Napoli shock: Muore paziente, parenti scatenano rissa calci e pugni a infermiere

Dopo la morte di un anziano cardiopatico avvenuta nel pronto soccorso dell’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli, i parenti della persona deceduta hanno dato vita a una violenta rissa quando hanno ricevuto la notizia del decesso. Durante la rissa avvenuta nell’ospedale del paese del napoletano, sono stati danneggiati suppellettili e materiale sanitario.

Rissa in ospedale: aggrediti infermiere e guardia giurata

Un gruppo di persone ha schiaffeggiato e malmenato un infermiere, oltre ad aver aggredito a calci e pugni una guardia giurata. Inoltre, un carabiniere di pattuglia che era intervenuto per provare a riportare l’ordine e placare la rissa, è stato colpito al volto. Le tre persone che hanno subito l’aggressione hanno dovuto ricorrere alle cure dei medici. Tra i tre, la situazione più grave è quella della guardia giurata che, a causa di un trauma alla mascella, ne avrà per almeno 20 giorni.

Dopo lo scoppio della rissa, sul posto sono intervenute diverse pattuglie dei carabinieri che sono riuscite a placare i parenti e far riprendere le normali attività del pronto soccorso. Sono inoltre state avviate le indagini per potere identificare i responsabili della rissa e dei disordini che hanno causato il danneggiamento del materiale sanitario che è stato lanciato a terra. I sindacati hanno denunciato quanto avvenuto tramite un comunicato, definendo l’episodio come “l’ennesima aggressione a carico dei dipendenti”.

Gli operatori sanitari subiscono aggressioni, minacce e molestie sul luogo di lavoro in misura sempre maggiore. Il fenomeno è molto diffuso e non riconosce significative differenze di genere o di ruolo, anche se, tra tutti gli operatori sanitari, gli infermieri sembrano quelli maggiormente esposti perché a diretto contatto con il paziente e perché devono gestire rapporti caratterizzati da una forte emotività con soggetti che si trovano in uno stato di frustrazione, vulnerabilità e perdita di controllo.

Pur rappresentando un fenomeno in forte crescita, le aggressioni sono raramente segnalate; questo atteggiamento, molto probabilmente, è influenzato dal ruolo sociale e da fattori culturali: molti infermieri continuano a considerare le aggressioni come parte integrante del proprio lavoro.
Il National Institute of Occupational Safety and Healt (NIOSH), definisce la violenza sul posto di lavoro come “ogni aggressione fisica, comportamento minaccioso o abuso verbale che si verifica sul posto di lavoro”.

Gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari costituiscono degli eventi sentinella che richiedono la messa in atto di opportune iniziative di prevenzione e di protezione. La Raccomandazione n.8 del 2007 del Ministero della Salute (“Prevenzione degli atti di violenza a danno degli operatori sanitari”) ha lo scopo di favorire l’analisi dei luoghi di lavoro e dei rischi collegati, nonché l’adozione di iniziative e programmi per prevenire gli atti di violenza attenuandone le conseguenze negative.

Il fenomeno desta tanta più attenzione se si considerano le conseguenze che da esso derivano; shock, incredulità, senso di colpa, aumento dei livelli di stress: sono solo alcuni degli effetti che ciascun episodio può avere su ogni operatore coinvolto. E questo, oltre ad avere un impatto negativo sui costi della sanità pubblica e sull’efficienza organizzativa, interferisce con l’erogazione di cure di qualità. L’ira e la violenza divengono le modalità con cui sfogare le energie negative che scaturiscono da fattori stressanti, e i luoghi di cura, caratterizzati dalla sofferenza e dall’urgenza, divengono il territorio più fertile per dare azione a queste energie, lasciando esiti spiacevoli in chi sta cercando di prendersi cura della persona bisognosa di assistenza.

Gli atti di violenza non sono degli eventi inevitabili, anzi è possibile, oltre che doveroso, prevederli e prevenirli. La prevenzione è un’azione complessa che deve avvenire a più livelli: la formazione del personale, accompagnata a misure di sicurezza organizzative ed ambientali, contribuisce alla prevenzione e riduzione degli eventi aggressivi in maniera significativa, oltre che alla creazione di una cultura del lavoro in cui le persone sono trattate con rispetto da colleghi e superiori e dove il lavoro è riconosciuto come un bene supremo.

La corretta azione gestionale da parte delle direzioni sanitarie, la formazione del personale, lo studio del fenomeno e la modifica dell’ambiente sono gli elementi principali su cui intervenire per far sì che i comportamenti e gli ambienti dove vengono erogate le prestazioni di cura e di assistenza siano il più possibile idonei sia per gli utenti che per gli operatori a garanzia della loro sicurezza.
Prevenire gli atti di violenza contro gli operatori sanitari diviene quindi uno degli obiettivi principali al fine di favorire l’eliminazione o riduzione delle condizioni di rischio presenti e consentire l’acquisizione di competenze da parte degli operatori nel valutare e gestire tali eventi quando accadono.

Descrizione del problema e del contesto

Quando si parla di violenza sul luogo di lavoro, si intendono quelle situazioni in cui i lavoratori sono aggrediti, attaccati, intimiditi verbalmente o psicologicamente, spaventati o addirittura uccisi. Si tratta di un problema crescente in tutti gli ambienti di lavoro, soprattutto in quei settori in cui è più frequente il contatto con il pubblico, quindi le amministrazioni pubbliche, l’assistenza sociale e le istituzioni sanitarie. Il fenomeno è difficoltoso da quantificare perché difficoltoso da definire, e sono necessari molti studi per chiarire quali operatori sono più soggetti alle aggressioni sul luogo di lavoro . Sebbene ogni operatore sanitario possa essere vittima di violenza, i medici, gli infermieri e gli operatori socio-sanitari, sono a rischio più alto in quanto sono a diretto contatto con il paziente e devono gestire rapporti caratterizzati da una condizione di forte emotività sia da parte del paziente che dei familiari, che si trovano in uno stato di frustrazione, vulnerabilità e perdita di controllo .

Il rischio di subire un atto di violenza da parte di un utente assume particolare rilevanza per le conseguenze che un tale atto potrebbe determinare; infatti la violenza sul luogo di lavoro può avere un effetto nocivo, oltre che dal punto di vista fisico, anche sul benessere psicologico, cognitivo, emotivo e comportamentale di chi la subisce. Significativo a tal proposito uno studio del 2006 da cui risulta che alcuni infermieri in seguito alle violenze subite hanno messo in campo strategie di coping diverse come shopping, preghiere o tentativi di vendetta. In seguito alle violenze verbali e fisiche subite, è stato riportato addirittura un caso di tentato suicidio.

Oltre a questo, bisogna aggiungere che gli atti di violenza hanno un impatto negativo sui costi della sanità pubblica e sull’efficacia organizzativa, interferendo con l’erogazione di cure di qualità e recando danno alla dignità del personale sanitario e alla fiducia verso se stessi: se occorre garantire l’efficacia dei servizi, è necessario assicurare agli infermieri un ambiente di lavoro sicuro e un trattamento rispettoso.
Non a caso nel novembre 2007, il Ministero della Salute ha emanato la Raccomandazione n.8, al fine di prevenire gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari, attraverso l’implementazione di misure che consentano l’eliminazione o riduzione delle condizioni di rischio presenti e l’acquisizione di competenze da parte degli stessi.
Gli atti di violenza nelle realtà sanitarie, costituiscono dei veri e propri eventi sentinella, in quanto segnali della presenza nell’ambiente di lavoro di situazioni di rischio o di vulnerabilità che richiedono l’adozione da parte dei soggetti preposti, di opportune misure di prevenzione e protezione dei lavoratori.

In Italia, attraverso un esplicito rimando all’interno dell’articolo 28 del D.Lgs 81/08, ciascuna struttura sanitaria dovrebbe elaborare ed implementare un programma di prevenzione della violenza, le cui finalità sono di diffondere una politica di tolleranza zero verso atti di violenza, fisica o verbale, nei servizi sanitari e assicurarsi che operatori, pazienti e visitatori siano a conoscenza di tale politica, incoraggiando il personale a segnalare prontamente gli episodi subiti e a suggerire misure per ridurre o eliminare i rischi, facilitando il coordinamento con le forze di polizia o altri soggetti che possano fornire un valido supporto per identificare le migliori strategie.

Mancano dati statistici precisi ed esaurienti sulla effettiva diffusione e severità del problema, probabilmente sottostimato; è difficile calibrare l’estensione del problema perché è molto frequente la mancanza di segnalazione degli eventi aggressivi, e questo atteggiamento è influenzato molto probabilmente dal ruolo sociale e da fattori culturali. Emblematico il fatto che gli operatori sanitari spesso considerino la violenza come parte del loro lavoro.
Il National Institute of Occupational Safety and Healt (NIOSH), definisce la violenza sul posto di lavoro come “ogni aggressione fisica, comportamento minaccioso o abuso verbale che si verifica sul posto di lavoro”. Gli atti di violenza consistono nella maggior parte dei casi in eventi con esito non mortale, ossia aggressione o tentativo di aggressione, fisica o verbale, quale quella realizzata con uso di un linguaggio offensivo.

E’ necessario innanzitutto capire cosa si intende per “aggressività” differenziandola dal concetto di “violenza”, che pure spesso viene visto come sinonimo. In realtà i due termini indicano due diversi momenti e condizioni. Si può essere aggressivi e violenti, ma si può anche essere aggressivi e non violenti. L’individuo aggressivo e non violento controlla i propri impulsi e raramente ricorre alla violenza. La violenza può essere

definita un atto contro un altro con l’intenzione di provocare una sofferenza o una ferita. L’aggressività è invece un impulso spontaneo, manifestazione della forza vitale. Il termine “aggressività” viene generalmente utilizzato in una duplice accezione: nella prima, presente in ambito psicoanalitico, indica “l’insieme di tendenze che si attuano in condotte reali o fantasmatiche mirate a danneggiare, demolire, costringere o umiliare un altro, se stessi, o parti di sé”; nella seconda, invece, che fa riferimento all’etimologia del termine (dal latino “aggredior” che significa “cammino in avanti”), designa una tendenza volta all’autoaffermazione. Nel pensiero greco antico, all’aggressività veniva data addirittura valenza positiva, anche nel senso di coraggio in battaglia.
Un grande teorico dell’aggressività umana è stato Hobbes, secondo cui la rabbia si attiva quando una persona sente di essere stata disprezzata da un suo simile e diventa condotta aggressiva nel momento in cui il denigrato è mosso da desiderio di vendetta nei confronti dell’individuo che lo ha svilito. Il far del male all’altro è una peculiarità dell’essere umano riassunta nel famoso costrutto homo homini lupus.

Per Cartesio l’aggressività corrisponde alla collera che si scatena quando qualcuno subisce del male provocato da un altro individuo; mentre per Schopenhauer l’aggressività è endemica all’essere umano ed è presente in tutte le specie animali.

Nel corso del ventesimo secolo varie ipotesi sono state fatte in ambito psicologico o riguardo alla genesi dell’aggressività . Secondo la teoria etologica espressa da Lorenz, l’aggressività nasce da un istinto proprio dell’essere umano, ovvero una pulsione interiore che genera e dirige i suoi comportamenti aggressivi. Tale forza interna è attivata da elementi ben precisi, quali la difesa di quello che si possiede a livello materiale, emotivo e affettivo, la lotta per il potere, il bisogno di rendere organizzato il proprio ambiente di vita. Tutto questo si realizza con la finalità di assicurare un futuro per se e per coloro che condividono lo stesso patrimonio genetico.

La stessa linea di tendenza pulsionale si trova nelle teorizzazioni freudiane. Per Freud l’aggressività ha un’origine istintuale, legata all’istinto di morte che insieme all’istinto di vita, coabita nello stesso individuo. Perché la persona possa conservare la propria integrità, l’aggressività deve essere indirizzata verso l’esterno, preferibilmente canalizzandola in attività socialmente accettate, come quelle che caratterizzano le rivalità fra i gruppi all’interno di un’organizzazione sociale.

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