Partita Streaming Napoli – Juventus live free Rojadirecta

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STREAMING GRATIS NAPOLI – JUVENTUS All’Olimpico ci aspettiamo una partita a senso unico tra due squadre che lottano per obiettivi opposti, in quanto posizionate agli antipodi della classifica. Alle 20:45 di oggi domenica 2 aprile 2017 scenderanno in campo quindi Napoli – Juventus, partita valida per la giornata 30 di Serie A 2016-2017. Potete vedere la partita in diretta tv e live streaming sui canali digitali di Sky e Mediaset. Scopriamo insieme le ultime notizie sul match e nello specifico dove guardarla in tv con le possibili alternative per vedere Roma Empoli streaming gratis.

Diretta Napoli- Juventus a partire dalle ore 20:45 di oggi domenica 2 aprile 2017 sui canali digitali di Premium Sport, Sky Sport 1, Sky Sport Mix, Sky Super Calcio e Sky Calcio 1, anche in HD. Match fruibile in streaming calcio gratis (per gli abbonati) con Sky Go e con Premium Play, servizi on-demand per seguire le partite di calcio streaming su iPhone, iPad, Android o Samsung Apps e quindi smartphone, tablet e pc. Now TV per tutti, a pagamento. Roma Empoli non viene trasmessa in chiaro.

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L’ultima volta in cui Daniele Orsato (sezione di Schio) ha incrociato la Juventus era il 17 dicembre: 1-0 bianconero alla Roma, Higuain a segno e Stadium bollente. Ma il fischietto veneto ha già diretto numerose sfide fra il Napoli e i campioni d’Italia negli ultimi 4 anni. La prima della serie: 1° marzo 2013, 1-1 al San Paolo con reti di Chiellini e Inler, a corredo di una prestazione arbitrale incolore. Altro giro, altro precedente: 30 marzo 2014, Napoli-Juve 2-0 con gol di Callejon e Mertens. Voto a Orsato: 5. Più che sufficiente, invece, la direzione della partita fra azzurri e bianconeri in programma il 26 settembre 2015: 2-1 per il Napoli, reti di Insigne, Higuain (allora padrone di casa) e Lemina.
E pure il match scudetto griffato da Zaza allo Stadium il 13 febbraio 2016 fu arbitrato da un eccellente Orsato che ormai conosce bene i segreti delle due contendenti.

Questa sera andrà in scena il 165° match fra Napoli e Juventus, considerando tutti i confronti diretti in qualsiasi competizione sia a Torino sia a Fuorigrotta. Il bilancio è di 77 vittorie bianconere, 51 pareggi e 36 sconfitte, con 256 gol segnati e 183 subiti. Quanto alle sole sfide del San Paolo, l’ultimo successo dei campioni d’Italia è datato 11 gennaio 2015: 3-1 con reti di Pogba, Britos, Caceres e Vidal. Oltre un anno e mezzo fa, ecco l’ultimo precedente a Napoli: 2-1 per i campani nel periodo di maggiori difficoltà patite dai bianconeri prima della straordinaria rimonta scudetto. Il pareggio, invece, non si verifica dal 1° marzo 2013: 1-1 il risultato finale con polemiche legate a un rigore non concesso alla Juve e alla mancata espulsione di Cavani che con il gomito si era “liberato” di Chiellini, il marcatore juventino di quella sera.

NAPOLI  «Spero di far passare una brutta giornata alla Juventus», lo spirito di Maurizio Sarri è un condensato dei sentimenti sprigionati da tutti i napoletani che fanno il tifo per il Napoli. Rivalità, acerrima e sportiva, quella che nutre ognuno che guarda chi vince e comanda con l’occhio acceso dal desiderio di fargli uno sgambetto per prendere il suo posto. In tutto e per tutto. Nella conferenza stampa del tecnico tosco-partenopeo non c’è traccia di liquidi infiammabili, così da prendere le distanze dagli incoscienti che hanno incendiato il prepartita al San Paolo: i politici. Fortunatamente i tifosi napoletani sono ignifughi, sanno essere più moderati di quelli che hanno votato e che, probabilmente, oggi non sceglierebbero più tornando alle urne. Anche Sarri ha preso elegantemente le distanze da chi dovrebbe pensare a risolvere i problemi della città, invece di crearne di nuovi, nel caricare oltremodo una partita già elettrica di suo. E non solo per le ragioni calcistiche. Sarri conosce bene il contesto ed è stato abile ad usare l’ironia per disinnescare col sorriso quelle domande che avrebbero potuto contenere al loro interno la trappola per una risposta al napalm. Anche in questi momenti si nota la crescita di un allenatore, scaltro con i media quanto sulla tattica di gioco, grazie al lavoro quotidiano che svolgono su di lui i suoi angeli custodi: il ds Cristiano Giuntoli ed il capo della comunicazione Nicola Lombardo. E poi la pretattica, che si traduce nel dire e non dire, spiegando senza annunciare chi giocherà oppure no. «Deciderà Reina se ce la farà a scendere in campo»: non è un modo per togliersi la responsabilità di una decisione che gli spetta a prescindere, più semplicemente è il modo per lasciare ad un uomo esperto ed assennato la scelta di una presenza che sembrerebbe essere ridotta al minimo. Sono 20, massimo 30 per cento le possibilità che il portiere giochi stasera contro la Juventus, perché il fastidio al polpaccio è stato clinicamente superato. Toccherà a lui stabilire quanti rischi possono esserci, per uno che non si è allenato nelle ultime due settimane, di bloccarsi in campo al primo intervento un po’ più atletico.

L’altro dubbio, che Sarri non ha fatto emergere nel corso della conferenza stampa di ieri, riguarda il mediano da schierare al fianco di Jorginho e Hamsik. Poche chance per Zielinski, il reparto sarebbe troppo esposto alle ripartenze bianconere, quindi la scelta finale cadrà su Allan o Rog. Il brasiliano ha più esperienza e pure qualche pericolosa amnesia come quella nell’occasione del vantaggio di Higuain all’andata, il croato ha più freschezza e qualità, però si fa ammonire con eccessiva frequenza. Decisioni che Sarri prenderà oggi, dopo la rifinitura del mattino e nella convinzione che la sua squadra, chiunque dovesse giocare, possa ripetere la prestazione ed il risultato del campionato scorso, quando finì 2-1 al San Paolo.

JUVENTUS – Una sola idea in testa, sempre la stessa. La bonipertiana «unica cosa che conta»: vincere. E non vincere per zittire i dietrologi, per replicare alle polemiche, per rispondere a chi prova a gettare ombre sui successi. No, solo vincere. Perché quello è da sempre l’unico obiettivo della Juventus e pensare soltanto a quello è il miglior modo per raggiungerlo.

E’ un Massimiliano Allegri in versione maestro Yoda, quello che si avvicina al doppio confronto con il Napoli di stasera in campionato e di mercoledì in Coppa Italia. Attento, come il Gran Maestro dei Jedi nella saga di Guerre Stellari, a evitare che la rabbia possa condizionare i suoi “allievi”. E la rabbia potrebbe tranquillamente fare capolino nelle teste bianconere stasera al San Paolo, dopo che nell’ultimo mese la Juventus è stata oggetto prima delle solite polemiche legate agli arbitraggi, poi di quelle relative al rientro anticipato di alcuni giocatori dagli impegni con le loro Nazionali e in mezzo è stata tirata in ballo con dichiarazioni da curva dall’onorevole Taglialatela, membro della commissione antimafia. Il tutto in attesa dell’annunciato clima infuocato che accoglierà al San Paolo Gonzalo Higuain e compagni.
La pioggia di attacchi potrebbe legittimamente far straripare l’orgoglio bianconero, magari facendolo diventare un’arma in più sul piano delle motivazioni. Essere mossi dallo spirito di rivalsa nei confronti dei detrattori, rappresenterebbe però comunque un condizionamento e come tale potrebbe portare a un approccio sbagliato alla partita. Quello che Allegri non vuole assolutamente.

«Sereni e belli come il sole, pensando soltanto a vincere perché i tre punti portano un altro pezzo di scudetto». Questo è l’atteggiamento che il tecnico bianconero ha chiesto ai suoi giocatori questa sera. Impermeabili a tutto ciò che è stato detto così come a tutto ciò che sarà urlato, concentrati unicamente sull’espressione delle proprie qualità al loro massimo livello, con cattiveria agonistica ma anche con grande lucidità e freddezza. Il contorno la squadra e l’allenatore bianconero lo lasciano volentieri agli avversari, affamati soltanto del piatto forte: i tre punti stasera, la qualificazione alla terza finale di Coppa Italia consecutiva mercoledì, con annessa la possibilità di centrare un tris senza precedenti.

Un atteggiamento, quello invocato da Allegri, perfettamente in linea con la storia della Juventus. Abituata a lasciarsi scivolare addosso le polemiche sollevate dagli avversari sconfitti e preoccupata soltanto di mietere vittorie. Proprio quella storia insegna come la refrattarietà alle tensioni extracalcistiche sia un ingrediente fondamentale per raggiungere il successo. Lo sforzo mentale che attende i bianconeri nei prossimi 21 giorni, con sette partite tra le quali spiccano il big match di campionato di stasera, il ritorno della semifinale di Coppa Italia di mercoledì e il doppio confronto con il Barcellona nei quarti di Champions, sarà di per sé elevatissimo. Senza bisogno di utilizzare ulteriori energie pensando a come ridurre al silenzio le polemiche. Nella testa dei suoi giocatori, ordina Allegri, deve esserci spazio per un’idea sola.

D’improvviso la coperta bianconera sembra corta proprio alla vigilia di uno dei passaggi più caldi della stagione. Il grave infortunio di Marko Pjaca (stagione finita per il croato, finito ko in Nazionale) mette Massimiliano Allegri alle strette e lo pone davanti ad un bivio filosofico. Spremere i suoi attaccanti titolari facendoli giocare senza soluzione di continuità, ma rinunciando anche alla possibilità di poter cambiare le partite in corso d’opera (una delle qualità migliori dimostrate in questa stagione dal tecnico e dalla Juventus tutta); o adattarsi alle diverse caratteristiche dei giocatori a disposizione, accettando anche di modificare il sistema di gioco?

Il doppio confronto ravvicinato a Napoli e gli acciacchi rimediati da Paulo Dybala e Mario Mandzukic potrebbero costringere Allegri a percorrere questa seconda strada, conoscendo anche quanto il tecnico labronico sia attento alla gestione delle risorse e aperto a sperimentare anche soluzioni inesplorate e coraggiose.
Come anticipato già ieri in conferenza stampa da Allegri stesso la Juventus potrebbe mantenere il 4-2-3-1 anche senza alcuni dei suoi attaccanti nell’undici iniziale.
Se dovesse rimane fuori dall’inizio Dybala è facile immaginare l’avanzamento di Miralem Pjanic con Claudio Marchisio in mediana al fianco di Sami Khedira. Questa idea è la più logica pensando anche al tipo di partita che si prefigura al San Paolo. Il bosniaco può “marcare” Jorginho mentre Marchisio si occuperebbe di intercettare Marek Hamsik quando si alza oppure Lorenzo Insigne quando si accentra. Un crocevia, quello sul centro-destra dei bianconeri, essenziale sull’esito della sfida. Lì il Napoli sviluppa circa il settanta per cento del suo volume di gioco contando anche sulla costante proiezione offensiva di Faouzi Ghoulam. I bianconeri dovranno accompagnare l’avversario diretto per poi consegnarlo al compagno senza abbandonare la propria zona di competenza per non cadere nella trappola che sa costruire il Napoli con la sua rete di passaggi propedeutica proprio ad aprire spazi in profondità con gli interscambi dei suoi giocatori.

Questo scenario, con pochi adattamenti, potrebbe far virare la squadra al 4-3-3, con Pjanic e Khedira mezzali e Marchisio ancora più bloccato davanti alla difesa, in questo caso col compito prioritario di intercettare il movimenti incontro di Mertens. I due back-centre bianconeri dovranno infatti stare più bassi preoccupandosi soprattutto dei contro movimenti sul lungo del rapido attaccante belga o degli inserimenti da dietro di Hamsik.
Se invece non dovesse essere della partita uno dei due esterni i cambi sarebbero in entrambi in casi difensivi con Dani Alves possibile alter ego di Jun Cuadrado e Alex Sandro di Mario Mandzukic.
Sono due opzioni percorribili ma che forse farebbero passare un segnale troppo speculativo nella testa dei giocatori: potrebbero leggerlo come la scelta dell’allenatore di scendere in campo soltanto per il pareggio.
Improbabile appare, infine, il ritorno al 3-5-2 che garantì ai bianconeri una maggior copertura nel mezzo al campo e il presidio delle fasce laterali nella sfida allo Juventus Stadium di campionato ma che decisamente non ebbe lo stesso effetto nella gara d’andata di Coppa Italia, tanto da indurre Allegri a tornare rapidamente sui suoi passi prima ancora della fine del primo tempo.

Tutti questi disegni alternativi sarebbero propedeutici, per Allegri, ad avere dei cambi offensivi a partita in corso e a conservare qualche giocatore per il ritorno di Tim Cup in programma mercoledì prossimo ancora al San Paolo. Allegri durante la stagione – al di là delle dichiarazioni di circostanza in conferenza… – ha spesso pianificato le scelte di formazione pensando alle strisce di partite.
Per cui, nonostante la delicatezza della sfida di questa sera e la riconosciuta forza dell’avversario, mi aspetto di vedere in campo una line up bianconera con delle sorprese.
Non ci saranno verosimilmente invece grosse novità nella formazione partenopea. Maurizio Sarri ha un modo di vedere le cose diametralmente opposto rispetto al collega juventino. Giocherà con la squadra migliore senza pensare al domani. I dubbi sono tutti dentro la partita di stasera. Diawara-Jorginho rappresenta il ballottaggio più intrigante.
La presenza del primo sottende a una partita più fisica e verticale, mentre quella del secondo lascia prefigurare una gara maggiormente orientata al palleggio e al ragionamento.
Questa via potrebbe dare al Napoli un predominio nel possesso palla e nel controllo dei ritmi di gioco. Potrebbe essere anche una strategia difensiva efficace. Non dare la palla agli avversari significa del resto anche, evidentemente, concedere meno chance di pungere.

Quanto alzare la linea della difesa rappresenta un altro aspetto tattico su cui Sarri avrà lavorato parecchio durante la settimana. All’andata la Juve eluse spesso il pressing alto degli azzurri scavalcandone le barriere con improvvisi lanci lunghi. Alzarsi a metà campo, come succede di solito, implicherebbe accettare il grande rischio di regalare la profondità ai vari Higuain, Dybala, Mandzukic. Stare troppo bassi, al contrario, consentirebbe ai bianconeri di muoversi con più libertà tra le linee, cosa che il Napoli concede spesso quando la linea ripiega a protezione della porta sugli attacchi laterali, dove la Juve potrebbe avere la superiorità numerica se saprà cambiare gioco con velocità sul lato debole del Napoli.

Sergio Ramos in rete di testa, su sviluppi di calcio d’angolo, in Napoli-Real (lapresse)
Una partita che potrebbe decidersi anche sui calci piazzati. Il gol di Sergio Ramos brucia ancora in casa Napoli. L’eliminazione dalla Champions passa attraverso la testa del fuoriclasse madridista bravo ad attaccare il primo palo sopra le sagome statiche dei difensori azzurri posizionati a zona ma ignari dell’arrivo di gran carriera dell’avversario. Una decina di giorni prima era stato Higuain ad approfittare della massima libertà concessa dalla difesa azzurra sempre su schema d’angolo.

Il bilancio negativo del Napoli sui calci piazzati (38% dei gol subiti) è però molto appesantito dai rigori (6) e dalle punizioni dirette (2). Se si stringe il focus alle palle inattive laterali, dove il Napoli difende a zona integrale, i gol subiti, tra campionato e Coppe, scende a 11, il 22% di 50 gol complessivi incassati. La Juve, con un gara in più (la finale di Super Coppa) ne ha subiti 7 su un totale di 26, pari al 27% (il 5% in più del Napoli). Allegri difende a uomo e con giocatori mediamente più dotati fisicamente.

Quindi meglio “marcare” o “coprire”? Non esiste una via più efficace in assoluto. “dipende” è la risposte banale ma corretta.
Il Napoli è una squadra strutturalmente meno dotata della Juventus. Il vantaggio competitivo che ha nello sviluppo del gioco ad avere giocatori piccoli e veloci si ribalta in negativo quando si tratta di arrampicarsi per aria o fare a spallate per intercettare cross e lanci lunghi. I bianconeri hanno, invece, un grande contributo difensivo da centrocampisti e attaccanti dotati di esperienza, muscoli e centimetri come Khedira, Marchisio, Mandzukic, Higuain. Anche tra i due portieri ci sono 5 centimetri di differenza e si vedono tutti.
Io difenderei “a zona” se fossi Allegri e “a uomo” se fossi Sarri. Come arrivo a questa paradossale conclusione? La riflessione è semplice. Se ho una squadra abile nel gioco aereo posso anche permettermi di lasciare all’avversario il vantaggio di prendere la rincorsa e staccare in libertà e quindi concentrarmi sulla copertura razionale degli spazi e sull’attacco alla palla, sarebbe il caso della Juve.
Al contrario se ho una squadra “bassa” è senz’altro meglio marcare a uomo. Magari il difendente non prende lo stesso il pallone ma almeno può rallentare la corsa e squilibrare lo stacco dell’avversario per impedirgli di arrivare alla battuta aerea nelle condizioni ideali, sarebbe il caso del Napoli.

Molti i giocatori col piede caldo anche sulle punizioni dirette, quasi tutti bianconeri. Pjanic e Mertens sono i killer da palla ferma entrambi già a quota 3 su punizione diretta. Seguono Dybala (2) e Dani Alves (1). Ancora a secco invece Insigne e Ghoulam che spesso tentano la conclusione da fermo. Reina e Buffon sono avvertiti. Attenti a quei due!

I giorni di sosta per le nazionali non hanno permesso a Sarri e Allegri di svuotare l’infermeria. Entrambi devono fronteggiare situazioni in bilico fino all’ultimo, anche con un occhio alla sfida di mercoledì: stesse squadre, stesso stadio, stesso orario, ma con in palio un posto per accedere alla finale di Coppa Italia. Prima però il Napoli deve rispondere all’ultima chiamata (o quasi) per riaprire un campionato che la Juventus finora ha controllato con autorevolezza. I bianconeri di Allegri hanno stasera una sorta di match point scudetto nella fase più delicata della stagione, per di più all’inizio di un mese della verità che andrà a determinare il destino della Juventus su tutti e tre i fronti. Ecco perché nessuno vorrebbe perdersi la grande sfida del San Paolo davanti a oltre 50 mila spettatori. Ecco perché anche chi non è al top sta provando di tutto per essere della partita. Le motivazioni del resto sono alle stelle: gli azzurri si trovano davanti ai due match più importanti della stagione, gli juventini sono consapevoli dell’importanza di tornare da Napoli con un doppio risultato positivo, soprattutto per affrontare con maggiore serenità lo stratosferico quarto di finale di Champions League contro il Barcellona.

Sarri ha un grattacapo non da poco: il portiere. Pepe Reina non è solo difficilmente sostituibile a livello tecnico nell’organico partenopeo. E’ anche uomo di temperamento e carisma, caratteristiche decisive in sfide di questo calibro. Ecco perché a Napoli l’ambiente resta con il fiato sospeso: noie muscolari lo hanno costretto a rientrare subito dalla nazionale, ma la sua posizione rimane in bilico. Lo stesso Sarri non ha dato certezze, in un senso come nell’altro. Deciderà questa mattina, anche se la sensazione sembra pendere per la presenza da titolare di Reina, nonostante il problema fisico. La prudenza è dovuta al fatto che si torna in campo mercoledì e per il Napoli la finale di Coppa Italia vale tanto. Reina è un simbolo della tifoseria azzurra e, nella partita di andata di Coppa Italia condita dalle polemiche arbitrali, era stato uno dei critici più accesi dell’operato del signor Valeri.

Ma anche Allegri deve sfogliare la margherita e valutare la situazione con prudenza. Possibile per non dire probabile che la Juventus decida di rinunciare dal primo minuto a Paulo Dybala, un po’ perché l’argentino non è al meglio della condizione, un po’ perché il tecnico livornese ha bisogno (specialmente dopo l’infortunio di Pjaca) di tenere delle alternative in panchina per cambiare ritmo a partita in corso. Stesso motivo per cui pure Juan Cuadrado è in ballottaggio: il colombiano è tra gli elementi più in forma, ma va gestito con attenzione e sa “spaccare” le gare entrando negli ultimi 30 minuti. Rischia pure Mario Mandzukic, tenuto in dubbio dallo stesso Allegri. Il croato, non al meglio, ha stretto i denti e sta facendo di tutto per giocare titolare stasera: difficile che l’allenatore bianconero possa rinunciare anche a lui, ma una decisione definitiva verrà presa solo a poche ore dal fischio di Orsato.

Un blitz di trenta ore, minuto più, minuto meno. Sarà davvero una toccata e fuga quella della Juventus a Napoli, con bis due giorni dopo. Scelta ponderata, programma di routine, con qualche accortezza in più, come un maggior numero di bodyguard al seguito, visto il clima incandescente che i bianconeri troveranno nel capoluogo campano.
Alla storica rivalità nella lotta scudetto, quest’anno si è aggiunto anche il fattore Higuain, il core ‘grato che ha lasciato Napoli per i soldi – l’accusa dei tifosi partenopei – e che Torino ha accolto a braccia aperte per dare l’assalto alla Champions.

Il Pipita l’ha messo in conto, quel pomeriggio di fine luglio in cui si è affacciato dalla sede juventina con la maglia numero 9 bianconera, che sarebbe dovuto tornare a Napoli da avversario. All’andata, al J Stadium, è andato in scena l’abbraccio con Maurizio Sarri – del resto Higuain ha sempre avuto parole d’affetto verso il tecnico, i tifosi e la città di Napoli, non per il presidente De Laurentiis – e il gol senza esultanza, stasera sarà un’altra storia: fischi e pernacchie sono stati annunciati “urbi et orbi” da tifosi comuni ma anche da istituzioni varie, tanto per rendere ancora più arroventato l’ambiente, ogni volta che toccherà palla voleranno sul San Paolo scroscioni di insulti, ma il bomber argentino è un giocatore navigato, che sa gestire le pressioni, è capace di isolarsi e non farsi impressionare dall’accoglienza. Anzi, proprio l’ambiente ostile potrà essere uno stimolo in più – per lui e l’intera squadra – per centrare il colpaccio.

Higuain sarà l’osservato speciale, ma anche per il resto della squadra è previsto un servizio d’ordine più solerte. Fin da quando – ieri verso le 19.30 – la Juventus è atterrata a Napoli, all’aeroporto di Capodichino, sebbene ieri fosse circolata la voce che il charter bianconero potesse arrivare all’aeroporto Costa d’Amalfi di Salerno. Nessun stravolgimento invece, il club bianconero ha deciso per la continuità: Buffon e compagni hanno poi raggiunto corso Vittorio Emanuele, nel cuore della città dove c’è l’albergo del ritiro, con un pullman bianco e anonimo. E’ ormai da quattro anni che a Napoli la Juventus non viaggia sul mezzo personalizzato, con tutti gli scudetti sulle fiancate, proprio per evitare episodi di violenza da parte dei tifosi partenopei (anche se l’accorgimento non è bastato tre anni fa ad evitare il lancio di uova).

Davanti all’Hotel Parker’s, un cinque stelle requisito dal club e presidiato dalle forze dell’ordine, già nel pomeriggio di ieri sono state posizionate le transenne per tenere lontana la gente. I bianconeri – con Beppe Marotta, Fabio Paratici e Massimiliano Allegri seduti in prima fila – ci sono arrivati verso le 20.30, accolti più che altro da fotografi e curiosi: soltanto lungo il percorso ci sono stati cori contro. Poi tutti a cena e dopo a nanna, con i titolari nelle stanze verso l’interno per evitare la “movida” riservata dagli ultrà per disturbare il sonno dei campioni d’Italia. Stamattina nessuna rifinitura, soltanto un risveglio muscolare in palestra, nel pomeriggio la riunione tecnica e verso le 19 la partenza per Fuorigrotta. Saranno 700 gli agenti impegnati nel servizio d’ordine oltre a 300 steward all’interno dello stadio. Una partita blindata e un replay tra 72 ore.

E adesso provate a dire che sono solo due partite di calcio. Napoli-Juventus di domani e il bis di mercoledì per la semifinale di Coppa Italia sono diventate una “guerra dei mondi” generata da un pernicioso crescendo di dichiarazioni, ragionamenti e interventi. Gli ultimi arrivati ieri mattina, quando l’intervista del sindaco di Napoli Luigi De Magistris al “Fatto Quotidiano” è rimbalzata sul web, provocando il solito roboante eco di dibattiti tossici. Invece di stemperare il clima di una doppia sfida che (anche sul fronte dell’ordine pubblico per esempio) non aveva esattamente bisogno di essere affilata, De Magistris ha lasciato che il tifoso parlasse al posto dell’uomo delle istituzioni.

E così giustificando come fatto goliardico la sciarpa “Juve Merda” esibita con orgoglio dal parlamentare e suo concittadino Taglialatela, spiega: «Per quanto discutibile, non è paragonabile all’inchiesta Juve. E trovo scandaloso il silenzio dei giornali. Ne parlate solo voi del Fatto. La ‘Ndrangheta nel cuore della Juve è un fatto gravissimo». Insomma, per il sindaco De Magistris non è vero quello che ha stabilito la Procura di Torino (che ha escluso che ci siano connivenze o collaborazioni fra la ‘Ndrangheta e la Juventus) ed è già vero quello che vorrebbe dimostrare il procuratore federale Pecoraro, il quale tuttavia non ha ancora iniziato il suo processo e per il momento ha solo deferito Agnelli e altri tre dipendenti bianconeri con quell’accusa.

D’altra parte, Pecoraro sembra esserne fermamente convinto, visto che circola una voce romana secondo la quale la richiesta che farà il 26 maggio, in sede di Tribunale federale, sarà di tre anni di inibizione per il presidente della Juventus Andrea Agnelli: se fosse vera, una richiesta enorme che dovrebbe essere giustificata con prove clamorose e schiacchianti della continguità fra la società bianconera e la criminalità organizzata.

La Juventus, insomma, è sotto attacco. Da una parte le illazioni, dall’altra le accuse. Senza che nessuno si premuri di portare una prova solida e inequivocabile per associare il club a qualcosa di mostruosamente serio come la ‘Ndrangheta. E’ un salto di qualità inquietante rispetto al solito “la Juve ruba”, perché se un tribunale dovesse dimostrare la veridicità dei collegamenti fra la Juventus e le mafie, allora bisognerebbe davvero scandalizzarsi, approfondire, riflettere seriamente sulla questione in ogni sede. Ma fino ad ora non ci sono elementi concreti per fare quell’associazione e ipotizzare una collaborazione con la ‘Ndrangheta è diverso che discutere di un rigore.

Tant’è che fra i tifosi bianconeri striscia un sentimento di rancoroso fastidio per il dilagare di un antijuventinismo sempre più urticante. E con questo sentimento nasce una richiesta, sempre più diffusa sul web, che la società prenda le sue contromisure, che respinga le accuse in modo altrettanto rumoroso, che porti in tribunale chi parla a vanvera, che prenda iniziative anche clamorose per esigere rispetto. La Juventus, da parte sua, resta silente. Forse non inerte, ma certamente silente. «Le querele si fanno, non si annunciano» è il motto di Corso Galileo Ferraris, dove vige la filosofia che dare una risposta a chi ti insulta è un modo per dare ulteriore risalto all’insulto stesso.

Intanto la squadra si appresta ad affrontare due partite infuocate. Ieri l’ultima del “Mattino” è stata acquistata da un gruppo di tifosi che hanno annunciato l’inizio delle “Quattro giornate di Napoli”, citazione di un’eroica insurrezione della città durante la Seconda Guerra mondiale che per quanto colta, si inserisce in un clima in cui citare fatti di guerra non è forse il massimo. Mentre il tifo organizzato della Curva B ha diffuso un vademecum per ignorare il traditore Higuain. Così il sindaco De Magistris diventa più oltranzista degli ultrà quando afferma: «Higuain può tornare a Napoli, ma deve accettare fischi e pernacchie».

L’urlo “The Champions” che veniva rilevato dai sismografi non ci sarà, perché non ci sarà quella musica, ma la carica con cui il San Paolo spingerà il Napoli domani sera contro la Juventus sarà la stessa con cui l’aveva lanciato all’inseguimento del Real Madrid nel ritorno degli ottavi di finale di coppa. E la stessa sarà l’energia con cui i giocatori di Maurizio Sarri si avventeranno sulla partita, quell’energia che aveva fatto tremare anche i blancos: «Nel primo tempo abbiamo sofferto», ammise Zidane.

Questo è l’attacco, doppio, da cui la squadra di Massimiliano Allegri dovrà difendersi domani sera. Polemiche e deferimenti sul caso biglietti, dichiarazioni di sindaci e parlamentari, tutto questo probabilmente scivolerà sopra la corazza di esperienza e personalità dei giocatori della Juventus senza neppure sfiorare la loro mente. Esperienza e personalità serviranno anche a respingere l’attacco ambientale. Il San Paolo certamente esalterà il Napoli, difficilmente intimidirà i bianconeri: per quanto impressionante possa essere la cornice dello stadio di Fuorigrotta, non rappresenterà un qualcosa di mai visto per chi, da Buffon in giù, ha affrontato gli stadi più caldi del mondo, dal Bernabeu al Celtic Park, dal Signal Iduna Park all’Ali Sami Yen.
Un discorso a parte riguarda Gonzalo Higuain, atteso da bordate di fischi ogni volta che toccherà la palla. Un trattamento a cui il Pipita arriverà però di certo mentalmente preparato ed è difficile pensare che anche lui, 29 anni e più di 500 partite in carriera, si metta a tremare. Anzi, il clima speciale e ostile potrebbe anche esaltare gli uomini di Allegri, spingendoli a tirare fuori il meglio di loro stessi per ribadire di essere più forti.

E il meglio della Juventus servirà, domani e mercoledì in Coppa Italia. Per il Napoli le due sfide sono adesso le più importanti dell’anno, quella di campionato per tornare a giocare la Champions League appena abbandonata e quella di Coppa per provare a vincere un trofeo. Titolo che sarebbe il primo per il Napoli di Sarri, esaltante nel gioco ma non ancora riuscito a scrivere il nome in un albo d’oro, come Gigi Buffon ha sottolineato mercoledì. Altro aspetto che potrebbe dare uno stimolo in più a entrambe le squadre: agli azzurri per dimostrare di essere anche i vincenti, ai bianconeri per frustrare di nuovo glo applausi ai rivali, dopo i tre successi ottenuti nei quattro confronti delle ultime due stagioni.
Quattro confronti, tre in campionato e uno in Coppa Italia, in cui il Napoli ha però segnato altrettante reti (vittoria 2-1 e sconfitta 1-0 nello scorso campionato, sconfitte per 2-1 in questo e in coppa). Numeri che poche squadre possono vantare contro Buffon, battuto in media 0,65 volte a partita in campionato e addirittura 0,25 in Champions. Sull’attacco il Napoli punterà anche nella doppia sfida in arrivo, provando a sorprendere di nuovo la difesa bianconera con gli inserimenti di Callejon (letali nei due precedenti di quest’anno) e la rapidità di Mertens e Insigne. I due gol quasi identici subiti dallo spagnolo dovrebbero essere garanzia di maggiore attenzione juventina nella sua zona, mentre dalla parte opposta del campo gli acciacchi di Mandzukic e Dybala (oltre al ko di Pjaca) saranno di aiuto ai difensori di Sarri. Che però, in una partita votata all’attacco, dovranno comunque coprire con grande attenzione spazi ampi. Per evitare l’incubo di tutto il San Paolo: il gol di Higuain, già a segno due volte su due contro la sua ex squadra.

La Juventus si avvicina alla prima delle due sfide al San Paolo – quella di domani sera – con un piano A e un piano B. Massimiliano Allegri sceglierà dopo la rifinitura di quest’oggi, ultimo allenamento prima della partenza per Napoli. I dubbi riguardano l’attacco e in particolare tre giocatori: Paulo Dybala, Mario Mandzukic e Juan Cuadrado, per motivi diversi non al top della condizione. Ragion per cui il “Conte Max” ha cominciato a provare anche una Juventus alternativa con Mario Lemina e Claudio Marchisio titolari. La decisione verrà presa in extremis.

Schierare Dybala e Cuadrado significherebbe affrontare una tappa decisiva per lo scudetto con i titolarissimi. Allegri è tentato, ma visto il ciclo di ferro di aprile non si correranno rischi inutili. Si trattasse di una finale, probabilmente giocherebbero tutti i big. Ma siccome il campionato non finisce domani a Napoli e al San Paolo i campioni d’Italia saranno di scena anche mercoledì in Coppa Italia (semifinale di ritorno, andata 3-1 per la Juventus), il tecnico toscano sta valutando nei dettagli ogni possibile scenario. Ieri Dybala e Cuadrado, al rientro dal Sudamerica assieme a Rincon, hanno svolto il primo allenamento con i compagni. L’incertezza sul fantasista argentino è legata alle condizioni fisiche. Prima della sosta, a Marassi, era uscito per un fastidio alla coscia e in Argentina non ha messo piede in campo nelle due gare di qualificazione al Mondiale. Nessuna forzatura, ma pure qualche allenamento differenziato e tante ore di volo. Cuadrado si è sciroppato la stessa full immersion aerea, ma rispetto al compagno è stato protagonista in entrambi i match della Colombia. La rifinitura di oggi stabilirà il colore del semaforo, al momento segnalato sul giallo. Tonalità simile – ma ieri a Vinovo l’ottimismo era in crescita – anche per Mario Mandzukic. L’attaccante croato, che giovedì non si era allenato per una infiammazione al ginocchio, ieri è tornato in campo. Per indole è un giocatore abituato a stringere i denti e non stupirebbe se anche stavolta desse la propria disponibilità per giocare al San Paolo domani sera. Al netto della rifintura di questo pomeriggio, la sensazione è che Allegri potrebbe risparmiare uno tra Mandzukic e Cuadrado.

A quel punto su una delle due fasce potrebbe agire Mario Lemina, già testato come tornante al posto di Cuadrado in uno spezzone di gara contro la Sampdoria. Il gabonese è un jolly in grado di muoversi indifferentemente a destra o a sinistra. Non è un’ala pura, ma garantisce forza e dinamismo. La candidatura di Lemina è reale, ma per diventare concreta dovrà superare la rifinitura. Come detto, dipenderà dalle condizioni di Mandzukic e Cuadrado. L’ex Marsiglia al San Paolo è già stato protagonista: dei suoi due gol juventini, uno lo ha realizzato lo scorso anno nella sconfitta per 2-1 in casa del Napoli. Ma più che per il ricorso storico, Allegri sta valutando l’impiego di Lemina per una questione di freschezza, muscoli e intensità.
L’altra alternativa allo studio è quella relativa all’eventuale sostituto di Dybala. L’idea più gettonata è quella di avanzare Pjanic nel ruolo di trequartista alle spelle di Higuain, con Claudio Marchisio in mediana assieme a Sami Khedira. Un 4-2-3-1 tendente al 4-5-1, dal momento che il bosniaco avrà il compito di abbassarsi tra l’azzurro e il tedesco in fase di impostazione.

A meno di cambi dell’ultima ora, Allegri pare orientato a puntare sulla difesa a quattro, utilizzata al massimo in corsa nei due precedenti stagionali contro il Napoli. Nell’ultimo incrocio, quello di Coppa Italia, il “Conte Max” tornò a quattro tra un tempo e l’altro dando il via alla rimonta. La coppia centrale dovrebbe essere composta da Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini, con Andrea Barzagli possibile sostituto di uno dei due. Se a sinistra toccherà a Alex Sandro, per la fascia destra è ballottaggio Lichtsteiner-Dani Alves.

Per qualcuno vale solo 3 punti, per tutti quelli che andranno al San Paolo conterà anche per l’orgoglio. Napoli-Juventus vista a 360 gradi, nella prima di due notti (in quattro giorni) da 100mila spettatori, tutti di fede partenopea per la chiusura del settore ospiti al San Paolo motivata dalle solite ragioni di ordine pubblico. Gli occhi puntati sul campo di gioco, aspettando che il grande ex spunti dalla scaletta degli spogliatoi. Accoglienza per Higuain? Ovviamente sonora, fatta di 50mila fischi che certamente colpiranno nel segno: nessun calciatore avversario che ha ricevuto identico trattamento, ha poi giocato una partita serena. Fischi, tanti, fragorosi e poco altro, perché nel tifoso napoletano alla fine prevale il senso dell’ironia e quello dell’appartenenza. Ironia che si è tramutata in un gruppo Facebook con il chiaro intento di derisione nei confronti del Pipita. Alcuni tifosi hanno lanciato una provocazione sui social, facendo ricorso alla grande vena artistica degli artisti intramontabili: “O’ Pernacchio a Higuain direttamente dallo stadio di Napoli”, un gruppo che nella presentazione svela le proprie intenzioni: “Lasciate a casa ogni intento violento, il popolo napoletano, da civile qual è, risolve con la non violenza e in modo pacifico gli eventuali torti morali. Un grande singolo pernacchio sincronizzato da tutto lo stadio e poi ci si lascia tutto alle spalle, addio al rancore, anche perché la vita continua”. L’iniziativa, frutto dell’insegnamento del grande Eduardo De Filippo ne “L’oro di Napoli”, in poche ore ha fatto migliaia di proseliti. Appartenenza, perché la fede calcistica ha sempre la priorità sugli avversari. E’ questo il messaggio che i gruppi della Curva B hanno voluto lanciare attraverso un volantino apparso nelle strade di Napoli. “Estranei alle diatribe legate a presunti traditi e traditori – si legge – ricordiamo a tutti che questa Curva è legata solo alla maglia ed ai suoi colori. Rinnoviamo l’invito ad indossare il massimo simbolo dell’appartenenza (sciarpa rigorosamente azzurra) nelle prossime sfide che vedranno impegnata la nostra squadra e mostrarla con fierezza ed orgoglio”.

La tanto temuta (altrove) reazione violenta, sarà eventualmente scongiurata del tutto anche dalla presenza di circa mille uomini (700 agenti e 300 steward) a garantire la sicurezza allo stadio e per la quale anche il Napoli si è speso con un messaggio apparso sul sito ufficiale: «Rispettate le norme in materia di sicurezza, con particolare osservanza alle prescrizioni previste nel regolamento d’uso dello stadio, la cui violazione potrebbe comportare pesanti sanzioni fino alla squalifica del campo, compromettendo così altri impegni casalinghi».

Il campo

Il count-down all’inizio della supersfida comincerà oggi alle 14,45, quando Maurizio Sarri terrà la conferenza stampa di presentazione a quella gara che a Napoli viene sempre considerata la madre di tutte le partite e nel resto dell’Italia non juventina viene vissuta come l’ultima possibilità per riaprire il campionato. Sarri ha recuperato completamente Hysaj, che domani festeggerà le cento presenze in serie A, e chissà se riuscirà a fare lo stesso con Reina. Anche ieri il portiere ha svolto allenamento differenziato e soltanto nella odierna rifinitura pomeridiana, si sottoporrà al test decisivo. Al momento c’è solo il 50 per cento di possibilità che vada in campo, percentuale che potrebbe cambiare in positivo in giornata. C’è ottimismo, ma intanto Rafael e Sepe sono in preallarme, per le condizioni dello spagnolo che saranno valutate con attenzione. Al pari di quelle di Giaccherini, che ieri ha interrotto anzitempo la partitina in famiglia per un problema muscolare che oggi sarà verificato attraverso un’ecografia di controllo. In mediana Jorginho è favorito su Diawara e Allan su Zielinski, con capitan Hamsik che raggiungerà quota 350 presenze nella massima serie.
Davanti toccherà al tridente Callejon-Mertens-Insigne, aspettando la migliore condizione di Milik e Pavoletti, anche domani presumibilmente in panchina. Il resto si saprà al fischio d’inizio dell’arbitro Orsato che dirigerà il big match davanti a 50mila spettatori sugli spalti (record stagionale di presenze in campionato al San Paolo) ed un miliardo davanti alla tv.

Alex Sandro Lobo Silva, 26 anni, esterno sinistro brasiliano alla sua seconda stagione con la maglia della Juventus
roberto colombo

Chiamatelo: il coltellino… paulista. Alex Sandro Lobo Silva, per i tifosi della Juventus soltanto Alex Sandro, ventiseienne brasiliano di Catanduva, stato di San Paolo, è, calcisticamente parlando, una versione verdeoro del coltellino svizzero, quello in grado di risolverti più d’un problema trasformandosi da coltello a cacciavite, quindi ad apriscatole, cavatappi e via discorrendo. Il compito in campo dell’ex Santos e Porto, è proprio quello: può essere impiegato sia come esterno basso in difesa, sia come laterale a centrocampo, sia come esterno alto nel tridente offensivo.

Insomma, l’importanza di Alex Sandro nello scacchiere bianconero che si prepara alla sfida del San Paolo contro il Napoli di Sarri rischia di aumentare esponenzialmente. Le ultime indiscrezioni riportano la possibilità che il paulista venga riportato da Allegri a guardia della parte sinistra della difesa: una presenzam quella del brasiliano che non lascerebbe dormire sonni tranquilli nè a José Maria Callejòn, né ad Allan, i partenopei che transiteranno nella sua zona. Tutti sanno che il verdeoro è devastante quando spinge e proprio per questo né Callejòn né Allan potranno dedicarsi esclusivamente alla fase offensiva tralasciando quella difensiva rischiano così di lasciare via libera al bianconero…

Quella col Napoli è gara cruciale. Per lui, certo, per la Juventus ovviamente. Ma soprattutto sarà sfida, aprticolare, speciale, sui generis, se vogliamo pure “del cuore” soprattutto per Gonzalo Gerardo Hiaguaìn, uno che a Napoli ha dato tanto in termini di reti e ha lasciato tantissimo in termini di amarezza e risentimento (nei tifosi azzurri) per la scelta di concedersi in sposo alla Vecchia Signora. Alex Sandro ha fede nel Pipita, lo sostiene al 100% e senza esitazioni: «E’ un campione, un giocatore esperto, uno che sa gestire situazioni del genere. Lo ha già dimostrato. El Pipita si è allenato bene – ha detto l’ex Porto a Sky Sport – e arriverà pronto per questa partita». L’esterno passa poi alla squadra: «Sappiamo l’importanza di questo match, però vale 3 punti come le altre e non sarà decisiva. Giocheremo contro calciatori bravi, con qualità. Sarà una partita molto bella». Infine sul suo ruolo, Alex Sandro non ha problemi: «Sono pronto a cambiare posizione, anche a giocare in attacco. L’importante è scendere in campo concentrati. Ho giocato con Allan nella sezione giovanile del Brasile, ha molta forza e qualità ed è un giocatore molto intelligente». Allan si rassegni, però. Siamo in Italia e non nella Seleçao, un mal di pancia, un dispiacere a un compagni di nazionale si può pure dare…

L’esplosione attesa per tutta la stagione dai tifosi juventini e da Massimiliano Allegri, quella di Marko Pjaca nel pieno delle sue potenzialità, è rimandata. Solo rimandata: ci sarà e non sarà ridimensionata dalla rottura del crociato anteriore del ginocchio destro, riportata martedì dall’attaccante croato durante l’amichevole giocata in Estonia con la sua Nazionale. Magari non sarà facile rendersene conto, visto che il “prima” di Pjaca lo si è solo potuto intravedere, ma lo juventino tornerà ai livelli precedenti all’infortunio e la sua carriera si svilupperà come avrebbe fatto senza il ko.

Sul futuro di quello che Allegri ha definito «un predestinato» avevano allungato ombre non solo l’infortunio in sé, ma anche le parole del responsabile dello staff medico della Croazia, Boris Nemec: «Dopo lesioni di questo tipo c’è un 55 per cento di possibilità che un giocatore torni come prima, ma anche un 45 per cento di probabilità che questo non accada». Parole che ieri hanno allarmato il mondo bianconero, accompagnate a previsioni pessimistiche sui tempi di recupero: «Il metodo utilizzato per l’operazione dal professor Mariani prevede 4-5 mesi, ma la Fifa ne raccomanda 7-8. Io non permetterei a un giocatore di tornare in campo prima di sei mesi».
Chiamato in causa, il professor Pierpaolo Mariani, che ieri ha ricostruito i legamenti di Pjaca nella sua clinica di Villa Stuart, assistito dal dottor Claudio Rigo, responsabile medico bianconero, ha allontanato le nubi dalla carriera del croato: «Mi vengono in mente una marea di giocatori la cui carriera non è stata compromessa da un infortunio di questo tipo. E non sarà compromessa quella di Pjaca. Aldair a sei mesi dall’operazione vinse il Mondiale e di recente, a Milano, un giocatore è venuto ringraziarmi dicendomi che grazie a me ha avuto 15 anni di carriera ad alto livello. Ma non si tratta solo dei miei pazienti, basta vedere il recupero di quelli operati dai colleghi». A proposito di recupero, il professor Mariani precisa che i tempi della Fifa citati da Nemec «Sono basati su dati medi. Comunque oggi fare una previsione è molto difficile. Io sono ottimista per quanto riguarda la prossima stagione, mi auguro che Pjaca sia pronto per iniziarla. Però questo andrà valutato di mese in mese e la tempistica può variare da un atleta a un altro».
Non varia, invece, l’ottimismo sul pieno recupero di Pjaca nelle parole del professor Franco Benazzo, direttore del dipartimento di ortopedia e traumatologia del Policlinico San Matteo di Pavia e tra i chirurghi italiani preferiti dagli atleti di alto livello, calciatori in primis: «Tornerà lo stesso di prima, il professor Mariani in questo senso è una garanzia e in generale in Italia siamo all’avanguardia su questo tipo di interventi. I precedenti confortanti sono molti. Anche i tempi di recupero potrebbero essere più brevi di sei mesi».

Che siano sei mesi, quattro o sette, il cammino di Marko Pjaca verso il ritorno in campo inizia già oggi. Per dieci giorni si tratterrà a Roma, a Villa Stuart, dove svolgerà la prima parte della riabilitazione. Poi si trasferirà a Torino, al J Medical, dove inizierà a intensificare l’attività. Niente ritorno a casa, in Croazia, approfittando della sosta forzata. Il croato vuole lasciarsi alle spalle il prima possibile questa stagione nera, in cui aveva già subito, sempre in Nazionale e sempre alla gamba destra, un’infrazione al perone, e lavorerà da subito nel centro bianconero. Ma non gli mancherà comunque il conforto della famiglia: i suoi genitori sono già in Italia e si fermeranno a Torino, mentre il suo agente, Marko Naletelic farà la spola con la Croazia. Ma adesso è anche lui a Roma: «A Marko sono arrivati moltissimi messaggi d’affetto». Una spinta in più.

A pelle si prendono. Forse perché arrivano dalla stessa terra, anche se la campagna di Firenze (quella di Sarri), non è poi così vicina nei sentimenti alla costa di Livorno (Allegri). Le battute le capiscono e, a differenza di una moltitudine di loro colleghi, non si impermaliscono. Le battute dei livornesi, poi, ti levano la pelle col sorriso: ridi mentre ti senti bruciare.
Il giorno della Panchina d’Oro, dei tre punti con cui Sarri ha battuto Allegri, si sono salutati bene, senza acredine, pur sapendo che quello era il prologo di una settimana del doppio Na- poli-Juve, giorni da inferno o paradiso, senza intervalli in purgatorio. «E’ un bravo ragazzo, è sempre sereno, io non ci riesco», diceva il figlinese del Napoli parlando del suo collega. Non era solo il complimento del vincitore allo sconfitto, quelle poche sincere parole racchiudevano la differenza netta, per certi versi clamorosa, dei primi due allenatori della stagione italiana. (Il terzo è un altro toscano, Luciano Spalletti).
QUEGLI ESEMPI. Maurizio Sarri è un visionario, nel senso corretto del termine, come lo era stato Sacchi, come lo è ancora oggi Zeman. Vedono un calcio, il loro calcio. Hanno studiato per realizzarlo e non se ne staccheranno mai. Allegri è un allenatore “naturale” come Ancelotti, il suo calcio nasce da un insieme di idee, da un insieme di scuole e soprattutto da esperienze vissute. Sarri insegna la materia, Allegri la plasma. Mica è un caso se fra Sarri, Sacchi e Zeman non ci sia un solo ex giocatore di buon livello, mentre Allegri e Ancelotti hanno giocato in Serie A.

Partiamo da Max. Chi si ricorda come Ancelotti costruì il fantastico Milan dei numeri 10? Pirlo, Seedorf, Rui Costa e Kakà (e Rivaldo prima di Kakà) tutti insieme. Carlo aveva capito che non poteva rinunciare a nessuna di quelle eccellenze e le schierò cambiando i ruoli: Pirlo divenne regista (come già era successo a Brescia con Mazzone), Seedorf lamentandosi diventò interno, Rui Costa e Kakà rimasero trequartisti. Ecco, lo stesso ha fatto Masimiliano Allegri con gli attaccanti: non poteva rinunciare a nessuno fra Cuadrado, Dybala, Mandzukic e Higuain, così li ha messi tutti insieme spostando Mandzukic a sinistra. Così lavora l’artigiano (della panchina), gli consegni il materiale e sa come dargli forma.

Quando Allegri fa i cambi, modifica spesso l’assetto, lo rende più difensivo, magari mette un centrocampista in più. Insomma, non ha una visione, ma una veduta ampia della squadra.
UN ALTRO GENERE. Sarri non è un allenatore diverso, è proprio un altro genere. E’ uno che crede a un gioco, come Zeman crede a un modulo, come Sacchi credeva alla sua Idea con la I maiuscola. Le sue squadre non derogano quasi mai a schemi fissi, se si guardano i movimenti degli esterni ci si accorge che sono sempre gli stessi, eppure restano efficacissimi. Le sue sosituzioni mantengono sempre lo stesso assetto, era così anche nell’Empoli, che giocava col rombo: toglieva un terzino per mettere un terzino, un interno per un interno, un attaccante per un attaccante. Proprio come fa Zeman. Non è un fondamentalista come Sacchi, quando parla di calcio si distende, racconta tutto e spiega bene, entrando nei dettagli senza avarizia, ma ha la stessa fiducia cieca di Arrigo nel suo gioco. Giocano sempre gli stessi 11-12, massimo 13, tantoché la formazione dell’Empoli, come quella del Napoli, si imparano a memoria nel giro di due o tre partite. L’unica opzione che si concede adesso è a centrocampo: se vede la necessità di un filtro maggiore mette Allan, sennò mette Zielinski (e questo è stato il suo errore a Madrid, ha messo Zielinski quando c’era bisogno di Allan). Raramente, nel finale della partita, passa al 4-2-3-1, ma in quel caso lui stesso fatica a credere nei miglioramenti.
Quando una società prende Zeman, sa che prende il 4-3-3. Come fosse un pacchetto unico. Lo stesso accade con Sarri e il suo gioco: è quello, per certi aspetti inarrivabile e giustamente premiato dagli allenatori con la Panchina d’Oro, ma non si cambia, e tanto meno si adatta. Chi prende Allegri, invece, sa che può affidargli qualunque tipo di organico, Max riuscirà in ogni modo a farne una squadra, bella (spesso) o brutta (può succedere), ma sempre squadra.

Il football in bianco & nero: e accomodandosi su una panchina diversa, perché stavolta si può immaginarla persino «d’oro», c’è il calcio, nella sua essenza, nei valori assoluti, nelle sfide (im) possibili, nei sogni di chi ha deciso, come Sarri, di rivoltare il pallone. «Ma va detto che loro sono i più forti, meritatamente primi, e vincono da cinque anni non per caso o per dettagli».

E’ un’ora e mezza, e diventeranno tre mercoledì, d’una partita che è tante cose assieme, che scuote le corde dell’anima e s’inerpica sino alle analisi sociologiche: è Napoli-Juventus e condensa in sé le sensazioni dell’anima d’una città intera. «E voglio che i ragazzi lo capiscano, che assorbano la tensione positiva di questa gente che è umile, sa vivere il calcio anche soffrendo, accettando le sconfitte.

Loro sono i più bravi tecnicamente, tatticamente, economicamente ed anche politicamente, e lo dico senza malizia, ma noi siamo consapevoli di avere dentro qualcosa di diverso, l’orgoglio di vincere qua, dove è più difficile e più bello. Non è una partita normale e lo sappiamo e vogliamo regalare una gioia».

IO E IL PIPITA. Ed è diventata poi una partita speciale, perché ora concentra in questa notte implicazioni emozionali più sferzanti: è Napoli-Juventus ma con el Pipita che sta dall’altra parte, travestito da «nemico» dopo tre anni da figliol prodigo. «Io non ho mai detto che avrebbe vissuto una brutta serata, ma spero che lo diventi per la Juve, calcisticamente. Credo, anzi sono statisticamente convinto, che anche perdendo qua potrebbero vincere lo scudetto, perché in queste ultime giornate, se i bianconeri mantenessero il rendimento della prima fase, ci rimetterebbero appena quattro punti. Non so se Higuain verrà a salutarmi e comunque prima delle partite io non so essere così delicato: a Torino mi accorsi di lui quando arrivò ad un metro da me. E ciò che penso di lui glielo ho detto: mi basta questo. Però stasera lui sarà un avversario come gli altri, poi se dovessi incontrarlo lunedì per strada ne sarei contento, perché è un ragazzo a cui voglio bene».

ORO, INCENSO E SARRI. E’ stato bello, persino bellissimo, potersi (virtualmente) accomodare su quella panchina consegnatagli dai suoi colleghi, a Coverciano; però stasera sarà diverso («non è una sfida tra me e Max, che mi sta simpatico: io non voglio battere Allegri, ma la Juve»): ci sarà in palio una fettina di credibilità aritmetica per la Champions e poi il piacere di regalarsi una serata d’onore, al netto di qualsiasi rimpianto su episodi dubbi che avrebbero potuto accorciare le distanze. «Se si valutano i singoli casi, forse potevamo avere qualcosa in più noi e qualcosa in meno loro. Ma la sostanza non sarebbe cambiata: nell’ultimo quinquennio, e pure in questa stagione, sono stati di un altro livello». E’ una vigilia politicamente corretta, vissuta nella penombra d’uno splendido pensiero: «Vincere qua lascia dentro ognuno di noi sensazioni uniche».

«Serve una grande partita sul piano tecnico, fìsico e soprattutto psicologico: dobbiamo essere sereni e belli come il sole, nulla ci deve scalfire». Massimiliano Allegri non lascia trasparire particolari tensioni, conosce le insidie del San Paolo ma si fida dei suoi uomini: «La Juve è abituata a giocare queste partite, specie contro chi scende in campo per la partita dell’anno: sarà importante per noi e loro, la mia speranza è che rimanga una sfida corretta».
CULTURA. Una speranza sincera in fondo a un viglia infinita, fatta di polemiche e veleni: «L’Italia ha una grande chance per dimostrare d’aver iniziato un percorso di cultura sportiva diverso. Tutto il mondo guarderà il confronto tra la prima e la terza in classifica, che mercoledì si contenderanno anche un posto per la finale di Coppa Italia: sono convinto che i tifosi del Napoli saranno partecipi, ma daranno un esempio di grande civiltà. Non se ne dovrebbe nemmeno parlare, dovrebbe essere sempre così. Purtroppo in Italia si vive sulla polemica e non si esalta mai quanto fatto sul campo, si cercano sempre scuse e si dà la colpa agli altri: bisognerebbe guardare un po’ più in casa propria e non fuori». Le polemiche non diventano comunque motivazioni aggiunte per i bianconeri: «Il nostro stimolo sono i tre punti, per conquistare un altro pezzo di scudetto».

CONDIZIONE. Occhi addosso a Gonzalo Higuain, di ritorno per la prima volta a Napoli: «E’ rimasto tre anni, ha fatto tanto ed è stato amato, poi ha fatto una scelta professionale e credo vada rispettato. I tifosi azzurri prima lo applaudiranno e poi lo fischieranno, perché lui gioca per la Juventus e loro tifano Napoli: credo sia una cosa normale, lui è molto sereno. Ha fatto una buona settimana di lavoro e sta riprendendo una buona condizione. Se gli ho parlato? No, in questi momenti non c’è da dire niente».

GABBIA. Quando José Maria Callejon incrocia la Juve si scatena: «E’ micidiale, gioca a nascondino e poi tira la zampata, però non farò nessuna gabbia: quelle le faccio in estate, a Livorno, con gli amici». Max allude alla gabbionata, variante del calcio ideata da Armando Picchi: il campo, tipo calcetto, è recintato da una rete alta cinque metri, non esistono linee laterali e così la palla non esce mai. «Il Napoli – prosegue – è in un ottimo momento, ha le carte in regola per arrivare a 90 punti, come la Roma può arrivare a 92: a noi servono ancora molte vittorie. Ad aprile ci giochiamo gran parte del campionato, della Coppa Italia e della Champions. Le partite con Roma e Napoli contano meno, sono scontri diretti in cui può succedere di tutto: dobbiamo pensare a vincere tutte le altre». Dà anche una spiegazione del rientro a Torino nonostante mercoledì si rigiochi al San Paolo: «AVinovo abbiamo tutte le comodità per prepararci».

RINNOVO. Note finali su Marko Pjaca («Quest’anno è stato molto sfortunato. In bocca al lupo»), sulla Panchina d’Oro («Ho votato Di Francesco. Sarri l’ha meritata: ha fatto un grande lavoro a Empoli e a Napoli») e sul suo rinnovo: «Durante la sosta non mi sono incontrato con la società. Questo è un periodo molto intenso, avremo tempo per parlarne serenamente».

C’è tutto un Mondo: e mica sistemato dietro al buco della serratura, ma sprofondato (comodamente) in poltrona o anche impegnato con il pranzo della domenica, e dagli States in Australia (dove intanto sarà già lunedì) il match day si prenderà la scena, la terrà per sé, dominerà il video e scatenerà le passioni, perché Napoli-Ju- ve è «la partita». Il calcio del

Terzo Millennio non chiede altro che appuntamenti del genere, partite capaci d’incollare la folla dinnanzi al piccolo (piccolo?) schermo: duecento Paesi circa collegati, per una stima che ondeggia tra i settecento milioni di spettatori ed il «potenziale» miliardo d’utenti calcolati dal Napoli. Tutti convocati e saranno una marea imprevedibile che non sfugge neanche all’Auditel.

K0L0SSAL. Ma siamo (comunque) al Kolossal nudo e puro, un affare di cuore che si vive ovunque, in Europa ed oltre Oceano, in terre squarciate da conflitti e su isole lontane, in Cinque Continenti che non rinun- ceranno ad un braccio di ferro elettrizzante, nel quale c’è la sintesi di un’Italia che piace e diventa una calamita, un’attrazione fatale che spaccherà i fusi orari o magari li legherà.

L’UNIVERSO. Dall’Algeria allo Zimbabwe (in rigoroso, rispettoso ordine alfabetico) s’annida quella massa anomala che, volendo, se la potrà permettere: Napoli-Ju- ventus, attraverso la cessione dei diritti all’estero – materia d’un contendere per il quale va attraversata un’altra sfida, egualmente delicata, che ha già spaccato il fronte della Lega – entra nella case di questo macro-universo che forma il cosiddetto stadio virtuale, qualcosa che muove interessi straordinari, perché ormai la linfa principale arriva da fi e il botteghino, nonostante stasera siano in cinquantamila al San Paolo e mercoledì ce ne saranno altrettanti, diviene un aspetto (persino) marginale.

OCCHI A MANDORLA. La Cina, e sarà notte inoltrata, con ottanta milioni di potenziali telespettatori, diviene, secondo le proiezione, la tribuna più affollata, ma non si scherza neanche in America, in Canada, ovunque ci sia una Little Italy e tante tracce di questo football che da noi si chiama calcio e che per stavolta sarà sintetizzata in Napoli-Juventus, qualcosa in più di un’ora e mezza d’emozioni ma un ponte che collega un Mondo intero. Italians do it better: così dicono.

NAPOLI – Cinquantamila cuori, facciamo cinquantuno: perché la partita si gioca in campo ed anche fuori, nel San Paolo e tutto intorno, in un’atmosfera da lasciare incontaminata. Cinquantamila spettatori (sugli spalti) e cinquantuno con la polizia, i carabinieri e chi invece si adopererà affinché resti una serata normale, priva di tensioni, di esagerazioni, di esasperazioni, che pure il Napoli ha provato a combattere giocando d’anticipo, usando i propri social per invitare alla serenità, alla serenità. E’ calcio, mica altro, e magari ci saranno gli sfottò e certo a Higuain non offriranno cori d’affetto: però è comunque Napoli-Juventus, che muove masse diverse dal solito, che ha bisogno di un piano energico, di concerto studiato in una serie di incontri in Prefettura ed in Questura che hanno riempito la settimana.
VEDE DOPPIO. E’ tutto già scritto, chiaramente, e sarà sistematicamente replicato mercoledì sera, perché Na- poli-Juventus offrirà il replay per la coppa Italia, mettendo in palio la qualificazione alla finale dopo appena set- tantadue ore: alla fine, diventeranno centomila (più o meno), sui cui vigilerà il solito plotone di agenti.

NIENTE OSPITI. Come sempre, come all’andata, come ormai capita da queste parti – in Italia – le gare «terribilmente» a rischio vengono in qualche modo «mutilate»: non ci saranno tifosi della Juventus, ed in Campania non mancano, con relativa chiusura di quel settore da quattromila posti che non è stato necessario aprire neanche ai fans partenopei. La prevendita è stata a modo suo ingannevole, è cominciata schizzando immediatamente verso cifre incoraggianti – complice la promozione per il match di mercoledì (il divieto di ingresso ai tifosi juventini nel settore ospiti varrà anche per la Coppa Italia) – poi si è assestata su livelli rivelanti ma comunque distanti dai primati storici, dall’effetto (speciale) del Real Madrid. Però resta Napoli-Juventus, ovvio…

Puoi giocare a calcio una vita, cambiare maglie e Paesi, controllare le emozioni, ma non sfuggire ai sentimenti. Napoli, per Gonzalo Higuain, non è soltanto una trasferta: è un caleidoscopio di ricordi, una galleria di volti amici, un amore del passato che ti resta dentro, una tempesta di sensazioni forti.
AMARCORD. E’ sereno, il Pipita. Sorride sul prato di Vino- vo. Concentratissimo, non cupo. Assorto, mai ombroso. Eppure, non è una vigilia qualsiasi. E se l’amarcord ha resistito fino all’atterraggio del charter, s’è dipanato con prepotenza fra l’aeroporto e l’albergo: oltre il finestrino non scorreva solo Napoli, ma una pellicola lunga tre stagioni, fatta di gol e di record, di abbracci e di cori, di orgoglio, entusiasmo, passione. Alla fine, solo alla fine, di rabbia e livore, perché la scelta della Juventus al popolo azzurro non è andata giù. L’ha vissuta come un tradimento e non ha perdonato, per questo prepara un’accoglienza fredda e dura: è l’ultimo stadio di un amore in frantumi, cocci che dopo otto mesi ancora non s’incollano. Higuain ha spiegato la sua scelta, ha chiarito d’essere legatissimo a Napoli e alla sua gente, ha indicato in uno strappo con il presidente Aurelio De Laurenti- is la spinta a dire sì alla Juventus, ma non basta perché ogni suo gol è una ferita che si riapre, ogni ritratto in bianconero un ricordo lacerante.

ECCESSI. Stasera lo fischieranno, pensano di dedicargli un pernacchio come quello, capolavoro d’ironia, di Eduardo De Filippo nel film L’oro di Napoli: l’aveva prodotto Dino De Laurentiis, zio del presidente. E’ il gioco delle parti, l’importante è non trascendere, risparmiare le volgarità e scongiurare gli eccessi. Non tutti, peraltro, saranno contro il Pipita: c’è chi non accetta che un brusco addio possa cancellare tre anni stupendi, chi resta grato per le emozioni regalate e soffoca la delusione per le spalle voltate alla fine.

TORMENTONE. Stasera l’inseguiranno fischi e lazzi, ma Higuain l’ha messo in conto e non si lascerà condizionare. Se l’aspetta e saprà ignorare il clima, concentrarsi sulla partita e sul gol che è il suo mstiere. Sarà più complicato, forse, ignorare il tumulto d’emozioni che scatenerà inevitabilmente l’ingresso al San Paolo: è stato casa sua, lo scenario di gol belli e importanti. Li rivedrà tutti, affacciandosi sul prato, guardandosi intorno e rovistando tra i ricordi. Tra i più pesanti, anche uno alla Juventus, il 26 settembre del 2015: pallone sfilato, dribbling, diagonale che grufa il 2-1 definitivo e festa sotto la curva. E’ qui che nasce “Un giorno all’improvviso’,’ il tormentone che apparteneva al tifo azzurro e che oggi canta, orgogliosa, la gente della Juve.

RICORDI. Stasera non ci saranno tifosi bianconeri a sostenerlo, solo napoletani a punzecchiarlo e rimpiangerlo. Perché il vuoto rimane, nonostante i nuovi bomber e i nuovi affetti. Questione di cuore, più che di classe e di tattica: Higuain era il simbolo di Napoli e Napoli era innamorata di Higuain. Ma il calcio non è solo cuore, e la Juventus padrona voleva essere ancora più forte e ha puntato il centravanti più forte del campionato e lui ha detto sì, convinto dal progetto, e la clausola di rescissione ha impedito d’alzare muri. Oggi Higuain è felice a Torino. E vuole vincere il suo primo scudetto italiano. Anche per questo emozioni e ricordi sfumeranno al fischio d’inizio: prima degli altri fischi, quelli che racconteranno un amore deluso.

Da solo con i cani: quelli che i padroni della zona, puntuali, hanno portato in giro nei pressi dell’Hotel Parker’s a fare la passeggiata serale. Gonzalo Higuain e la Juventus sono arrivati ieri sera a Napoli alle 20.25 immersi nelTindifferenza più assoluta: zero tifosi, né bianconeri e tantomeno azzurri, e più che altro soltanto curiosi di passaggio e qualche residente imbufalito per la chiusura totale dell’area limitrofa all’albergo. Risultato: cori di protesta da parte di chi provava a passare o a tornare a casa, ma niente fischi, applausi o insulti di stampo calcistico. E se per Buffon e compagni sarà stata una sorpresa, abituati come sono a ben altri scenari, uova comprese, il Pipita deve aver tirato un profondo respi- L’arrivo della Juve al Grand Hotel Parker’s di Napoli mosca

LA VECCHIA CASA. E allora, la sintesi estrema di una giornata temuta e preparata nei minimi particolari dalle forze dell’ordine: Napoli snobba il Pipita e la Juve. Silenzio e rimostranze di ben altro tipo: è andata proprio così ieri, prima e durante l’arrivo del pullman della squadra, nonostante lo stato di massima allerta in atto sin dal primo pomeriggio a Corso Vittorio Emanuele (120 uomini e 8 blindati spiegati sul campo). La strada su cui si affaccia il Parker’s: un albergo esclusivo (con una terrazza illuminata da luci… azzurre) a due passi da quella che un tempo era villa Ferlaino e a tre minuti in auto da quella che

I FANTASMI. L arrivo in città della Juve e di Gonzalo, insomma, è stato decisamente indolore: atterraggio alle 19.10 a Capodichino e poi di corsa in pullman verso l’hotel, raggiunto alle 20.25 con ingresso diretto, e riservato, in garage. In attesa della grande reunion in programma oggi al San Paolo, ognuno ha preferito rimanere da solo con i propri ricordi e i propri fantasmi. Tanto il Pipa, quanto i tifosi del Napoli. E considerando l’attesa morbosa e una tensione alimentata sin dall’estate, sin dall’adios, tutto sommato è stato meglio così.

Mica è un pesce d’aprile: perché stavolta c’è poco da scherzare e quando il gioco si fa duro, ci sarebbe da mettersi a giocare. Però volere non è potere e si può anche avere un fisico bestiale, come Pepe Reina, ma ci sono rischi che vanno valutati e il corpo da interrogare.
Bastassero le ecografie, gli esami strumentali e le investigazioni più approfondite: le sensazioni, maledizione, spingono ad andare oltre, ad interpellar se stesso, a «sentire» le risposte dell’anima: Napoli-Juventus è «la partita», ma non è sufficiente, perché quando manca niente al fischio d’inizio, resta il «differenziato» e quella precarietà che s’avverte da due settimane. Mentre dentro senti di dover e voler essere al top.

FIFTY FIFTY. Gioca, non gioca? S’intuirà al risveglio, quando la nottata avrà consigliato a Reina di rivelare tutto ciò che ha scoperto di quella «elongazione del so- leo della coscia destra», la ragione del rientro anticipato dal ritiro della nazionale spagnola, il motivo di

una staffetta che aprirebbe – e sarebbe la prima volta in campionato – la porta a Rafael, l’eroe di Doha, il brasiliano protagonista d’una notte che resta, quella del 22 dicembre 2014, con le doppiette di Tevez e Higuain (allora al Napoli) e con il capolavoro su Padoin nella serie dei rigori.

INTOCCABILI. Poi è, almeno così pare, tutto largamente annunciato, il 4-3-3 che va avanti da ormai due stagioni, il tridente leggero, che invece s’è imposto da ottobre in poi, un centrocampo misto, tutto piedi (Jorginho ed Hamsik) e corsa (Allan) e la linea difensiva dinnanzi al portiere, chiunque esso sia, che si recita praticamente a memoria: Hysaj, Albiol, Kou- libali e Ghoulam.

PERPLESSITA’. Ma gli allenatori hanno percorsi mentali differenti e, soprattutto, un polso della situazione assoluto: gli allenamenti qualcosa hanno sussurrato e, inevitabile, almeno un dubbio resta, forse due. I precedenti valgono sino ad un certo punto, però contro la Juventus, nelle due sfide di Torino, in mezzo al campo c’è finito Diawara, sovrastato nelle gerarchie delle settimane più recenti da uno Jor- ginho che s’è preso la regia e non l’ha mollata più: il brasiliano rimane in vantaggio, ma la concorrenza è viva sia nel cuore del centrocampo, che un pochino più a destra, dove la sfida infinita tra Al- lan e Zielinski si è arricchita d’un nuovo protagonista, ed è Rog. Però un valore va riconosciuto anche alle Nazionali, a ciò che tolgono – fisicamente – e il più fresco sembra Allan. Un brasiliano, almeno uno, sembra annunciato.

Paulo Dybala e Mario Mandzukic salgono sul charter bianconero, però soltanto il croato dovrebbe scendere in campo stasera: ieri, nella partitella a Vino- vo, ha occupato la consueta posizione a sinistra sulla trequarti, unico superstite della linea-tipo perché, oltre all’attaccante argentino, finirà in panchina Juan Cuadrado. Dybala è reduce da una contrattura, non è al top e Massimiliano Allegri preferisce non rischiarlo, al massimo gli lascerà uno spezzone, mentre Cuadra- do appare solo affaticato essendo rientrato giovedì dalla Colombia. Tutti e due ritroveranno il posto mercoledì in Coppa Italia, ancora al San Paolo, intanto stasera accanto a SuperMario, che ha smaltito l’infiammazione al ginocchio, agiranno Miralem Pjanic e Mario Lemina.

CAMMINO BIANCONERO. Il gabonese, che non aveva impegni con la Nazionale, durante la sosta si è allenato sempre a Vinovo, ma anche il bosniaco, benché convocato, ha avuto a conti fatti poco stress: un’oretta in campo contro Gibilterra, poi niente amichevole con l’Albania e da martedì dinuovo al lavoro con la Juve. Il suo avanzamento sulla trequarti permette l’innesto di Claudio Marchisio accanto a Sami Khedi- ra nella diga creata davanti alla difesa. I centrali saranno Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini, i terzini Stepehen Lichtsteiner e Kwadwo Asamoah: anche le scelte del reparto arretrato di Massimiliano Allegri sono orientate dalla necessità di dosare le energie in questo mese fitto d’impegni e di aspettative, decisivo per il cammino bianconero apertissimo su tutti e tre i fronti in campionato, Coppa Italia e Champions League.

DECISIONI FINALI. Avanti, quindi, con l’ormai abituale 4-2-3-1 che ha in Gonzalo Higuain l’epicentro offensivo, almeno in avvio di partita: gli interpreti scelti possono infatti modificarlo in corsa con semplici oscillazioni: basterà che Lemina arretri di qualche metro e che Mandzukic avanzi per disegnare il 4-3-1-2 con Pjanic a quel punto unico tre- quartista. E se anche lui dovesse ripiegare, ecco materializzarsi il 4-4-2. Senza dimenticare, ma questa è un’altra storia, la possibilità di alzare uno dei esterni difensivi e modellare il 3-5-2 che per anni è stato marchio di fabbrica sia con Antonio Conte sia con Max Allegri. Stamani risveglio muscolare, ultimi test e decisioni finali, ma la formazione non dovrebbe discostarsi molto da quella sperimentata ieri nel chiuso di Vinovo prima di mettersi in viaggio per Napoli.

C’è tutto il tempo per prendersi una bella rivincita. Ben tre ore complessive per provare a fermare Higuain e, più in generale, provvedere a sbarrare la porta. Quello che si ripropone Kalidou Kouli- baly e che ci vorrebbe in un doppio Napoli-Juve per così dire “strong”, quello che tutti si augurano per i motivi ormai arcinoti. In primis perché l’argentino è passato al “nemico”, ma anche perché s’è concesso la libertà di pungere per due volte la sua ex squadra. E poi, abbassando la saracinesca davanti a Reina (o chi per lui) aumenterebbero notevolmente le possibilità di venire a capo dei bianconeri. Figuriamoci poi come ci tenga il senegalese, che da vicino ha visto partire dal piede dall’ex compagno le due conclusioni che hanno affossato il Napoli. Sì, perché il bilancio recita sinora nettamente a favore di colui che ha scalzato

Altafini nella speciale classifica dei “cori ingrati”: ricomparso sulla strada del Napoli per due volte e per altrettante a bersaglio. Sia in campionato che in Coppa Italia, ma sempre lontano da Fuorigrotta.

DOPPIO AFFRONTO. Una vera disdetta per tutti quelli che avevano provato a “rimuovere” l’amarissima vicenda. Nulla da fare però, poiché mister 91 gol con la maglia azzurra, ha capitalizzato al meglio entrambe le occasioni. Risultando persino determinante nel 2-1 del 29 ottobre scorso allo Juventus Stadium, bissando successivamente in coppa il 28 febbraio. Partiamo dall’andata di campionato, da quella fiondata secca ed improvvisa che mise al tappeto gli azzurri. In particolare Ghou- lam (protagonista in negativo d’un rinvio sbilenco) e lo stesso Kalidou, poco reattivo nel provare a chiudere la traiettoria di quel pallone capitato in effetti fortunosamente sul piede del Pipita. Insomma, pasticcio difensivo, come lo fu quello della successiva semifinale d’andata dove Koulibaly, pensando di far bene, anticipò l’uscita di Reina e, con un colpo di testa all’indietro (debole), regalò l’assist del provvisorio 2-1 ad Higuain. Una bella frittata, nell’insieme persino di dimensioni maggiori rispetto a quella fatta in campionato.

TI TENGO D’OCCHIO. Nelle due occasioni, peraltro, la coppia dei centrali difensivi non era la stessa: la prima volta (campionato) il senegalese agì in tandem con Chiriches, la seconda (coppa) con Albiol. In effetti la più titolare in assoluto, quella che (per infortuni vari e partenze per la Coppa d’Africa) s’è scomposta e ricomposta a più riprese nella stagione in corso. Ma a tutto c’è rimedio, basta solo non disperare, affrontando la questione con la massima concentrazione possibile. E c’è da scommettere che, sulla scorta di quanto accaduto nelle due precedenti puntate, Kalidou ci metterà il doppio dell’impegno. Riservando un trattamento speciale (leggasi occhio di riguardo) per colui che dopo il trasferimento s’è persino concesso il lusso di girare e rigirare il dito nella piaga.

RISENTIMENTO. Tra l’altro, lo stesso difensore azzurro aveva mostrato di non apprezzare il modo in cui l’argentino se n’era andato: «E’ stata una sua scelta, ognuno è libero di fare come meglio crede. Ma è strano che sia andato via senza dire niente a nessuno. Al suo posto io non lo avrei mai fatto». Piccolo ma inconfondibile indizio d’u- na punta di acredine: per lui, come per altri suoi compagni, le modalità più che la scelta non erano state del tutto felici. Higuain va bloccato a tutti i costi ma, al contempo, tutta la difesa dovrà darsi una bella regolata. Perché esperienza insegna che, nello spettacolare dispositivo di gioco azzurro, la falla può aprirsi quando e come meno te l’aspetti. Che la topica è sempre in agguato, soprattutto quando il Napoli cerca di controllare il gioco (altrui) anziché produrlo. Cosa che, al contrario, molto meglio gli riesce. Ecco perché Koulibaly, assieme a tutto il reparto, di sicuro provvederà ad innalzare la vigilanza ai massimi livelli.

La ventinovesima partita consecutiva da titolare di Lorenzo Insigne, il robocop del Napoli di questo campionato, non potrà mai essere una partita comune. Come le altre: lui, infatti, è l’unico napoletano della squadra ad aver conquistato il posto, la copertina e finalmente anche l’amore incondizionato del pubblico, e dunque oggi con la Juve, punita un anno fa in coppia con l’Higuain perduto, il San Paolo si identificherà soprattutto nel suo talento scugnizzo. Nella sua voglia e nella fame di tifoso e figlio della città, e poi nei colpi di un uomo che da un certo punto in poi ha cominciato a fare seriamente la differenza. A incantare, a segnare a raffica: tanto che, con un gol appena, Lorenzino batterebbe il suo record in campionato (12) e anche il suo personale primato stagionale (13). E la partita non comune, all’improvviso, potrebbe anche diventare storica.

LE DOPPIETTE. E allora, la domenica bestiale di Insigne. La prima giornata di un doppio confronto chiave sia per il destino del secondo posto, sia per quello della Coppa Italia. Tutto in quattro giorni: oggi l’ennesima tappa della lunga maratona verso la Champions diretta e un futuro ricco di belle e immediate speranze – anche di mercato -, e poi mercoledì il secondo atto della semifinale di Coppa. Un trofeo che Lorenzo ha già conquistato da grande protagonista nella dolorosissima notte romana con la Fiorentina nel 2014, quella della vita spezzata di Ciro Esposito, segnando due gol. Una doppietta: come quelle con il Crotone e con l’Empo- li prima della sosta, consecutive, e come quella di Udine. Dove tutto ebbe inizio.
IL RECORD. Sì, la scalata al primato personale nacque proprio con un’altra bianconera: tredicesimo turno, zero reti nel carnet e Ramadan interrotto con un micidiale uno- due. Dall’epoca, in diciassette giornate Insigne è arrivato a quota 12, il suo massimo. Come nell’intero campionato precedente: e ciò significa che con un altro gol, per lui, sarebbe record personale in Serie A. E mica soltanto questo. Complessivamente, contando anche il colpo di genio in Champions con il Real al Bernabeu, Lorenzo ha realizzato 13 reti, altro massimo firmato nella stagione precedente: e dunque quel famoso passetto in più gli consentirebbe di scalare anche un’altra vetta. L’ambo di Insigne: 13 e 14. Che magari potrebbe anche diventare un terno o una quaterna: 28 partite consecutive da titolare dal 26 ottobre 2016; 29 oggi al fischio di inizio.

LA CONSACRAZIONE. Striscia formidabile. Fantastica sia sotto il profilo dell’intensità atletica e della continuità, sia sotto l’aspetto della qualità. Il campionato della definitiva consacrazione? Sembra proprio di sì: oggi il fantasista azzurro e della Nazionale non è soltanto un genietto che a volte acceca e a tratti si incupisce un po’, ma è un leader vero in campo. Un trascinatore, un uomo assist sopraffino (10, 7 in campionato), un attaccante decisivo. Non è casuale, insomma, la scelta di Sarri di schierarlo sempre, comunque e senza soluzione di continuità; e non lo è neanche il ritorno in Nazionale con Ventura, con tanto di etichetta titolare nell’ultima gara di qualificazione mondiale con l’Albania.

LA SVOLTA. Se vogliamo, tra l’altro, la svolta della stagione di Insigne affonda le radici proprio nella terra bianco – nera: dopo un avvio non proprio brillantissimo, fu a Torino con la Juve, all’andata, che Insigne screziò la vigilia di Halloween di macchie d’azzurro vivo. Con tanto di assist per Callejon, proprio come nella semifinale d’andata di Coppa Italia, e scatto d’orgoglio nei confronti di Sarri dopo una sostituzione mal digerita. Uno scatto, sì, ma non di nervi: un clic che probabilmente gli fece prendere coscienza di essere in grado di fare quello e molto altro. Di fare quello che nell’ultimo periodo lo ha reso indispensabile: e di poter puntare alla storia nella sfida che per lui, ex bambino cresciuto nel sogno di fare gol alla Juve al San Paolo, non sarà mai una partita comune.

Rojadirecta, come fare se viene bloccata per vedere in streaming gratis le partite? La nostro guida con tutte le alternative

Alzi la mano chi mai nella sua vita non è entrato anche solo una volta sul sito di Rojadirecta per cercare le partite di tutto il mondo. Se si è calciofili (ma non solo, visto che il famoso portale spagnolo trasmetteva eventi sportivi live di ogni genere) non si può non conoscere questa piattaforma che nel corso di questi anni ha messo nei suoi palinsesti qualsiasi sport ci fosse disponibile online. Si poteva vedere l’evento di Rojadirecta utilizzando pc, tablet e smartphone, senza dover sottoscrivere alcun abbonamento: si tratta(va) di una piattaforma ben riconoscibile, con un logo simpatico (rosso con annessa una caricatura di Collina) e la sua caratteristica home page con tutti gli eventi di giornata inseriti in ordine cronologico.

Bastava cliccare su un evento particolare perchè si aprissero una serie di link che rimandavano ad altrettante pagine, spesso in lingua straniera, che commentavano una determinata competizione (non sempre la qualità dell’immagine era perfetta). Tuttavia il 22 novembre scorso il Tribunale Mercantile numero 2 di La Coruna ha stabilito che Rojadirecta fosse un servizio da considerarsi illegale, accogliendo le richieste di Mediapro contro l’ente Puerto 80 Projects, che amministra il sito.

Ecco le parole del tribunale: “Rojadirecta deve cessare immediatamente la facilitazione di collegamenti o link di Internet, di qualsiasi tipo, che diano acceso alla visione in diretta o in leggera differita di partite di calcio prodotte o trasmesse dai querelanti sia durante questa stagione, che per quelle che verranno”. Ma attenzione anche al seguito perchè questo divieto si intende da estendere “a qualsiasi altra pagina che la web dei querelati potessero utilizzare allo stesso scopo, o che reindirizzi alla stessa”. In ultima istanza il giudice ha stabilito che per tutti questi motivi il sito deve “cessare qualsiasi uso illecito i cui diritti esclusivi appartengano a Gol Tv e Mediapro, proprietaria della prima”.

In sostanza la sentenza andava a definire i contorni illegali dello streaming gratis delle partite offerto da Rojadirecta: infatti il portale ha chiuso come molti altri in Italia, visto che l’8 novembre scorso la Guardia di Finanza ha sequestrato e poi oscurato 152 siti pirata compreso quello iberico. Gli unici streaming legali in Italia sono rappresentati dai servizi offerti da Sky e Premium per tablet e smartphone: senza, gli streaming di Serie A, Serie B, Champions e Europa League non si possono vedere. Tuttavia c’è da dire che Rojadirecta ogni tanto riappare magicamente, però se resta chiuso molte settimane inizia a diventare un problema. In realtà nel mondo del web esistono diverse alternative a Rojadirecta, che rimane pur sempre nell’immaginario di tutti come il portale numero uno per quanto concerne lo streaming. Ci sono anche altre piattaforme: in questo articolo scopriremo quali sono.

Rojadirecta, un po’ di storia del re dello streaming gratis

Ma chi c’era dietro Rojadirecta? Solamente nell’estate del 2015 si è scoperto il padre fondatore del servizio in streaming gratis più famoso del mondo. Lui si chiama Igor Seoane Minan da  Oleiros: non ancora adolescente, era già un genio dell’informatica. Era tanto bravo che era a conoscenza di cose che i suoi professori non avevano mai appreso. A soli 10 anni smontava pc insieme al fratello: in questo modo capiva l’hardware e i suoi segreti. Era però la parte sofware quella che più gli interessava.

Capite le potenzialità del figlio, i genitori di Igor lo iscrissero alla scuola privata Colegio Obradoiro de Coruna: l’istituto era da tutti ritenuto uno dei migliori della Galizia. Anche qui sorprendeva la straordinaria conoscenza di questo giovane informatico in erba, così papà e mamma decisero che era giunto il momento di mandarlo a studiare in una scuola di marketing più importante. Rojadirecta la creò proprio lì: il padre di un suo compagno di corso si lamentava spesso delle partite del Barcellona, che non riusciva mai a vedere a causa dei viaggi e del fatto che non sempre poteva andare al bar. La creazione del sito web portava via molto tempo, anche se continuava ad essere uno studente provetto.Già nel 2005, anno in cui creò Rojadirecta, iniziarono le prime controversie legali con Google, per via di un dominio registrato da Igor Seoane intitolato Gogle.es. La sentenza arrivò solo nel 2010, e decretava Igor vincitore: riuscì così a mantenere quel sito online insieme ad altri come Gmil.es o Guugle.es, creati apposta per gli utenti che sbagliavano a scrivere il nome del colosso di Cupertino sulla tastiera.

Già nei primi mesi del 2005 Rojadirecta divento la piattaforma di riferimento per chi voleva seguire eventi sportivi live in streaming gratis. Certo, la qualità di video e audio non era eccelsa, ma pur sempre gratis. Ma quando arrivò la prima denuncia? Due anni più tardi, nel 2007, Audiovisual Sport denuciò il dominio per violazione di proprietà intellettuale. I giudici diedero ragione a Igor, che si professava innocente nel senso che non andava a violare proprio nulla e soprattutto non ricavava nessuna entrata da quell’attività. Intato Rojadirecta continuava a crescere a dismisura: in un paio di anni divenne il quarto sito più cliccato di Spagna con 2 milioni e passa di visite ogni mese.

Rojadirecta, in Italia il sito di streaming gratis è ora chiuso

Nel 2011 gli Stati Uniti e i suoi Tribunali ordinarono la chiusura di vari siti pirata, tra cui Rojadirecta.com e Rojadirecta.org. Seoane rispose con la creazione di Rojadirecta.me. Un anno più tardi gli USA lasciarono perdere, ma in Europa le perdite inflitte ai detentori dei diritti tv furono davvero tante: la Liga spagnola dichiarò in una statistica che Rojadirecta con il suo streaming gratis aveva tolto la possibilità alle emittenti legali di mettersi in saccoccia qualcosa come 500 milioni di euro nell’anno 2016, per non parlare dei 2 miliardi e mezzo da quando Seoane iniziò la sua attività (cioè 11 anni fa). Ma andiamo a vedere cos’è successo in questi anni in Italia: come accaduto in Inghilterra, anche nel nostro paese c’è stata una grossa battaglia nei confronti di Rojadirecta. Il sito venne inizialmente sequestrato nel 2013, ma la pagina continuò a funzionare. Due anni dopo, nel novembre del 2015, il Tribunale di Milano diede ragione a Mediaset: Rojadirecta doveva essere oscurato. Conosciamo l’epilogo della vicenda: il 27 ottobre 2017 Igor Seoane è stato arrestato, per la gioia del gruppo di Berlusconi e di tutte le altre emittenti tv. La decisione del tribunale meneghino ha avuto un valore giurisprudenziale importante per quanto riguarda la battaglia contro la pirateria nel web. Attualmente però sono diverse le alternative a Rojadirecta ancora funzionanti: la lotta delle pay tv nei loro confronti sembra essere molto dura, visto che sembrano crescere come funghi.

Rojadirecta, la fine del servizio di streaming gratis più famoso del mondo?

Riprendiamo per un momento la decisione di due anni fa del Tribunale Commerciale numero 11 di Madrid, che chiedeva a Rojadirecta.me “la cessazione immediata e provvisoria della facilitazione di qualsiasi link o connessione per la trasmissione in diretta o differita i cui diritti sono di proprietà degli enti querelanti”. Insomma, a Rojadirecta venne ordinato di chiudere, cosa che venne effettivamente riportata da tutti i media. In realtà, grazie a vari espedienti il sito continuava a funzionare ancora. Cosa che a Canal + non piaceva nemmeno un po’, tanto che chiese con grande veemenza la chiusura cautelare della piattaforma alla vigilia di Real Madrid-Barcellona. Una settimana dopo, per cercare di scivolare via dalle querelle, Seoane fondò Tarjetarojaonline.me, nella cui home page appariva questo messaggio: “Tutto il contenuto di questo sito si trova in server di terzi, forniti o trasmessi da terzi. Tutto il contenuto di questo sito è prelevato da pagine pubbliche di internet, per cui si considera materiale di libera distribuzione e non ci consideriamo responsabili dell’utilizzo indebito che tu possa fare del contenuto della nostra pagina”.Manco a dirlo, 24 ore dopo venne aperta un’indagine nei confronti del dominio. Il tutto è conseguentemente confluito dell’arresto di Igor Seoane Minan, il 27 ottobre 2016. Il proprietario di Rojadirecta è stato arrestato per via di un movimento di 11 milioni sui suoi conti correnti. Venne comunque rilasciato il giorno dopo. Un mese dopo la pagina venne definitivamente (per il momento) chiusa: che sia davvero l’ultimo capitolo di Rojadirecta? Questo sito spagnolo di streaming gratis è davvero tentacolare, e potrebbe rinascere dalle sue ceneri da un momento all’altro. Stiamo parlando di streaming illegali, vediamo quali sono i link che hanno caratterizzato la vita e la storia di Rojadirecta.

Rojadirecta Me

Rojadirectas.me

Rojadirecta Eu

Rojadirecta.eu

Rojadirecta Italiano

Rojadirecta.it

Rojadirecta Tv

Rojadirecta.tv

Rojadirecta Spagnolo

Rojadirecta.es

Rojadirecta Inglese

Rojadirecta.en

Rojadirecta Forum (Video completi e Highlights)

forum.rojadirecta.es

Rojadirecta, tutte le alternative al servizio di streaming gratis

Esistono diverse pagine simili a Rojadirecta che spesso funzionano e dove si possono vedere in streaming gratis diversi eventi sportivi. Andiamo nel dettaglio e scopriamo queste pagine.

  • Live tv: dominio registrato nella isola caraibica di San Martìn, ci possiamo trovare dentro eventi di ogni tipo (calcio, tennis, sci, NBA). C’è in lingue diverse e all’interno viene spiegato il suo funzionamento.
  • Intergoles.com:sito più tematico, nel senso che è rivolto prettamente ai calciofili. Ci sono anche altri eventi sportivi nel palinsesto, ma è il pallone a dominarlo.Ci sono sia link gratuiti che a pagamento. Ha l’unico grosso problema che spesso i link sono di pagine per cui serve una registrazione, allungando così i tempi per vedere quel determinato evento.
  • Rinconrojadirecta.com:lo si capisce già dal nome, è un clone di Rojadirecta, e ne mantiene fedelmente lo stesso funzionamento.
  • Livefootballol:qui c’è solo streaming gratis di calcio, con link e news a tema calcio. Ha però davvero una brutta grafica.
  • Stream2watch.co:ampia scelta di eventi sportivi dei più svariati, ma anche qui c’è spesso bisogno di una registrazione.
  • Lfootball: molto calcio e NBA, è di facile utilizzo.

Ricordiamo che si tratta di streaming gratis illegali, e che fareste molto meglio a sottoscrivere un abbonamento con Mediaset Premium o Sky. Detto questo, molti poi impongono l’installazione di programmi malware, perciò evitateli.

Una maglietta bianca con un gilet nero, gli occhi che sorridono e le mani che salutano. Il Gonzalo Higuain 2.0 è nato in un’afosa giornata di luglio: l’arrivo con un volo privato all’aeroporto di Caselle, le visite al J Me-dical, poi la firma e l’ostensione della nuova numero 9 a strisce dal balcone della sede juventina. La scelta cromatica del suo abbigliamento non è casuale e rende l’idea del taglio netto col passato: addio azzurro, quello del mare e quello della divisa del Napoli, ormai esiste solo il bicolore della vecchia e vincente Signora. La seconda vita del Pipita è piena di novità e stimoli. Altro che nostalgia: in pochi mesi Higuain si è calato nel mondo Juve. I tifosi lo adorano ma lo lasciano vivere tranquillo, i compagni di squadra lo stimano e ne apprezzano la professionalità e lui trova il tempo anche per andare alla scoperta del territorio.

La vita del calciatore famoso in terra sabauda è sicuramente meno stressante. A Napoli Gonzalo rischiava l’assalto dei  tifosi a ogni uscita, a Torino la gente è più riservata e distaccata e l’argentino può addirittura permettersi di mangiare nei ristoranti del centro senza patemi. «Qui sono felicissimo», ha raccontato in un’intervista, «per l’affetto che mi danno i compagni, i tifosi, la società e la città. Mi sento parte di loro e ho capito di aver fatto la scelta giusta. A 29 anni ho trovato il punto di tranquillità mentale della mia vita, nel lavoro e fuori. Gioco in una squadra che lotterà per la Champions e vivo in una città bellissima, nella quale mi piace da morire passeggiare».

TORINO VISTA EUROPA

La Champions è il motivo per cui Hi-guain ha lasciato Napoli per la Juventus ed è il principale punto di convergenza con i compagni. Pur essendo arrivato solo da un anno, il Pipita è già considerato un senatore. I mammasantissima dello spogliatoio come Buffon, Barzagli, Bonucci e Chiellini lo trattano da pari grado e la sua parola ha un notevole peso specifico. Questo perché dal primo  giorno l’argentino ha dimostrato un impegno e un attaccamento alla maglia uguale a quello degli “anziani” del gruppo. Gonzalo è un professionista, in allenamento e in partita non si risparmia e non ha mai un atteggiamento sopra le righe: sa che la Juventus è la sua grande occasione per salire sul tetto d’Italia (e magari anche d’Europa) e non vuole lasciarsela scappare.

IL FRATELLINO PAULO

Higuain ha legato con tutti, ma fuori dal campo frequenta soprattutto i sudamericani. In particolare Paulo Dybala, con cui divide anche il palco allo Juventus Stadium. L’altro argentino spesso gli fa da autista, visto che guidare non è una delle attività preferite dal Pipita: la Jeep aziendale la usa poco, meglio farsi scorrazzare dai compagni. A Torino ha scelto di vivere in centro: abbandonata la villa settecentesca in zona Crocetta dopo le anticipazioni dei giornali, Gonzalo ha ripiegato sull’appartamento lasciato libero l’estate scorsa da Patrice Evra, senza piscina ma con una Jacuzzi sul terrazzo. L’operazione è stata portata a termine in tempi record grazie alla Logo Immobiliare, l’agenzia che si occupa praticamente in esclusiva della logistica dei giocatori bianconeri.

NiENTE CAFFÈ, SOLO ViNO

Il vizietto del caffè durante l’allenamento se l’è tolto subito: a Napoli c’era Tommaso, il magazziniere di Vico Equense che più o meno a metà di ogni seduta si presentava in campo con thermos e bicchierini per tutti. A Torino certi momenti di relax non sono previsti dall’etichetta. Così Higuain si è adeguato subito ai nuovi ritmi e ai carichi di lavoro ed è tornato all’antico: con Dybala ha rispolverato il rito del mate, la tipica bevanda sudamericana (un’infusione preparata dal fratello Federico (che gioca in America) sono già venuti a trovarlo. Frequenta sempre i soliti ristoranti (oltre alla Lampara, il Picchio e i Fratelli Bravo) e quando ha voglia di tranquillità si fa portare il cibo a casa. Qualche uscita serale (raccontano che ogni tanto ami andare in discoteca e mimetizzarsi in mezzo ai comuni mortali) e la barba sempre ben curata: gliela taglia Marco da Nichelino, che è stato il barbiere di Vidal. Volete sapere come fa di cognome? Di Napoli. Un segno del destino. Higuain tornerà nella sua vecchia città due volte in pochi giorni, per le sfide in campionato e Coppa Italia. Con grande piacere, perché lì ha vissuto anni belli e intensi, ma con la serenità di chi ha trovato il suo punto di equilibrio.

Novanta milioni di euro l’hanno trasformato il luglio scorso in Pipita d’oro, ma tra qualche anno, quando Gonzalo Higuain sarà tornato in Argentina ad arrotondarsi senza che nessuno gli contesti la differenza tra addominali e lardominali, la cifra pagata al Napoli sarà svanita come d’incanto. Nei ricordi degli juventini – se dovessero arrivare – rimarranno le grandi gioie legate alla Champions League. In caso contrario, l’argentino rischia di passare alla storia come uno dei tanti, ottimi attaccanti che non hanno regalato alla Signora il gioiello più prezioso. E le altre tifoserie, con in testa quella azzurra, mostreranno un ghigno beffardo ricordando quanto tutti, nell’estate del 2016, hanno pensato: se il centravanti da tanti considerato il numero 9 oggi più forte del pianeta va nella squadra campione d’Italia da 5 stagioni, allora ciao, vuoi vincere facile…

Felice Placido Borei, 36 di piede e 166 cm di altezza, nel primo dei due lustri d’oro bianconeri, quello dei cinque scudetti tra il 1931 e il ’35, mica aveva mollato l’Ambrosiana o il Milan per arrivare a Torino a saccheggiare l’albo ^ d’oro dei cannonieri, dominato nel ’33 e nel ’34 con 60 gol in due anni. “Farfallino” arrivò minorenne alle giovanili della Juve da una squadretta, i Balon Boys e a soli 19 anni diventò il re dei bomber. Il Pipita invece è stato strappato a Sarri quando aveva quasi 29 anni.

Tra gli altri grandi attaccanti ai quali paragonare l’argentino – non tanto per analogie tecnico-tattiche ma per “peso” individuale nella storia del club – solo Roberto Bettega e Ale Del Piero hanno debuttato in A con la Vecchia Signora molto giovani. Avevano entrambi 19 anni. Il primo, l’unico torinese del gruppo, aveva iniziato a vestire le strisce bianche e nere appena sceso dalla culla. Quanto a Pinturicchio, nel ’93, con la sua cessione, il Padova intascò cinque miliardi di lire. Come nel Subbuteo il “portierino” senza l’asta posteriore e con le braccia abbassate viene schierato esclusivamente per effettuare il rinvio, Higuain – che non si offenderà per il paragone in miniatura – è arrivato alla Juve “solo” per farle vincere la Champions. Pensando alla top ten dei fuoriclasse più amati dai tifosi bianconeri, è facile dunque intuire in che modo l’argentino potrà inserirsi in questa  classifica. Tra l’altro, nel calcio di oggi che assaggia, frulla e digerisce senza gustarsi quasi tutti i suoi idoli, giusto Del Piero, pensionato nel 2012, non è uscito dalla memoria dello Stadium, degli striscioni e dei cori della curva. Ale però ha giocato in A con la Juve per 19 anni; chi, come David Trezeguet o Carlitos Tevez, ha comunque segnato con frequenza simile e regalato gioie (sempre tricolori, mai europee) ma per meno tempo, è già un ricordo mezzo ingiallito.

Compito arduo, allora, quello del Pipita. Il peso di una Coppa che non arriva da 21 anni tocca per certi versi tutto a lui e non per esempio, come pianificato nell’82 dall’Avvocato Agnelli e da Giampiero Boniperti, a una coppia (Michel Platini-Zibi Boniek). Anche allora gli scudetti in Casa Juve facevano notizia fino a un certo punto (erano stati cinque in otto anni) e il sogno della Coppa Campioni era fermo alla finale del ’73 persa con l’Ajax. Amburgo e la notte di Atene dell’83 e la tragica vittoria dell’Heysel di due anni dopo non consentirono al progetto franco-polacco di dirsi pienamente riuscito. Tra l’altro, pensando ai 90 milioni di euro, va detto che Boniek sbarcò a Torino pagato 2,3 miliardi di lire e Platini solo 880 milioni. «L’abbiamo preso per un tozzo di pane, poi lui ci ha messo il caviale», commentò a modo suo l’Avvocato. Tanti altri grandi attaccanti la Juve li aveva invece scelti per riprendersi il dominio italiano prima ancora che europeo. Il gallese John Charles e l’oriundo Omar Sivori arrivarono nel 1957, quando lo scudetto mancava da cinque anni. Da quel momento ne avrebbero vinti tre in quattro stagioni. Nel 1990, invece, nonostante la Coppa Italia e la Uefa appena conquistate, via Dino Zoff dalla panchina: Luca di Montezemolo punta su Gigi Maifredi al quale, più che Hassler, Julio Cesar e Di Canio, regala Roberto Baggio. È il periodo in cui la voce grossa la fanno l’Inter dei tedeschi, il Milan degli olandesi e il Napoli dell’argentino (Marado-na). La famigerata coppa dalle grandi orecchie non è il motivo per cui il Divin Codino viene “razziato”, tra moti di piazza, alla Fiorentina. L’esperienza però parte peggio del previsto: alla prima stagione fuori dalla zona Uefa… Neppure a Gianluca Vialli, strappato a mamma Samp per 30 miliardi nel 1992, si chiede la Champions (iniziò a chiamarsi così in quell’anno) da lui appena persa nella finale con il Barcellona. Il progetto è a lungo termine. Lui capisce, studia da leader più che a Genova e a quella Coppa, nel 1996, arriva per davvero.

Povero Higuain (per modo di dire): neanche a David Trezeguet, tolto al Monaco per 45 miliardi nel 2000 oppure a Carli-tos Tevez, bianconero dal 2013 al 2015, viene detto che a Torino sono arrivati per quel motivo lì. Insomma, da Sivori, pagato con 180 milioni di lire che al River Pla-te servirono per completare lo stadio Mo-numental, all’Apache, valutato nove milioni di euro, passano più di 55 anni. In tutto questo tempo, non c’è traccia di un precedente cui Higuain possa appellarsi in caso di “misero” doblete campionato-Coppa Italia. Diversi fuoriclasse, in epoche diverse, hanno fatto saltare l’affare che avrebbe, se non oscurato, reso un déjà vu quello del luglio scorso. Gigi Riva, per esempio, non volle mai lasciare la Sardegna: «So che erano disponibili a girare al Cagliari addirittura 6 o 7 giocatori», ha detto al riguardo Rombo di Tuono. «Più una cifra in contanti abbastanza

sostenuta, circa un miliardo». Del no ai bianconeri, datato 1967, di Sandro Mazzola ha raccontato lui stesso poche settimane fa al Corriere:: «L’Avvocato mi diede appuntamento a Villar Perosa. Mi offrì una concessionaria Fiat, un’agenzia Sai, e il doppio dello stipendio. Chiesi un giorno di tempo per consultarmi con mia madre». Che disse no. Il Pipita poteva essere “salvato” da Diego Maradona, su questo però a inizio Anni 80 l’Avvocato disse solo: «Lo incontrai, ma costava troppo». Giampiero Bonipert ha raccontato alla Gazzetta di aver provato a prendere senza fortuna Di Stefano e Cruijff. Persino Pelè: «Nel 1962 sono andato a vedere il Mondiale in Cile. Ho offerto 100 milioni netti a Pelé per venire alla Juve, ma non c’è stato il pass della federazione brasiliana». Fosse arrivato anche solo uno di questi quattro, il rapporto tra Higuain, la storia del suo club e i milioni di tifosi sarebbe meno sovraccaricato di aspettative. A Torino gli hanno dato le chiavi di una fuoriserie, è che dall’11 aprile, giorno di Juve-Barcellona, iniziano i tornanti. Serve un vero pezzo da 90. Milioni.

L’occasione di un doppio confronto diretto tra Napoli e Juve è ghiotta e M aurizio Sarri non se la lascia sfuggire. Il tecnico partenopeo ha capito di aver portato la sua squadra alla massima espressione possibile, così ora sta procedendo all’annuncio dei limiti esclusi dalle sue competenze da annullare per andare «oltre». E «oltre» vuol dire essere allo stesso livello della Juve. Ma Sarri va decifrato, perché prima afferma il vero, cioè che «la Juve è avanti perché ha qualcosa in più sotto tutti i punti di vista: politicamente, nei rapporti», poi mente sapendo di mentire sapendo riguardo ad una superiorità bianconera «principalmente di campo».
A dimostrare la prima parte della tesi sarriana ( la superiorità della Juve nella gestione del proprio governo) ci pensa lo stesso Napoli, che poche ore dopo le parole del suo tecnico si veste da bambino offeso di fronte alle lamentele del primo della classe, Allegri, che nella sua conferenza aveva vagamente sottolineato la necessità di una gara «corretta in campo e fuori». Ebbene, il club di De Laurenti- is, sentitosi evidentemente accusato, ha diramato un comunicato in cui sottolineava come il Napoli sia «la squadra più corretta della Serie A», enunciando un fastidio fino a quel momento, perlomeno, invisibile. La differenza di cui parla Sarri è tutta qui, al Napoli manca ancora l’imperturbabilità dello spirito, una qualità che la Juve possiede
se è vero che, come analizzato da Giuseppe Cruciani su Libero dell’1 aprile, alle provocazioni ben più pesanti del sindaco di Napoli De Magistris riguardo l’infiltrazione della ‘ndrangheta nella club bianconero non sia arrivata alcuna replica ufficiale da Torino, ma un silenzio che assorbe un rumore che potrebbe alimentare laperi- colosità emotiva del doppio match (oggi alle 20.45 in campionato,
«Contro il Pescara è fondamentale per inseguire l’Europa League». Vincenzo Montella ribadisce l’obiettivo stagionale che ritiene raggiungibile, ma non si fida del Pescara di Ze- man, che oggi alle 15 ospiterà il Milan: «Serve concentrazione. Le squadre diZeman sono capaci di tutto». L’allenatore potrà contare sui rientranti Romagnoli, Sosa e Bacca. Quest’ultimo potrebbe giocare insieme a La- padula: «Potrebbero, se lo meritano». Magari a partita in corso, visto che uno dei due dovrebbe essere affiancato da Ocampos e da Deulofeu nel tridente offensivo. Sullo spagnolo in prestito dall’Everton Montella aggiunge: «Il suo destino non dipende da me». Per il resto, Vangioni è
diretta Sky Sport e Premium Sport; mercoledì alla stessa ora la semifinale di ritorno di Coppa Italia).
La fermezza d’animo bianconera è abilmente alimentata da Allegri, secondo il quale «la Juve è abituata a giocare contro chi si gioca la partita dell’anno». È un privilegio dialettico che Sarri non può possedere, obbligato come è a sostenere la superiorità della Juve
in vantaggio su Antonelli, Pasa- lic su Kucka con Mati Fernan- dez ai lati di Sosa nel 4-3-3. Dopo aver fatto il punto sugli infortunati («Suso potrebbe tornare ad allenarsi da lunedì. Per Mon- tolivo ci vorrà qualche settimana»), chiusura dedicata al clo- sing: «Non sono nemmeno curioso, penso al presente».
Zdenek Zeman ammette: «Pensavo di incidere di più» e rintraccia il difetto più grande dei suoi uomini, «interpreti giusti» che però «non giocano di squadra». Il boemo si augura che affrontare il Milan sia «una motivazione per dare tutto» e non si arrende: «Per imporre il mio calcio non ci sono le basi. Ma voglio la salvezza», le sue parole.
per difendere il suo creato (che considera migliore, ed è qui che mente, sapendo di mentire). La classifica racconta della forza incontestabile della Signora, ma i dati relativi alle due squadre in questo campionato dimostrano come il gioco del Napoli sia migliore nella maggior parte delle statistiche. Possesso, precisione dei passaggi, chilometri percorsi, tiri, tutto ciò che riguarda la fase di costruzione e finalizzazione del gioco vede eccellere gli azzurri (miglior attacco on 68 gol in 29 match, 2.34 di media), mentre la Juve conferma la sua forza difensiva (la meno battuta, solo 19 reti subite).
Ma queste differenze di gioco non bastano al Napoli per raggiungere una parità di valori con la Ju- ve, che dal canto suo scolpisce la distanza prevalendo negli altri due aspetti che concorrono al risultato finale, ovvero giocatori e società, quest’ultima sia dal punto gestionale che economico. Questa doppia supremazia converge nella figura di Higuain, il calciatore più forte della sfida perché Sarri lo ha reso tale nella passata stagione («Voglio bene a Gonzalo ma non mi interessa quale sarà l’accoglienza», confida il il tecnico azzurro, mentre Allegri è convinto che i fischi saranno «una cosa normale») che l’una ha sottratto con forza (economica e non) all’altra, costringendola ad ammettere una doppia inferiorità. Al Napoli, non rimane che l’imminente doppia occasione per iniziare a colmare questa differenza.

Davvero strano il nostro Paese dove imperano ormai l’invidia e la cattiveria, dove c’è solo voglia di aggredire ciò che va bene per l’esercizio del potere di pochi, i soliti noti, in tutti i settori di lavoro e quindi anche nel mondo del pallone. Il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, scriveva nella sua «Livella» che, dopo il trapasso, saremo tutti uguali davanti a Dio, tutti amici, non importa se collocati sotto terra o in una elegante cappella, se nobili o contadini. Persino gli opinionisti di calcio saranno amici tra loro, anche se ognuno crede di insegnare il proprio verbo attraverso televisioni e giornali, con licenza di offendere chi è magari più ferrato in materia.
Questo è il messaggio che ci tramanda Totò, da parte nostra stentiamo a credere come qualcuno potrà mettere d’accordo tante teste che non la pensano nella stessa maniera, soprattutto per quanto si sta vedendo a Napoli in questa settimana. Non possiamo neppure lontanamente immaginare dove Totò collocherebbe, ad esempio, itifosijuven- tini e napoletani divisi e belligeranti tra loro: magariparafrasando il Sommo Poeta, li farebbe correre dietro un’unica bandiera a professare la stessa fede e con il comune ideale, quello del pallone, che dovrebbe diventare per loro soltanto intrattenimento, mai una guerriglia. Sarebbe indubbiamente bello poter immaginare i laziali che abbracciano quelli della Roma, o quelli del Toro abbracciare gli juventini, o addirittura napoletani e juventiniuniti e assorti ad ascoltare il buon… pastore De Magistris quando recita il Pater Noster (?), quindi il rituale «scambiatevi un segno di pace», per finire con la benedizione… riservata però ai soli napoletani.
Difficilissimo poi immaginare il componente della Commissione Antimafia Tagliala- tela – famoso per lo striscione «Juve Merda» – che si ravvede e sostituisce la scritta cambiandola in «Ti amo Juve». Da uno come lui ci si può comunque aspettare di tutto, considerata la tanta disistima di cui gode anche nel suo ambiente: qualche tempo fa, candidatosi per la elezione a primo cittadino del comune di Napoli, non fu neppure eletto Consigliere. Evidentemente i napoletani lo conoscono bene nonostante cerchi di dimostrare la sua an- ti-juventinità, magari solo per guadagnare simpatie. Stesso discorso vale per coloro che, scrivendo o parlando nelle tv locali, stanno trasformando una partita di calcio in un evento dove vincere è l’imperativo da raggiungere ad ogni costo. Per non parlare poi dei tanti cretinetti (non meritano neppure la citazione) in cerca di pubblicità a suon di tweet «at- tizza-popoli». Si arriva alla sfida in un clima non certamente idilliaco, con il Napoli che proverà a fare la partita e magari rischierà di essere più vulnerabile in difesa. Scontro sicuramente equilibrato tra due squadre che, assieme a Roma e Lazio, sono le migliori di casa nostra.
Osservato speciale, ovviamente, Higuain. Il suo addio è stato traumatico e certamente sarà accolto come si conviene per un avversario: niente applausi, tanti fischi che solitamente non danneggiano ma stimolano. De Lau- rentiis vedrà l’argentino sotto un’altra veste, quella dei 90 milioni che hanno permesso alla sua società di acquistare ottimi giovani come Diawara, Rog e Zelinski, buoni per il Napoli futuro.

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