A 88 anni muore Gastone Moschin, l’architetto della saga “Amici miei”

Il mondo del cinema è a lutto dopo che nella giornata di ieri è morto l‘attore Gastone Moschin alla veneranda età di 88 anni. L’uomo è morto nell’ ospedale Santa Maria di Terni dove era ricoverato ormai da qualche giorno.

Alle spalle Gastone Moschin aveva una lunga carriera fra teatro cinema e televisione, ma la sua grande popolarità la conquistò quando ricoprì il ruolo dell’architetto Rambaldo Melandri in “Amici miei”. Gastone Moschin nacque l’ 8 giugno del 1929 a Veneto di San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona e come abbiamo già detto, dedicò la sua vita alla televisione, all’arte, al teatro ma la sua carriera da attore cominciò esattamente negli anni 50, lavorando con la compagnia dello Stabile di Genova, con quella del Piccolo di Milano e poi con quella dello Stabile di Torino.

Nel 1959 esordì con il film “Audace colpo dei soliti ignoti”; ma il ruolo che lo fece emergere sarà quello del codardo Carmine Passant nel film “Gli anni ruggenti” del 1962. Nel 1963 fu protagonista del film “La rimpatriata” di Damiano Damiani e un camionista in “La visita” di Antonio Pietrangeli. Nel 1974 recitò insieme a Robert De Niro ne Il Padrino-Parte II interpretando il ruolo dello spietato boss Don Fanucci. Successivamente nel 1983 diede vita ad una propria compagnia con la quale portò in scena Goldoni Miller e Cechov. Nato come attore di teatro, aveva raggiunto notorietà come interprete della commedia all’italiana diretto da registi come Anton Giulio Majano, Damiano Damiani, ma essendo un attore poliedrico si impose al grande pubblico con “Amici miei” il film diretto da Mario Monicelli  nel quale interpretò il ruolo dell’architetto.

Dal 1990 si trasferì a Capitone, dove insieme all’ex moglie Marzia Ubaldi alla figlia Emanuela si occupava una scuola di recitazione e di un maneggio di cavalli che è divenuto poi il primo centro di ippoterapia dell’Umbria. Le sue ultime apparizioni risalgono al 2000 e 2002, quando l’attore tornò a recitare sul piccolo schermo e nelle stagioni della serie televisiva Don Matteo e Sei forte maestro e nel 2010 comparve nel documentario “L’ultima zingarata” dove viene raccontata la produzione della serie del film Amici miei, che ricordiamo fu quello che lo portò in alto nella cinematografia italiana.

“Fu tutto perfetto. Anche se iniziammo male: Pietro Germi, il primo autore, morì una settimana prima dell’inizio delle riprese. Monicelli, con grande signorilità, girò il film come Germi lo aveva pensato”, è questo quanto raccontato da Moschin in un’intervista spiegando come erano nate Le zingarate. A darne la notizia è stata la figlia Emanuela Moschin la qual ha annunciato la morte del suo papà direttamente su Facebook, scrivendo “Addio papà, per me eri tutto”. Tanti i commenti di solidarietà alla famiglia, postati dai tantissimi fan dell’attore.

Si sa che i personaggi indimenticabili, per un attore, sono al tempo stesso una fortuna e una maledizione. Una fortuna perché garantiscono un posto permanente nella memoria degli spettatori di ogni età ed estrazione sociale;una maledizione poiché ingabbiano in un unico ruolo facendo spesso dimenticare tutto quello che di buono un attore ha compiuto al di là di quella singola interpretazione.

Poteva essere questo il caso di Gastone Moschin, morto ieri a 88 anni all’ospedale «Santa Maria» di Terni (l’artista, nato in provincia di Verona nel 1929, risiedeva da tempo in Umbria), ma con lui le cose sono andate diversamente. È vero infatti che la maschera dell’architetto Rambaldo Melandri – uno degli indimenticabili Amici miei immortalati nel 1975 da Mario Monicelli su sceneggiatura, tra gli altri, di Pietro Germi, effettivo ideatore del film – sarà la prima immagine che chiunque, come accadeva già da oltre quarantanni, assocerà automaticamente a Moschin ogni volta che s’imbatterà nel suo nome, ma doti recitative non comuni hanno consentito a quest’uomo dotato di una stazza di tutto rispetto e di una pregevole duttilità espressiva di lasciare il segno in molte altre circostanze.

Proveniente dal teatro, ambito in cui svolgerà un serissimo apprendistato e al quale tornerà in età matura fondando una propria compagnia, Moschin debutta sul grande schermo nel 1955, in un film sentimentale di Anton Giulio Majano, La rivale. Si specializza poi nella commedia all’italiana, esordendo con L’audace colpo dei soliti ignoti, diretto nel 1959 da Nanni Loy, e affermandosi con lo sgradevole personaggio di Carmine Passante nella pellicola di Luigi Zampa Gli anni ruggenti (1962).

Tra le altre sue performance memorabili riferibili al medesimo filone vanno citate La visita di Antonio Pietrangeli, del 1963, e specialmente Signore & signori di Pietro Germi, lungometraggio che nel 1965, a miracolo economico in corso, metterà a nudo le ipocrisie e i tabù della provincia italiana guadagnandosi il Gran Prix a Cannes (ex aequo col francese Un uomo, una donna) e regalando al pubblico un grande Moschin nella parte del ragionier Osvaldo Bisigato, bancario vessato dalla moglie il quale si illude di poter coronare una fuga d’amore con una cassiera. La dimostrazione più notevole della versatilità di Moschin – confermata, nello stesso anno, raccogliendo anche l’impegnativo testimone di Fernandel in Don Camillo e i giovani d’oggi – arriva nel 1972, quando l’attore veneto si cala nei panni dolenti del malvivente Ugo Piazza (costretto suo malgrado a tornare a lavorare per il proprio spietato ex boss) in un magistrale noir di Fernando Di Leo, Milano calibro 9, liberamente ispirato ad alcuni racconti di Giorgio Scerbanenco.

Un ruolo che gli diede poi la possibilità di lavorare in Usa con Francis Ford Coppola in Il padrino – Parte II (1974), al fianco di un giovane Robert De Niro. Con Moschin se ne va l’ennesimo pezzo di un cinema e di un Paese molto diversi da quelli attuali: un cinema e un Paese in cui l’insicurezza di fondo del maschio italico poteva essere trafitta con una battuta di velenosa misoginia come questa dell’architetto Melandri: «Ragazzi, come si sta bene tra noi, tra uomini… Ma perché non siamo nati tutti finocchi?».

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