Omicidio Roberta Ragusa, le motivazioni della condanna: “Antonio Logli bugiardo”

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“Un uomo dall’indole menzognera e con una consistente insensibilità d’animo palesata non solo nei riguardi di Roberta, ma anche di Sara, che costringe a una vita da perenne amante”, si legge nelle motivazioni della sentenza di condanna di Antonio Logli.

Antonio Logli è stato condannato per l’omicidio della moglie, Roberta Ragusa, perché “è un bugiardo e ha reiteratamente e pervicacemente tentato di mistificare la realtà“. Questa la convinzione del giudice dell’udienza preliminare Elsa Iadaresta che lo scorso dicembre ha condannato a 20 anni, al termine del processo con rito abbreviato, Antonio Logli, accusato dell’omicidio volontario e della distruzione del cadavere della moglie Roberta Ragusa. L’uomo avrebbe in più occasioni fornito una versione differente rispetto alla realtà e sempre smentita dalle indagini che presero il via dopo la scomparsa della moglie Roberta Ragusa, svanita nel nulla nella notte a cavallo tra il 13 ed il 14 gennaio 2012 dalla sua abitazione di Gello di San Giuliano Terme. Non solo “ha mentito sulla profonda crisi che attraversava da tempo il suo matrimonio” e sulla “relazione extraconiugale con Sara Calzolaio, iniziata nel 2004 e che ha riferito solo il 16 gennaio 2012 allorché la donna lo mise alle strette”, ma non ha detto la verità anche in molte altre circostanze.

L’associazione Penelope ha espresso tutta la sua soddisfazione, molto forti le parole dell’avvocato Nicodemo Gentile che ha così commentato le motivazioni rese note solo oggi: “Il giudice ha ricostruito quanto da noi sostenuto circa l’indole menzognera del Logli che ha sempre negato anche quando era impossibile mentire: resta il dolore umano pensando ai figli e a Roberta che domani avrebbe compiuto 50 anni”. “Logli è il protagoniosta di una galassia di menzogne che non risparmiava nessuno”.

E ancora: Antonio Logli “ha mentito sulle modalità con le quali si era procurato i graffi alla tempia, sullo zigomo sinistro e sulla mano sinistra: tutte lesioni compatibili con una colluttazione” mentre lui “in un caso ha riferito di esserseli procurati sbattendo contro uno spigolo, nell’altro ha dichiarato alla Pg di essersi graffiato contro i rami del suo ulivo in giardino“. Logli continua a sostenere che Roberta si sia allontanata da sola in un momento di scarsa lucidità, dopo una caduta dalle scale prima della scomparsa.

Soprattutto ha mentito sul suo alibi visto che “lungi dallo stare in casa e a letto, quella sera uscì”, venendo visto da numerosi testimoni, e “perché sicuramente usò la Ford che poi frettolosamente parcheggiò in un posto diverso (e meno visibile) di quello usuale”.

Adesso il legale di quest’ultimo, Roberto Cavani, avrà a disposizione circa 45 giorni di tempo per presentare ricorso in appello contro la condanna. Intanto i giudici fiorentini, Presidente Livio Genovese, a latere Elisabetta Pioli e Pierfrancesco Magi, hanno integrato l’obbligo di dimora notturno a carico di Antonio Logli con il divieto di espatrio ed una reperibilità, comunicare preventivamente i luoghi in cui sarà rintracciabile.

Può sembrare strano ai più che Antonio Logli non sia in galera dopo la condanna a vent’anni di prigione inflittagli dal Giudice penale del rito abbreviato; rito scelto dall’imputato dopo che la Cassazione aveva annullato il suo proscioglimento in sede di udienza preliminare. Il cinquantenne della provincia di Pisa è stato ritenuto colpevole dell’omicidio volontario della moglie Roberta Ragusa, scomparsa misteriosamente in una gelida notte del gennaio 2012. Logli non è in prigione perché l’articolo 27 della nostra Costituzione, per fortuna, dice che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Con un piccolo compromesso un po’ ipocrita i nostri costituenti non lo hanno voluto considerare innocente ma solo non colpevole; però va bene naturalmente così, il principio è salvo.

Dunque nessuno può essere imprigionato prima che la sentenza di condanna non sia più impugnabile ma, a tutela della collettività, esistono norme che consentono in via eccezionale la carcerazione anche prima di quel momento purché ricorrano gravi e fondati motivi. Questi sono il pericolo che l’imputato in libertà possa occultare o inquinare le prove del suo reato; il pericolo attuale e concreto che egli si dia alla fuga oppure il rischio, in base a comportamenti e atti concreti rilevati dal Giudice, che lo stesso imputato commetta altri delitti. Il magistrato che ha condannato Logli ha evidentemente escluso tutte queste ipotesi, considerato che ne bastava anche una sola per chiuderlo in cella in attesa dei prossimi giudizi che, sia chiaro, ben potrebbero dichiarare la sua più completa innocenza. È ovviamente giusto così, con buona pace dei più rigorosi giustizialisti, ed è giusto così anche se Logli fosse colpevole e così dovesse risultare all’esito di tutti i gradi di giudizio.

Con la libertà personale e con i diritti costituzionalmente garantiti non si scherza. A maggior ragione, poi, tenuto conto che questo imputato è risultato talmente innocente agli occhi di un primo giudice, da essere mandato prosciolto addirittura in sede di udienza preliminare e tenuto altresì conto del fatto che mancano all’appello il corpo della pretesa vittima e la presunta arma del delitto. La condanna a venti anni, in assenza di prove anche circa le modalità esecutive del contestato omicidio e dell’occultazione del cadavere, appare peraltro fin troppo esemplare, considerato che la pena prevista dal codice parte da ventuno anni, ma che con rito abbreviato si ha diritto allo sconto di un terzo. Nel lontano 2004 Annamaria Franzoni fu condannata a trent’anni di reclusione ma solo perché le toccava l’ergastolo, a norma di codice penale, avendo commesso l’omicidio nei confronti del figlio e non del coniuge. Molti ricorderanno però che anche Annamaria non fu incarcerata dopo tale pesante condanna, e ciò per gli stessi motivi che lasciano libero Antonio Logli.

Una condanna a vent’anni di reclusione, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la perdita della potestà genitoriale a sentenza definitiva e l’obbligo di dimora nei Comuni di Pisa e San Giuliano Terme: è questo il responso del giudice Elsa Iadaresta nei confronti di Antonio Logli, definito, dopo quasi cinque anni di inchiesta, il responsabile della morte e dell’occultamento del cadavere di sua moglie Roberta Ragusa. Roberta se ne sarebbe andata di casa una fredda notte di gennaio senza soldi, documenti, senza borsa, con indosso un misero pigiama rosa, lasciando ciò che amava di più al mondo: i suoi figli. Questo sosteneva suo marito Antonio Logli. Ieri al Tribunale di Pisa è emersa un’altra verità, almeno giuridica: Roberta non è scappata chissà dove, quel 13 gennaio del 2012, ma è stata uccisa. Le ha tolto la vita l’uomo che aveva sposato, il padre dei suoi figli, il suo compagno di vita. In aula lui non c’era, troppo forte la pressione mediatica di questo caso che sin dal primo giorno ha tenuto banco su tutti i quotidiani e le televisioni, perché Roberta era la «mamma bellissima dagli occhi blu» in cui tutte le donne d’Italia si erano immedesimate, e lui il marito fedifrago, oggi anche assassino, almeno per il primo grado di giudizio.

L’udienza dura poco più di un’ora, le contro repliche della Procura puntano ancora sui testimoni, che per gli avvocati di Logli sarebbero stati completamente inattendibili. Tutto falso, aveva già replicato il pubblico ministero, che però ieri ha voluto rafforzare la tesi consegnando al giudice le ragioni per le quali Anita Gombi, la moglie del supertestimone Loris Gozi, doveva essere invece considerata attendibile: è un teste neutro, se avesse voluto dire qualcosa contro Logli lo avrebbe fatto, avrebbe potuto dire anche lei di averlo visto litigare quella maledetta notte con Roberta, per rafforzare la credibilità del marito, ma si è limitata a dire quanto aveva visto, ovvero un uomo che si nascondeva il volto al buio di Via Gigli, che era «il signore dell’autoscuola». Anita poi sostiene che il giorno successivo Logli sarebbe andato a casa sua con una foto della moglie, mentre gli avvocati di Antonio ribattono che molti testimoni dichiararono che a quell’ora l’uomo era in autoscuola e che quindi Anita mentiva.

Poi si arriva alla richiesta più dura: l’applicazione di una misura cautelare. Il pubblico ministero la motiva, e i toni si fanno più accesi: esiste il pericolo di fuga perché un’ipotetica condanna potrebbe portarlo a scappare. Gli avvocati ribattono che Antonio non ha mai fatto un passo falso, mai si è allontanato dal territorio nel quale è radicatissimo. C’è però anche il pericolo di reiterazione del reato perché, sempre per l’accusa, Logli «di fronte ai conflitti personali risponde in maniera violenta». Per sostenere questa tesi la Procura cita anche le dichiarazioni della mamma di Sara che, sentita a sommarie informazioni, riporta le preoccupazioni della figlia che le avrebbe detto «ma ti rendi conto che poteva ammazza’ anche me?». Inoltre viene evidenziata la personalità del Logli, descritto dai familiari come un «soggetto ingannatore», che non ha paura di mistificare la realtà né di litigare. A riguardo c’è un episodio dai contorni inquietanti dal verbale di Alberta Baldaccini, cognata di Antonio, moglie di suo fratello Giovanni. La donna dice di essere tornata a casa, dopo una lite con il Logli, e di aver trovato la corrente tagliata e la macchina rigata; la donna non è certa che sia stato lui, non ne ha nessuna prova, ma rammenta che lei e il marito non avevano litigato con nessun altro.

Poco dopo le 10 l’udienza è finita, bisogna solo aspettare. In aula ci sono le cugine di Roberta, Sonia e Giovanna Alpini, Maria Ragusa e Marika Napolitano, che chiedono giustizia per la donna da cinque anni, fuori dal Tribunale si palesa Loris Gozi, il supertestimone, anche lui in attesa di una prima verità. Alle 13 è attesa la sentenza, ma il giudice arriva un’ora dopo, tutti sono in tensione. Gli avvocati di Logli non sono mai stati così pallidi, per loro è un bel banco di prova, sono in contatto continuo con Antonio, chiuso in casa con la sua famiglia. I genitori di Logli ostentano tranquillità, anche se di dubbi ne hanno avuti tanti in questi anni. Alle 14 la sentenza: Antonio Logli colpevole. Gli avvocati sfuggono alle telecamere, si genera un vero e proprio parapiglia, tentano di scappare dai cronisti; un solo commento: «Rispettiamo la sentenza, ma faremo appello». Volano in auto a casa del loro assistito, per spiegargli che ha sul groppone una condanna a vent’anni, che a sentenza definitiva tecnicamente non sarebbe più genitore e che dovrà stare in casa dalle nove di sera alle sei del mattino, ma che ha evitato il carcere. Comunque ci sono altri due gradi di giudizio, tutto può succedere.

E non c’è soddisfazione nemmeno per gli avvocati di parte civile: si è consumata una tragedia, convengono tutti, ci sono due ragazzi che ora sono soli, e una mamma che non c’è più. Maria Ragusa, cugina di Roberta, dice: «Siamo in qualche modo soddisfatti, se così si può dire, perché oggi c’è almeno una prima verità, un punto fermo, e perché finalmente è acclarato che mia cugina non è a rilassarsi al sole in qualche località con sacchi pieni di soldi, ma e’stata uccisa. Una soddisfazione amara, perché oggi dobbiamo davvero elaborare un lutto». Non ha nessun pensiero di odio o risentimento verso Antonio, la testa vola ai figli di Roberta, tragedia nella tragedia. Sono scosse anche Sonia e Roberta Alpini, le cugine pisane della donna, che hanno lottato sin dal primo giorno per dare un senso a questa storia. Sonia aveva visto Roberta qualche mese prima che sparisse, lei le aveva confessato che il marito la tradiva ma che non sapeva con chi. Pensieri che la rigettano nello sconforto.

E poi tutte le telecamere si spostano a Gello di San Giuliano Terme, in via Ulisse Dini, davanti alla casa di Roberta, che oggi è buia e silenziosa. Escono gli avvocati di Antonio e sfrecciano via, ma poco dopo arrivano i carabinieri di San Giuliano Terme a notificargli il provvedimento del giudice. Ad aprire il cancello e’ Daniele, il figlio maggiore di Roberta che all’epoca inviò una mail a tutte redazioni televisive chiedendo aiuto per ritrovare la sua mamma, e che oggi ha la faccia devastata dal dolore, lo sguardo basso e la consapevolezza che lo strappo di una mamma che scompare non è l’unico. Adesso c’è anche il problema del papà e bisogna diventare grandi in un lampo. Ironia della sorte, è proprio il Comandante Francesco Macchiarulo a portare ad Antonio il documento del giudice, il primo maresciallo che raccolse la sua denuncia di scomparsa, quando Logli diceva che sua moglie si era allontanata di casa forse in preda a un’amnesia. Il resto è cronaca. Ora bisognerà leggere le motivazioni per capire in base a cosa è stato condannato, quali indizi hanno pesato maggiormente in questo caso intricato, dove tanti sono ancora i dubbi e forse ancora poche le certezze. Ma ora un giudizio c’è. È il corpo di Roberta che manca. Chissà se verrà mai trovato.

Non c’è il corpo della vittima e non c’è l’arma del delitto, di cui dunque non si conoscono circostanze né modalità. E però evviva: adesso c’è il colpevole. In questo strano Paese, quando ci si permette di sollevare qualche perplessità su una sentenza tanto attesa come quella relativa al delitto – o meglio alla scomparsa, visto che non è mai stato trovato il corpo – della povera Roberta Ragusa, subito ci si trova a fronteggiare una moltitudine di sopraccigli alzati, salvo poi doversi sorbire controdeduzioni non proprio ineccepibili sotto il profilo giuridico, tipo «ma allora chi vuoi che sia stato?». Perché da noi il garantismo risulta accettabile soltanto se invocato per chi ci è simpatico. E Antonio Logli, marito di Roberta e condannato a vent’anni di carcere perché giudicato colpevole di averla uccisa, è invece un perfetto antipatico: espressione imperturbabile, fedifrago, dopo la scomparsa della moglie si è addirittura permesso di farsi vedere con la nuova compagna. Tanto è bastato per additarlo al pubblico ludibrio nelle seguitissime trasmissioni del pomeriggio: prima di essere condannato in aula, Logli era già stato giustiziato in favor di telecamera. Altra premessa importante: qui non si tratta di trovare la Verità assoluta – chi ha fede direbbe che «questa soltanto Dio la conosce» – ma di arrivare a ricostruire una verità processuale che stia in piedi, e dunque possa giustificare «al di là di ogni ragionevole dubbio» una condanna così pesante.

Ecco, tanto per ribadire quanto rimarcato all’inizio: nel caso in questione manca il cadavere, manca l’arma. Mancano delle prove certe, insomma. Considerazione che peraltro dev’essere stata condivisa anche da magistrati certo non tacciabili di manie garantiste, visto che sempre Logli era stato prosciolto dall’accusa di omicidio volontario il 6 marzo 2015, proprio perché le prove presentate dall’accusa e le ricostruzioni dei testimoni erano state considerate coniuse e inattendibile. La Cassazione aveva poi rigettato l’assoluzione e disposto un ulteriore processo. Dice: ma allora perché l’hanno condannato? In sostanza, e non si creda che si tratti di una così esagerata semplificazione, la condanna di Logli si basa pressoché esclusivamente sulla deposizione del giostraio Loris Gozi, il quale ha sempre sostenuto d’aver visto la notte della sparizione della Ragusa – fra il 12 e il 13 gennaio 2012 – lo stesso Logli in strada (mentre lui ha sempre dichiarato di non essere uscito di casa) litigare con una donna («probabilmente Roberta») che lui avrebbe spinto violentemente in macchina, forse colpendola alla testa con lo sportello, per poi allontanarsi velocemente. Non si sta certo qui a sindacare sulla fede più o meno buona del testimone, figuriamoci, ma è pur vero che ci si può sbagliare, anche perché la scena in questione si sarebbe svolta in una fredda notte di gennaio, e a una distanza tale che non ha permesso algiostraio di riconoscere la Ragusa, mentre su Logli pare non avere dubbi. Tra l’altro, nel corso della vicenda processuale, altri sedicenti testimoni hanno riferito scene oltremodo diverse. In ogni caso, per una condanna che di fatto pone fine alla libera esistenza di un uomo – Logli ha cinquant’anni – concedeteci che è un po’ poco.[showhide]

Vent’anni di reclusione. obbligo di dimora nei comuni di Pisa e San Giuliano Terme (Pisa) con il divieto di uscire di casa dalle 21 alle 6 e interdizione perpetua dalla potestà genitoriale, pena accessoria che diventerà esecutiva quando la sentenza sarà passata in giudicato. E questo il verdetto pronunciato ieri dal gup Elsa Iadaresta al processo con rito abbreviato per Antonio Logli, il marito di Roberta Ragusa. ritenuto colpevole di omicidio volontario e distruzione di cadavere.
La donna scomparve da casa la notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 e, secondo la ricostruzione della procura, ora accolta dal giudice, fu uccisa proprio la stessa notte dal marito al culmine di un litigio scoppiato perché lei aveva scoperto la relazione clandestina del coniuge con l’amante e attuale compagna, Sara calzolaio. Nel marzo dell’anno scorso. Logli era stato prosciolto dal gip. Giuseppe Laghezza. ma è tornato a processo per un’udienza preliminare bis dopo l’accoglimento dei ricorsi di procura c parti civili da parte della Corte di Cassazione.
I difensori di Logli, Roberto Cavani e Saverio Sergiampietri. hanno sempre sostenuto l’innocenza del loro assistito e dopo la sentenza hanno pronunciato poche parole: «Le sentenze si rispettano, dopo la lettura delle motivazioni valuteremo come impugnarla». La procura aveva chiesto anche la custodia cautelare in carcere per l’imputato, ma la richiesta di misura cautelare è stata solo parzialmente accolta dal giudice che ne ha disposta una più attenuata.
«Siamo soddisfatte di questa sentenza – hanno commentato al termine dell’udienza, le cugine romane di Roberta. Marika Napolitano e Maria Ragusa – ma non cambia il dolore per la perdita di Roberta. Non cercavamo vendette, ma giustizia per lei. Ora per i due figli è una tragedia doppia perché oltre alla madre, rischiano di perdere anche il padre, faremo di tutto per cercare un rapporto con loro e per stare vicini a questi ragazzi». Fuori dall’aula ad attendere il verdetto c’era anche il supertestimone Loris Gozi: «Si è messo in gioco per anni la mia vita, dicendo che ero un bugiardo, ora è stato un giudice a stabilire chi aveva detto le bugie. Io non sono contento per i 20 anni a Logli, perché il carcere non si augura a nessuno. però è giusto che chi uccide un’altra persona paghi».
Soddisfatte per il pronunciamento del gup anche le cugine pisane di Roberta Ragusa, Sonia e Giovanna Alpini: «Dopo quasi cinque anni finalmente un Tribunale ha reso giustizia a Roberta e ha detto chiaro e tondo che la storia di una sua fuga al caldo della Sicilia era un ulteriore oltraggio nei suoi confronti». Giovanna Alpini ha anche sottolineato che «dopo anni di sofferenze finalmente è arrivata una sentenza che chiarisce che Roberta non se ne è andata via volontariamente. ma che è stata uccisa per mano del marito».

Roberta Ragusa aveva 44 anni, occhi azzurro cielo e due figli. La notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 è svanita nel nulla a Gello, in provincia di Pisa, e non sarà mai più ritrovata. Né viva né morta. Perché il marito Antonio Logli l’ha uccisa e ha fatto sparire il corpo, è il verdetto del Tribunale di Pisa. Che nel processo con rito abbreviato ha condannato Logli a vent’anni e all’interdizione perpetua della potestà genitoriale. Ma non andrà in carcere, per ora: la Procura ha chiesto la custodia cautelare, il giudice Elsa Iadare- sta ha disposto per Logli l’obbligo di dimora dalle nove di sera alle sei del mattino.

Dopo cinque anni di indagini, intercettazioni e scavi, oltre a un proscioglimento in udienza preliminare annullato dalla Cassazione nel marzo scorso, la scomparsa di Roberta ha un colpevole e un movente. Antonio Logli e la gelosia della moglie, che ha scoperto il suo tradimento con Sara Calzolaio, la ragazza che è stata prima babysitter e poi dipendente dell’autoscuola di famiglia. Roberta era una moglie infelice ma una mamma che adorava i suoi figli, tant’è che la sua presunta fuga lasciava perplesse le amiche con cui si confidava. E a chi gli faceva notare la stranezza, Logli rispondeva piccato: «Non hanno voluto indagare a fondo sulla sua sparizione». E’ stato lui a sporgere denuncia ai carabinieri, ipotizzando che la moglie si fosse allontanata da casa in stato confusionale o colpita da amnesia dopo una brutto incidente il 10 gennaio. Roberta lo appunta sulla sua agenda, scrivendo le parole «tragedia» e «caduta dalle scale soffitta». Ma alle compagne di corso in palestra racconta che a spingerla è stato il marito. I rapporti sono pessimi, Roberta è convinta che lui abbia un’amante. E tre giorni dopo, è la ricostruzione degli investigatori, scoprirà chi è: mentre sta scrivendo la lista della spesa, coglie in flagrante il marito che conclude una lunga telefonata con un «ti amo, buonanotte».

Scoppia una lite furibonda, il supertestimone Loris Gozi vede Logli che discute animatamente con una donna in pigiama rosa, la trascina in auto mentre lei grida aiuto e parte sgommando. Sull’asfalto restano due macchie scure, più tardi il marito di Roberta viene visto mentre le pulisce con una scopa. Il giorno dopo Logli distrugge e fa distruggere alla Calzolaio i telefoni segreti usati per le loro comunicazioni amorose, sulla fronte e sulla mano ha dei graffi, l’auto e il giubbotto sono al cimitero di Pisa, lontani dal fiuto dei cani molecolari. Nemmeno i genitori credono alla sua innocenza: «Siccome la voleva lasciare, lui ha preso una decisione: l’ha fatta fuori!», sbotta il padre intercettato. Per le cugine della vittima, Sonia e Giovanna Alpini, giustizia è fatta: «Finalmente un tribunale ha reso giustizia a Roberta e ha detto chiaro e tondo che la storia di una fuga al caldo della Sicilia era un ulteriore oltraggio nei suoi confronti». La villetta di Gello, dove Logli ha aspettato la sentenza con i figli, è avvolta nel silenzio. Gli avvocati si preparano al ricorso.

IN PRECEDENZA

 Sì, il proscioglimento di Antonio Logli deve essere annullato”. L’attesa è finita, la nuova sentenza è stata emessa. Antonio Logli, 53 anni, sotto accusa per la scomparsa della moglie Roberta Ragusa, dovrà tornare davanti ai giudici per sottoporsi a un nuovo processo. Resta lui, quindi, l’unico imputato per omicidio e distruzione del corpo della donna, sparita nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 dalla sua casa di San Giuliano Terme (Pisa).

Lo ricorderete. Il 6 marzo 2015 Antonio Logli era stato prosciolto da ogni accusa. «Il fatto non sussiste», aveva sentenziato il Giudice per l’udienza preliminare, Giuseppe Laghezza. Il sorriso beffardo stampato sul volto di Logli all’uscita del tribunale aveva indignato migliaia di italiani. Ma già allora erano tutti perfettamente consapevoli che la partita non sarebbe finita in quel modo. A cominciare dalla famiglia Ragusa, da sempre convinta che Roberta, mamma affettuosa di due ragazzi che oggi hanno 14 e 18 anni, non si sarebbe mai allontanata dai suoi figli: «No, non può essere stato un allontanamento volontario. A Roberta è successo qualcosa di grave». Per questo motivo le cugine e gli zii della donna, uniti alla Procura di Pisa, al Procuratore generale di Firenze e all’associazione Penelope, avevano presentato ricorso per Cassazione contro il proscioglimento di Logli. Obiettivo: annullare quella sentenza considerata “ingiusta” Ebbene, a oltre un anno di distanza, la corte suprema ha preso la sua decisione.

Il caso è dunque riaperto. Per il marito di Roberta si prospetta così una nuova udienza preliminare e un nuovo processo. Come spiegato dall’avvocato Daniele Bocciolini nell’intervento che potete leggere nell’ultima pagina di questo servizio, Logli dovrà tornare a difendersi. Di fronte a lui, però, non ci sarà più il giudice che lo aveva prosciolto, ma un giudice pronto a rivalutare gli atti d’indagine dal loro principio. Con molta probabilità, come già annunciato al momento del ricorso, si tratterà di un giudice donna. Gli inquirenti si sono detti soddisfatti del verdetto della Cassazione. Hanno detto: «Questa è una vicenda in cui gli elementi raccolti e soprattutto quelli da chiarire sono troppi rispetto al totale silenzio dell’indagato». Ecco, il silenzio dell’indagato. Come può un marito rimanere zitto per quattro anni di fronte alla tragica scomparsa della moglie? Per lui continua a parlare il suo avvocato, Roberto Cavani, a sua volta di poche parole: «È una sentenza che non cambia nulla rispetto alla nostra linea difensiva.

Attendiamo di leggere le motivazioni della Cassazione per capire cosa abbia spinto i giudici a prendere questa decisione». Di certo la Cassazione ha accolto tutte le critiche avanzate dalla Procura di Pisa contro la sentenza di proscioglimento. Il ricorso degli inquirenti si basava infatti su quattro punti. Il primo riguardava l’eccesso di valutazione con cui il giudice aveva decretato il “non luogo a procedere” In pratica, secondo gli inquirenti e la famiglia di Roberta, il giudice era andato oltre le sue competenze, svolgendo un ruolo che avrebbe dovuto svolgere un altro giudice durante il successivo processo. In secondo luogo, il giudice non aveva esaminato attentamente gli elementi portati a sostegno dell’accusa, a partire dalle dichiarazioni dei testimoni. A evidenziare con forza questo aspetto è stata Marica Napoletano, cugina di Roberta. Ha detto la donna: «Le testimonianze non erano state assolutamente ritenute credibili, questo mi aveva dato fastidio. C’è quel poveraccio (Loris Gozi) che ha perso tutto, lavoro compreso. Perché non risentirlo? Sembra che abbiano voluto screditare i testimoni in tutte le maniere.

Perché partire dal presupposto che questi testimoni stiano dicendo delle bugie? Io non credo che si siano inventati tutto. Non dimentichiamo che Logli ha testimoniato all’inizio solo perché è stato costretto, altrimenti non l’avrebbe fatto subito». Adesso grazie alla sentenza della Cassazione, le cose potrebbero finalmente cambiare. Se Logli dovesse essere rinviato a giudizio, infatti, tutti i testimoni verranno riascoltati a processo. Un terzo elemento cardine della vicenda riguarda l’assenza del corpo di Roberta. Il giudice che aveva prosciolto Logli si era basato sul fatto che, fino a prova contraria, la donna potrebbe essere ancora viva. Con questo, però, non aveva spiegato in base a quali accertamenti si possa sostenere un’ipotesi del genere. Roberta si nasconde da qualche parte? È fuggita? E perché? Dopo l’ultima sentenza, Valdemaro Logli, il padre di Antonio, ha commentato così: «Dove Roberta?Vorrei saperlo anch’io».

Da ultimo, prosciogliendo Logli, il giudice aveva ritenuto che un eventuale processo non avrebbe aggiunto nulla agli elementi già raccolti. Una considerazione che la Procura aveva ritenuto azzardata. E la Cassazione le ha dato ragione. Il contesto in cui sarebbe maturato l’omicidio, secondo l’accusa, è molto chiaro e ben definito. Roberta Ragusa e Antonio Logli, sposati dal lontano 22 settembre 1988 nella Chiesa di San Michele degli Scalzi a Pisa, vivevano da qualche tempo una profonda crisi matrimoniale. Da tanti anni, infetti, e più precisa- mente dal maggio 2004, il marito di Roberta portava avanti una relazione extraconiugale con l’amante Sara Calzolaio, ex baby-sitter dei loro due figli poi promossa a segretaria nell’autoscuola di famiglia. La mattina del 10 gennaio 2012, tre giorni prima della scomparsa, avvenne un incidente domestico al quale la Procura ha sempre dato grossa importanza. , Una specie di “prova generale” dell’omicidio.
Antonio era in piedi sulla scala che porta al solaio con in mano uno scatolone pieno di addobbi natalizi.

Roberta si trovava ai piedi della scala per dare una mano al marito, quando lui le era caduto addosso. La donna era rovinata a terra sfiorando lo spigolo di un mobile. Aveva riportato diverse contusioni, ma soprattutto si era presa un grosso spavento. Tanto da ipotizzare che il marito avesse tentato di ucciderla. Sulla sua agenda, infatti, Roberta aveva scritto: «Tragedia: caduta dalla scala!». Anche la sera precedente alla scomparsa, Roberta era apparsa agitata. Prima di cena aveva chiamato un’amica, fissando un appuntamento con lei per la settimana successiva. Logli sostiene di essere andato a letto prima di mezzanotte e di essersi accorto dell’assenza della moglie soltanto il mattino dopo al suo risveglio. L’uomo, però, ha spudoratamente mentito. Quella sera, infatti, Logli era rimasto a lungo al telefono con l’amante. Fece in tutto tre telefonate. La prima di 42 minuti, dalle 23.08 alle 23.50.

La seconda, effettuata dalla soffitta, dalle 23.56 alle 00.16. L’ultima, iniziata alle 00.17, era durata solo 17 secondi. Nella ricostruzione della Procura fu proprio in questi minuti che Roberta, ascoltando la telefonata dal fondo della scala, ebbe la certezza che il marito stesse parlando con Sara. Ha scritto la Procura: «In casa scoppiò una lite violentissima, verosimilmente causata dalla scoperta, da parte della Ragusa, dell’identità dell’amante del marito, Sara Calzolaio. La lite fu di tale violenza da indurre la donna a fuggire di casa, a piedi verso via Gigli, così come si trovava vestita. Il Logli uscì con la Ford Escort per raggiungerla, ma decise di cambiare macchina, accorgendosi di essere stato visto». A vederlo fu il supertestimone Loris Gozi, che ha raccontato di aver notato Logli fermo in macchina a poche centinaia di metri dalla sua abitazione. Prosegue la Procura: «Uscito di nuovo di casa con la Citroen C3, Logli intercettò la moglie in via Gigli, dove, nonostante la resistenza della donna e le sue urla, la costrinse a salire in macchina. La donna per difendersi lasciò dei segni sul volto e sulle mani del Logli». Loris Gozi assistette anche a questa seconda scena.

Gli inquirenti hanno quindi ipotizzato quello che sarebbe accaduto dopo lo scontro in strada: «Dopo la lite di via Gigli non si hanno più notizie, quantomeno dotate di una qualche, anche minima, affidabilità, dell’esistenza in vita di Roberta Ragusa. Inevitabile concludere che il Logli, dopo aver caricato in macchina la moglie, in diretta continuazione con quella condotta violenta iniziata a casa e proseguita in strada, l’abbia uccisa, occultandone poi il corpo nel corso della notte».

Non solo. La mattina dopo, Logli sarebbe andato a casa di Gozi con la foto della moglie, chiedendo se per caso l’avesse vista passare. Peccato che sia andato solo da Gozi e non dagli altri vicini. Un particolare che ha portato l’accusa a ritenere che il marito di Roberta, in realtà, avesse soltanto voluto verificare se Gozi lo avesse riconosciuto. A sottolinearlo è stato il procuratore generale, Alessandro Crini: «Appare evidente che il comportamento dell’imputato successivo al momento in cui la moglie non si è più trovata, risulta gravemente sintomatico della percepita urgente necessità, tra l’altro in carenza di alibi, di allontanare da sé qualsiasi forma di sospetto».

Una delle critiche mosse a Loris Gozi è che il testimone abbia lasciato passare troppo tempo prima di raccontare agli inquirenti quello che avrebbe visto. Ma la Procura ha ribattuto: «Egli fu indotto dalla moglie e da altri familiari a non rivelare i fatti nella loro integralità, volendo evitare di rimanere coinvolti nella vicenda». La buona fede di Gozi, inoltre, è stata confermata dalle dichiarazioni di altri tre testimoni: la vicina di casa Silvana Piampiani, il vigile del fuoco Filippo Campisi e l’ex domestica Margherita La- tona, che la notte della scomparsa notò l’auto di Logli parcheggiata all’esterno e alcuni graffi sospetti sul suo volto la mattina seguente. Un altro elemento “di indubbio valore” è la circostanza secondo cui «l’imputato intimò all’amante di eliminare ogni traccia telefonica dei loro contatti, provvedendo lui stesso a cancellare le relative mail».Tutti elementi che potranno essere presi ancora in considerazione nel nuovo processo. Almeno questa è la speranza di chi non ha mai smesso di pregare per Roberta.

Nessuno infatti è disposto a credere che Roberta Ragusa, mamma e moglie irreprensibile, abbia abbandonato i suoi amatissimi figli in una notte gelida di gennaio senza soldi, documenti, senza borsa ed effetti personali, uscendo di casa con indosso un misero pigiama rosa. Restano lì, da quattro anni a questa parte, immobili e senza risposta, le solite drammatiche domande. Dov’è finita Roberta? Da cosa sarebbe fuggita tra il 13 ed il 14 gennaio 2012? Perché lasciare per sempre la sua casa e soprattutto Alessia e Daniele, i suoi bambini? La gente lo ha condannato sin da subito, Antonio, il marito fedifrago. Anche ieri davanti al tribunale un’associazione femminista ha manifestato contro la violenza sulle donne, gridando «assassino» al passaggio del suo avvocato. Logli, che Ih definito dalla Procura di Pisa un «bugiardo patentato, incapace di esternare emozioni», ieri si è barricato nella sua casa di Via Ulisse Dini.

Contro di lui ci sono più che altro le sue bugie: un’amante da otto anni mai confessata, a cui fa bruciare, dopo la scomparsa della moglie, i cellulari con cui si chiamavano; la denuncia in cui dice che tra lui e sua moglie va tutto bene, quando invece la coppia era allo sfascio; un graffio sulla fronte che lui ascrive a un ramo d’ulivo ma che per l’accusa è frutto della colluttazione in quella tragica notte delle scomparsa di Roberta. Ma soprattutto il fatto che lui dichiari di essere andato a dormire a mezzanotte e mezza, mentre invece era prima in soffitta, al telefono con Sara
Calzolaio, la sua amante, e poi, forse, in Via Gigli, a 200 metri da casa sua, dove Loris Gozi, il “supertestimone”, lo vedrebbe nascondersi il viso.

Così come Silvana Piampiani, che dice di averlo visto andando in farmacia in motorino a prendere le medicine per suo figlio. Ancora tanti sono i dubbi di questo giallo. A partire dal giorno successo alla scomparsa, quando Logli si presenta per due volte a casa di Loris Gozi per chiedere se qualcuno abbia visto sua moglie. Perché va solo da lui e non da tutti i vicini? Vuole forse capire se Loris la notte precedente l’ha riconosciuto? E perché mesi dopo va a fare una prova “tecnica” con un suo dipendente, posizionando la sua auto esattamente come quella notte per verificare che cosa si veda da casa del Gozi? E perché si porta subito a vivere in casa la Calzolaio, oggi sua compagna ufficiale, se pensa che sua moglie potrebbe tornare? I suoi avvocati hanno puntualizzato che la scelta del rito alternativo non è un’ammissione di colpa, ma «una scelta ponderata sulla base degli elementi che possono far ottenere una sentenza favorevole». Forse Logli si sente sicuro della propria innocenza e della precarietà degli elementi dell’accusa. Ora la palla passa al giudice che il 2 dicembre celebrerà il processo, in base alle prove già acquisite. Niente testimoni, niente audizioni, solo 12mila pagine del fascicolo. E per il 21 dicembre è atteso il verdetto. La scelta del rito abbreviato appare a qualcuno dettata a seguito della condanna in primo grado di Padre Gratien Alabi, giudicato responsabile dell’omicidio di Guerrina Piscaglia dai giudici popolari. I casi sono simili: entrambi processi indiziari, senza prova regina e senza cadavere. La decisione poco prima di Natale. Nel frattempo, in via Ulisse Dini, a casa di Roberta, Antonio e Sara fanno crescere quei figli che non sanno che fine abbia fatto la loro mamma e perché li abbia abbandonati così.

Da ultimo, prosciogliendo Logli, il giudice aveva ritenuto che un eventuale processo non avrebbe aggiunto nulla agli elementi già raccolti. Una considerazione che la Procura aveva ritenuto azzardata. E la Cassazione le ha dato ragione. Il contesto in cui sarebbe maturato l’omicidio, secondo l’accusa, è molto chiaro e ben definito. Roberta Ragusa e Antonio Logli, sposati dal lontano 22 settembre 1988 nella Chiesa di San Michele degli Scalzi a Pisa, vivevano da qualche tempo una profonda crisi matrimoniale. Da tanti anni, infetti, e più precisa- mente dal maggio 2004, il marito di Roberta portava avanti una relazione extraconiugale con l’amante Sara Calzolaio, ex baby-sitter dei loro due figli poi promossa a segretaria nell’autoscuola di famiglia. La mattina del 10 gennaio 2012, tre giorni prima della scomparsa, avvenne un incidente domestico al quale la Procura ha sempre dato grossa importanza. , Una specie di “prova generale” dell’omicidio.
Antonio era in piedi sulla scala che porta al solaio con in mano uno scatolone pieno di addobbi natalizi.

Roberta si trovava ai piedi della scala per dare una mano al marito, quando lui le era caduto addosso. La donna era rovinata a terra sfiorando lo spigolo di un mobile. Aveva riportato diverse contusioni, ma soprattutto si era presa un grosso spavento. Tanto da ipotizzare che il marito avesse tentato di ucciderla. Sulla sua agenda, infatti, Roberta aveva scritto: «Tragedia: caduta dalla scala!». Anche la sera precedente alla scomparsa, Roberta era apparsa agitata. Prima di cena aveva chiamato un’amica, fissando un appuntamento con lei per la settimana successiva. Logli sostiene di essere andato a letto prima di mezzanotte e di essersi accorto dell’assenza della moglie soltanto il mattino dopo al suo risveglio. L’uomo, però, ha spudoratamente mentito. Quella sera, infatti, Logli era rimasto a lungo al telefono con l’amante. Fece in tutto tre telefonate. La prima di 42 minuti, dalle 23.08 alle 23.50.

La seconda, effettuata dalla soffitta, dalle 23.56 alle 00.16. L’ultima, iniziata alle 00.17, era durata solo 17 secondi. Nella ricostruzione della Procura fu proprio in questi minuti che Roberta, ascoltando la telefonata dal fondo della scala, ebbe la certezza che il marito stesse parlando con Sara. Ha scritto la Procura: «In casa scoppiò una lite violentissima, verosimilmente causata dalla scoperta, da parte della Ragusa, dell’identità dell’amante del marito, Sara Calzolaio. La lite fu di tale violenza da indurre la donna a fuggire di casa, a piedi verso via Gigli, così come si trovava vestita. Il Logli uscì con la Ford Escort per raggiungerla, ma decise di cambiare macchina, accorgendosi di essere stato visto». A vederlo fu il supertestimone Loris Gozi, che ha raccontato di aver notato Logli fermo in macchina a poche centinaia di metri dalla sua abitazione. Prosegue la Procura: «Uscito di nuovo di casa con la Citroen C3, Logli intercettò la moglie in via Gigli, dove, nonostante la resistenza della donna e le sue urla, la costrinse a salire in macchina. La donna per difendersi lasciò dei segni sul volto e sulle mani del Logli». Loris Gozi assistette anche a questa seconda scena.

Gli inquirenti hanno quindi ipotizzato quello che sarebbe accaduto dopo lo scontro in strada: «Dopo la lite di via Gigli non si hanno più notizie, quantomeno dotate di una qualche, anche minima, affidabilità, dell’esistenza in vita di Roberta Ragusa. Inevitabile concludere che il Logli, dopo aver caricato in macchina la moglie, in diretta continuazione con quella condotta violenta iniziata a casa e proseguita in strada, l’abbia uccisa, occultandone poi il corpo nel corso della notte».

Non solo. La mattina dopo, Logli sarebbe andato a casa di Gozi con la foto della moglie, chiedendo se per caso l’avesse vista passare. Peccato che sia andato solo da Gozi e non dagli altri vicini. Un particolare che ha portato l’accusa a ritenere che il marito di Roberta, in realtà, avesse soltanto voluto verificare se Gozi lo avesse riconosciuto. A sottolinearlo è stato il procuratore generale, Alessandro Crini: «Appare evidente che il comportamento dell’imputato successivo al momento in cui la moglie non si è più trovata, risulta gravemente sintomatico della percepita urgente necessità, tra l’altro in carenza di alibi, di allontanare da sé qualsiasi forma di sospetto».

Una delle critiche mosse a Loris Gozi è che il testimone abbia lasciato passare troppo tempo prima di raccontare agli inquirenti quello che avrebbe visto. Ma la Procura ha ribattuto: «Egli fu indotto dalla moglie e da altri familiari a non rivelare i fatti nella loro integralità, volendo evitare di rimanere coinvolti nella vicenda». La buona fede di Gozi, inoltre, è stata confermata dalle dichiarazioni di altri tre testimoni: la vicina di casa Silvana Piampiani, il vigile del fuoco Filippo Campisi e l’ex domestica Margherita La- tona, che la notte della scomparsa notò l’auto di Logli parcheggiata all’esterno e alcuni graffi sospetti sul suo volto la mattina seguente. Un altro elemento “di indubbio valore” è la circostanza secondo cui «l’imputato intimò all’amante di eliminare ogni traccia telefonica dei loro contatti, provvedendo lui stesso a cancellare le relative mail».Tutti elementi che potranno essere presi ancora in considerazione nel nuovo processo. Almeno questa è la speranza di chi non ha mai smesso di pregare per Roberta.

“Ad alcune affermazioni dei pm e dei difensori di parte civile ha perfino mostrato quel suo ghigno, ormai noto a tutti, quasi fosse un sorriso di sfida. La richiesta di vent’anni di carcere è la pena massima prevista per questo rito e noi speriamo che finalmente Roberta abbia giustizia”, ha aggiunto ancora la Napolitano.Roberta è viva e molto probabilmente ha bisogno di aiuto. Per questo bisogna continuare a cercarla perché forse in giro per l’Italia, spaesata”, risulta essere questa in sintesi la tesi esposta nella giornata di ieri in aula dall’avvocato Roberto Cavani, difensore di Antonio Logli. Nel corso dell’udienza, il legale dell’imputato, pare abbia anche poi messo in evidenza che i due principali testi d’accusa ovvero Loris Gozi e Silvana Piampiani, che sin dal principio avevano dichiarato di aver visto Logli fuori casa la notte della scomparsa della moglie, non risultano essere credibili perchè il primo risulterebbe un bugiardo, mentre la seconda, pare abbia evidenti difficoltà psicologiche.

Giallo’ pubblica la testimonianza di Margherita Latona, la donna delle pulizie di casa Logli. La donna parlò con i carabinieri qualche giorno dopo la scomparsa di Roberta Ragusa. La Latona, che conosceva Roberta da molto tempo, ha ricostruito la mattina in cui facendo le pulizie ha parlato con il marito Antonio Logli; in quel momento la Ragusa era scomparsa da due giorni.

“Mi sono recata nella camera da letto di Antonio e Roberta – dice –  ed ho iniziato a sistemare la camera, in quanto su un divanetto c’erano vari maglioni, una mantella di lana colore nero di Roberta, oltre ad un paio di pantaloni in jeans con cintura di Antonio. Ho visto arrivare in camera da letto Antonio Logli, che ha preso un qualcosa che non saprei definire, quindi, nell’allontanarsi, mi ha ringraziato della mia presenza, asserendo che mi avrebbe pagata quanto prima, io dicevo che avrei atteso il ritorno di Roberta, ma l’uomo con un’esclamazione dava l’impressione di essere pessimista su tale possibilità”.

“Passando davanti alla cucina, ho notato seduto fronte alla porta Antonio che stava parlando, con voce molto bassa, direi bisbigliando, con un uomo che mi dava le spalle e che credo di aver riconosciuto per il di lui padre Valdemaro. Mi sono recata nel bagno dove ho effettuato le pulizie. Trascorso qualche ulteriore minuto, ho sentito Antonio e l’altro uomo camminare nel corridoio e dirigersi verso l’uscita. A questo punto Logli è venuto in bagno frettolosamente per prendere il bastone che consente l’apertura della botola che porta in soffitta e, per passare a fianco a me, mi ha dato anche una spinta involontaria. Senza dire alcuna parola, ha preso l’oggetto, è andato in corridoio ed ha aperto la botola che conduce in soffitta quindi vi è salito”.

Ma sono le frasi seguenti di Latona a costituire un punto importante dell’accusa di omicidio volontario di Roberta: “Ricordo che nel bagno in un secchio c’erano degli stracci da pavimento e da spolvero bagnati. Nel frattempo, iniziavo a stendere dei panni fuori dalla finestra ed in tale occasione ho sentito un rumore di abrasione sul pavimento del cortile, quindi affacciandomi ho notato Antonio che, stando inginocchiato a terra, stava grattando con insistenza il pavimento, con qualcosa che non sono riuscita a vedere, ma sicuramente di metallo. Il gesto che lui faceva, era quello di una persona che vuole cancellare qualcosa e ciò mi è sembrato particolarmente strano. Mentre Antonio effettuava la predetta operazione, aveva al suo fianco una busta in nylon di colore giallo ocra, del tipo della spesa. Tale busta mi sembra fosse riempita fino alla metà ed ho avuto l’impressione contenesse qualcosa di simile a panni bagnati e comunque pesanti”.

Il ricordo che Margherita affida ai carabinieri è preciso e dettagliato: “Dal momento che ho udito grattare, l’operazione è durata per circa 15 secondi, poi Antonio velocemente si è alzato e tentennando con la busta in mano quasi a non sapere dove deporla, si è diretto dapprima vicino alla voliera per poi dirigersi sul retro dell’abitazione dove c’è un capannone ad uso magazzino che conduce sul retro-lato autoscuola. Riappariva dopo pochi istanti senza la busta, tant’è che con furia prendeva la pompa dell’acqua della fontana vicino il cancello e con una scopa e il getto d’acqua puliva la parte di pavimento che prima aveva graffiato con l’utensile. Il gesto mi è sembrato molto insolito perché sono per lui inusuali determinate azioni. Di quanto ho visto devo dire che ho avuto un po’ di timore, tant’è che l’ho riferito immediatamente ai carabinieri intervenuti qualche attimo dopo».

“C’era malessere tra i coniugi Logli?” chiedono gli inquirenti a Latona, che risponde: “Essendo amica di Roberta, so con certezza che c’era un certo malessere tra Roberta e Antonio, al punto che lei mi ha riferito più volte che vivevano come dei “separati in casa”. Non ne sarei sicura completamente, ma avevo l’impressione che Antonio avesse un’amante e che Roberta ne fosse a conoscenza e che, per amore dei figli, sopportava tale situazione”.

 Nelle 134 pagine scritte dal giudice Elsa Iadaresta relative alle motivazioni della sentenza, con cui lo scorso dicembre ha condannato Antonio Logli per l’omicidio della moglie Roberta Ragusa, il magistrato ha tracciato anche un profilo caratteriale dell’uomo per spiegarne la condotta. Logli viene definito: “un uomo dall’indole menzognera e con una consistente insensibilità d’animo” non solo nei confronti della moglie #Roberta Ragusa, ma anche di Sara Calzolaio, la donna con cui aveva una relazione extra-coniugale “che costringe a una vita da perenne amante”. Antonio Logli, 55 anni, con la sentenza nel dicembre scorso, è stato condannato a 20 anni con rito abbreviato per #omicidio e distruzione di cadavere della moglie Roberta Ragusa, di cui si perde ogni traccia nella notte tra il 13 e il 14 gennaio del 2012.

Delitto Ragusa: la ricostruzione da parte del giudice
Il giudice intanto ha sottolineato delle palesi incongruenze da parte di Antonio Logli. Ad esempio l’uomo avrebbe mentito riguardo ai graffi che presentava in diverse parti del corpo, in particolare alla tempia, allo zigomo sinistro e sulla mano. Logli aveva dichiarato in una prima versione di essersi procurato queste lesioni, che si sono rivelate compatibili con una colluttazione, dopo aver sbattuto contro uno spigolo e in un’altra versione ancora, di essersi graffiato a causa dei rami di un albero presente nel suo giardino.

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Il marito della Ragusa, secondo il giudice, avrebbe fornito anche un falso alibi, perché a differenza di quanto dichiarato: “lungi dallo stare a casa e a letto, quella sera uscì”. La tesi sostenuta dall’uomo è che la moglie si sarebbe allontanata da casa in uno stato di confusione mentale, dopo una caduta dalle scale.

In realtà secondo il giudice, Logli ha costruito un castello di menzogne, con cui ha finito per ingannare finanche se stesso. Per il giudice è lui l’unico responsabile per la morte della moglie Roberta Ragusa. Logli sarebbe stato spinto all’omicidio, dopo che la moglie aveva scoperto la sua relazione extra-coniugale con Sara Calzolaio, babysitter dei figli della coppia, oltre che segretaria nella scuola guida di cui Logli è proprietario.

Il giudice oltre alla condanna, ha disposto nei confronti di Logli anche l’obbligo di dimora nei comuni di Pisa e di San Giuliano Terme dalle ore 21 alle 6. In ogni caso si tratta di una sentenza di condanna di primo grado, nei cui confronti i legali di Logli hanno già proposto ricorso in appello.

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