monte dei Paschi di Siena verso le controparti delle operazioni finanziarie oggetto del procedimento penale disposto dalla Procura di Milano, mentre restano ancora da definire in sede civile le responsabilità di Giuseppe Mussari.

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