Napoli shock,Va a prostitute, ci trova la moglie: “Amò, che fai mmiez e putt***?”

Una 37enne, Clara T. (come riporta Internapoli.it e come conferma Il Mattino), che a quanto pare si prostituiva da qualche tempo su via Gianturco a a causa dei problemi economici della famiglia e approfittando delle continue e prolungate assenze del marito.

Dopo aver passato la giornata di domenica insieme, in serata si sono separati per poi ritrovarsi in una condizione del tutto nuova. Sale in macchina ma la sua meta non è il solito bar, ma un giro a prostitute.

In realtà l’uomo si era recato in una zona dove oltre alle prostitute nigeriane si trovano anche quelle italiane, nella zona est di Napoli, tra Barra e Ponticelli, lungo via Gianturco.

Va a prostitute ma trova la moglie e scoppia la rissa in strada. La coppia, però, non è giunta a casa perché una volante della polizia, allertata da alcuni passanti che avevano visto l’aggressione, li ha fermati. Sembra la scena di un film comico, ma non lo è.

Chissà come finirà tra i due adesso. A farli incontrare è stato solo il cambio di abitudine da parte del marito.

L’affermazione secondo cui la prostituzione sarebbe il mestiere più antico del mondo è tanto discutibile quanto difficile da verificare. È però certo che fa parte della civiltà occidentale sin dall’antichità. Nel pieno ME Tommaso d’Aquino formulò nel suo De regimine principum (1265) una giustificazione canonica della prostituzione; ripresa nel XIX sec., raccoglieva ancora ampi consensi all’inizio del XXI sec. Egli paragonò le pubbliche prostitute alla cloaca di un palazzo, senza la quale il palazzo diventerebbe un luogo sporco, impregnato di cattivi odori. L’atteggiamento della civiltà europea nei confronti della prostituzione è contrassegnato da ambivalenza e ambiguità: consentita dalla legge, semplicemente tollerata o proibita, viene relegata nelle zone oscure della società, ma nello stesso tempo è accettata come fatto necessario o naturale.
Il termine prostituzione non era in uso nelle società medievali e anche nella pratica la denominazione di “donne pubbliche” o “donne libere” non era necessariamente legata al pagamento di prestazioni sessuali, ma si riferiva in primo luogo alla condotta di vita promiscua e “immorale”, spesso derivante dalla povertà o da impedimenti matrimoniali. Nel territorio della vecchia Conf. le donne che offrivano i loro servizi per soddisfare i desideri maschili al di fuori del matrimonio lavoravano in luoghi fissi (postriboli, osterie e bagni pubblici), ma anche quali prostitute itineranti, al seguito di eventi particolari come il Concilio di Basilea (1431-49) o le fiere di Zurzach. In numerose città le autorità regolamentavano la prostituzione, soprattutto istituendo postriboli.
Le prostitute, inoltre, venivano stigmatizzate pubblicamente mediante segni distintivi o prescrizioni per il vestiario, per differenziarle dalle donne “onorabili”. A cavallo tra XV e XVI sec. – nel 1495 a Napoli era comparsa la Sifilide – le autorità intervennero maggiormente contro le prostitute nei postriboli. Sull’onda della Riforma, in tutte le città sviz. questi ultimi vennero chiusi. Fino alla fine della vecchia Conf. le autorità esercitarono una severa sorveglianza sulla moralità dei loro sudditi, incarcerando le prostitute arrestate. Mentre nelle società aristocratiche del XVIII sec. si diffondeva la prostituzione delle cortigiane e nasceva la figura della favorita, e durante la Rivoluzione franc. nelle grandi città europee si formava un mercato di massa gravitante attorno al piacere a pagamento, in Svizzera esisteva tutt’al più una prostituzione segreta in case private e osterie.
La storia moderna della prostituzione in Svizzera inizia solo verso la metà del XIX sec. Con l’espansione urbana, giovani uomini e donne delle classi popolari dei cant. rurali – solitamente dediti all’agricoltura e all’artigianato – o provenienti dai Paesi confinanti cercavano di migliorare la loro condizione sociale approfittando dell’offerta del mercato lavorativo e matrimoniale urbano. Se i giovani operai e commessi immigrati (o itineranti), insieme ai maschi dei ceti borghesi e ai soldati e agli ufficiali nelle caserme, creavano una crescente domanda di prestazioni sessuali nelle città, le giovani lavoratrici migranti, attive come domestiche, cameriere, venditrici od operaie di fabbrica, erano spesso confrontate con situazioni lavorative e salariali precarie. Per necessità o nella speranza di un migliore guadagno e di una vita meno dura, ma non di rado anche costrette da mercanti di schiave, proprietari di bordelli e osti, molte di loro si davano alla Lussuria. Nell’opinione pubblica borghese della fine del XIX sec. la prostituzione – assai diffusa e nelle grandi città ben visibile, anche se spesso solo occasionale – veniva aspramente condannata, sebbene nello stesso tempo la doppia morale dell’epoca permetteva, o perlomento tollerava, la frequentazione dei bordelli da parte degli uomini appartenenti alla borghesia. Nello stesso periodo in alcune città come Zurigo e Basilea vi sono indicazioni sull’esistenza della prostituzione omosessuale che però, diversamente da quella femminile, era punita come atto lussurioso.
Le autorità cant. e cittadine reagivano a questo nuovo fenomeno con una politica oscillante fra tolleranza e repressione. L’atto del prostituirsi in sé non era punibile, l’adescamento (“invito alla lussuria”) invece poteva essere severamente perseguito, ad esempio a Zurigo, con quattro giorni di prigione e all’occorrenza con l’espulsione. Le autorità spesso tolleravano il reato di lenocinio, finché non intaccava la “pubblica morale”.
Adottavano quindi un concetto di politica sanitaria sviluppato in Francia nel 1802, che riconosceva la necessità dei bordelli come égouts séminaux (“fogne seminali”) e li tollerava, prevedendo però l’obbligo del controllo medico. Anche la prostituzione di strada era controllata in base al “sistema franc.”: in caso di sospetta malattia venerea, le prostitute venivano sottoposte a un trattamento medico coatto. La regolamentazione mediante l’istituzione di case di tolleranza si affermò a Ginevra già all’inizio del XIX sec., allora sotto il dominio franc., mentre a Zurigo le prime case chiuse vennero create negli anni 1840-50 e a Lugano nel 1873.
Alla presenza sempre più visibile delle prostitute nelle città, agli schiamazzi notturni, all’evidente offesa recata alla morale del matrimonio da parte dei numerosi clienti, anche borghesi, e al diffuso sfruttamento delle prostitute nei bordelli reagirono dagli anni 1880-90 le ass. per la promozione della moralità di ispirazione cristiana (Movimento per la moralità). Si collocavano nel solco del movimento promosso negli anni 1860-70 in Inghilterra da Josephine Butler e che, noto come Abolizionismo, alla fine del XIX sec. fece concorrenza alle giustificazioni igieniste della regolamentazione statale della prostituzione (Igiene). Mentre a Ginevra l’iniziativa degli abolizionisti fallì (1896), il movimento per la moralità ottenne la chiusura dei bordelli a Zurigo (1897) e a Losanna (1899); a Lugano vennero chiusi nel 1886. Entro il periodo interbellico il sistema delle case di tolleranza fu poi abolito in tutta la Svizzera.
Fra il 1914 ca. e gli anni 1960-70 in Svizzera la prostituzione rimase nell’ombra, trascurata dall’opinione pubblica; le donne esercitavano il mestiere in determinate zone tollerate, lungo le strade, in bar e night club (i bordelli ricadevano sotto il divieto di lenocinio). A seguito della rivoluzione sessuale degli anni 1970-80 la prostituzione acquisì una nuova presenza mediatica quale elemento di un mercato del sesso molto diversificato. La diffusione dell’Aids dal 1984 e la discussione pubblica sui rischi dell’infezione mostravano chiaramente un cambiamento di atteggiamento nei confronti della morale sessuale. Ciò si manifestò anche nella revisione della legislazione penale in materia sessuale (1992), che depenalizzò alcune forme di lenocinio (a esclusione dei casi previsti all’art. 195 del Codice penale) e liberò la prostituzione da ogni sospetto di “immoralità”. In realtà la posizione giur. della prostituzione è disomogenea e complessa poiché sottostà a disposizioni del diritto di protezione dei minori, sugli stranieri e di soggiorno, oltre che a ordinamenti edilizi, sui mestieri e di zona. La prassi giur. liberale della fine del XX sec. ha fatto sì che negli agglomerati urbani, ma anche nelle regioni di campagna, nascesse un numero relativamente elevato, rispetto ad altri Paesi, di bordelli e strutture analoghe (la prostituzione omosessuale ha invece un ruolo marginale). Questa espansione del mercato del sesso a pagamento interessa anche la prostituzione di strada, dove sono attive soprattutto tossicodipendenti, talvolta in pessime condizioni sanitarie. A seguito della libera circolazione delle persone in Europa, all’inizio del XXI sec. è nato un vero e proprio “turismo della prostituzione” di donne dell’Europa dell’est, spesso legato al nuovo aumento del fenomeno della tratta delle donne provenienti da questi Paesi, ma anche dalla Tailandia, dall’Africa o dall’America centrale e meridionale.
Non è possibile affrontare il problema della prostituzione in modo serio ed esaustivo, se non prendendo in considerazione una delle principali variabili in gioco: la figura del “cliente”.
Ciò significa focalizzare l’attenzione sulla tipologia di chi richiede prestazioni sessuali mercenarie, individuandone le connotazioni sociologiche e psicologiche, al fine di poterne interpretare i comportamenti.
Per spiegare il fenomeno di una così diffusa domanda di sesso a pagamento, che alimenta il mercato della prostituzione, occorre prendere in esame due atteggiamenti largamente diffusi nel nostro contesto sociale: il libertismo e l’erotismo.
Il comportamento del cliente, infatti, è basato sulla convinzione che il rivolgersi ad una prostituta costituisca un’azione individuale, un atto di compravendita, che in quanto tale attiene solo alla sfera del privato e non può essere oggetto di censura. Si ritiene che “il privato sia tutto” e “ nel privato tutto sia concesso”. Ciò è radicalmente errato perché conduce alla separazione tra vita privata e pubblica e annulla il concetto di persona, che comporta necessariamente una dimensione sociale. E’ il caso del “buon padre di famiglia”, che magari ha un comportamento encomiabile nell’ambito familiare, ma fuori casa frequenta prostitute dell’età della propria figlia.
Va inoltre tenuto presente che il gesto del cliente diventa un atto che alimenta un mercato illegale, per non dire una vera e propria tratta di schiave, e in quanto tale si inserisce in uno spietato giro di mafia.
Ma va soprattutto rilevato che il rapporto cliente- prostituta è fondato sullo sfruttamento mercenario della persona e quindi costituisce un’offesa profonda alla dignità dell’essere umano ridotto a merce di scambio. Il secolo che si è da poco chiuso è stato caratterizzato anche dal faticoso cammino della donna per l’affermazione dei suoi diritti ed il raggiungimento di una parità sostanziale con l’uomo. La prostituzione, invece, costituisce un grosso ostacolo alla piena attuazione di tale parità, né possiamo liquidare il discorso affermando che si tratta del “mestiere più antico del mondo”. Per la salvaguardia dei diritti umani giustamente oggi si levano spesso grida di allarme e si invocano con urgenza interventi idonei: tale denuncia deve necessariamente riguardare anche il mondo della prostituzione.
Un‘aggravante nel comportamento del cliente è il rapporto con prostitute minorenni, che in percentuale sempre più alta sono presenti sulle nostre strade. E’ cronaca quasi quotidiana la violenza contro immigrate prostitute di strada, che spesso sfocia in omicidi, e il dato delle minorenni coinvolte in tali fatti di sangue è preoccupante.
Un altro atteggiamento del cliente che costituisce un pericolo sociale è la richiesta frequente alle prostitute di rapporti non protetti, con i rischi connessi alla diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili. Siamo di fronte in questo caso non solo alla negazione dell’affettività, ma ad un desiderio irrazionale forse di distruzione.
Si accennava sopra all’atmosfera di erotismo incontrollato, che sempre più viene permeando la nostra società, veicolata dai mass-media in forma più o meno esplicita.
L’erotismo di massa porta all’incapacità di gestire il desiderio e all’esigenza di soddisfare qualsiasi impulso sessuale in forme anche incontrollate. E’ evidente che si tratta della negazione di una concezione positiva della sessualità, quale adeguato comportamento di un equilibrato rapporto di coppia.
Tutto ciò rappresenta un motivo di allarme, di fronte al quale non possiamo rimanere inerti. Viviamo in una situazione di emergenza, nei cui confronti occorre un ripensamento e soprattutto un efficace intervento, sia in campo legislativo, sia in quello dell’informazione.
E’ indispensabile impostare un insieme di azioni educative, che coinvolgano la scuola, la famiglia, la comunità al fine di aprire un dibattito, di lanciare dei segnali, di creare dissuasione.
In tale ottica una ricerca quale la presente pubblicazione può essere di grande utilità per stimolare la riflessione sulla situazione del cliente, sulle motivazioni che lo portano alla richiesta di sesso mercenario, sul profondo vuoto interiore che indubbiamente costituisce il presupposto dei suoi comportamenti. Che cosa succede in questo uomo-cliente che solo illusoriamente è dominatore della situazione? Quale idea ha della dignità della donna in quanto tale? Come è da lui vissuta la relazione con la propria compagna( moglie o convivente)?
I dati riportati nella pubblicazione evidenziano chiaramente la natura di tale relazione.
Bisogna convincersi che la prostituzione non è un mestiere e, quindi, non basta trasferirla dalla strada all’appartamento o al quartiere-ghetto più o meno a luci rosse.
La prostituzione è una forma di inquinamento morale e sociale, per cui se giustamente ci preoccupiamo di tutelare l’ambiente e non penseremmo mai di proporre cooperative di inquinatori, la stessa logica ci deve guidare nel campo degli interventi per eliminare lo sfruttamento mercenario della donna.
Siamo certi che il presente lavoro potrà dare un utile contributo a tale battaglia.
L’avvio alla prostituzione
Si è chiesto, attraverso una successiva domanda, da quanto tempo le stesse svolgessero nel nostro Paese la loro attività, ciò al fine di comprendere quale fosse il lasso di tempo intercorso tra il loro arrivo e l’avvio alla prostituzione.
Come è possibile vedere nella tabella sottostante tutte le ragazze sono state destinate alla strada appena giunte in Italia. Questo dato è particolarmente evidente per le albanesi e conferma la presenza di organizzazioni che importano tali ragazze col preciso scopo di sfruttarle da subito nel mercato del sesso a pagamento.
Il tempo dedicato alla prostituzione
Ci si è posti l’obiettivo di conoscere quante ore queste ragazze dedichino alla loro “professione”.
Il quadro che emerge non è dei più rosei: nella maggior parte dei casi non esistono giorni di riposo e molte lavorano più di 8 ore giornalmente.
Le ragazze albanesi hanno un orario comune che va dalle 4 alle 8 ore al giorno, senza riposi settimanali.
Simile la situazione per le ragazze nigeriane, anche se è maggiore il numero di coloro che stanno sulla strada per più di 8 ore. Raro, anche in questo caso, il riposo settimanale. Per quanto riguarda gli orari di “attività” sono state considerate tre fasce: 11- 18, 18 – 22, 22 – 02.La prima fascia è quella ove si riscontra la maggioranza delle presenze.
Le notizie sul cliente
La seconda parte del questionario è rivolta ad acquisire notizie sul cliente. E’ ben chiaro che si tratta della percezione che queste ragazze hanno dei loro clienti, pertanto alcune informazioni possono considerarsi maggiormente attendibili, altre, al contrario, hanno il valore di semplici indicazioni.
L’età del cliente
Con questa domanda si è cercato di individuare la fascia di età maschile che più frequentemente entra in contatto con la prostituzione di strada.
Dall’analisi delle risposte è evidente che sono rappresentate tutte le età e che emerge la netta supremazia di quella compresa tra i 30 e i 40 anni.
Da segnalare la maggiore presenza di soggetti con età inferiore agli anni 20 tra i frequentatori delle prostitute di colore. Ciò può essere dovuto al basso costo delle prestazioni sessuali offerte da queste ultime che, come vedremo successivamente, è di poche decine di migliaia di lire.
La nazionalità del cliente
Come risulta dalla tabella sottostante, le ragazze di etnia nigeriana hanno una clientela di nazionalità anche non italiana, il che non accade per quelle albanesi. Anche in questa caso il fatto potrebbe essere dovuto al basso costo delle prestazioni.
I cittadini extracomunitari hanno spesso minori possibilità economiche rispetto a quelli autoctoni e, pertanto, indirizzano la loro domanda laddove l’offerta è più conveniente.
Sulla nazionalità dei clienti stranieri le ragazze intervistate non ci hanno offerto elementi utili per identificarla.
Cliente abituale o occasionale?
La prostituzione di strada potrebbe apparire caratterizzata dalla occasionalità della clientela. Il cliente passa lungo una strada, nota una ragazza di suo interesse e si ferma con lei per consumare il rapporto.
Questo non è il quadro che sembra emergere dalle risposte date al nostro questionario che, al contrario, ci indicano la tendenza del cliente medio a ritornare ripetutamente dalla stessa persona.
Ciò pare valere soprattutto per le ragazze albanesi; il discorso è differente per le nigeriane ove sembra più frequente un cliente occasionale.
Tale circostanza trova forse ragione nella maggior facilità al dialogo che il cliente riesce ad instaurare con le donne di etnia albanese che percepisce all’apparenza come più vicine a lui culturalmente, esteticamente e linguisticamente. Il mezzo impiegato dal cliente
Le risposte date a questa domanda permettono di rilevare, ancora una volta, come la prostituta di colore sia generalmente frequentata da persone appartenenti a ceti sociali poco elevati. Lo si deduce dall’alto numero di clienti che la raggiungono in motorino o in bicicletta e che consumano il loro rapporto “en plain air”, in maniera piuttosto agreste.
Ciò non accade per le ragazze albanesi: il cliente, nel loro caso, arriva e consuma il rapporto quasi sempre in automobile.
Gli orari in cui avvengono gli incontri con i clienti
Pur coprendo le prostitute con la loro presenza tutte le fasce temporali della giornata, si può osservare (soprattutto con riferimento alla prostituzione nigeriana) una prevalenza di incontri nella fascia oraria compresa tra le ore 14 e le ore 18. Ciò appare spiegabile con la tipologia di clientela che – come visto in precedenza – dispone spesso di mezzi di locomozione e modalità di consumazione del rapporto che necessitano maggiormente di luce e di una temperatura mite.
E’ altresì doveroso ricordare che il questionario è stato redatto durante la stagione autunnale ed invernale, pertanto le risposte date potrebbero essere differenti nei periodi primaverili ed estivi.
Il numero medio di clienti al giorno
Il dato raccolto con questa domanda pare significativo per due ragioni: la prima in quanto indicazione del numero di persone che ogni giorno ricercano la “compagnia” delle prostitute di strada, la seconda in quanto indice del giro di affari che ogni ragazza può rappresentare per chi “governa” e sfrutta tale mercato.
Infatti, moltiplicando il costo della prestazione media con il numero di clienti giornalieri, si può arrivare con buona approssimazione a calcolare l’introito ricavabile per singola prostituta.
Le cifre in questa caso sono estremamente interessanti. Secondo quanto dichiarato, una ragazza nigeriana incontra quotidianamente un numero di clienti variabili dai 5 ai 10.
Il costo medio di una prestazione si aggira per lei intorno alle 30.000 lire, il che significa un’entrata quotidiana di denaro compresa tra le 150.000 e le
300.000 lire che, moltiplicata per 30 giorni lavorativi, determina un guadagno medio per ogni singola ragazza che può ammontare tra i 4,5 e i 9,0 milioni al mese.
Le cifre sono generalmente più elevate per le prostitute di etnia albanese: in questo caso ogni ragazza incontra ogni giorno mediamente dai 10 ai 15 clienti, il costo della prestazione media sale a
50.000 lire e ciò porta l’incasso mensile a somme variabili tra i 15 e i 22 milioni.
Il che significa che solo il nostro campione di intervistate (92 ragazze in tutto: 47 albanesi e 45 nigeriane) “rende” ogni mese a chi le sfrutta più di un miliardo di lire.
È probabile, altresì, che i nostri calcoli siano in difetto, infatti la sensazione tratta dagli intervistatori è che molte ragazze, soprattutto le nigeriane, siano restie a comunicare l’entità dei propri introiti e preferiscano non rispondere a questa domanda.
Inoltre, ricordiamo che molte prostitute di strada sono frequentate assiduamente da uno o più clienti abituali i quali, oltre a dispensare favori e regali, costituiscono una fonte di guadagni extra e spesso consistenti.
Tutto ciò permette di sottolineare quanto questo mercato sia lucroso e come possa divenire la fonte di reperimento di denaro contante da utilizzare per effettuare altri traffici, in particolare quelli di armi e stupefacenti.
Il costo medio delle prestazioni
Come è visibile nelle tabelle sottostanti, i costi di una prestazione sono compresi tra le 30.000 e le
50.000 lire; in particolare si evidenzia come le prostitute di colore pratichino tariffe più basse, mentre le albanesi richiedano somme più elevate.
Il costo del rapporto diviene più che doppio qualora venga consumato in un motel, dal momento che occorre aggiungere il costo della camera e quello della maggiore perdita di tempo da parte della ragazza.
Secondo quanto abbiamo potuto constatare, appartarsi in un motel è cosa rarissima per le prostitute di colore, mentre pare una prassi più consolidata per le albanesi.
Le richieste del cliente
È stato chiesto alle intervistate quali fossero le prestazioni più frequentemente richieste dai clienti e, in particolare, se questi ultimi cercassero di ottenere rapporti senza l’uso del profilattico. Dalle risposte ottenute si nota, purtroppo, come questa pratica sia comune e come per ottenerla i clienti siano disposti a pagare cifre più alte della norma.
E’ evidente che questo riscontro preoccupa molto in un ottica di prevenzione della diffusione delle malattie trasmesse per via sessuale. Infatti, nonostante le campagne di informazione volte ad evidenziare il pericolo di tali patologie e soprattutto i rischi connessi alla sieropositività all’HIV, sembra che il cliente delle prostitute continui a chiedere rapporti non protetti e a mettere così a repentaglio la propria e altrui salute.
Paradossalmente sono le stesse ragazze che dichiarano di evitare tali tipi di rapporto, anche se non è da escludere che, di fronte ad offerte di denaro consistenti, possano cedere alla tentazione di non utilizzare il preservativo.
In una precedente ricerca condotta dagli operatori della LULE relativamente al livello di conoscenza delle prostitute di strada sui temi sanitari, era emerso come le loro informazioni in materia fossero soprattutto il frutto di un passaparola tra colleghe con grandi confusioni e lacune.
Ciononostante le ragazze temono i rapporti non protetti e li rifiutano, mentre la clientela, in gran parte italiana, continua a richiederli.
Occorre su questo punto una seria riflessione sulle modalità adottate e da porre in atto per educare efficacemente la collettività ad assumere comportamenti responsabili per la tutela della salute.
Prostitute vittime di clienti
A volte chi esercita la prostituzione sulla strada è doppiamente vittima: non solo degli aguzzini che la sfruttano e la costringono a prostituirsi, ma anche della violenza degli stessi clienti.
Per questo motivo una parte del questionario è stata dedicata a sviscerare questo problema.
In particolare, sono state poste quattro distinte domande con l’obiettivo di conoscere se le intervistate avessero subito nel corso della loro attività violenze, minacce o furti da parte dei clienti o se avessero denunciato tali fatti.
Il quadro che si delinea, come facilmente immaginabile, non è rassicurante.
La maggior parte delle intervistate (circa il 60 %) ha subito atti di minaccia o violenza; la ragione di tali gesti è da ricercarsi generalmente nella volontà di sottrarre loro il denaro, altre volte risiede nella mancata soddisfazione delle richieste del cliente.
Non paiono esservi differenze significative tra le due etnie esaminate, anche se le albanesi sembrano essere più frequentemente sottoposte alla sottrazione di beni. Ciò è spiegabile col fatto che, chi decide di compiere una rapina, si reca laddove presume di trovare più soldi a parità di rischio. Inoltre, le nigeriane manifestano generalmente violente reazioni nei confronti dei tentativi di rapina e ciò costituisce certamente un deterrente al tentativo di aggredirle.
Come ben immaginabile raramente questi fatti vengono denunciati; infatti le ragazze spesso non sono in regola con il permesso di soggiorno e temono perciò controlli e sanzioni da parte degli Organi di Polizia. I casi denunciati sono solitamente quelli che hanno avuto come conseguenza lesioni tali per cui è stato necessario ricorrere a cure mediche.
La prostituzione nascosta
Quella che abbiamo fino ad ora descritto è la forma di prostituzione più visibile, quella che occupa le strade e che balza immediatamente all’occhio di chi percorre le vie delle nostre città.
Eppure questo è solo l’aspetto più evidente di un mercato che, sotto forme più discrete e nascoste, coinvolge molte altre donne che si prostituiscono ed altrettanti clienti.
Le rubriche di annunci sui giornali sono piene di messaggi inequivocabili di “massaggiatrici” o “astro cartomanti” in grado di risolvere ogni tipo di problema.
Ci siamo pertanto chiesti che cosa avessero in comune queste ragazze con le nostre intervistate e soprattutto quanto fosse differente la loro clientela; si è pensato così di avvicinarle e di chiedere loro alcune informazioni.
 Si è capovolto il giudizio della società sugli uomini che hanno rapporti sessuali a pagamento: non è più socialmente considerato normale per un uomo andare a prostitute, ed è quasi scomparsa la funzione di iniziazione sessuale maschile della prostituzione. Il mondo dei clienti però, sia come è emerso dalle ricerche su di essi, sia visto dall’angolazione esperta di chi fa questo mestiere, non sembra tanto mutato. Non è un tipo d’uomo particolare quello che va con le prostitute. Sono belli e brutti, giovani e anziani, sposati e single, colti e meno colti, ricchi e poveri. In realtà il fenomeno è così diffuso che non è possibile circoscriverlo a un gruppo maschile particolare, oggi allo stesso modo che in passato. A questa conclusione giungono praticamente tutte le ricerche consultate. Un’eccezione è una ricerca tedesca basata su 380 interviste telefoniche e 72 in profondità che ha rilevato alcune differenze su scale di benessere psicologico: i clienti sono più insoddisfatti della loro vita, più socialmente inibiti e meno aggressivi.
Per quanto riguarda il profilo del cliente sotto l’aspetto quantitativo, in Italia come all’estero, secondo le dichiarazioni di coloro che vengono intervistati nelle ricerche sul comportamento sessuale, si ha una diminuzione costante del ricorso alla prostituzione. Ma è lecito nutrire un dubbio: si tratta di un abbassamento del ricorso alla prostituzione oppure solamente dell’ammissibilità sociale di questo comportamento? Non è possibile dare una risposta nell’uno o nell’altro senso: Welzer-Lang e i suoi collaboratori, ritenendo molto infedeli le statistiche disponibili, parlano del ricorso alla prostituzione come di qualcosa che non ha più cittadinanza nel discorso pubblico: «Un segreto collettivo che gli uomini condividono tra loro».
Troviamo le prime statistiche sui clienti italiani nell’inchiesta di Gabriella Parca I sultani [1965]: la ricercatrice condusse 1.098 interviste con maschi dai venti ai cinquanta anni, girando per tutta l’Italia. Solo il 4% degli uomini, interpellati secondo uno schema di campionamento per quote, rifiutò l’intervista: tempi d’oro per la ricerca sociale, che suscitava ancora curiosità e non fastidio. Oltre il 71% aveva rapporti con prostitute, ed esattamente la metà degli intervistati aveva avuto il primo rapporto sessuale con una di loro, seguiti dal 35% con «una ragazza», il 6% con una donna sposata con un altro, il 4% con la fidanzata, il 3% con la moglie, il 2% con una domestica. La percentuale di coloro che avevano perso la verginità con una prostituta variava solo di poco con l’età, salendo al 54% per i più vecchi (quarantuno-cinquanta anni) mentre dai venti ai quaranta anni scendeva appena, al 49%. Le vere differenze nelle risposte riguardavano le aree geografiche: al Sud oltre il 70% aveva avuto la prima esperienza con una prostituta, mentre al Centro la percentuale scendeva al 47% e al Nord calava ancora al 36%.
Nel 1978 l’inchiesta di Fabris e Davis rilevava che per 1/5 degli uomini italiani la «prima volta» era stata con una prostituta. Negli anni Settanta non doveva essere infrequente che i ragazzi ci andassero addirittura accompagnati dal padre, una scena oggi improponibile. Una prostituta romana intervistata da Dacia Maraini sulla via Tiburtina così raccontava: «La prostituzione non la possono levare, perché gli uomini come farebbero? Noi abbiamo padri di famiglia che ci portano i figli loro per insegnargli a fare l’amore. E questi come farebbero?». Questo rituale iniziatico, allo stesso modo in cui spesso sono violenti i rituali tradizionali di iniziazione, poteva essere vissuto dai ragazzi come una vera e propria violenza sessuale: lo stupro è appunto la costrizione a un rapporto sessuale non voluto. Un uomo che era stato portato dai cugini da una donna «vecchia e laida», e che ne fu terrorizzato, ha raccontato a Cutrufelli: «Non avrei mai voluto fare un’esperienza del genere e infatti dopo quest’esperienza allucinante non ho più fatto l’amore per due-tre anni». Anche Parca ha trovato resoconti negativi di tale iniziazione, come nel caso di un operaio veneto sedicenne: «Perché il contatto con una donna è bello quando c’è l’amore, quando c’è l’affetto, ma un contatto proprio come una compravendita, è come una bestia. Ho voluto provare per curiosità, ma sono rimasto deluso. Ho pianto, dopo, a casa» . Una ricerca svedese sui clienti ha evidenziato come possano esistere dinamiche simili anche nei rapporti sessuali non a pagamento dei maschi: «Dodici degli uomini [su 40] al loro debutto sessuale sono stati con partner più anziane. Sette di loro hanno avuto l’esperienza di essere stati sedotti. Quattro di loro si sono sentiti sfruttati».
Invece oggi solo una percentuale trascurabile, l’ 1,4%, dei maschi nati nel periodo 1966-1977 ha avuto il primo rapporto con una prostituta (escludendo però il 18,5% che non ha ancora avuto esperienze sessuali) . Ma esistono ancora almeno le vestigia di questo rituale iniziatico. Un operatore di una ONG racconta, a proposito di un paese a una cinquantina di chilometri da Milano dove non vi è prostituzione di strada: «All’inizio del militare o per il diciottesimo anno si fa il giro a Milano, il put- tan tour, che in genere si conclude con il guardare».
Nell’inchiesta più recente sul comportamento sessuale degli italiani, svolta nel 2000 dal Censis, meno di un decimo (l’8,7%) degli uomini ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali con prostitute. Sono relativamente più numerosi al Nord, nelle grandi città, tra gli anziani e tra i laureati . Per quanto riguarda l’età, la frequentazione di prostitute può essere tanto un effetto di coorte quanto di ciclo di vita: non è chiaro quanto la differenza nel ricorso alle prostitute si possa attribuire agli usi e costumi sessuali diversi da una generazione all’altra (effetto coorte), o quanto non sia semplicemente il calo dell’attrattiva sessuale con l’età che spinge gli uomini più anziani a rivolgersi alle prostitute (effetto ciclo di vita). La già citata inchiesta di Carlo Buzzi [1998] rivolta ai giovani tra diciotto e trenta anni ha trovato una percentuale del 12,5% di maschi che ammettono di aver pagato almeno una volta per un rapporto sessuale (solo il 2,6% non ha risposto), mentre il 16,6% manifesta un interesse, avendo risposto di sì alla domanda: «Pensa che Le potrebbe capitare di avere rapporti sessuali con prostitute/i?». Invece, dalle stime della media dei rapporti che ogni prostituta di strada dichiara di avere in una giornata è stato ricavato il dato di 9 milioni di prestazioni sessuali a pagamento all’anno, poi diventato per deformazione da passa-parola «9 milioni di clienti».

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