Obesità, individuato il gene che brucia i grassi e li disperde sotto forma di calore

L’obesità è una condizione medica caratterizzata da un eccessivo accumulo di grasso corporeo che può portare ad effetti negativi sulla salutem con una conseguente riduzione dell’aspettativa di vita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito l’obesità attraverso l’indice di massa corporea, ovvero un dato biometrico che mette a confronto il peso con l’altezza e dunque sono considerati obesi quei soggetti che presentano l’indice di massa corporea maggiore di 30 kg/m2, mentre gli individui con un indice di massa corporea compresa tra 25 e 30 kg/m2 sono ritenuti in sovrappeso.

Secondo quanto emerso da una recente scoperta, pare che ci sia un gene capace di regolare la capacità del tessuto adiposo di bruciare i grassi e permettere di disperderle sotto forma di colore.

Si tratta del gene istone deacetilasi 3, scoperto dai ricercatori dell’Università degli Studi di Milano, i quali hanno osservato che questo gene regola la capacità del tessuto adiposo di bruciare i grassi e permette di disperderle sotto forma di calore. I ricercatori in questione, inoltre, hanno osservato che disattivandolo, si attiva un cambiamento radicale del metabolismo nel tessuto adiposo bianco, ovvero la sede principale per l’accumulo di grasso come riserva di energia dei mammiferi. Lo studio è stato pubblicato su Nature Communications ed è stato condotto da un gruppo di ricercatori guidati da Maurizio Crestani del laboratorio Giovanni Galli di biochimica e biologia molecolare del metabolismo e di spettrometria di massa Dipartimento di Scienze Farmacologiche e biomolecolari della statale.

Come già detto, sembra che i ricercatori abbiano notato come l’inattivazione del gene, ovvero l’istone deacetilasi 3, nel tessuto adiposo provochi l’aumento del metabolismo ossidativo dei mitocondri, ovvero le centrali energetiche delle cellule.“Questi risultati mettono in luce nuovi meccanismi di regolazione delle cellule adipose. È interessante notare che, secondo le nostre osservazioni, l’istone deacetilasi 3 sembra agire come un ‘freno molecolare’ del metabolismo ossidativo che brucia i grassi nel tessuto adiposo bianco e impedisce la produzione di calore. Se riuscissimo a modulare questo ‘freno’ nel tessuto adiposo bianco, potremmo trovare un modo per favorire la riduzione dei grassi accumulati e quindi il peso corporeo, soprattutto nei soggetti sovrappeso o obesi”, ha dichiarato Crestani.

Questo interessantissimo studio, è stato realizzato anche grazie al sostegno di Fondazione Cariplo nell’ambito del bando per il sostegno di progetti di ricerca sulle malattie legate all’invecchiamento e grazie anche alla collaborazione dei ricercatori dell’Università di Losanna in Svizzera, della Vanderbilt University a Nashville Tennessee (Usa) e dell’Irccs Istituto scientifico San Raffaele di Milano. “La comprensione dettagliata di questi meccanismi aprirebbe la strada alla messa a punto di nuove terapie per l’obesità, una patologia in forte aumento anche in Italia che ha gravissime conseguenze sulla salute e sulla qualità della vita e che aumenta il rischio di sviluppare altre patologie quali il diabete di tipo 2, le malattie cardiovascolari e i tumori”, conclude Crestani.

l’Italia? Si porta dietro sei milioni di obesi. E come per gli altri Stati nel mondo, a causare la crescita di questa condizione è l’uso frequente di cibi già pronti e la sedentarietà in crescita.

 La crescita di diabete e dell’obesità nei centri urbani, tuttavia, può essere combattuta. La collaborazione tra professionisti della salute, esperti del mondo delle attività motorie e sportive, amministratori, urbanisti, mondo scientifico e gli stessi cittadini può trasformare le nostre città e renderle luoghi più adatti, a prova di diabete e obesità. In Italia è già in atto da qualche anno un intervento in questa direzione: il progetto Città per Camminare e della Salute, iniziativa patrocinata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, dal Ministero della Salute, dal Senato della Repubblica e dal CONI, ideata dalla Scuola del Cammino e oggi affiancata da progetti speciali della FIDAL, è studiata per offrire opportunità concrete per promuovere attività motoria e stili di vita salutari, fattori alla base della prevenzione di queste malattie. “Non è necessario essere un atleta professionista – ha spiegato Maurizio Damilano, pluri-campione olimpico e mondiale di marcia e presidente della ‘Scuola del cammino’ – per essere in salute va benissimo spostarsi a piedi, utilizzare con più regolarità il cammino, ancor meglio se a passo veloce.

Per questo abbiamo ideato un progetto, divenuto un’applicazione per smartphone, che offre una proposta e soluzioni per muoversi, a costo zero, in centri urbani a misura d’uomo. Sono stati individuati numerosi percorsi in tutta Italia ideali per camminare in città, adatti ad una pratica motoria semplice, ma efficace dal punto di vista della prevenzione salutistica. In questo modo si preserva e potenzia la propria salute e nel contempo si possono apprezzare le bellezze culturali e naturali delle nostre città”.
“Il diabete e l’obesità comportano non solo un costo sociale importante, ma anche un rilevante impatto economico sulle risorse del Sistema sanitario. Purtroppo sono malattie in continua crescita e la prevenzione, soprattutto quella definita primaria, che agisce modificando stili di vita e alimentari scorretti, è l’arma più efficace per affrontarli. Aver individuato nel binomio cammino e città uno strumento per combattere le malattie metaboliche, dando ai cittadini e agli amministratori uno strumento tanto semplice quanto efficace, è senza dubbio meritorio”, ha dichiarato la Sen. Laura Bianconi, Presidente del gruppo di Alternativa popolare al Senato e componente della Commissione igiene e sanità.

Da questi presupposti nasce anche Cities Changing Diabetes, un ambizioso programma volto a far fronte alla sfida che il diabete pone nei grandi centri abitati. Partito da Città del Messico nel 2014, dopo aver toccato Copenhagen, Houston, Shanghai, Tianjin, Vancouver, Johannesburg è approdato a Roma, metropoli scelta per il 2017 dal progetto promosso dall’University College London (UCL) e dal danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, con l’obiettivo di studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia. “Nelle città aderenti al programma i ricercatori svolgono indagini per individuare le aree di vulnerabilità, i bisogni insoddisfatti delle persone con diabete e identificare le politiche di prevenzione più adatte e come migliorare la rete di assistenza. Il tutto nella piena collaborazione tra le diverse parti coinvolte”, ha spiegato Andrea Lenzi, in qualità di coordinatore del progetto in Italia. “L’obiettivo del programma è quello di creare un movimento unitario in grado di stimolare, a livello internazionale e nazionale, i decisori politici a considerare prioritario l’urban diabetes, il fenomeno che vede le città protagoniste del crescente aumento del numero di persone con diabete e quindi in prima linea nella lotta alla malattia”.

In particolare è stato annunciato che, all’interno del programma Cities Changing Diabetes per Roma, si è già realizzato il Passaporto “Roma Città per il Cammino e della Salute”, che prevede 22 percorsi urbani validati per camminare nella Capitale per un totale di circa 150 km, che verranno portati a 250 km per un totale di 50 percorsi complessivi.

Quanto deve durare una prima visita e i controlli? Questo aspetto è paradossalmente sottovalutato sia a livello nazionale che internazionale in un momento storico in cui si cerca di pianificare e ottimizzare, quasi solo sotto l’aspetto economico, qualsiasi aspetto dell’operato sanitario. A livello nazionale continua ad essere stimato in 15 minuti il tempo medio per una visita in una struttura pubblica, con l’eccezione per quelle di tipo psicologico-psichiatrico. Nonostante al paziente obeso si prescrivano mediamente più farmaci che al non obeso, il tempo medio di durata della visita non sembra differisca significativamente da quello per i non obesi, anche se il trend è di una maggiore lunghezza. Studi e indicazioni al riguardo sono pressoché inesistenti. I parametri da considerare per fornire un indirizzo sono relativi al numero di passaggi pianificati (anamnesi, esame obiettivo, motivazioni e aspettative del paziente, definizione degli obiettivi e della strategia terapeutica, prescrizione del piano nutrizionale, ecc.) , alla quantità d’informazione che si vuole fornire, rammentando che il paziente assimila solo una piccola percentuale di quanto viene detto e, infine, al costo da proporre. Dall’esperienza di esperti emerge che un tempo medio ragionevole per una prima visita si collochi tra i 45 e 75 minuti e per un controllo tra i 20 e 30 minuti.

Quanto è importante l’esempio dei sanitari?

È scontato il ruolo dei professionisti della salute nella promozione di misure preventive e nell’incoraggiare verso corretti stili di vita. Altrettanto, ma solo in teoria, è l’assunto che debbano costituire un esempio per i propri pazienti, specie se in sovrappeso od obesi. In realtà si stima che non meno di un terzo degli operatori sanitari (con trend in crescita) abbiano difficoltà nel proporre adeguati stili di vita, a causa di una bassa autostima determinata dalla consapevolezza dell’incongruenza tra il loro fare e consigliare. Per essere convincenti e rassicuranti bisogna allora adoperarsi per il migliorare il proprio livello di coerenza .

Meglio la terapia individuale o di gruppo?

Alcuni studi dimostrano come l’intervento psico-educazionale individuale o di counseling risulti debole in termine di efficienza richiedendo risorse eccessive. La terapia di gruppo (cognitivo-comportamentale finalizzata alla modifica degli stili di vita) sembra più efficace rispetto al trattamento individuale, specie se associata a attività fisica. Gli outcome più favorevoli sono relativi all’entità della perdita di peso, della riduzione della massa grassa , dei drop out, associati per lo più alla giovane età ed una migliore immagine di sé10 e a un miglior controllo nell’assunzione di cibo a 12 mesi11. La terapia di gruppo dell’obesità è pertanto da privilegiare specie in ambito pubblico.

Quale il tempo pedagogico per il paziente obeso?

Il decremento ponderale non può essere considerato il principale obiettivo del trattamento dell’obeso. La stabilizzazione del peso nel tempo è vincolata all’apprendimento pedagogico dell’autogestione della patologia. È stato stimato che all’atto della visita un paziente porta mediamente 1,2-3,9 problemi. Il curante ne scopre circa il 50% 12. Raramente indaga sui seguenti quesiti: “come viene raccolto all’esterno ciò che egli dice?”, “chi è il referente dei suoi messaggi nei diversi contesti in cui vive?”.

La percezione delle conseguenze di sovrappeso od obesità sulla salute variano da individuo ad individuo ma sopratutto con l’etnia. Per insegnare al paziente è necessario adeguare ed affinare le tecniche di comunicazione, oggi troppo spesso inadeguate. Il personale sanitario tende a sovrastimare le capacità cognitive dei pazienti. Un paziente con patologia cronica, specie se over 65 riduce sensibilmente il livello di comprensione alla lettura (5° livello su 12, con una media di 8°-9° livello). Questo significa che il linguaggio orale o scritto che deve essere utilizzato deve essere preliminarmente testato. Da tenere sempre presenti le comuni barriere all’apprendimento: rabbia, negazione, paura, ansietà, credenze sulla salute, differenze di linguaggio, disabilità fisiche, dolore, imitazioni cognitive, pratiche religiose, età, comorbosità, disponibilità economica, distanza dal centro clinico. Altro fattore rilevante nel caso di obesità complicata l’aderenza terapeutica, inversamente proporzionale al numero delle dosi e all’entità della modifica del proprio stile di vita.

Gli argomenti generalmente affrontati dai sanitari riguardano la responsabilità, le barriere al trattamento, il target di utenza, le informazioni introduttive . L’attenzione sulle modalità di comunicazione16 sono indirizzate principalmente ai termini del linguaggio e allo stile. I medici di medicina generale utilizzano ancora insufficientemente analisi sistematiche sullo stile di vita nei loro pazienti. Non più del 30% motiva il paziente obeso alla perdita di peso. Sono molto scarse le evidenze relative agli effetti di sollecitazioni da parte di società scientifiche e/o istituzioni per lo screening dell’obesità20. Un counseling adeguato migliora la perdita di peso nel lungo termine in almeno un terzo dei pazienti. Il tempo pedagogico per il paziente obeso deve essere pertanto stimato nell’ordine di qualche anno da inserire nella strategia terapeutica.

Come valutare il gradimento dei paziente

Il rilevamento della qualità percepita, cioè del gradimento al trattamento da parte del paziente, è una componente fondamentale della qualità della prestazione erogata. Inoltre, il miglioramento della qualità della vita dell’obeso, ridotta rispetto al normopeso, diventa uno degli obiettivi prioritari del trattamento, ma deve essere adeguatamente monitorata. Recentemente è stato validato un questionario specifico per l’obesità: il “Laval Questionnaire”. Questi due aspetti: gradimento del trattamento ricevuto e qualità della vita, sono tra loro strettamente correlati. Se sulla qualità della vita è disponibile una certa quantità di lavori scientifici, insufficienti sono quelli relativi alla qualità percepita del trattamento e indirizzati prevalentemente al trattamento bariatrico. In questo caso si è riscontrata soddisfazione sia sotto il profilo fisico che sociale. Si raccomanda pertanto di predisporre una rilevazione sistematica del gradimento al trattamento, con campionamento e frequenza adeguate,fondamentale per il miglioramento professionale continuo.

Modificazioni dello stile di vita
Dieta
Un contributo sostanziale all’Epidemia di Obesità e Sovrappeso sia nei Paesi occidentali che in via di sviluppo è stato dato dall’incremento nei consumi, sia in età evolutiva che adulta, di alimenti ad alta densità energetica ma di basso valore nutrizionale ( alimenti con grasso visibile, soft drinks con dolcificanti calorici, prodotti da forno / snacks, dolciumi ), cui va aggiunta la forte contrazione dell’esercizio fisico regolare sia durante il lavoro che nel tempo libero e negli spostamenti dalla propria residenza.

La terapia non farmacologica dell’Obesità e Sovrappeso va pertanto indirizzata alla correzione di abitudini alimentari errate ed alla ripresa di un’attività fisica compatibile con le condizioni cliniche attuali del paziente: in altre parole spesso occorre instaurare un programma di riabilitazione fisica e nutrizionale. Tale intervento integrato, se adeguato, non è solo correttivo ma potenzia l’efficacia delle singole componenti, essendo ben nota la interazione tra tipo di alimentazione e tipo di esercizio muscolare praticato, ed ottimizza l’impiego dei farmaci necessari per le eventuali associazioni morbose. L’intervento di correzione dell’ obesità, in assenza di altre specifiche indicazioni terapeutiche, deve mirare alla riduzione di circa il 10 percento del peso iniziale, soprattutto nel caso di obesità di I o II grado , o di franco sovrappeso, in un tempo ragionevole, da 4 a sei mesi. Solo in caso di obesità di III grado la necessità della riduzione di peso iniziale risulta essere superiore a questa quota convenzionale del 10%.

In sostanza è stato possibile osservare che la stabile perdita del 10 % del peso corporeo iniziale, ottenuta con perdita prevalente di tessuto adiposo, è adeguata a correggere la componente morbigena dovuta alla eccessiva a diposità. Ogni intervento dietetico, praticato sia nell’ambito delle Istituzioni pubbliche che private, non dovrebbe mai tralasciare una componente di semplice ma completa informazione ed educazione alimentare. Solo in caso di un evidente sospetto di disturbo della condotta alimentare correlabile ad un disturbo della personalità vi è l’indicazione ad un intervento clinico-diagnostico di tipo psicoterapico.

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