Neonato abbandonato shock, confessa la madre “L’ho lanciato dal balcone”: minacce di morte per la donna

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Neonato abbandonato, confessa la madre L'ho lanciato dal balcone minacce di morte per la donna

Ha confessato nella notte tra martedì e mercoledì la donna, un italiana di 34 anni la quale interrogata a lungo dai carabinieri, nell’ambito dell’indagine per il neonato abbandonato in strada a Settimo Torinese e morto purtroppo qualche ora dopo in ospedale. Ha confessato, dunque, di aver abbandonato il figlio subito dopo il parto e per questo motivo i militari e il procuratore di Ivrea la ritengono consapevole dell’ omicidio aggravato del piccolo partorito nelle prime ore del martedì. Chiuso, dunque, il caso del neonato morto dopo essere stata abbandonata a Settimo Torinese visto che a seguito di un lungo interrogatorio la madre ha confessato; si tratterebbe di una donna italiana di 34 anni ex barista e madre di un’altra bambina di 3 anni, convivente con un uomo poco lontano da dove il neonato è stato ritrovato.

Purtroppo la vicenda ha uno scenario davvero terribile alle spalle, perché la donna non solo ha confessato di aver abbandonato il neonato, ma di averlo lanciato addirittura dal balcone di casa. ” Ho lanciato il mio bambino appena partorita dal balcone di casa. Sono andata in bagno e ho partorito poi non mi ricordo più nulla“, è questo quanto confessato ai carabinieri dalla donna, fermata nella notte per la morte del piccolo abbandonato in strada Settimo Torinese. Secondo quanto riferito dal procuratore di Ivrea Giuseppe Ferrando, sembra che una volta trovato il piccolo in strada, la donna si sia affacciata al balcone insieme al marito guardando quello che stava accadendo; gli inquirenti hanno, inoltre, appurato che la donna dopo essersi liberata del figlio partorito in bagno avrebbe ripulito con un’ asciugamano le chiazze di sangue e come se non fosse accaduto nulla ha accompagnato la figlia di 3 anni all’asilo.

Per gli inquirenti pare non vi siano dubbi, la donna Valentina Ventura pare abbia lanciato il neonato dal balcone del secondo piano della sua abitazione, dopo averlo partorito all’alba di martedì, anche se come abbiamo già detto, la donna avrebbe riferito di non ricordare nulla.Il marito, che era in casa al momento del parto, ma non è indagato. Interrogato dai carabinieri, l’uomo ha sostenuto “di avere sentito dei rumori, come un miagolio, ma di non avere sospettato nulla”.La cosa che ci ha più ha colpito, nel corso delle indagini, è stata l’apparente tranquillità della donna, che dopo aver partorito ha accompagnato a scuola la prima figlia”, è questo quanto affermato dal Procuratore di Ivrea, Giuseppe Ferrando. Il magistrato ha inoltre aggiunto che la donna dopo l’interrogatorio pensava di tornare a casa.“Dopo l’interrogatorio pensava di tornare a casa”, aggiunge il magistrato. “La donna ha sostenuto di non sapere di essere incinta e anche il marito non ne era al corrente“, ha aggiunto la donna.

La donna nel corso della giornata di ieri pare abbia ricevuto minacce di morte via Facebook ed a tal riguardo è intervenuto il sindaco di Settimo Torinese, Fabrizio Puppo il quale ha dichiarato: “Come sindaco e come cittadino di Settimo, come membro della comunità penso che questo è un dramma che riguarda tutti. Non ha funzionato nessuna delle ‘reti’ di relazione che tengono unità una comunità”. “Davanti a drammi come quello che la nostra comunità ha vissuto in questi giorni le parole rischiano di essere vuote, retoriche. Ho letto sui social e ho sentito in giro frasi di odio e vendetta fuori controllo. Insulti e minacce. Capisco lo sgomento e la rabbia per una tragedia così drammatica e inspiegabile ma non possiamo e non dobbiamo farci guidare dagli istinti, abbiamo il dovere morale di andare più a fondo, di interrogarci sul come sia stato possibile che succedesse una disgrazia così spaventosamente grande”, ha aggiunto il primo cittadino.

Il cuore del piccolino smette di pulsare e lei ha già steso le lenzuola. Sventolano al primo sole, fresche di bucato, là dal balcone bianco dal quale lo ha gettato. Come si fa con i piatti a Capodanno. Lei, è la sua mamma.

Sono le 8 e mezzo del trenta maggio, i dottori del Regina Margherita (Torino), chiedono al cappellano dell’ospedale di battezzare il neonato. E lo chiamano Giovanni. Non ce l’ha fatta. E morto poche ore dopo essere stato partorito, con i tubi per l’ossigeno infilati nel piccolo naso e il medico a insistere nel tentare di rianimarlo. Inutile. Troppo gravi le ferite alla testa e dappertutto.

«Ah…, era un maschietto?» chiede Valentina Ventura, 37 anni, dopo la confessione resa nella notte di martedì. Senza tradire emozione. Indifferente e con la stessa imperturbabilità con la quale ha portato Nicole, l’altra figlia di appena tre anni, a scuola dalle suore. Subito dopo l’omicidio.

Aveva appena partorito, nel bagno di casa, lasciando cadere il neonato sul tappeto davanti al gabinetto. Prima di sbarazzarsene, scaraventandolo giù sull’asfalto. Come poteva pensare, questa madre assassina, di non essere smascherata? Il corpicino nudo e insaguinato lo hanno trovato gli spazzini, che dopo averlo protetto con la giubba d’ordinanza, hanno chiamato i soccorsi e i carabinieri.

Ai militari è bastato convocare in caserma gli abitanti del piccolo condominio di via Turati, 2. Dove c’era il bambino a terra, che ancora respirava. Una via stretta, a un chilometro dalla stazione ferroviaria di Settimo Torinese. Sono stati proprio i condomini a raccontare che Valentina Ventura aveva la pancia. Che era palesemente incinta, nonostante lei negasse quando qualcuno osava dirglielo, magari per congratularsi. Semplicemente. E com’è ovvio accada fra persone che si conosco da sempre. Ma lei negava. Con rabbia. Infastidita. Rimarcando piuttosto di essere «gonfia», magari «ingrassata» ma «non certo gravida». Anche ai carabinieri ha dichiarato di averlo scoperto soltanto al momento del parto. «Del resto per nove mesi» ha spiegato al comandante della Compagnia di Chivasso, Pierluigi Bogliacino, «ho avuto regolare mestruazione. Senza saltare nemmeno un ciclo».

Una versione che fa a pugni con quando Valentina diceva alla sorella Marianna, più giovane di 13 anni e che vive con papà Bruno in via Villafranca, dalla parte opposta di Settimo: «Il dottore ha sconsigliato me e Salvatore di mette al mondo altri figli, perché potrebbero ereditare la malattia del papà. Com’è già capitato alla nostra bambina che già comincia ad avere problemi». Sarebbe questo il movente del delitto? Si ipotizza. Perché di fatto anche il marito della signora, Salvatore Scalas, nega di essersi accorto della gravidanza. «Assolutamente». E spergiura, il padre, di non avere sentito arrivare le grida di dolore dal bagno del loro piccolo appartamento, mentre Valentina partoriva «in solitudine». E «da sola, con le forbici» tagliava il cordone ombelicale, separandosi dal bambino, prima di andare a ucciderlo.

A onore della “verità”, Salvatore, qualcosa ammette. Cadendo dalle nuvole, rammenta di avere udito «un miagolio». Ma vai a sapere che, probabilmente, era un vagito. L’uomo, che lavora come immobiliarista a poche centinaia di metri da casa, al momento non è indagato. Ai carabinieri, invece, è bastato salire nella casa di via Turati e vedere il tappeto del bagno. Imbrattato di sangue. Valentina, quello, non lo ha lavato. E anche le macchie che dal gabinetto portano al balcone, sono rimaste visibili ai controlli degli investigatori. Omicidio volontario aggravato dal grado di parentela, è l’accusa per questa giovane madre. Che una volta dimessa dall’ospedale Sant’Anna, dovrà andare in una cella delle Vallette.

La stessa prigione dove tanti anni fa (14 marzo 2002) era stata portata Annamaria Franzoni, la mamma di Cogne condannata a 16 anni per l’omicidio del figlio Samuele, che ne aveva tre. Qui, a Settimo però, non c’è il giallo. Al massimo «resta da chiarire la dinamica», spiega il procuratore capo di Ivrea, Giuseppe Ferrando. Mente Valentina, quando insiste di non essersi accorta di aspettare un bambino? Non dice la verità il compagno Salvatore, la cui malattia «ai nervi» ormai degenerata, gli impedisce di usare le mani come vorrebbe? Se così fosse, la sola cosa che cambierebbe sarebbe la tragedia a cui si aggiungerebbero altri strati di tragedia. Valentina ha premeditato l’omicidio confessato con disinvoltura «agghiacciante», sempre per usare le parole del procuratore? Anche se fosse, avrebbe senso punirla più di quanto lei non abbia già punito se stessa? «Dopo avere sostenuto l’interrogatorio con assoluta tranquillità» aggiunge il dottor Ferrando, «pensava persino di tornare a casa».

Questo delitto è la sintesi di un dramma «folle» (dice ancora il magistrato) che comincia da una donna e prosegue con tutti coloro che forse l’hanno lasciata sola. Che Valentina «mentisse e nascondesse quella gravidanza», lo sapevano in tanti. Se non tutti coloro che la conoscevano e la circondavano. E ha voglia il sindaco di Settimo, Fabrizio Pupo, a lanciare appelli: «Non dobbiamo farci guidare dagli istinti. Dobbiamo far sì che la breve vita di questo bimbo non sia stata inutile. Dobbiamo fare in modo che drammi come questo si possano evitare, dobbiamo…».

Resta la testimonianza dell’uomo che ha trovato il piccolo sull’asfalto: «Quando sono arrivato» piange «ho visto quel corpicino nudo e mi sono accorto subito che il bimbo era vivo. Ho gridato più che potevo e dal condominio si sono affacciati tutti. Dai balconi mi hanno lanciato asciugamani per coprirlo, perché la mia giubba era piccola e non bastava. Poi sono arrivati i soccorsi». Valentina non si è affacciata e non ha lanciato asciugamani. L’autopsia, nei prossimi giorni, dirà com’è morto Giovanni, subito dopo essere venuto al mondo, con i suoi tre chili di peso per 54 centimetri. Mentre l’avvocato Patrizia Mussano, difensore della mamma assassina, si prepara a chiedere la perizia psichiatrica.

A ottobre, la mamma assassina, si era licenziata dal bar di via Torino (a Settimo), dove aveva lavorato 13 anni. La signora Susanna (titolare del caffè), i suoi figli e gli avventori, la conoscono da sempre. E adesso faticano a dire di avere «voluto bene» all’autrice di un «atto tanto mostruoso». Aveva dato le dimissioni, Valentina Ventura, perché si era stancata di dover continuare a portare la piccola Nicole (la figlia di tre anni) dalla suocera.

«Preferisco campare con i soldi della disoccupazione e stare con la bambina, che ha problemi» dice Susanna. E così è stato. Era già incinta quando si è licenziata. Ma non lo ha detto. Al bar tutti ricordano le «sue infinite bugie» anche se assicurano, «noi le volevo bene, nonostante raccontasse balle su balle. Negava l’evidenza. Come quella volta in cui non si è presentata al lavoro dicendo alla titolare “Ma come? Ti ho mandato un messaggio!”.
Il messaggio invece non c’era. «E allora lei è andata in cantina a prendere le bottiglie, e da lì lo ha inviato. Era come se credesse che noi fossimo tanto stupidi da non capire che mentiva. Era disarmante. Ma Valentina è sempre stata una gran lavoratrice e una mamma affettuosa. Le volevamo bene e adesso ci fa tanta pena».

Un collega di Salvatore Scalas, bevendo un succo al bancone, aggiunge di avere incontrato Valentina la matitna di martedì. Dopo il delitto. «Saluta Salvatore, mi ha detto», come nulla fosse. «Lo sapevamo e lo sapevano tutti che era incinta. Era evidente. Aveva il pancione. Lei negava infastidita con chi glielo diceva, congratulandosi. E ognuno rispettava la reazione seppur incomprensibile. Vai a sapere che avrebbe fatto quel che ha fatto». La figlia Nicole, è stata affidata a una zia materna. Non ai genitori di Salvatore, che l’avevano sempre accudita nella loro casa al quartiere del Lingotto. La mamma di Valentina se n’era andata qualche anno fa, leucemia. Il padre Bruno, da allora, dicono i vicini di via Villafranca a Settimo, «si è lasciato andare. Beveva».

«E Valentina», per sua stessa ammissione ai carabinieri «non la vedeva da molto tempo e tantomeno sapeva aspettasse un altro figlio». Nessuno che sapesse. Nessuno che avesse preso a cuore le difficoltà di questa coppia che aveva problemi evidenti. Con Salvatore che, come dicono al bar «non riusciva più nemmeno a girare la chiave dentro la serratura. Si faceva aiutare ad aprire la portiera della macchina quando finiva di lavorare e doveva rientrare a casa da Valentina e Nicole». Eppure lui non riceveva alcuna pensione «non ne aveva fatto richiesta» dicono i colleghi «rifiutava l’idea di essere considerato un invalido». Diceva di stare bene. Mentiva Salvatore. Come ha mentito Valentina. Sui social, subito dopo il fermo, si è scatenata una pioggia di insulti e minacce di morte lanciate anche sul suo profilo Fb: “Mostro”, “sei un abominio”, “il peggio del peggio dell’umanità”, queste le parole più gentili. Si fa per dire.

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