Napoli shock, cacciato da casa a 18 anni perchè gay: ottiene assegno di mantenimento dai genitori

Un caso molto triste quello che stiamo per raccontarvi che ha colpito particolarmente l’opinione pubblica e che ha richiamato l’attenzione della stampa locale e Nazionale, tanto da venire citato anche all’interno della casa del Grande Fratello vip da Cristiano Malgioglio. Il caso in questione è quello di un ragazzo molto giovane, il quale era stato cacciato via da casa dalla madre soltanto perché lo stesso le aveva dichiarato la sua omosessualità. Adesso ad oltre un mese di distanza dall’inizio della triste vicenda, il giovane pare abbia avuto la sua rivincita, perché il giudice ha deciso che i genitori dovranno versare un assegno di mantenimento mensile al giovane. Il caso era stato denunciato anche dall’ Arcigay di Napoli e proprio nei giorni scorsi era stato portato ancora una volta alla luce da Cristiano Malgioglio, durante il Grande Fratello Vip in diretta TV.

In aula a difendere il giovane ragazzo ci fosse l’avvocato Salvatore Simioli dello sportello legale di Arcigay Napoli e come già abbiamo detto Finalmente il giovane Francesco ha avuto la sua rivincita. Appena compiuto 18 anni Francesco era stato cacciato dalla propria abitazione dalla madre, perché  la stessa aveva scoperto che il figlio fosse omosessuale, nonostante il tribunale avesse assegnato la casa alla madre come affidataria dei figli in sede di separazione dal marito. “Il figlio Francesco, anche se maggiorenne non ha raggiunto l’indipendenza economica e pertanto risulta beneficiario della assegnazione della casa familiare in quanto e se convivente con la madre; e che pertanto non risulta data piena esecuzione all’ordinanza presidenziale”, sono queste le parole che si possono leggere nell’ ordinanza del tribunale.

Adesso dopo quanto accaduto il giudice ha stabilito che i genitori dovranno versare al ragazzo un assegno di mantenimento, anche se non è stato fatto comunque riferimento al rapporto che Francesco dovrà avere con la sorella. Tutto sarebbe iniziato, come già abbiamo riferito, lo scorso 24 agosto quando Francesco e il suo fidanzato ,due giovani di napoletani di 18 e 20 anni erano stati cacciati da casa perché le famiglie non accettavano la loro relazione e i due giovani pare fossero stati costretti a dormire per strada per un’intera settimana fino a quando questa notizia non ha catturato l’attenzione dell’arcigay di Napoli che si è subito messa a disposizione per trovare un alloggio ai due giovani e poter avviare un percorso lavorativo.

In effetti è stato solo grazie all’arcigay di Napoli che i due giovani sono riusciti ad avere un tetto sotto cui dormire e Francesco nello specifico ha potuto avviare la causa di separazione dalla sua famiglia riuscendo anche ad ottenere il mantenimento.“Poco a poco si sta restituendo dignità alle vite di due giovani ragazzi vittime di una storia triste e profondamente ingiusta. Continueremo ad assistere e a stare vicino ai due ragazzi, ma ci auguriamo che presto anche lo Stato, il Comune di Napoli, gli enti locali e la Regione Campania facciano la loro parte, mantenendo le loro promesse” ha detto Antonello Sannino, presidente dell’Arcigay della città partenopea.

Quando i tribunali mettono mano alle questioni familiari, a volte, c’è da mettersi le mani nei capelli. Famiglie decimate, parentele spezzate, genitori orbati in nome di principi che, come dice l’antica saggezza, sono così esatti da rivelarsi errati.

Nella fattispecie di cui parliamo, invece, il tribunale di Napoli nord ha risolto presto e bene una situazione particolarmente spinosa. Ci riferiamo al caso del ragazzo che, non appena maggiorenne, è stato sbattuto fuori di casa dalla madre, insieme con il suo compagno, perché omosessuale, e così separato anche dalla sorella minore, ritenendo la madre «non educativo» che tra i due proseguissero i rapporti di vicinanza normali, e belli, tra fratello e sorella. Come hanno riparato i giudici a quest’atto che, comunque la si pensi sugli orientamenti sessuali, risulta disumano? Che, preso atto che il ragazzo «non convive con la madre per mancato consenso manifesto della stessa», dal momento che la madre, separata, ha avuto l’assegnazione della casa in quanto affidataria dei figli, ella è tenuta a tenerselo, per quanto insofferente alla sua condizione omosessuale, sotto il proprio tetto, e se insiste nel suo «mancato consenso manifesto» quanto alla convivenza, allora, essendo il ragazzo maggiorenne ma non autosufficiente, i genitori dovranno versargli un assegno mensile di mantenimento.

Di questa vicenda crediamo che si possano fare alcune considerazioni sul tessuto sociale in cui il fatto è accaduto. Che la madre abbia preso una decisione così dura e insensibile, da turbare la comunità napoletana, è cosa che attestano le cronache e non ci stupisce. È una reazione, questo turbamento, che si spiega con la storia stessa della civiltà napoletana, che è intrisa di superstizione e di arretratezza ma, rispetto alla questione dell’omosessualità, è da tempi antichi particolarmente aperta.

Forse si rischia di fare della sociologia un po’ folcloristica quando si parla dell’importanza che, ad esempio, i “femmenielli” hanno nella cultura partenopea, ma a parte che questa importanza è confermata non da turisti, ma da illustri napoletani (ne parla diffusamente il musicologo Paolo Isotta nel suo bel libro La virtù dell’elefante), bisogna dire che omosessuali, femmenielli, trans, come tante altre forme di “diversi”, e magari anche pagando dazio a una certa inclinazione al pittoresco, al teatrale, al mettersi in scena, hanno avuto a Napoli accoglienze e riguardi che in altri luoghi del nostro meridione si sognano.

D’altronde, sociologia spicciola e folclore a parte, quale solidarietà può mai pretendere una madre che non solo scaccia di casa un figlio, ma gli impedisce, quasi potesse infettarla, di frequentare la sorella più piccola? Una madre che, per giunta, vive in una casa assegnatagli proprio perché madre di famiglia, e dunque anche di quel figlio omosessuale?
La donna è libera di pensarla come vuole, quanto agli orientamenti sessuali delle persone, ma buttare in strada il figlio, senza un soldo in tasca, insieme al compagno, è un atto snaturato, e il popolo napoletano manda giù molte infamie, ma non quella di una madre che non ama, a ogni costo, il figlio

. Insomma, è come se i napoletani avessero trovato questa madre ben poco napoletana. L’affetto per i figli, a Napoli, è così sentito che a volte degenera, come quando si danno episodi di protezione e solidarietà per giovani dediti ad attività criminali. Allora sì che ci sarebbe bisogno di dissociazione, e non c’è. C’è invece una malintesa forma di amore filiale che diventa copertura, complicità. Adesso, grazie alla decisione del tribunale, il ragazzo potrà vivere la sua vita come tutti gli altri, senza l’incivile stigma de lgay ripudiato che gli voleva affibbiare la madre. La quale, magari col tempo, capirà che le sue idee sono arretrate e condivise da una sparuta minoranza destinata ad assottigliarsi ancora di più col tempo. E, senza lo smacco di dover subire un’altra sentenza del tribunale, vorrà riunire fratello e sorella, evitando di creare diffidenze e ostilità che per natura non esistono, e che sono solo frutto dei suoi pregiudizi.

L’OMOFOBIA: PREGIUDIZI E STEREOTIPI NEI CONFRONTI DELLE PERSONE OMOSESSUALI

L’Italia è il paese con il maggior tasso di omofobia in Europa, in cui i suicidi della popolazione gay, legati alla discriminazione omofoba in modo più o meno diretto, costituirebbero il 30% di tutti i suicidi adolescenziali.
Questi dati portano rapidamente a comprendere quanto sia ancora necessario informare e sensibilizzare sul tema dell’omosessualita’ per combattere l’omofobia alla sua origine: l’ignoranza, la mancata conoscenza di un differente orientamento sessuale.
Il percorso di ricerca e affermazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, avviene in un contesto familiare, scolastico, lavorativo e sociale che ritiene ovvia e scontata l’eterosessualità dei propri membri: spesso, non ci rendiamo conto di ragionare e pensare sempre ad una sola via, quella dell’eterosessualita’. Ciò non crea problemi o non lede la personale dignità di chiunque sia eterosessuale, ma colpisce profondamente chi non lo è.
Spesso il problema maggiore non è il fatto che di queste persone si parli in modo dispregiativo, è proprio che non se ne parli, ci si dimentica che esistano.

Con il termine “omofobia” ci si riferisce ai pregiudizi e alle discriminazioni che una persona omosessuale si trova ogni giorno a dover affrontare all’interno della propria famiglia, nella vita sociale, nell’ambito lavorativo e scolastico.
Il suo significato si è poi esteso, sino ad includere anche aspetti socioculturali, intendendo l’omofobia come “un sistema di credenze e stereotipi che mantiene giustificabile e plausibile la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale”.

Gli stereotipi sono
un’immagine mentale semplificata al massimo, riguardante una categoria di persone o un evento, che viene condivisa nei suoi tratti essenziali da grandi masse di
persone.
Gli stereotipi si accompagnano comunemente al pregiudizio, cioè ad una predisposizione favorevole o sfavorevole verso tutti i membri della categoria in
questione.
(O.Stallybrass “Fontana Dictionary of Modern Thought”, 1977)

Il coming out: affermazione a se stessi e agli altri del proprio orientamento sessuale
Il coming out è definito come un processo attraverso il quale l’individuo emerge come persona avente un orientamento omosessuale e consiste nell’affermazione a se stessi e agli altri della propria diversità. E’ quindi un percorso caratterizzato da aspetti spirituali, emozionali, sessuali, e che comporta notevoli ripercussioni nel contesto sociale, in particolar modo in quello familiare.
Si tratta di un processo piuttosto ricco di difficoltà: vivere aN’intemo di un contesto di maggioranza discriminante rende difficile “emergere” ad un giovane che prova attrazione per una persona del suo stesso sesso; infatti, la persona cresce con la consapevolezza che essere gay o lesbica rappresenti un difetto, qualcosa di negativo e indesiderabile, un motivo di vergogna o, peggio ancora, di malattia.

Il coming in: la socializzazione con la cultura omosessuale
Un aspetto importante nella formazione dell’identità omosessuale è l’esplorazione della sottocultura gay e lesbica e della socializzazione nell’ambiente omosessuale; il coinvolgimento in questa comunità, detto anche “coming in”, è un vantaggio per l’acquisizione di un’identità positiva perché rappresenta un’opportunità di trovare partner, amici e di sentirsi a proprio agio con il proprio essere gay o lesbica. Gli individui omosessuali crescono in un contesto di maggioranza e in seguito acquistano familiarità con la cultura di minoranza , al contrario dei membri di minoranze etniche, per esempio, che sono prima acculturati all’interno del loro gruppo, e in un secondo momento socializzano con la cultura dominante.
La socializzazione con la cultura omosessuale è doppiamente importante perché consente all’individuo di accedere ad una vera e propria rete di sostegno

Un ostacolo al coming out: l’omofobia

Il termine “omofobia” è stato coniato nel 1972, con questo ci si riferisce ai pregiudizi e alle discriminazioni che una persona gay e lesbica si trova ogni giorno a dover affrontare aN’interno della propria famiglia, nella vita sociale, nell’ambito lavorativo e scolastico.
Questa espressione è nata per indicare la paura irrazionale, l’odio, l’intolleranza della società eterosessista nei confronti di uomini e donne omosessuali; il suo significato si è poi esteso sino ad includere anche aspetti socioculturali, intendendo l’omofobia come “un sistema di credenze e stereotipi che mantiene giustificabile e plausibile la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale”.
Le manifestazioni di omofobia sono molteplici e trovano posto in tre principali atteggiamenti: il pregiudizio individuale, la discriminazione istituzionalizzata e l’omofobia interiorizzata.
S Il pregiudizio individuale si basa su alcuni presupposti, quali la mancanza di
contatti con la comunità omosessuale per cui ci si ancora a stereotipi e luoghi comuni, le credenze personali, la conformità alle norme sociali dominanti le quali discreditano e deridono gli omosessuali, infine vi è la negazione del diverso.
S La discriminazione istituzionalizzata indica la discriminazione presente
nelle nostre istituzioni come la scuola, la televisione, la famiglia, ecc..
Non consiste nella volontaria intenzione discriminatoria, ma nella convinzione scontata ed erroneamente ovvia che tutti siano eterosessuali.
S Con omofobia interiorizzata si intende l’accettazione passiva di
atteggiamenti omofobici e di pregiudizi che diventano una sorta di oppressione interiore, un continuo sottolineare la propria diversità alla persona gay o lesbica.

Lo svelamento
Il passo successivo al coming out, cioè all’affermazione a se stessi e agli altri della propria omosessualità, è quello della “disclosure”, cioè della vera e propria comunicazione esplicita delle proprie preferenze sessuali ai propri famigliari, ai propri amici e a chi in genere fa parte del contesto di vita del/la giovane gay o lesbica.
E’ infatti certo che più l’individuo acquisisce consapevolezza del suo orientamento sessuale e lo integra nell’immagine di sé, più sente l’esigenza di comunicarlo agli altri .

Effetti della visibilità in famiglia
Rivelarsi non è affatto semplice, è un processo che dura tutta la vita poiché la decisione di rivelare la propria omosessualità avviene quotidianamente nei confronti di certe persone e/o in certi ambiti come quello lavorativo oltre a quello familiare. Essere accettati dai propri genitori è uno dei bisogni primari di ogni individuo e, come ogni altra persona, gay e lesbiche hanno bisogno dello stesso tipo di legame forte con la propria famiglia d’origine, anzi, nel loro caso, un appoggio incondizionato e sincero è fondamentale per affrontare le difficoltà provenienti dal pregiudizio altrui e dall’omofobia.
Le reazioni sembrano variare in relazione a ciascuna particolare cultura familiare; infatti, tutte le varianti, dal sostegno incondizionato al totale rifiuto, si ritrovano in ogni ceto sociale e in ogni gruppo etnico.
Le reazioni inoltre, possono variare anche fortemente all’intemo della stessa famiglia.
Oltre ai comportamenti ostili, anche la vittimizzazione di persone omosessuali è molto diffusa (aggressioni verbali e/o aggressioni fisiche).

La risposta dei genitori
Una fase tanto importante quanto traumatica ha luogo quando i genitori reagiscono in modo deciso e progettano la “cura” dell’omosessualità, pensando di risolvere la crisi tramite azioni riparatorie. Uno dei casi più comuni è l’invio del figlio o della figlia da uno psicologo o psichiatra, con l’obbiettivo di cambiarne l’orientamento sessuale. In alcuni casi le figure professionali che il giovane è costretto ad incontrare possono essere numerose, considerato anche il fatto che difficilmente il genitore troverà chi appoggia la visione patologica dell’omosessualità.
Questi comportamenti col tempo possono diventare estremamente dannosi per l’equilibrio psicologico del figlio/a.
Più spesso le azioni riparatorie prendono la forma di una continua presentazione al figlio/a di eventuali partner del sesso opposto: la possibilità di una relazione eterosessuale è interpretata come una risoluzione della “fase omosessuale”.

Un elemento importante nella risoluzione della crisi esistenziale a livello familiare è il fattore tempo: più questo passa e più la relazione tra i membri familiari migliora qualitativamente. Il passaggio verso l’accettazione passa attraverso l’espressione dei sentimenti, spesso dolorosi sia per il figlio/a che per i genitori, carichi d’aggressività e risentimento. La maggior parte dei genitori dopo aver espresso i sentimenti di sofferenza, rabbia e colpa comincia a raccogliere suggerimenti e a trovare risposte appropriate ai mille interrogativi che sopraggiungono.
Per un figlio o una figlia, avere un ambiente familiare che lo comprende è un diritto e una condizione necessaria per una buona crescita personale. Se la sicurezza di essere omosessuale e una prima precaria accettazione di sé sono traguardi raggiunti con difficoltà, il rifiuto dei genitori può far crollare l’autostima del giovane e portarlo a giudicarsi un peso o una difficoltà per la propria famiglia, sentimenti che possono favorire pensieri molto negativi ed estremi, come quelli autolesivi.

Le conseguenze della disclosure
Più di venti anni fa, l’American Psychiatric Association ha provveduto a rimuovere dal proprio elenco nosografico l'”omosessualità”, concludendo che “l’omosessualità per se non implica incapacità di giudizio, di stabilità, di affidabilità professionale o nelle comuni abilità sociali”(APA, 1980).
Nonostante ciò, i contesti, privato e sociale, nei quali vivono le persone lesbiche e gay, nei quali sono esposti a pregiudizi e discriminazioni, sono causa di stress acuto.

I giovani rivelatisi vivono la loro identità sessuale con più tranquillità, hanno meno timore nello svelare la propria omosessualità a scuola e negli altri contesti sociali. Nonostante questo, gli episodi di vittimizzazione e la perdita delle amicizie sono realtà sempre presenti nelle loro vite.
I giovani che frequentano gruppi sociali hanno la possibilità di imparare delle strategie di coping, ovvero dei comportamenti utili a fronteggiare gli episodi di vittimizzazione, a scuola come a casa.
Se, per esempio, le risposte della famiglia sono estremamente rifiutanti, i giovani che hanno affrontato la disclosure, avranno accesso a fondamentali risorse d’aiuto. Diversi studi mostrano che questi ragazzi e ragazze, spinti dal forte stress al quale sono sottoposti oltre che da scarsi livelli di autostima, tendono ad adottare comportamenti a rischio per la propria salute. Tra questi, i più diffusi sono l’abuso di alcol e di droghe, e i rapporti sessuali senza precauzioni, che incrementano il rischio di infezione da HIV.
Forse, il più importante dato che le ricerche offrono riguardo ai problemi di adattamento di questi giovani, è quello relativo al tasso di suicidi. Una grande percentuale dei suicidi in età adolescenziale è la conseguenza di conflitti riguardanti l’orientamento sessuale. La percentuale di suicidio tra i giovani omosessuali risulta essere da due a tre volte superiore rispetto a quella della popolazione eterosessuale; tra le componenti che possono portare ad una tale decisione non va sottovalutato il peso dell’omofobia interiorizzata e della paura di subire da parte degli altri.
Questi risultati rendono molto chiaro quanto l’aggressione fisica e verbale, basata sulla discriminazione per orientamento sessuale, possa avere un impatto di lunga durata sullo sviluppo dei ragazzi gay e delle ragazze lesbiche verso l’età adulta.

Senso di appartenenza alla famiglia
Il senso di appartenenza alla propria famiglia d’origine riveste un significato speciale per le persone gay o lesbiche che possono temere un profondo rifiuto da parte dei genitori o degli altri parenti se e quando il loro orientamento sessuale è stato dichiarato o scoperto. Diversamente da altre condizioni di minoranza, per esempio la razza, quando la famiglia rappresenta spesso un contesto di supporto per apprendere dagli altri membri come andare oltre il pregiudizio e la discriminazione nella società, le minoranze sessuali sono spesso condannate dalle persone eterosessuali della propria famiglia, le quali presumono che anche loro siano eterosessuali, e dalle quali possono imparare che ci sia qualcosa di sbagliato, cattivo o di inferiore nell’omosessualità.

Il comportamento sessuale a rischio
Le relazioni sentimentali sono spesso più difficoltose per quegli adolescenti che si sentono sessualmente o sentimentalmente attratti da persone del loro stesso sesso. Se il 2-3% dei giovani sono gay, lesbiche o bisessuali, e la maggior parte non ne sono consapevoli o non si rivelano fino al raggiungimento di una prima età adulta, i giovani che vanno alla ricerca di una relazione sentimentale con qualcuno del loro stesso sesso hanno a disposizione solo un piccolo gruppo di potenziali partner.
I comportamenti sessuali tra i ragazzi gay o bisessuali risultano particolarmente problematici a causa dell’alto tasso di positività al test per l’HIV tra i loro partner. I

giovani hanno dichiarato di preferire gli uomini adulti, più grandi rispetto a loro i quali sono con più probabilità affetti dal virus dell’HIV.
I giovani maschi gay sono, all’interno del mondo adolescenziale, un sottogruppo particolarmente esposto al rischio HIV per una serie di motivi psicologici e socioculturali.
I rapporti sessuali diventano uno strumento per conoscere se stessi e dipanare dubbi sulla propria identità e in questo contesto le differenze di genere giocano un preciso ruolo nel diversificare i percorsi: gli adolescenti maschi omosessuali, come gli eterosessuali e diversamente dalle adolescenti lesbiche, tendono maggiormente a sperimentarsi sessualmente anche in assenza di un coinvolgimento emotivo e ad avere molteplici partner prima di intraprendere una relazione stabile.

Il suicidio
L’adolescente omosessuale quando riconosce la sua omosessualità va incontro ad un crollo psicologico e a volte presenta anche un quadro sintomatologico di tipo psichiatrico, ma successivamente il giovane ritrova risorse personali e sociali per recuperare progressivamente la stabilità. In certi casi, tale periodo diventa un evento precipitante per persone con gravi problemi psicopatologici sottostanti ma, nella maggior parte dei casi, le persone sono in grado di superare questa fase e strutturano in senso positivo il proprio orientamento sessuale nell’immagine di sé.
La scoperta da parte dei genitori dell’omosessualità del figlio spesso corrisponde ad un periodo di stravolgimento nelle dinamiche familiari, ma anche quando l’omosessualità non viene scoperta né rivelata, la situazione per l’adolescente può essere ugualmente stressante in quanto spesso attua un monitoraggio, a volte esasperato, delle informazioni su di sé per mantenere la clandestinità.
Le fughe di casa o il ricorso all’uso di droga possono quindi rappresentare entrambe modalità disadattive e disfunzionali messe in atto per cercare di distrarsi e fuggire da una situazione vissuta come problematica. Ci può essere la persona che vuole evadere da una situazione familiare o sociale realisticamente oppressiva, ma più spesso la persona intende “evadere” dai turbamenti interiori, dall’idea disturbante che nasce dalla crescente consapevolezza di essere omosessuale e di tutto ciò che ne consegue.

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