Nasa clamorosa scoperta, individuato sistema solare con 7 pianeti gemelli alla Terra

Interessante scoperta effettuata dalla Nasa secondo cui sarebbe stato portato alla luce un sistema solare con sette pianeti simili alla Terra, sei dei quali si trovano in una zona temperata in cui la temperatura è compresa fra zero e 100 gradi. La ricerca è stata coordinata dall’Università belga di Liegi e descrive nello specifico il più grande sistema planetario mai scoperto con tanti possibili sosia della Terra. La straordinaria scoperta, pubblicata su Nature, si deve ad un gruppo internazionale coordinato dall’università belga di Liegi. “È un sistema planetario eccezionale, non solo perché i suoi pianeti sono così numerosi, ma perché hanno tutti dimensioni sorprendentemente simili a quelle della Terra“, ha dichiarato il coordinatore della ricerca Michael Gillon. I ricercatori pare abbiano effettuato la loro scoperta, utilizzando il telescopio Trappist, il quale è stato installato in Cile presso lo European Southern Observatory; questi sette pianeti pare si trovino nella zona abitabile ovvero alla distanza ottimale dalla stessa per avere acqua allo stato liquido e pare questi possano ospitare oceani e potenzialmente la vita.

“Abbiamo compiuto un passo cruciale verso la possibilità di stabilire se c’è vita, su questi pianeti”, hanno spiegato i ricercatori indicando di essere in possesso di “un potente spettrografo che consentirà di rilevare eventuali molecole di acqua, ossigeno e dunque eventuali forme di vita”. Si tratta di una scoperta davvero straordinaria, la prima in assoluto di questo genere, visto che mai prima d’ora erano stati scoperti così tanti pianeti simili a questi, ovvero orbitanti intorno alla stessa stella, è questo quanto dichiarato da Michaell Gillon, che si trova a capo del team di astronomi che hanno condotto la ricerca.

La temperatura di superficie dei sei pianeti più vicini alla stella sarebbe compresa tra gli zero e i cento gradi centigradi; come abbiamo già anticipato, questi corpi celesti potrebbero dunque ospitare acqua allo stato liquido, nelle condizioni atmosferiche appropriate, ma le probabilità sono più alte nei tre nella zona abitabile.I sei pianeti più vicini alla stella pare abbiano una composizione rocciosa e siano sostanzialmente paragonabili per dimensioni e temperatura alla Terra, mentre del settimo pianeta non si hanno ancora tante notizie.In realtà di Trappist-1 si era già cominciato a parlare un anno fa, proprio quando Nature pubblicò la scoperta effettuata da alcuni astronomi all’Osservatorio dell’Eso a La Silla, nel sud del deserto dell’Atacama, in Cile. Sulla scoperta effettuata nel 2016, era intervenuto Emmanuel Jehin, il quale aveva dichiarato: “Questo è un vero cambiamento di paradigma per quanto riguarda la popolazione planetaria e un percorso alla ricerca della vita nell”universo. Finora l’esistenza di questi ‘mondi rossi’ in orbita intorno a stelle nane ultrafredde era solo teorizzata, ma ora abbiamo non già un singolo pianeta ma un sistema completo di tre pianeti intorno a una di queste fioche stelle rosse!”.

Il Sistema solare è costituito, oltre che dal Sole, dai pianeti e dai loro satelliti, dai pianeti nani, dagli asteroidi e da altri oggetti rocciosi, e da un numero imprecisato di comete. La terminologia che riguarda i corpi presenti nel Sistema solare è stata aggiornata dalle delibere dell’International Astronomical Union (IAU), che nel corso dell’assemblea generale dell’agosto 2006 ha stabilito una nuova classificazione e nomenclatura; in base a essa, Plutone è stato declassato a pianeta nano. Il confine tra i pianeti interni ed esterni è segnato dalla fascia degli asteroidi (fig.1A), un anello costituito da milioni di frammenti rocciosi di varie dimensioni. I pianeti interni sono solidi e hanno quasi tutti un’atmosfera; quelli esterni sono sfere gassose con temperature molto basse. Le orbite dei corpi che appartengono alla cintura asteroidale sono influenzate gravitazionalmente da Giove, il pianeta più grande del Sistema solare, che impedisce loro di unirsi per formare un pianeta o comunque un corpo celeste. L’attrazione gravitazione del Sole, invece, non solo trattiene i pianeti all’interno del Sistema solare, ma ne influenza anche i loro movimenti, in particolare le loro velocità lungo le orbite, che sono maggiori per i pianeti più vicini.

Pianeti I pianeti si sono formati per collisione e aggregazione di corpi più piccoli chiamati planetesimi, ossia i residui della formazione del Sole che si formarono lungo un disco di gas e polvere attorno alla nostra stella nascente. I planetesimi, scontrandosi tra loro, hanno dato luogo ai corpi maggiori. Tutti i pianeti del Sistema solare hanno una struttura interna che consiste di strati di composizione chimica diversa, con un nucleo centrale in prevalenza metallico. La posizione dei pianeti rispetto alla Terra dipende dalla composizione dei loro movimenti con quelli della Terra attorno al Sole. Si chiama periodo siderale l’intervallo di tempo trascorso il quale un pianeta torna nello stesso punto della sua orbita attorno al Sole. Rispetto alla Terra, i pianeti assumono diverse posizioni. Un pianeta interno (Mercurio o Venere) si dice in congiunzione inferiore se si trova nella stessa direzione del Sole e in congiunzione superiore se si trova nella direzione opposta; le due posizioni di elongazione orientale e occidentale corripondono alla massima distanza angolare dal Sole, rispettivamente a oriente e a occidente.

Un pianeta esterno si dice in congiunzione se si trova nella stessa direzione del Sole e in opposizione se si trova in direzione opposta; le due posizioni di quadratura orientale e occidentale si hanno quando il pianeta si trova a 90° rispetto alla linea Terra-Sole, rispettivamente a oriente e a occidente. Si chiama periodo sinodico l’intervallo di tempo trascorso il quale un pianeta interno torna alla congiunzione inferiore oppure un pianeta esterno torna all’opposizione. Nel seguito sono descritte le proprietà dei pianeti del Sistema solare, a eccezione della Terra, per la quale si rinvia alla lezione specifica.

Anche le comete conservano informazioni sulla composizione primordiale del Sistema solare, poiché provengono dalle sue regioni più esterne e trascorrono la maggior parte della loro vita in un ambiente che non è stato alterato dai processi di formazione planetaria. Nel gennaio 2004 Stardust (partita nel 1999) ha attraversato la chioma della cometa 81P/Wild-2 a circa 240 km dal nucleo, che è apparso piccolo (circa 5 km di diametro) e ricco di crateri. Nel settembre 2001 Deep Space 1 (lanciata nel 1998) ha attraversato la chioma di 19P/Borrelly e ne ha analizzato il nucleo, acquisendo immagini e spettri. Nel luglio 2005 la sonda Deep impact ha sganciato un modulo impattatore sul nucleo della cometa 9P/Tempel-1 per studiarne la fuoriuscita di materiale. Gli scarsi risultati ottenuti hanno spinto alla sua estensione nell’ambito della missione EPOXI, che nel 2010 ha raggiunto e studiato la cometa 103P/Hartley; prossimo obiettivo, il raggiungimento e l’osservazione dell’asteroide 2002 GT, nel 2020. Per avere immagini di un nucleo cometario migliori di quelle di Deep impact dovremo aspettare l’arrivo della sonda Rosetta verso la cometa 67P/ChuryumovGerasimenko, che avverrà nel 2014, con l’atterraggio sul nucleo del lander Philae. Meteore e meteoriti Le meteore sono frammenti di comete o di asteroidi che entrano nell’atmosfera terrestre e bruciano per attrito lasciando una traccia luminosa, spesso denominata di ‘ stelle cadenti’. Durante un anno la Terra attraversa zone dello spazio nel quale ci sono maggiori concentrazioni di particelle che penetrano nell’atmosfera. I meteoriti sono invece i corpi celesti che dopo aver attraversato l’atmosfera terrestre precipitano al suolo. Ogni anno sulla Terra cadono migliaia di meteoriti, la maggior parte dei quali in mare o in zone desertiche. L’area più favorevole alla raccolta di meteoriti è l’Antartide, i cui ghiacci conservano per lungo tempo i frammenti rocciosi caduti al suolo.

Intorno a una stella nana, poco più grande di Giove e più fredda del Sole, ruotano i sette gemelli della Terra. Quasi uguali tra loro per dimensioni, che condividono in parte con il pianeta che calpestiamo tutti i giorni. Sembra l’incipit di una leggenda interplanetaria, ma non è così. La Nasa – che nell’era Trump non vive certo il suo miglior periodo ed ha sicuramente bisogno di visibilità – ha annunciato i ieri in una conferenza stampa a livello mondiale la scoperta: almeno su tre di quei sette gemelli ci potrebbe essere vita. Racconta questa storia uno studio pubblicato su Nature, risultato di una ricerca internazionale coordinata dall’Università belga di Liegi. E trasmesso ieri in diretta mondiale sul sito della Nasa, con tanto di hashtag #asknasa (chiedete alla Nasa) a disposizione degli utenti di Twitter, che hanno potuto scatenare la loro curiosità sul social network. In molti hanno anche chiesto se fosse possibile «deportare» il neo-presidente nel sistema planetario appena sco- perto:ad “appena” 40 anni luce di distanza da noi.

«Quello che sorprende – ha detto Frank Selsis, ricercatore dell’Università di Bordeaux, tra i coautori dello studio – è che i sette pianeti siano quasi uguali per dimensioni. Il loro raggio è circa il 15% di quello della Terra e hanno una temperaturamedia simile a quella del nostro pianeta. Questi pianeti sono molto più vicini alla loro stella che non la Terra al Sole».

Solo tre dei sette gemelli, però, si troverebbero all’interno di quella che gli astronomi, oggi, definiscono “zona abitabile”. Sarebbero gli unici, dunque, a poter chiamarsi a rigor di scienza esopianeti o pianeti extrasolari: corpi celesti che orbitano a una distanza tale dalla loro “fredda” stella che permetterebbe l’esistenza di acqua in forma liquida. «Si tratta di un prerequisito fondamentale, ma non sufficiente, per l’esistenza della vita», precisa il ricercatore. Gli altri quattro pianeti sarebbero sul confine della zona abitabile, quello che gli inglesi chiamano «doorstep»: il gradino che precede l’uscio.

«È la prima volta che abbiamo scoperto pianeti della taglia della Terra dei quali tre potenzialmente abitabili», ha detto Michael Gillon dell’Università di Liegi, principale autore dello studio. Esistono sette metodi per individuare un esopianeta, gli scienziati hanno trovato questi grazie a quello dei “transiti”. Quando il corpo passa di fronte alla sua stella di riferimento, infatti, diminuisce leggermente la sua luminosità e questo effetto è detto transito.

L’équipe internazionale aveva già scoperto alla fine del 2015 tre dei sette pianeti dal telescopio Trappist 1 dell’Osservatorio europeo australe situato in Cile. Ma non era abbastanza potente per riuscire a scorgere l’intero sistema planetario. Grazie al telescopio Spitzer della Nasa, gli scienziati hanno potuto osservare tutti e sette i gemelli in fila intorno alla loro stella nana. «Dire che si trovano nella zona abitabile significa che potrebbero ospitare oceani e potenzialmente la vita», hanno rimarcato i più entusiasti durante la diretta mondiale. «Possiamo dire che trovare una seconda Terra non è più una questione di se, ma di quando», ha sottolineatro Thomas Zurburchen, direttore associato del «Science Mission Di- rectorate» della Nasa. Ora si passerà all’analisi delle potenziali forme di vita, attraverso «un potente spettrografo che consentirà di rilevare eventuali molecole di acqua e ossigeno».

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