È morta a Verbania Emma Morano la donna più anziana al mondo:Proveniva da una famiglia di donne longeve

Una vita da record quella di Emma Morano, morta ieri nella sua casa a Verbania, sulle rive del Lago Maggiore. Classe ‘99, del 1800, la signora Morano aveva compiuto gli anni lo scorso 29 novembre, detenendo il titolo di persona più anziana al mondo, quinta nella classifica di tutti i tempi, grazie ai suoi 117 anni e 137 giorni.

L’ultima donna al mondo nata nel diciannovesimo secolo. Da 25 anni non usciva più di casa, ma solo nell’ultimo periodo aveva ceduto all’idea, da lei mai troppo gradita, di farsi seguire da una badante. Una donna che si mostrava sempre con il sorriso, pronta ad accogliere le persone che chiedevano di incontrarla, su tutti giornalisti e studiosi provenienti da tutto il mondo, chi per curiosità, chi per carpire il segreto della sua longevità. Lei rispondeva sempre con gentilezza e spontaneità, e questo molte volte spiazzava i suoi interlocutori, così come la sua dieta tutta particolare, consigliatale da un suo vecchio dietologo: tre uova al giorno e carne cruda.

Un vero mistero per i dietologi moderni e i cultori dell’alimentazione. Nella sua lunga vita, Emma Morano ha conosciuto tre re d’Italia, 11 papi e 12 presidenti della Repubblica. Dopo i primi anni passati a Civiasco, in provincia di Vercelli, si è trasferita a Villadossola e in seguito a Verbania.

Una vita tumultuosa: oltre alle due guerre mondiali, la signora ha vissuto anche momenti difficili a livello personale, come la morte del figlio di appena tre mesi, nel 1937, e la separazione, ben 70 anni fa, dal marito violento. Una delle prime donne a divorziare. Da quel momento, la decisione di rimanere sola, anche perché il suo unico vero amore era partito per la guerra, e lei non aveva più avuto sue notizie.

Cessata l’attività nello iutificio Maioni, era un’operaia tessile, la donna comincia a lavorare nella cucina del Collegio Santa Maria di Verbania. Negli anni ‘50, in pieno boom economico, va in pensione.

Non amava guardare la televisione, negli ultimi anni non riusciva più a leggere, ma conosceva a memoria tutte le preghiere in latino. Nel corso della sua lunga vita, però, ha avuto anche numerosi riconoscimenti e soddisfazioni: un profilo Facebook creato ad hoc dai suoi fan, l’onorificenza di cavaliere ricevuta dal presidente Giorgio Napolitano e la prima medaglia rosa al mondo coniata durante l’Expo di Milano. Non ultima, nel 2015, la benedizione di Papa Francesco. «Ha avuto una vita straordinaria – ha affermato Silvia Marchionini, sindaco di Verbania – e ricorderemo sempre la sua forza di andare avanti, il suo atteggiamento reattivo e combattivo nei confronti delle avversità che l’esistenza le ha riservato». Una personalità e una longevità, come ha sottolineato il primo cittadino, che hanno reso famosa la città di Verbania, dove attualmente vivono 20 centenari e circa 2.500 ultraottantenni.

Ora lo scettro di più anziana al mondo è passato alla giamaicana Violet Moss Brown, con i suoi 117 anni e 36 giorni, di pochi giorni più giovane di Emma Morano. Violet, “Zia V” per gli amici, ha vissuto anche lei momenti storici particolarmente duri, come la colonizzazione britannica, ma questo non le ha tolto il gusto, come lei stessa ha ammesso, di godersi la vita, senza perdere troppo tempo a pensare alla morte. Per quanto riguarda gli uomini, il più vecchio al mondo è l’israeliano Israel Kristal, nato il 15 settembre 1903 in Polonia, all’epoca sotto il dominio dell’impero zarista. Kristal ha 113 anni e 21 giorni ed è sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Il record mondiale, ancora imbattuto, appartiene però alla francese Jeanne Calment, morta nel 1997 all’età di 122 anni e 164 giorni.

L’invecchiamento della popolazione è uno dei fenomeni più significativi del 21esimo secolo che ha conseguenze importanti e di ampia portata per tutti i settori della società. In tutto il mondo, ogni secondo che passa, ci sono due persone che festeggiano il loro sessantesimo compleanno. Considerando che nel mondo, una persona su nove ha sessant’anni o più e che questa percentuale arriverà a una su cinque entro il 2050, l’invecchiamento della popolazione è un fenomeno che non può più essere ignorato. Il documento Invecchiare nel ventunesimo secolo: un traguardo e una sfida, analizza la situazione attuale delle persone anziane e esamina i progressi effettuati nell’adozione di politiche e azioni da parte dei governi e altre parti in causa dopo la Seconda Assemblea Mondiale sull’Invecchiamento, riguardo all’attuazione del Piano di Azione Internazionale di Madrid sull’Invecchiamento, concepito per rispondere alle opportunità e alle sfide di un mondo che invecchia. Il documento fornisce esempi estremamente interessanti di programmi innovativi capaci di rispondere efficacemente ai problemi dell’invecchiamento e alle preoccupazioni delle persone anziane. Il rapporto identifica le lacune e fornisce raccomandazioni sulla strada da seguire per garantire l’esistenza di una società per tutte le età, nella quale giovani e anziani abbiano l’opportunità di contribuire allo sviluppo e condividerne i benefici. Caratteristica saliente di questo rapporto è il fatto di concentrarsi sulle voci delle persone anziane, registrate attraverso un capillare lavoro di ascolto in tutto il mondo. Il rapporto, risultato della collaborazione di oltre venti organismi delle Nazioni Unite e altre importanti organizzazioni internazionali impegnate nell’ambito dell’invecchiamento della popolazione, mostra che sono stati fatti importanti progressi in molti paesi grazie all’adozione di nuove politiche, strategie, piani e leggi sull’invecchiamento, ma che bisogna fare molto di più per attuare pienamente il Piano di Madrid e realizzare il potenziale del nostro mondo che invecchia.

L’invecchiamento della popolazione

L’invecchiamento della popolazione è un problema che riguarda tutte le regioni e tutti i paesi con vari livelli di sviluppo. La sua progressione è più rapida nei paesi in via di sviluppo, anche tra quelli che hanno un numero elevato di giovani. Attualmente tra i 15 paesi che hanno oltre 10 milioni di anziani, sette sono paesi in via di sviluppo. L’invecchiamento è un trionfo dello sviluppo. Una longevità sempre in aumento è uno dei grandi successi dell’umanità. Si vive più a lungo grazie a migliori alimentazione, igiene, progressi nel campo della medicina, cure mediche, istruzione e benessere economico. La speranza di vita alla nascita è attualmente di oltre 80 anni in 33 paesi; cinque anni fa, i paesi che avevano raggiunto questo obiettivo erano solo 19. La maggior parte delle persone che leggono questo rapporto supereranno gli 80 anni e taluni i 100. Attualmente, solo il Giappone ha una popolazione anziana superiore al 30% del totale; si ritiene che entro il 2050, 64 paesi raggiungeranno il Giappone su queste percentuali. Questo cambiamento demografico offre opportunità che sono altrettanto ampie del contributo che può offrire alla società una popolazione anziana socialmente e economicamente attiva, in buone condizioni economiche e di salute. L’invecchiamento della popolazione presenta anche sfide sociali, economiche e culturali a individui, famiglie, società e alla comunità globale. Come sottolinea il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon nella prefazione al presente rapporto, “le conseguenze sociali ed economiche di questo fenomeno sono profonde, e vanno ben al di là del singolo anziano e della sua famiglia, dato che coinvolgono la società e la comunità globale come mai prima d’ora”. Il modo in cui sceglieremo di affrontare le sfide e massimizzare le opportunità di una popolazione anziana in aumento sarà determinante per poter raccogliere i benefici del “dividendo della longevità”. Il numero e la percentuale di anziani che aumentano più velocemente di qualsiasi altro gruppo d’età in molti paesi del mondo, suscitano preoccupazione sulla capacità delle società di far fronte alle sfide associate a questo cambiamento demografico. Per affrontare le sfide, ma anche per approfittare delle opportunità derivanti dall’invecchiamento della popolazione, il rapporto invita a considerare nuovi approcci nella strutturazione delle società, del mondo del lavoro e dei rapporti sociali e intergenerazionali. Tutto questo deve essere sostenuto da un impegno politico forte e da una solida base di dati e conoscenze che garantiscano un’effettiva integrazione dell’invecchiamento globale nei più ampi processi di sviluppo. Uomini e donne di tutto il mondo devono poter invecchiare con dignità e sicurezza, approfittando della vita attraverso la piena realizzazione di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali. Considerare simultaneamente problemi e opportunità è il modo migliore per vincere la sfida dell’invecchiamento.

La trasformazione dell’invecchiamento

Si considera che una popolazione stia invecchiando quando le persone anziane diventano una percentuale proporzionalmente maggiore della popolazione totale. I tassi di fertilità in diminuzione e una maggiore durata della vita hanno portato all’invecchiamento della popolazione. L’aspettativa di vita alla nascita è aumentata in modo sostanziale in tutto il mondo. L’aspettativa di vita nel lasso di tempo tra il 2010-2015 è di 78 anni nei paesi sviluppati e di 68 nelle regioni in via di sviluppo. Entro il 2045-2050 i neonati avranno un’aspettativa di vita di 83 anni nelle regioni sviluppate e di 74 anni in quelle in via di sviluppo. Nel 1950 nel mondo c’erano 205 milioni di sessantenni, nel 2012 il numero degli anziani è arrivato a quasi 810 milioni. Si prevede che arrivi al miliardo in meno di dieci anni e che raddoppi entro il 2050, arrivando a due miliardi. Ci sono differenze sostanziali tra le diverse regioni del mondo. Per esempio, nel 2012, la percentuale della popolazione africana di 60 anni o più è del 6%, mentre è del 10% in America Latina e nei Caraibi, dell’11% in Asia, del 15% in Oceania, del 19% in America del Nord e 22% in Europa. Si prevede che per il 2050 le stesse percentuali arriveranno al 10% in Africa, 24% in Asia, 24% in Oceania, 25% in America Latina e nei Caraibi, 27% in America del Nord e 34% in Europa. Come tendenza generale, le donne sono la maggioranza degli anziani. Attualmente, per 100 donne sessantenni nel mondo ci sono solo 84 uomini. Per quanto riguarda gli ottantenni invece, si contano solo 61 uomini ogni 100 donne. Gli uomini e le donne vivono in modo diverso la vecchiaia. I rapporti di genere strutturano tutto il corso della vita, influenzando l’accesso a risorse e opportunità con un impatto che è allo stesso tempo continuo e cumulativo. In molte situazioni, le donne anziane sono più vulnerabili nei confronti delle discriminazioni, tra le quali ricordiamo minori opportunità di accesso al lavoro e alle cure mediche, maggiore esposizione a maltrattamenti, al non riconoscimento del diritto alla proprietà e all’eredità, alla mancanza di un reddito vitale minimo e di una copertura sociale. Ma gli uomini anziani, soprattutto dopo la pensione, possono a loro volta diventare vulnerabili perché hanno reti di sostegno sociale più deboli e possono essere esposti a raggiri, soprattutto sul piano finanziario. Queste differenze hanno conseguenze importanti al momento di stabilire programmi e politiche pubbliche. Gli anziani non sono un gruppo omogeneo ai quali applicare politiche “taglia unica”. E’ importante non standardizzare gli anziani come un’unica categoria, ma riconoscere invece che essi sono diversi e differenziati come qualsiasi altra fascia d’età, per quanto riguarda l’età, il sesso, la provenienza geografica, l’istruzione, il reddito e la salute. Ogni gruppo di anziani, siano essi donne, uomini, molto anziani, autoctoni, analfabeti, che vivano in città o in campagna, ha necessità e interessi particolari che devono essere presi in considerazione in modo specifico attraverso l’adozione di modelli di intervento e programmi su misura.

Seconda Assemblea

Mondiale sull’Invecchiamento La Seconda Assemblea Mondiale sull’Invecchiamento, tenutasi a Madrid, Spagna, nel 2002, per discutere le sfide poste dal rapido invecchiamento della popolazione, ha adottato il Piano di Azione Internazionale di Madrid sull’Invecchiamento i cui punti fondamentali riguardano l’integrazione delle persone anziane nel tema dello sviluppo, l’evoluzione di salute e benessere per la terza età e la garanzia di un ambiente che favorisca sostegno e capacità di iniziativa. Il Piano di Madrid chiede un cambiamento di comportamenti, atteggiamenti e abitudini per far sì che gli anziani non siamo considerati semplicemente come beneficiari dei servizi sociali, ma come partecipanti attivi del processo di sviluppo con pieni diritti. Invecchiare nel ventunesimo secolo: un traguardo e una sfida, è un contributo all’esame del Piano di Madrid dopo dieci anni e alla valutazione dei progressi nella sua attuazione. Un dato fondamentale di questo rapporto riguarda l’incredibile produttività e i contributi dati dai sessantenni come collaboratori familiari, elettori, volontari, imprenditori ecc. Il rapporto mostra anche che l’adozione di misure ad hoc per garantire cure mediche, un reddito regolare, reti di rapporti sociali e assistenza legale, genererà vantaggi legati alla longevità i cui frutti saranno raccolti in tutto il mondo da questa generazione e da quelle a venire. Il rapporto sostiene l’idea che i governi nazionali e locali, le organizzazioni internazionali, le comunità e la società civile debbano impegnarsi al massimo in uno sforzo comune per far sì che la società del 21esimo secolo si adatti alla realtà della demografia del 21esimo secolo. Lo stesso documento sottolinea che per avere progressi concreti, efficaci in termini di costo, bisognerà garantire che gli investimenti sull’età inizino fin dalla nascita.

Garanzia del reddito

Tra le preoccupazioni più pressanti delle persone anziane in tutto il mondo c’è la garanzia del reddito. Questo punto, insieme alla salute, è tra i più menzionati dagli anziani stessi. Si tratta anche degli argomenti che costituiscono due tra le sfide più importanti per i governi che affrontano l’invecchiamento della popolazione. La crisi economica mondiale ha esacerbato la pressione finanziaria per garantire la sicurezza economica e l’accesso alle cure mediche per gli anziani. Gli investimenti nel sistema pensionistico sono considerati uno strumento fondamentale per garantire l’indipendenza economica e ridurre la povertà nella terza età. La sostenibilità di questi sistemi è un punto di particolare preoccupazione, soprattutto nei paesi sviluppati, mentre nei paesi in via di sviluppo la protezione sociale e la copertura pensionistica per la terza età rimangono ancora una sfida, dato che una larga parte della forza lavoro proviene dal settore informale. E’ necessario attivare delle piattaforme in materia di protezione sociale per garantire la sicurezza del reddito e l’accesso ai servizi essenziali di natura sociale e sanitaria per tutte le persone anziane, e fornire una rete di sicurezza che contribuisca al mantenimento di un buono stato di salute più a lungo e prevenga l’impoverimento nella terza età. Non ci sono prove certe sul fatto che l’invecchiamento della popolazione in quanto tale abbia minato lo sviluppo economico o che i paesi non abbiano risorse sufficienti per garantire le pensioni e le cure mediche per la popolazione anziana. Tuttavia, nell’insieme, solo un terzo dei paesi ha un sistema di protezione sociale completo, che nella maggior parte dei casi, copre solo le persone con un impiego regolare, ossia meno della metà della popolazione economicamente attiva a livello mondiale. Le pensioni e in particolare quelle sociali, sono uno strumento importante in quanto tale, dato che danno un contributo fondamentale per il benessere delle persone anziane, ma hanno dimostrato anche la loro importanza per il sostentamento di intere famiglie. In tempi di crisi, le pensioni possono costituire la principale fonte di reddito familiare, e spesso permettere ai giovani e alle loro famiglie di far fronte alla diminuzione o alla perdita del lavoro.

Accesso a cure mediche di qualità

Allo scopo di mettere in pratica il loro diritto di godere dei più alti livelli di salute fisica e psichica, le persone anziane devono avere accesso a servizi e informazioni sanitarie adatti alla loro età, possibilità finanziarie e esigenze. Tali servizi devono includere le cure mediche preventive, curative e a lungo termine. Una prospettiva che comprenda l’intero corso della vita dovrebbe includere attività di promozione della salute e prevenzione di malattie e invalidità, incentrate sul mantenimento dell’indipendenza, la prevenzione e il differimento di malattie e invalidità e la somministrazione delle cure. Sono necessarie politiche che promuovano stili di vita salutari, tecnologie di assistenza, ricerca medica e cure riabilitative. La formazione di operatori e professionisti della salute è fondamentale per garantire che coloro che lavorano con gli anziani abbiano accesso alle informazioni e alla formazione di base per la cura delle persone anziane. E’ necessario fornire una migliore assistenza a tutti gli operatori, inclusi i membri della famiglia, gli assistenti locali, soprattutto per le cure di lunga durata nei confronti degli anziani più fragili e agli stessi anziani che si occupano di altre persone. Il rapporto sottolinea che la salute deve essere l’obiettivo fondamentale della risposta della società al problema dell’invecchiamento della popolazione. Garantire che le persone che vivono una vita più lunga, vivano anche una vita più sana, darà maggiori opportunità e ridurrà i costi per gli anziani, le famiglie e la società.

Ambiente favorevole

Un ambiente fisico accogliente che promuova lo sviluppo e l’uso di tecnologie innovative allo scopo di incoraggiare l’invecchiamento attivo, è particolarmente importante per gli anziani nel momento in cui iniziano ad avere una mobilità ridotta e una diminuzione di vista e udito. E’ essenziale quindi che gli anziani abbiano alloggi a prezzo equo e trasporti facilmente accessibili che favoriscano l’invecchiamento a casa propria, per permettergli di rimanere indipendenti, favorire i contatti sociali e far sì che gli anziani rimangano membri attivi in seno alla società. Bisogna fare di più per mostrare, indagare e prevenire la discriminazione, i maltrattamenti e la violenza nei confronti degli anziani, soprattutto le donne che sono più vulnerabili. Sono stati fatti dei progressi nella promozione dei diritti umani degli anziani, soprattutto dibattiti concentrati sullo sviluppo di strumenti nell’ambito dei diritti umani internazionali, concepiti specificamente per gli anziani.

La strada da percorrere

In molte parti del mondo sono le famiglie ad avere la responsabilità per la cura e il sostegno finanziario degli anziani non più autonomi. I costi possono essere estremamente elevati per la generazione professionalmente attiva, e spesso influenzano negativamente la loro capacità di risparmiare, di lavorare e la loro produttività. Tuttavia, i trasferimenti di fondi privati, in seno alla famiglia, non possono più automaticamente essere considerati l’unica fonte di reddito per i familiari più anziani. Il rapporto mostra come le abitudini di vita degli anziani stiano cambiando in linea con i cambiamenti della società. Le famiglie diventano più piccole e il sistema di sostegno intergenerazionale continuerà ad essere esposto a cambiamenti importanti, soprattutto negli anni a venire. C’è un numero importante di nuclei familiari “con una generazione mancante”, composti da bambini e anziani, soprattutto nelle zone rurali, a causa della migrazione dalle campagne verso le città, degli adulti della “generazione di mezzo”. I colloqui con persone anziane in tutto il mondo hanno mostrato l’esistenza di molti casi nei quali gli anziani aiutano figli e nipoti, non solo nei lavori di casa e occupandosi dei bambini, ma anche con sostanziosi contributi finanziari alla famiglia. Il rapporto sottolinea la necessità di affrontare le disuguaglianze sociali attualmente esistenti, garantendo a tutte le fasce della popolazione lo stesso accesso a istruzione, occupazione, cure mediche e servizi sociali di base che permetteranno alle persone di vivere decorosamente nel presente ed risparmiare per il futuro. Chiede investimenti cospicui in capitale umano attraverso il miglioramento dell’istruzione e delle prospettive professionali della generazione dei giovani. L’invecchiamento della popolazione rappresenta una sfida per i governi e le società, ma non deve essere considerato una crisi. La risposta all’invecchiamento può e deve essere pianificata per trasformare questa sfida in un’opportunità. Il rapporto espone una serie di ragioni irrefutabili a favore di investimenti che garantiscano una buona qualità di vita al momento dell’invecchiamento e suggerisce soluzioni positive, realizzabili anche nei paesi più poveri. Le voci degli anziani che hanno partecipato alle consultazioni per questo rapporto ribadiscono la necessità della sicurezza del reddito, la possibilità di un lavoro flessibile, cure mediche e medicine economicamente accessibili, alloggi e trasporti a misura di anziano e eliminazione di discriminazione, violenza e maltrattamenti nei loro confronti. Gli anziani sottolineano ancora una volta, la loro volontà di rimanere membri attivi e rispettati della società. Il rapporto esorta la comunità internazionale a fare di più per l’invecchiamento nel campo dello sviluppo. Ci sono ragioni chiare ed evidenti per stabilire obiettivi di sviluppo relativi all’ invecchiamento della popolazione, sostenuti da sviluppo di capacità, bilanci e politiche specifiche insieme a ricerche e analisi sull’invecchiamento, aggiornate e basate su dati attuali e di buona qualità. Nel momento in cui i paesi si preparano a programmare la strada da seguire dopo il 2015, l’invecchiamento della popolazione e le risposte dei poteri pubblici sul tema degli anziani devono essere al centro del processo. In un mondo che invecchia rapidamente, è fondamentale avere obiettivi di sviluppo esplicitamente collegati alla popolazione anziana, la cui assenza spicca tra gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

Dieci priorità per massimizzare le opportunità delle popolazioni anziane

1. Riconoscere l’inevitabilità dell’invecchiamento della popolazione e la necessità di preparare adeguatamente tutte le parti in causa (governi, società civile, settore privato, comunità e famiglie) all’aumento del numero di persone anziane. Per far questo, è necessario migliorare la comprensione del problema, rafforzare le capacità nazionali e locali, e attuare le riforme politiche, economiche e sociali necessarie per adattare le società ad un mondo che invecchia.

2. Garantire che tutte le persone anziane vivano in condizioni di dignità e sicurezza, che abbiano accesso ai servizi sociali e alle cure mediche di base e che abbiano un reddito minimo grazie all’attuazione di piattaforme nazionali di protezione sociale e altri investimenti di natura sociale volti ad aumentare l’autonomia e l’indipendenza delle persone anziane, prevenire l’impoverimento nella terza età e contribuire ad un invecchiamento in migliori condizioni di salute. Tali azioni dovrebbero essere basate su una visione a lungo termine, sostenute da un impegno politico forte e da fondi sicuri che possano prevenire impatti negativi in tempo di crisi o cambi di governo.

3. Sostenere le comunità e le famiglie per sviluppare un sistema di sostegno allo scopo di garantire alle persone anziane più fragili le cure a loro necessarie sul lungo periodo e promuovere a livello locale un invecchiamento attivo e in buone condizioni di salute per favorire l’invecchiare nella propria comunità.

4. Investire nelle giovani generazioni, attraverso la promozione di comportamenti sani e garantendo istruzione e opportunità lavorative, accesso ai servizi sanitari e copertura previdenziale per tutti i lavoratori come migliore investimento per migliorare la vita di generazioni future di anziani. E’ necessario promuovere il lavoro flessibile, l’apprendimento lungo tutta la vita e l’aggiornamento professionale per facilitare l’integrazione nel mercato del lavoro degli anziani di oggi.

5. Sostenere gli sforzi nazionali e internazionali per sviluppare ricerche comparative sull’invecchiamento, e fare in modo che i dati e i risultati di questa ricerca, sensibili alle questioni culturali e di genere, siano disponibili per la definizione delle politiche.

6. Integrare l’invecchiamento in tutte le politiche di genere e le questioni di genere nelle politiche di invecchiamento, prendendo in considerazione le diverse esigenze di uomini e donne anziani.

7. Garantire l’inclusione dell’invecchiamento e delle esigenze degli anziani in tutte le politiche e i programmi di sviluppo nazionali.

8. Garantire l’inclusione dell’invecchiamento e delle esigenze degli anziani negli interventi umanitari nazionali, nei piani di attenuazione e adeguamento ai cambiamenti climatici e nei programmi di gestione e preparazione alle catastrofi.

9. Assicurarsi che i problemi legati all’invecchiamento siano adeguatamente presi in considerazione nei programmi di sviluppo post 2015, anche attraverso lo sviluppo di obiettivi e indicatori specifici. 10. Sviluppare una nuova cultura dell’invecchiamento basata sui diritti e un cambiamento di mentalità e atteggiamenti sociali nei riguardi delle persone anziane, perché da beneficiari dello stato sociale possano trasformarsi in cittadini attivi e partecipi.

A questo scopo, è necessario lavorare per sviluppare strumenti internazionali per i diritti umani e per il loro recepimento nelle legislazioni nazionali insieme a misure affermative per combattere la discriminazione basata sull’età e favorire il riconoscimento delle persone anziane come soggetti autonomi. Punti chiave sull’invecchiamento Cambiamenti demografici • Nel mondo, ogni secondo due persone festeggiano il loro sessantesimo compleanno – per un totale di quasi 58 milioni di compleanni all’anno. • Nel 2050 per la prima volta ci saranno più persone anziane che ragazzi sotto i 15 anni. Nel 2000 c’erano già più persone di sessant’anni o più che bambini sotto i cinque anni. • Nel 2012, le persone di sessant’anni o più erano 810 milioni, ossia l’11,5% della popolazione totale. Secondo le previsioni questa cifra arriverà al miliardo di persone in meno di dieci anni e raddoppierà entro il 2050, raggiungendo i due miliardi di persone, ossia il 22% della popolazione totale. • Nell’ultimo decennio, il numero di persone di sessant’anni o più è aumentato di 178 milioni di persone – una cifra che equivale quasi all’intera popolazione del Pakistan, che si trova al sesto posto tra i paesi più popolosi del mondo. • L’aspettativa di vita tra il 2010 e il 2015 è di 78 anni nei paesi sviluppati e di 68 in quelli in via di sviluppo. I bambini nati tra il 2045 e il 2050 avranno un’aspettativa di vita di 83 anni nei paesi sviluppati e di 74 in quelli in via di sviluppo. • Su tre sessantenni, due vivono in paesi in via di sviluppo. Nel 2050, quasi quattro sessantenni su cinque vivranno nel mondo in via di sviluppo. • Il Giappone è l’unico paese del mondo in cui oltre il 30% della popolazione ha sessanta o più anni. Nel 2050 ci saranno 64 paesi nei quali la popolazione anziana rappresenterà oltre il 30% della popolazione. • Il numero di centenari aumenterà su scala mondiale passando da 316.600 nel 2011 a 3,2 milioni nel 2050. • Nel mondo, per cento donne di sessant’anni o più ci sono 84 uomini della stessa età, e ci sono 61 uomini ogni 100 donne di 80 anni o più. Reddito e salute • Su scala mondiale, solo un terzo dei paesi, che rappresentano solamente il 28% della popolazione, ha un sistema completo di politiche sociali che copre tutti i settori della previdenza sociale. • Il costo di un sistema pensionistico generalizzato a tutti gli ultra sessantenni nei paesi in via di sviluppo va dallo 0,7% al 2,6% del PIL. • A livello mondiale, il 47% degli anziani e il 23,8% delle anziane fanno parte della forza lavoro. • Trent’anni fa non c’erano “economie anziane” nelle quali i consumi delle persone anziane superavano quelli dei giovani. Nel 2010, c’erano 23 economie anziane e entro il 2040 ce ne saranno 89. • A livello mondiale, oltre il 46% delle persone di 60 anni o più ha delle disabilità. Oltre 250 milioni di persone soffrono di disabilità moderate o gravi. • Il numero di persone colpite da demenza senile nel mondo è stimato a 35,6 milioni e si ritiene che raddoppierà quasi ogni vent’anni per arrivare a 65,7 milioni di persone nel 2030. Le voci delle persone anziane Dei 1.300 anziani, uomini e donne, che sono stati consultati per la stesura di questo rapporto: • 43% dice di aver paura di subire violenze personali. • 49% stima di essere trattato con rispetto. • 61% usa un telefono cellulare. • 53% afferma di avere difficoltà più o meno gravi per pagare i servizi di base. • 44% afferma di essere in buone condizioni di salute. • 34% ha difficoltà nell’accesso alle cure mediche di cui ha bisogno.

La vecchiaia è troppo spesso fraintesa. La parola stessa, vecchiaia, incute un senso di smarrita desolazione. Eppure, il prolungamento dell’aspettativa di vita e la possibilità, oggi più di ieri, di raggiungere un’età avanzata in condizioni di salute accettabili o addirittura perfette dovrebbe muovere a riflessioni più ampie rispetto ad una banale categorizzazione della società in giovane, adulta e anziana. La longevità, un traguardo in continuo progresso e miglioramento grazie alle più agevoli condizioni di vita e ai contributi sempre più fattivi della scienza, consente ad una porzione molto più ampia della popolazione di arrivare ad un’avanzata maturità. E questa è una buona notizia. Il fraintendimento maggiore che riguarda l’età anziana è legato alla capacità cerebrale, alla presenza, nei rischi di malattia, di patologie degenerative gravi e invalidanti come la demenza o il Parkinson: per qualche ragione non condivisibile, troppo frequentemente gli anziani vengono identificati con soggetti affetti da demenza, Parkinson, da condizioni cerebrali non più compatibili con il ragionamento e la gestione della vita personale e sociale. È un falso palese. Infatti, se è vero che il cervello adulto non va incontro ad una moltiplicazione dei suoi neuroni, è altrettanto vero che le sinapsi, i collegamenti tra i neuroni, aumentano significativamente nel corso della vita. E le connessioni rendono ragioni delle capacità intellettive. Le malattie degenerative purtroppo esistono e possono capitare, ma la perdita dell’intelletto non è la condizione tipica dell’anziano. Anzi, la situazione normale dell’anziano è al contrario una visione saggia, lungimirante, disinteressata (perché fuori dai giochi della competitività e dalle nevrosi della carriera) e ricca di memoria storica. È una visione più articolata. Non dobbiamo dimenticare che i “saggi”, figure reali ma anche fiabesche e leggendarie, addirittura religiose, sono sempre stati anziani: la capacità di giudizio, di equidistanza, di ragionamento dell’anziano è patrimonio di quasi tutte le culture. La longevità, l’età anziana, sono contraddistinte dal valore peculiare della memoria storica: l’aumento delle connessioni cerebrali che si raggiunge con l’età è una rielaborazione di questa memoria storica, che costituisce il patrimonio di ogni società civile e non dovrebbe essere trascurata o disconosciuta come, purtroppo, è accaduto negli anni recenti. Probabilmente uno degli effetti più deleteri del fraintendimento cui alludevo, cioè l’assimilazione tra l’età anziana e le malattie degenerative, è la sottovalutazione della memoria storica, con effetti pericolosi dal punto di vista personale, familiare, sociale e politico. Dal punto di vista biologico la longevità è il risultato di tanti fattori. Uno, importante, è il miglioramento delle condizioni di vita, intese non solo come condizioni sociali ma anche come stile alimentare, come condotta personale in relazione alla salute. Fino a qualche tempo fa ritenevamo che mangiare bene e fare attività fisica, stimolare il cervello a funzionare fossero le solite, generiche indicazioni dei medici con qualche utilità aleatoria e non dimostrata. Al contrario, la scienza sta ora quantificando e approfondendo i benefici reali di alcuni elementi per la protezione del nostro corpo. L’alimentazione, per esempio, è oggetto di studi che addirittura coinvolgono la genomica, il DNA: si è visto che alcuni alimenti, o meglio alcuni componenti di alimenti, hanno la capacità di danneggiare o proteggere la salute attraverso un meccanismo biologico e genetico. Quelli che prima erano vaghi indizi sulle possibilità benefiche dei cibi diventano oggi consapevolezze scientifiche che riguardano gli elementi singoli di questa o quella pietanza, con la distinzione di ciò che è vero e ciò che non lo è. La nutrigenomica, scienza in sviluppo rapido che ha ancora bisogno di tempo per offrire risultati da estendere alla popolazione, ci sta facendo capire che possiamo davvero migliorare o peggiorare le probabilità di vivere a lungo in salute attraverso ciò che scegliamo di mangiare. Alimentarsi seguendo le regole della migliore salute, cioè riducendo al minimo la carne (specie quella rossa) e i grassi animali e prediligendo i vegetali con un approccio di stile mediterraneo, sempre e comunque mantenendo un ridotto apporto di cibo (mangiare meno è una buona idea, soprattutto nella società occidentale), è questione di sopravvivenza, di autoselezione positiva nell’ambito del gruppo, di rispetto per l’equilibrio delle civiltà (ridistribuzione delle risorse alimentari in modo più equo). Si tratta di comprendere che la longevità è anche comportamento personale e sociale. Il comportamento influisce, grazie alla plasticità delle menti e dell’approccio ai mutamenti storici, su ciò che consideriamo accettabile e “di valore”. Si assume o si perde valore con il progredire della cultura. Ciò che auguro a tutti noi è che il valore della longevità, quindi anche dell’età anziana, sia riconosciuto in pieno, affinché i traguardi biologici sempre più avanzati che si riusciranno a raggiungere non diventino un’inutile caduta nel vuoto.

Evoluzione della Longevità

Un recente studio di James Vaupel stima che i futuri miglioramenti della longevità saranno tali che metà dei bambini nati nel 2007 raggiungeranno i 102 anni in Germania, 103 nel Regno Unito, 104 in Francia e negli Stati Uniti, e persino 107 in Giappone. In base allo studio, non c’è ragione di ipotizzare che questi progressi non continuino anche in futuro, alla luce dei miglioramenti passati e dell’attuale assenza di rallentamenti. Le grandi tappe dell’allungamento dell’aspettativa di vita Analizzando l’allungamento dell’aspettativa di vita nel corso di questi ultimi 150 anni si osserva innanzitutto un progressivo incremento della longevità conseguente all’abbassamento della mortalità infantile. In un secondo momento, a questi miglioramenti ha fatto seguito un declino della mortalità negli adulti e, successivamente, l’abbassamento della mortalità ha toccato più fortemente la popolazione anziana. Negli ultimi venti anni, la diminuzione della mortalità nelle donne con più di 80 anni, è il fattore che contribuisce maggiormente all’aumento dell’aspettativa di vita nelle donne.

Jean-Marie Robine presenta un esempio di questa progressione nel suo articolo “Il Futuro della Longevità in Svizzera”, con un grafico che illustra la propensione della mortalità in Svizzera in diversi periodi. Si può chiaramente notare che la curva subisce delle inflessioni sulla parte destra, registrando dei picchi di frequenza in prossimità dell’aumento delle face d’età. Le differenti fasi della longevità spiegano, in maniera analoga, il perché l’analisi dell’aspettativa di vita a 40 anni o ad età più elevate possa rivelarsi più attendibile rispetto alla speranza di vita che si riscontra alla nascita. Nel Regno Unito, uno studio dell’Ufficio Nazionale di Statistica mostra come la mortalità abbia raggiunto un livello inaspettatamente basso nel 2008, con un rapporto pari a 700 morti su 100 000 uomini e 499 morti su 100 000 donne. In 40 anni, i tassi di mortalità sono diminuiti del 51% per gli uomini e del 43% per le donne. Negli anni sessanta e settanta, i più importanti miglioramenti della mortalità sono stati registrati per la fascia d’età tra i 35 e i 39 anni. A partire dal 1980, la fascia d’età che ha maggiormente beneficiato di una diminuzione del tasso di mortalità è quella tra i 60 e i 79 anni. Si tratta di una tendenza generalizzata: tra il 1952 e il 2006, l’INED stima che la mortalità tra i 40 e i 70 anni sia diminuita di circa il 50% nell’Europa occidentale (le donne hanno registrato un miglioramento del 54%, mentre gli uomini del 39%), pur con delle importanti differenze tra paesi. Questo abbassamento è in larga misura imputabile alla diminuzione della mortalità dovuta a malattie cardio-vascolari, per gli uomini come per le donne. D’altra parte, la mortalità per cancro così come il suo tasso d’incidenza sono aumentati per gli uomini nonostante i miglioramenti della medicina. La mortalità per cancro è in calo per entrambi i sessi. Inoltre, l’INED rileva che i comportamenti (alcol, fumo, esercizio fisico, alimentazione) hanno una forte incidenza sull’evoluzione della mortalità. Per quanto riguarda la popolazione anziana dei paesi con alte aspettative di vita, il tasso di mortalità continua a scendere per le età avanzate (80 anni e oltre), compresi i paesi che hanno già registrato una bassa mortalità per le età avanzate per esempio Francia e Giappone. La conseguenza di questo crollo della mortalità adulta in numerosi paesi è l’allungamento globale e di massa dell’aspettativa di vita nel mondo.

Un fenomeno globale e di massa In base agli ultimi dati sulla popolazione giapponese, l’aspettativa di vita alla nascita degli uomini in Giappone è poco più di 79 anni, e quella delle donne di 86 anni e ciò costituisce un record mondiale. In un anno i giapponesi hanno guadagnato 37 giorni di aspettativa di vita (22 giorni per le giapponesi). Negli Stati Uniti, l’aspettativa di vita degli americani ha superato per la prima volta la soglia dei 78 anni nel 2008 e arriverà al di sopra dei 79 anni per il 2015. Le nuove tabelle mostrano che alcuni americani potrebbero arrivare a 121 anni. Il fenomeno è mondiale: dal 1900 l’aspettativa di vita alla nascita è raddoppiata in diversi paesi (Spagna, Grecia, Austria…) e supera attualmente gli 80 anni in 11 paesi. In Asia orientale, dove l’aspettativa di vita media alla nascita era di 45 anni nel 1950, al momento supera i 73 anni. Si notano anche dei forti incrementi in America latina, nell’Europa dell’Est o in alcuni paesi dell’Africa. Una delle conseguenze di quest’aumento dell’aspettativa di vita è la moltiplicazione del numero dei centenari. Ci sono attualmente più di 40.000 centenari giapponesi. L’87% di essi è rappresentato da donne (la più anziana ha 114 anni, mentre tra gli uomini il più anziano ne ha 112). Allo stesso modo, in Francia c’erano 200 centenari nel 1950, cifra passata a più di 20.000 nel 2008. Quest’evoluzione è riscontrabile nella maggior parte dei paesi industrializzati. L’allungamento dell’aspettativa di vita, associato ad una natalità più debole rispetto al passato nella quasi totalità dei paesi, è alla base dell’invecchiamento della popolazione mondiale: il CENSUS, negli Stati Uniti, ha previsto che tra il 2008 e il 2040 la popolazione con età superiore agli 80 anni andrà aumentando del 233%, contro il 160% degli over 65 e del 33% per la popolazione mondiale… Questo invecchiamento riguarderà tutti i paesi, compresa l’Africa subsahariana. Nel 2010, la popolazione con più di 65 anni dovrebbe superare il 28% nell’Europa occidentale, il 25% nell’Europa dell’Est, il 20% nell’America del Nord e in Oceania, il 15% in Asia e nell’America del Sud, il 13% nell’Africa del Nord, il 10% nel Vicino Oriente e il 4% nell’Africa subsahariana (contro il 3% odierno). Quanto agli over 80, questi rappresenteranno circa il 10% della popolazione dell’Europa Occidentale (contro il 5% odierno), e circa il 4% della popolazione asiatica (contro l’1% attuale). Realtà nazionali eterogenee e contrastanti Lo Human Mortality Dataset (HMD, dati disponibili su www.mortality.org), che fornisce dati generali sulla popolazione per 37 paesi, nella maggior parte sviluppati, permette di realizzare analisi multiple e comparazioni tra paesi. Si tratta di dati provenienti da un gruppo di lavoro nato dalla collaborazione tra il Max Planck Institute e l’Università di Berkeley. Quando si osservano i dati, bisogna considerare la specificità di ogni paese. Considerando gli ultimi 50 anni, il Giappone è largamente in testa per i miglioramenti delle aspettative di vita alla nascita, sia per le donne che per gli uomini. L’Australia e l’Italia seguono per gli uomini, la Spagna e l’Italia per le donne. Infine, alcuni paesi hanno dei tassi di miglioramento piuttosto bassi (USA, Regno Unito, Belgio). Se invece si considera l’aspettativa di vita ad una data età (65 anni, 40 anni), i risultati per paese risultano ugualmente molto specifici.

Queste differenze si riscontrano a volte anche a livello di singolo paese, come accade in India, dove emergono differenze importanti sul fronte dell’aspettativa di vita tra le diverse regioni: gli abitanti delle regioni del Sud, ad esempio, hanno un’aspettativa di vita migliore rispetto a quelli del Nord. Nell’insieme dei paesi dell’OECD, le donne hanno un’aspettativa di vita superiore agli uomini (e questo indipendentemente dall’età). Questa differenza riflette il fatto che la mortalità delle donne è più bassa di quella degli uomini, per tutte le fasce d’età e per tutte le cause di morte. Le ragioni di questo fenomeno non sono state stabilite chiaramente con certezza, anche se il ruolo del tabacco è stato spesso chiamato in causa. I paesi per i quali questa differenza nell’aspettativa di vita è particolarmente rimarcata sono il Giappone (6,8 anni di scarto alla nascita, 5 anni a 65 anni nel 2007) e la Francia (6,9 anni di scarto alla nascita e 4,3 anni a 65 anni nel 2006). Non soltanto le differenze in termini di longevità tra uomini e donne sono molto specifiche a seconda del paese di riferimento, ma anche la convergenza tra uomini e donne è altrettanto eterogenea. In alcuni paesi, la longevità degli uomini sembra avvicinarsi a quella delle donne (Australia), ma non è così dappertutto (Europa dell’Est ed i paesi dell’Ex Unione Sovietica). L’effetto coorte Altri fenomeni stanno emergendo, come l’effetto coorte, molto evidente nel Regno Unito, dove la generazione nata tra il 1925 e il 1945 ha beneficiato di progressi significativi di longevità, con tassi di miglioramento ben superiori a quelli dei britannici appartenenti alle generazioni precedenti e anche a quelli appartenenti alle generazioni successive. Quest’effetto coorte non si riscontra in maniera omogenea in tutti i paesi, né in tutte le epoche. Le ricerche biomediche prestano sempre più attenzione all’effetto coorte, che può essere determinato dall’esposizione delle fasce d’età più giovane a certe variabili socio-ambientali. Questo grafico mostra i tassi di miglioramento annuali per anno e per età, evidenziando chiaramente l’effetto coorte per alcune generazioni, grazie a delle bande di colore diagonali. Esse indicano che certe generazioni sperimentano dei tassi di miglioramento più importanti di altre generazioni, e ciò per un periodo più o meno esteso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.