“Nonna Peppa” 114 anni si fa operare al seno per prevenire tumori

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Si chiama Maria Giuseppa Robucci, ha 114 anni, ed e’ stata sottoposta il 27 giugno scorso ad intervento dall’Unita’ di Chirurgia Senologica dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza. La donna, considerata tra le piu’ longeve d’Italia, e’ tornata venerdi’ in ospedale per sottoporsi alla visita di controllo e alle medicazioni.

Una donna di ben 114 anni –  Maria Giuseppa Robucci – è stata sottoposta nei giorni scorsi a un intervento chirurgico al seno presso la Casa sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo. L’anziana, una delle donne più longeve d’Italia, venerdì scorso si è presentata in ospedale per sottoporsi alla visita di controllo e alle medicazioni del caso, mentre l’intervento era stato effettuato martedì 27 giugno.

Naturalmente vista la sua età Maria Giuseppa è stata sottoposta a un’attenta fase di valutazione preoperatoria in cui, assieme alla famiglia, sono stati soppesati vantaggi e svantaggi. “Il suo ottimo stato di salute e le sue condizioni cliniche ci hanno consentito di effettuare un intervento chirurgico ‘palliativo’ con l’obiettivo di prevenire la probabile insorgenza di complicanze molto serie e migliorare così la qualità della sua vita”, ha raccontato Roberto Murgo, direttore dell’unità di Chirurgia senologica.

Nella sua vita da record era stata ricoverata altre 2 volte, l’ultima a 111 anni quando è finita in sala operatoria per una frattura al femore. Il nuovo intervento risale al 27 giugno ed è andato bene, riferiscono dall’ospedale di Padre Pio dove la signora è tornata venerdì scorso per sottoporsi alla visita di controllo e alle medicazioni del caso. La decisione di intervenire è stata presa dopo un’attenta fase di valutazione pre-operatoria, in cui i medici hanno soppesato insieme alla famiglia vantaggi e svantaggi dell’operazione. “Il suo ottimo stato di Salute e le sue condizioni cliniche ci hanno consentito di effettuare un intervento chirurgico ‘palliativo’, con l’obiettivo di prevenire la probabile insorgenza di complicanze molto serie e migliorare così la qualità della sua vita“, riferisce Roberto Murgo, direttore dell’Unità di Chirurgia senologica che ha coordinato l’équipe operatoria con il contributo della collega Stefania D’Avolio, medico dell’Unità di Anestesia e Rianimazione I. “Alla nostra domanda ‘Come si sente Maria Giuseppa?’, ci ha risposto ‘Sto diventando vecchia’“, raccontano i camici bianchi. Nata il 20 marzo del 1903 a Poggio Imperiale, nel Foggiano, Maria Giuseppa ha avuto una vita semplice. Si è occupata dei suoi 5 figli accanto al marito, proprietario del bar di paese e piccolo viticoltore. A chi le domanda qual è il suo segreto, lei non ha dubbi: “La Santa Messa nella Chiesa di San Placido Martire – dice nonna Peppa – Fino a qualche anno fa ci andavo da sola, tutti i giorni“. Devotissima a Padre Pio, che ha potuto incontrare più di una volta durante la messa, quando salutava i fedeli dalla finestra della sua cella, Maria Giuseppa adora il pane e pomodoro. Ad assisterla a San Giovanni Rotondo è stata la figlia suor Nicoletta, delle Suore Sacramentine di Bergamo, trasferita nella comunità di San Severo per stare più vicina alla mamma. “Nostra madre è una donna forte – conferma la religiosa – Con la sua testimonianza ci ha insegnato il valore della preghiera, che ti sorregge e ti dà la forza di saper accettare con serenità tutto ciò che accade. Ringraziamo tutti gli operatori di Casa Sollievo della Sofferenza per l’assistenza e l’affetto, e a Padre Pio rivolgiamo infinita riconoscenza per aver pensato, costruendo quest’Opera, alle anime e ai corpi che soffrono. Andare incontro alle sofferenze degli uomini è un’opera grande e solo l’amore è in grado di fare qualcosa di così importante“.

Vi siete mai chiesti perché ci ammaliamo? Pensate alle condizioni in cui vivono gli animali: cervi, caprioli, lepri, ecc. devono sopportare spesso inverni, sotto un metro di neve, senza cibo, senza vestiti, senza un tetto e soprattutto senza medici. Gli animali non hanno bisogno di occhiali, di apparecchi acustici, e nemmeno dei dentisti, anche se non si lavano mai i denti. L’uomo moderno, nonostante viva in condizioni igieniche sicure, con abbondanza di cibo e in ambienti riscaldati, ha bisogno dell’ostetrica per nascere, del pediatra per crescere, del medico di base, e degli ospedali: tutti a puntellare la sua salute. Come mai l’uomo, che è riuscito a conquistare il mondo, è diventato così fragile?
Gli studiosi hanno ipotizzato che la razza umana si sia allontanata troppo dall’ambiente naturale in cui si è evoluta. Siamo vissuti per 2 milioni di anni a contatto con la natura, con un comportamento alimentare che è definito di tipo cacciatore-raccoglitore e sempre in movimento. Oggi abbiamo stravolto completamente il nostro stile di vita. Mai come negli ultimi 50 anni abbiamo oggi a disposizione una così abbondante disponibilità di cibo in generale, di zuccheri, di grassi, di alimenti nuovi, oggi anche modificati geneticamente e siamo diventati completamente sedentari tanto che oggi dobbiamo imparare a difenderci dalle MALATTIE DEL BENESSERE.

È un po’ come se dopo 50 anni di gare di Formula Uno, noi portassimo le macchine a correre l’ultimo Gran Premio su una strada di montagna piena di buche e di sassi. Automobili velocissime e supervincenti su asfalti lisci e levigati, diventerebbero macchine fragilissime, sempre rotte, con bisogno di assistenza continua. Abbiamo trasformato il mondo così pesantemente da renderlo inadeguato alla nostra salute. Viviamo sempre più a lungo ma ci ammaliamo sempre di più e sempre prima.
Lo capirebbe anche un bambino che se mettessimo nel serbatoio di una Ferrari del gasolio invece della benzina, probabilmente il suo motore si romperebbe. Mai più daremmo da mangiare al nostro gatto un bel piatto di insalata o ad una mucca una bella bistecca. E perché invece noi siamo così poco consapevoli dell’importanza di alimentare il nostro corpo in maniera giusta? Perché siamo così poco attenti a quello che ingeriamo? Ci preoccupiamo più delle crocchette che mangia il nostro cane di quello che ingerisce nostro figlio.
Forse ci arrivano quotidianamente troppi messaggi, spesso diversi e talvolta contraddittori che non sappiamo più a chi credere: un giorno leggiamo che le popolazioni vegetariane non hanno infarti e tumori perché non mangiano carne, ed il giorno seguente leggiamo una rivista che ci informa che gli Eschimesi non hanno infarti e tumori perché mangiano tanto pesce, trascurando peraltro di informarci che questi ultimi hanno un’alimentazione molto grassa e praticamente priva di cibi di origine vegetale. Probabilmente queste due popolazioni non hanno malattie degenerative perché si nutrono con il loro “carburante giusto”. Forse la razza umana ha sviluppato due “motori” diversi: uno che funziona meglio con cibi di origine vegetale e l’altro con cibi proteici. Purtroppo oggi non siamo in grado di sapere quale di questi due combustibili, ognuno di noi, riesca a sfruttare meglio. Probabilmente tra 20-30 anni saremo in grado di capire quale dovrebbe essere il “la giusta miscela” più adatta per ciascuno di noi.
Mi auguro che se avrete la pazienza di seguirmi in questo percorso riusciate a sviluppare una maggior consapevolezza sull’importanza dell’alimentazione e una maggior conoscenza del complicato, ma affascinante, tema che è la nostra alimentazione.

“Noi siamo quello che mangiamo.” Questo detto è ormai noto a tutti. Il nostro organismo è fatto di proteine, grassi, carboidrati, sali minerali e vitamine, assemblati in un ambiente “acquatico”. L’acqua rappresenta circa il 50-60% circa del peso corporeo. Più in dettaglio, si potrebbe dire che le proteine danno forma e struttura agli organi, i grassi rappresentano una riserva energetica “lenta”, mentre gli zuccheri forniscono energia di alta intensità. Vitamine e sali minerali sono gli strumenti di lavoro per le molteplici e complesse attività metaboliche che quotidianamente svolge il nostro organismo.
In condizioni di peso normale, circa il 15% dell’organismo, nel giovane maschio adulto, è costituito da grasso, mentre nella donna normopeso, il 25% del suo peso – circa un kg su 4, è fatto di grasso. La donna possiede una riserva di grasso maggiore di un 10% circa rispetto all’uomo, localizzata a livello gluteo-femorale, ovvero su fianchi e cosce, che viene utilizzata solo a scopo riproduttivo (Fig. 1).
Nelle donne il grasso delle cosce viene depositato sotto l’influsso degli ormoni sessuali femminili, ed è una riserva di grasso che viene mobilizzata solo nel corso degli ultimi 2 mesi di gravidanza e durante l’allattamento. Si potrebbe quasi dire che quel tipo di grasso appartiene al nascituro, quindi, in corso di dimagramento, le donne perdono il grasso sulla parte alta del corpo: viso, seno, tronco, ma fianchi e glutei non rispondono alle diete!
Nelle persone di peso normale la quantità di grasso ammonta a circa 10-12 kg, una riserva energetica tale che ci permetterebbe di sopravvivere circa 3 mesi senza mangiare, ma nelle persone in sovrappeso la quantità di grasso può giungere fino a 2030 kg o più e addirittura, negli obesi, può superare la metà del loro peso corporeo. In una donna di 100 kg, 50 circa sono di grasso!
A fronte delle decine di chili di grasso, il nostro organismo ha riserve di zuccheri che, con qualsiasi peso, ammontano a circa 7 etti, nemmeno un chilo! Tali riserve di zuccheri chiamate glicogeno sono localizzate in parte nel fegato – circa 100 g, detto glicogeno epatico, e in parte nei muscoli – circa 600 g, detto glicogeno muscolare.

Tali riserve di zuccheri ci danno una copertura energetica massima di 15 ore circa. Le riserve di grassi durano mesi, ma le riserve di zuccheri durano ore! Il glicogeno epatico serve al fegato per mantenere la glicemia costante, mentre il glicogeno muscolare non può uscire dai depositi, perché è a disposizione di ciascun muscolo per scappare velocemente o per lottare in caso di necessità.
Alcuni organi come il cervello, i globuli rossi, e la retina sono in grado di utilizzare come combustibile solo il glucosio e non i grassi. Scopo del nostro organismo è garantire a questi organi, un afflusso costante di glucosio al ritmo di circa 7-8 g all’ora. Anche dopo due giorni di digiuno il cervello reclama la sua razione di energia.
Ma se abbiamo delle riserve di glucosio che coprono al massimo 15 ore, e il cervello “mangia” solo glucosio come fa l’organismo a procurarselo?
Voi penserete: “Basta trasformare i grassi in zuccheri, visto che sono così abbondanti.” Ed invece questo non è possibile perché, mentre l’organismo trasforma gli zuccheri in grasso con estrema facilità, non è capace di compiere il processo inverso, convertire cioè il grasso in glucosio.
Per mantenere valori di glicemia costanti, dapprima è il fegato che svuota il suo serbatoio di glicogeno nel sangue, ma dopo 15 ore di digiuno, chi si fa carico di garantire il costante rifornimento di energia al cervello, sono i muscoli, i quali “sacrificano” le loro proteine strutturali, che saranno riversate nel sangue, catturate dal fegato, trasformate in glucosio, e poi quest’ultimo sarà immesso nel sangue per sfamare il cervello. In altre parole, si potrebbe dire che a digiuno il cervello “si mangia i muscoli”.
È per tale ragione che spesso diete squilibrate portano più ad una perdita di massa muscolare che non di grasso.

Glucosio, carburante speciale
Prima di iniziare la discussione di questo argomento vi ricordo che carboidrati, zuccheri e glucidi sono spesso intesi come sinonimi, quindi potreste sentir parlare indifferentemente di zuccheri semplici o di carboidrati semplici.
Il glucosio – che è uno zucchero semplice, è un carburante speciale che, a riposo viene utilizzato solo dal cervello, dai globuli rossi e da pochi altri organi, quale la retina. A riposo, i muscoli, le ossa, il cuore e praticamente tutti gli altri organi, utilizzano solamente grassi.
In un giorno il nostro corpo a riposo, consuma circa 180-200 g di glucosio, di cui il cervello 5-6 g all’ora, per un ammontare complessivo di circa 130-140 g al giorno, i globuli rossi consumano poco più di 1 g di glucosio all’ora, pari a 25-30 g al giorno. Tutti gli altri organi, a riposo consumano grassi e, complessivamente, solo altri 25 g circa quotidianamente. Questi dati sono sintetizzati nella tabella sottostante.

In natura il glucosio è il combustibile speciale utilizzato dai muscoli solo per situazioni particolari: per aggredire o per scappare. Pensate alla scena di un leone affamato, che lentamente si avvicina ad una gazzella che bruca l’erba. In quel momento entrambi gli animali stanno ancora bruciando grassi. Improvvisamente il leone parte all’attacco, velocissimo, prima che la gazzella realizzi di essere aggredita. A sua volta la gazzella, appena avvisato il pericolo, inizierà a correre il più velocemente possibile. La sopravvivenza dipenderà dalla capacità dell’uno o dell’altro di sfruttare al meglio le riserve muscolari di glucosio – il glicogeno. Talvolta vince l’aggressore, talvolta vince l’animale in fuga. Chissà quante volte, nel corso della sua evoluzione, anche l’uomo si sarà trovato in queste condizioni, di aggredito o di aggressore.

Il glucosio è dunque il super carburante che permette all’animale di esprimere tutta la sua forza e la sua velocità. Il consumo di zuccheri solo sotto sforzo aumenta in base all’intensità dell’esercizio, più è intenso e tanto maggiore sarà il contributo del glucosio. Il glucosio è dunque il combustibile del cervello e dell’emergenza. Andiamo a vedere adesso il percorso che compie il cibo nel nostro organismo, e per facilitarne la comprensione, seguite lo schema seguente.
Immaginatevi un soggetto che stia mangiando o bevendo. Il cibo o la bevanda transitano attraverso l’esofago, giungono allo stomaco e vi rimangono per il tempo necessario alla sua digestione (nel caso di una bevanda la permanenza sarà brevissima), passano nell’intestino, dove viene completata la digestione e viene effettuato l’assorbimento dei nutrienti. L’intestino assorbe zuccheri, grassi, proteine, ecc. e li riversa nel sangue che affluisce al fegato.
Il nostro corpo è munito di un “lettore di glicemia” che è rappresentato dal pancreas, la cui funzione è quella di mantenere la quantità di glucosio costantemente tra gli 80 ed i 120 mg/dl. Per fare ciò, il pancreas, produce due ormoni: l’insulina quando la glicemia sale, e il glucagone quando la glicemia scende. Tra gli 80-120 mg/dl l’attività di questi due ormoni si equivale.
Dopo un pasto, il sangue ricco di nutrienti stimolerà il pancreas a rilasciare l’insulina, la quale, a sua volta, autorizzerà i muscoli a prelevare glucosio dal sangue per farne scorte e riempire i “serbatoi”.
Successivamente, una volta soddisfatte le esigenze dei muscoli, l’insulina si rivolgerà al fegato per informarlo di riempire il suo “serbatoio di glicogeno epatico”, mentre il cervello, imperterrito, continua a consumare, giorno e notte, i suoi 6 g di glucosio all’ora.

Prendiamo ora in considerazione la situazione di un soggetto che abbia concluso una seduta di allenamento da poco (Fig. 2). I suoi muscoli, affaticati, avranno dato fondo alle riserve di glicogeno (= riserva di glucosio), saranno molto “affamati” e bisognosi di rifare nuove scorte di energia. I muscoli devono essere sempre pronti per scappare o per attaccare. Oggi lo sport, e l’attività fisica in genere, sublimano quelle condizioni di attacco o di fuga che quotidianamente si presentano in natura.

Il cibo una volta digerito, metterà in circolo glucosio, che, trasportato dal sangue, giungerà a disposizione dei muscoli, i quali, dopo lo sforzo saranno molto sensibili all’azione dell’insulina, esporranno sulla superficie delle cellule i recettori per l’insulina, pronti a captarne i segnali che consentano loro di prelevare glucosio dal sangue. Ogni cellula può arrivare ad esporre fino a 10.000 recettori per l’insulina. Una volta che sia avvenuto il contatto tra insulina e recettore, i muscoli ricevono l’autorizzazione al prelievo di glucosio dal sangue. La cellula muscolare esporrà allora sulla sua superficie i trasportatori del glucosio, i quali, attraverso i loro canali, consentiranno il passaggio del glucosio dentro la cellula. Senza l’autorizzazione dell’insulina i muscoli non possono prelevare glucosio dal sangue, perché è il combustibile riservato al cervello. Solamente sotto sforzo i muscoli espongono i trasportatori di glucosio dentro la cellula a prescindere dall’autorizzazione dell’insulina, perché l’importante, prima di tutto è portare a casa la pelle!!!
Una volta che i muscoli abbiano completato le scorte di glicogeno, ritirano i recettori dell’insulina ed i trasportatori del glucosio dentro la cellula, pronti a riesporli rapidamente solo dopo un nuovo sforzo, quando le scorte di glicogeno siano state nuovamente consumate. I muscoli “saziati” o inattivi diventano così insulino-resi- stenti, ovvero assolutamente sordi agli stimoli ed alle sollecitazioni dell’insulina di rimuovere il glucosio dal sangue, anche perché non avrebbero materialmente lo spazio per accumulare maggiori quantità di glicogeno. I muscoli senza l’informazione veicolata dall’insulina sono completamente ciechi ed ignari sulla disponibilità di nutrienti nel sangue. Ecco perché i diabetici, in particolare quelli di I tipo, che non producono più insulina, pur avendo valori estremamente elevati di glicemia, sono sempre stanchi e privi di energia, perché i loro muscoli non ricevono il consenso al prelievo di glucosio dal sangue veicolato dall’insulina.
Vediamo ora cosa succede nel soggetto sedentario (Fig. 3). I muscoli di una persona inattiva avranno sempre i serbatoi di glicogeno costantemente pieni, perché come detto, i muscoli a riposo bruciano solo grassi. Il glucosio è il carburante per lo sforzo. Il sedentario si troverà dunque in una condizione costante e continua di relativa iperglicemia (= eccessiva quantità di glucosio nel sangue), perché non compensata dal consumo muscolare. Il pancreas, leggendo valori di glicemia costantemente elevati produrrà una maggior quantità di insulina, e ben presto si viene ad instaurare una condizione di insulino-resitenza muscolare ed iperinsulinemia (= eccessiva quantità di insulina nel sangue). L’eccessiva quantità di glucosio nel sangue configura il diabete. L’eccessiva quantità di insulina con insulino-resistenza configura la Sindrome Metabolica. La Sindrome metabolica è considerata oggi, accanto al fumo ed all’ipercolesterolemia, la principale causa di aumentato rischio cardiovascolare.

Il fegato, la centrale del nostro metabolismo
Immaginate ora la situazione di un soggetto sedentario che si mangi una fetta di crostata accompagnata da un bel bicchiere di una qualsiasi bevanda zuccherata. Nel giro di 1-2 ore entreranno in circolo più di 100 g di zuccheri, che faranno impennare la glicemia, che non potranno essere rimossi dai muscoli, perché nel sedentario le riserve di glicogeno sono sempre costantemente al completo. Se 16 g di glucosio (8 g all’ora) vengono consumati nell’arco delle due ore, gli altri 84 g che fine faranno?
A questo punto entra in gioco il fegato che si incarica di prelevare il glucosio in eccesso dal sangue e lo immagazzina sottoforma di glicogeno epatico. Come detto, il glicogeno epatico, a differenza di quello muscolare, può essere demolito e nuovamente immesso in circolo, sottoforma di glucosio, per sostenere la glicemia durante le ore di digiuno (Fig. 4).
Una volta completate le riserve di glicogeno, il fagato smaltisce il glucosio per altre vie. La principale e più importante è quella della produzione di grasso.
È noto a chiunque che i dolci fanno ingrassare, poiché per il fegato è molto facile produrre grasso a partire dal glucosio. Il fegato “smantella” il glucosio nei suoi minimi elementi strutturali e li “riassembla” in lunghe catene di grasso Le catene di grassi appena prodotte a partire dagli zuccheri, danno luogo alla produzione dei trigliceridi, ovvero il fegato lega tre molecole di grasso ad una di glicerolo e li immagazzina temporaneamente dentro grosse gocce lipidiche. Questa è la condizione che configura la “steatosi epatica”, altrimenti detta “fegato grasso”. Il fegato appare ingrossato, molliccio, e di un colore pallido, infarcito di questi depositi di grasso.
Successivamente il fegato riversa i trigliceridi nel sangue e li avvia ai depositi di tessuto adiposo presenti dentro l’addome e sotto la cute di tutto il corpo. Dopo l’aumento della glicemia determinato dall’assorbimento della fetta di torta, seguirà dunque un aumento dei trigliceridi. È per questa ragione che si afferma che i trigliceridi sono più strettamente legati al metabolismo degli zuccheri che non a quello dei grassi.
Vi ricordo che in natura lo zucchero è scarsamente presente, e che in Europa è arrivato con la scoperta dell’America, poco più di 500 anni fa. All’inizio del 1900 avevamo un consumo di zucchero che era di circa 1 kg per ogni persona all’anno, oggi consumiamo circa 28 kg di zucchero procapite annui! E poi ci stupiamo se il diabete è in continuo aumento?!?
Forse negli ultimi 20 anni ci siamo focalizzati troppo sul rapporto tra grassi e salute, trascurando che anche l’assunzione di eccessive quantità di zuccheri sono altrettanto dannose. Abbiamo un po’ sottovalutato il rischio legato all’assunzione di bevande zuccherate e all’assunzione di eccessive quantità di amidi raffinati come il pane bianco. Indubbiamente i cereali integrali sono molto meno dannosi.

Insulina, ormone dell’abbondanza
La lunga introduzione sul metabolismo dei carboidrati era indispensabile per sottolineare il fondamentale ruolo svolto dall’insulina, non solo nella regolazione della glicemia, ma anche nel promuovere la produzione e l’accumulo di grasso e nel favorire la produzione di colesterolo. Se osservate la figura 6 potete capire come il ruolo del fegato nel nostro metabolismo sia fondamentale. Da una parte il glucosio ed i grassi di origine alimentare entrano all’interno delle cellule del fegato, sotto l’azione permissiva dell’insulina, e, a partire da essi, viene avviata la produzione di trigliceridi e di colesterolo.

Il colesterolo è una molecola fondamentale per tutte le nostre cellule, è un elemento strutturale delle membrane ed è indispensabile per la produzione di numerosi ormoni. Data la sua importanza, il fegato si incarica di produrre il colesterolo per tutti gli organi e lo produce in quantità direttamente proporzionale alla quantità di grassi saturi presenti nella nostra dieta. Per produrre il colesterolo è sempre indispensabile l’intervento dell’insulina. Vedete come le vie metaboliche della trasformazione del glucosio e dei grassi si incrociano frequentemente.
Ma un’alimentazione troppo ricca di zuccheri semplici può portare anche alla formazione di acido urico. Nella figura ho rappresentato l’acido urico con una piccola crocetta, perché da esso si possono formare dei piccoli cristalli che bloccano le articolazioni e causano il tipico attacco di gotta all’alluce, che risulta essere talmente doloroso da non permettere di sopportare nemmeno il peso del lenzuolo.
Chissà quante volte il vostro medico, in presenza di valori elevati di acido urico nel sangue, vi ha consigliato di ridurre il consumo di carne, e faceva benissimo. Ma quello che si è osservato negli ultimi anni è che anche un’alimentazione ricca di zuccheri favorisce la produzione di purine, sostanze dal cui smaltimento si produce poi acido urico. Se nell’individuo normale la produzione di acido urico a partire dagli zuccheri è minima, nella sindrome metabolica tale via è invece preponderante. Ma non è finita. Un’azione poco nota dell’insulina, è quella di favorire una ritenzione di sodio, il quale a sua volta trattiene una maggior quantità di liquidi e, come è noto, favorisce l’ipertensione.
Ricapitolando, valori elevati di glicemia fanno aumentare l’insulina, che a sua volta obbliga il fegato ad una superproduzione di colesterolo, di acido urico e di trigli- ceridi che, accumulati nei depositi di grasso dentro l’addome, danno un aumento della circonferenza della vita.
Ipertrigliceridemia, ipercolesterolemia, ipertensione ed iperuricemia sono dunque spesso causate da un’eccessiva quantità di insulina circolante. Se vogliamo ridurre il rischio vascolare, dobbiamo imparare cosa e come mangiare per tenere bassa l’insulina nel sangue.

C’è chi a 40 anni entra il crisi per essere entrata nel «club degli anta» e chi a 114 anni, un’intervento al seno superato alla grande, con una lacrima sul volto ammette di star bene ma di stare «invecchiando».

Maria Giuseppa Rubucci, classe 1903, due guerre Mondiali alle spalle, negli scorsi giorni è stata sottoposta ad un intervento chirurgico al seno presso la Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Sarà lo spirito di Padre Pio, sotto la cui egida è nato l’ospedale, e la preparazione dell’equipe di Chirurgia senologica, diretta da Roberto Mopurgo, fatto sta che la signora Maria Giuseppa a pochi giorni dall’operazione è in formissima.

L’intervento è stato effettuato lo scorso 27 giugno, preceduto da un attenta fase di valutazione preoperatoria. I medici hanno messo di fronte alla famiglia vantaggi e svantaggi dell’intervento. «Il suo ottimo stato di salute e le sue condizioni cliniche ci hanno consentito di effettuare un intervento chirurgico “palliativo” con l’obiettivo di prevenire la probabile insorgenza di complicanze molto serie, come ulcere e intereventi continui e migliorare così la qualità della sua vita», ha spiegato Murgo, che ha coordinato l’equipe di sala operatoria, con il contributo della collega Stefania D’Avolio, medico dell’Unità di Anestesia e Rianimazione. Tornata per i controlli l’ultracentenaria ha raccontando di sentirsi bene. L’ultima ospedalizzazione risale a tre anni fa quando ha dovuto affrontare un intervento alfemore. Il segreto della sua longevità è la preghiera: «La santa messa nella chiesa di San Placido Martire, fino a qualche anno fa ci andavo da sola a piedi». Nonna Peppa vive a Poggio Imperiale, ha 5 figli, una delle quali religiosa: suor Nicoletta, che da qualche anno ha lasciato Bergamo per vivere vicino alla mamma. «Nostra mamma», racconta, «è ima donna forte», ha spiegato suor Nicoletta. «Con la sua testimonianza d ha insegnato il valore della preghiera, che ti dà la forza di saper accettare con serenità tutto ciò che accade».

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