Omicidio di Vasto: Uccise l’uomo che investì la moglie: condannato a 30 anni

Sentenza di primo grado: Italo D’Elisa (22 anni) era stato ucciso con 3 colpi di pistola l’1 febbraio, per vendetta dopo che aveva causato la morte di Roberta Smargiassi

Roberta Smargiassi ha perso la vita lo scorso luglio, quando venne mortalmente investita da Italo D’Elisa. Sette mesi dopo, il 1 febbraio, Fabio Di Lello, marito della donna, ha ucciso il suo investitore sparandogli contro tre colpi di pistola davanti a un bar della città. Di Lello, dopo essersi fatto giustizia da solo, si è consegnato spontaneamente alle autorità.

La Corte d’Assise di Lanciano ha condannato il panettiere 34enne a 30 anni di carcere per l’omicidio volontario premeditato di Italo D’Elisa, di anni 22. La condanna è di 30 anni per effetto di uno sconto di pena derivante dalla scelta del rito abbreviato. La Corte inoltre ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione e una provvisionale di 40mila euro nei confronti del genitori e del fratello del ragazzo ucciso.

La ricostruzione dell’omicidio da parte dei giudici

Stando a quanto è stato ricostruito, il 1 febbraio scorso il 34 enne ha sparato tre colpi contro D’Elisa davanti a un bar della città abruzzese. Stando poi a quanto è emerso dal racconto delle persone che lo conoscevano, l’uomo non riusciva a darsi pace per la perdita della moglie. In particolare Di Lello ha sostenuto che il 22ene lo provocasse lanciandogli degli sguardi di sfida. L’uomo ha fornito tale versione anche dopo l’omicidio, affermando di non aver premeditato di uccidere il ragazzo, ma di aver perso la testa quando se l’è visto davanti.

Ergastolo evitato solamente grazie al rito abbreviato, che garantisce lo sconto di un terzo della pena. Per questa ragione la richiesta della Procura di Vasto per omicidio volontario è stata ridotta a trent’anni di carcere: la condanna inflitta ieri dalla Corte d’Assise di Lanciano a Fabio Di Lello, il panettiere di 34 anni che il primo febbraio scorso aveva freddato con tre colpi di pistola Italo D’Elisa, il 22enne che sette mesi prima aveva investito e ucciso la moglie incinta di Fabio ed era in attesa di giudizio per omicidio colposo.

Il giovane vedovo, dilaniato daldo- lore per la perdita della sua Roberta Smargiassi non riusciva più a convivere con la sofferenza e un mese e mezzo fa si è fatto giustizia da solo. Subito dopo, prima di consegnarsi aicarabinieri, Fabio è andato al cimitero a lasciare la pistola ancora calda sulla tomba di sua moglie, perché non ci fossero dubbi che il suo unico movente era vendicarne la morte. Ed è stato proprio questo l’elemento fondante dell’accusa, rappresentata dal procuratore di Vasto in persona.

Giampiero Di Florio è riuscito a far accogliere il principio che «non ci si fa giustizia da soli» e poi ha rimarcato «la premeditazione, sostenuta nei 26 punti evidenziati e la “minorata difesa”» di Italo, «consistente», secondo il procuratore, «nell’approfittare di circostanze agevolate per commettere il delitto, in questo caso il fatto che Italo sia sceso dalla bicicletta senza immaginare quello che stava per succedere» e Fabio ne abbia giovato per sparargli tre colpi di pistola prima che l’altro si rendesse conto di quanto stava per accadere.

La premeditazione, invece, secondo la difesa non ci sarebbe stata. Di Lello, secondo i suoi avvocati, avrebbe comprato la pistola calibro 9 sei mesi prima del delitto, perché voleva suicidarsi. Non ne avrebbe avuto il coraggio e avrebbe lasciato l’arma nel cruscotto della sua auto. Poi, il pomeriggio del primo febbraio, quando ha visto Italo D’Elisa pedalare fino al bar, si sarebbe sentito «sfidato» dal ragazzo che lo aveva reso vedovo e avrebbe agito d’impulso. Una tesi che non ha convinto la Corte, che ha invece ritenuto valida la ricostruzione della procura e la premeditazione di Di Lello, il quale durante l’udienza del 20 marzo scorso aveva tentato di recuperare qualche chance dicendosi «pentito e dispiaciuto per ciò che aveva fatto». Un rammarico che il 34enne ha tenuto a esprimere, considerando che una delle accuse che muoveva a Italo era di non avere mai espresso pubblicamente dispiacere per avere causato la morte di Roberta, incinta di due mesi.

Gli avvocati di Fabio avevano due possibilità di fronte al processo per direttissima scelto dal procuratore: il rito ordinario o l’abbreviato. Inizialmente i legali dell’assassino avevano chiesto il rito abbreviato «condizionato a perizia psichiatrica e all’esclusione della premeditazione del delitto», ma non sono stati accontentati. Pur essendo rimasti a mani vuote, hanno scelto comunque per il rito alternativo, sapendo che era l’unico modo certo per evitare l’ergastolo. La Corte ha infine stabilito una provvisionale di 40mila euro a favore dei genitori e del fratello della vittima. I difensori hanno già annunciato che ricorreranno in appello.

Una storia davvero incredibile è quella che arriva direttamente da Vasto, comune italiano di 41.313 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo dove un uomo nel pomeriggio di ieri, mercoledì 1° febbraio 2016, ha ucciso a colpi di pistola un giovane di appena 21 anni. A spingere Fabio Di Lello, noto calciatore locale, a uccidere a colpi di pistola il 21enne Italo D’Elisa è stato il dolore per la morte della moglie avvenuta pochi mesi fa ed esattamente lo scorso mese di luglio a causa di un brutto incidente stradale che si è verificato all’incrocio tra corso Mazzini e via Giulio Cesare. Ad uccidere la trentaquattrenne Roberta Smargiassi era stato proprio il giovanissimo Italo D’Elisa dopo che, a bordo della sua automobile non si era fermato al semaforo rosso e aveva quindi travolto la donna a bordo del suo scooter uccidendola sul colpo. Stando a quanto emerso da alcune indiscrezioni il 21enne era imputato di omicidio stradale ma pochi mesi fa era stato rinviato a giudizio, e il dolore per la morte della donna ha spinto Di Lello a compiere il folle gesto nel pomeriggio di ieri.

L’uomo infatti, dopo essersi recato presso un bar sito nella via Perth, ha atteso che la giovane vittima uscisse dal locale e quando quest’ultimo si stava per rimettere in sella alla bici per allontanarsi dal posto ecco che Di Lello avrebbe sparato contro di lui almeno quattro colpi di pistola che purtroppo non gli hanno lasciato scampo. Dopo aver commesso l’omicidio l’uomo, stando a quanto emerso dalle prime indiscrezioni, avrebbe contattato telefonicamente un amico al quale avrebbe raccontato l’orribile crimine commesso avvisando quest’ultimo anche del fatto che stesse recandosi al cimitero comunale per salutare la moglie Roberta. Dal giorno del suo funerale sembra infatti che l’uomo non avesse mai trascorso un giorno senza recarsi al cimitero per salutare la moglie e accarezzare la sua fotografia, e così anche nel giorno in cui ha ucciso l’uomo che troppo presto l’aveva strappata alla vita ecco che Fabio Di Lello ha deciso di farle visita e sulla sua tomba ha lasciato proprio l’arma con la quale aveva precedentemente ucciso il 21enne e che i carabinieri hanno ritrovato alcune ore dopo avvolta in una busta di plastica.

In seguito l’uomo sembrerebbe essersi messo in contatto telefonico con il suo avvocato al quale avrebbe riferito il posto in cui si trovava. E proprio Pierpaolo Andreoni, che insieme al collega Giovanni Cerella si occupa della difesa di Di Lello ha affermato nel pomeriggio di ieri “E’ in stato di fermo. Per ora non possiamo aggiungere altro”. Dopo essersi costituito presso la caserma dei Carabinieri Di Lello è stato trasferito, nella serata di ieri, presso il carcere di Torre Sinello.

I contorni della tragedia di Vasto, il giorno dopo, sono già delineati: lo straziante dolore di Fabio Di Lello, rimasto vedovo a 36 anni, ha armato la mano del panettiere e calciatore dilettante che l’altro ieri ha ucciso con tre colpi di pistola al cuore l’automobilista di 22 anni – Italo D’Elisa – che sette mesi fa era passato con il semaforo rosso e aveva falciato Roberta Smargiassi, morta a 33 anni. Di Lello si è costituito ieri sera dopo l’omicidio, nel pomeriggio si era preso giusto il tempo di andare a pregare sulla tomba della moglie e lasciarle la pistola fumante come pegno d’amore. Poi è stato portato in carcere, sorvegliato a vista per evitare che tenti il suicidio. Oggi sarà interrogato dal pm, che confermerà l’accusa di omicidio volontario premeditato.

L’arcivescovo della diocesi di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, dopo aver espresso «un senso di grande dolore per le tre vite spezzate», ha commentato che la tragedia poteva essere evitata «con un intervento rapido della giustizia e una punizione esemplare». Secondo l’alto prelato «il legislatore deve essere attento alle leggi che fa e deve articolarle su uno spettro più ampio di situazioni. La magistratura deve fare il suo corso, ma nel modo più rapido possibile. Una giustizia lenta è un’ingiustizia». Infine, il Monsignore ha precisato: «Non c’è vendetta che può essere ritenuta giustizia. La vendetta produce sempre frutti dannosi, è un atto immorale». Un’accusa alla quale la Procura di Vasto replica con i numeri: l’indagine è stata conclusa in 110 giorni, si sarebbe arrivati al processo in meno di otto mesi. Tempi record, per la giustizia italiana.

Secondo l’inchiesta chiusa a fine dicembre, l’incidente stradale costato la vita a Roberta pare essere davvero una disgrazia. Certo, Italo era passato con il rosso, ma la velocità era moderata e gli esami eseguiti in ospedale avevano dimostrato che non aveva bevuto né assunto droghe. Inoltre, come ha spiegato il suo avvocato a più riprese, il 21 enne non era fuggito. Nonostante il grave choc (ma anche le gravi ferite), si era seduto sul marciapiede e aveva chiamato il 118 aspettando i soccorsi. Nella ricostruzione difensiva, però, il legale aveva urtato la sensibilità della famiglia di Roberta insinuando il sospetto che la 33 enne non avesse allacciato il sottomento del casco. Attribuendo, così, anche alla vittima una parte di responsabilità nel tragico epilogo.

Dall’altra parte, l’avvocato del giovane vedovo, parte civile nel processo per omicidio stradale contro D’Elisa, siè sgolato ripetendo che «nessuno ha chiesto scusa ai parenti di Roberta». Di più, il legale insiste anche adesso: «Il 21enne non ha mostrato segni di pentimento. Anzi, era strafottente con la moto. Dava fastidio al marito di Roberta. Quando lo incontrava, accelerava». Che fossero segnali reali o immaginari, costruiti dal dolore che cresceva nel cuore di Fabio, non si può sapere, ma sicuramente il panettiere non ha avu – to appoggio per superare il grave lutto. Più che altro è stato aizzato alla sfiducia verso la giustizia e all’odio. Perfino i rispettivi legali erano stati richiamati dall’ordine degli avvocati di Vasto invitandoli a «criteri di equilibrio e misura».

La cittadina abruzzese ha manifestato, sfilato e gridato come se i magistrati avessero dimenticato Roberta, nonostante il lavoro sia stato inattaccabile. «Le indagini sono durate 110 giorni dalla data dell’incidente», è intervenuto ieri il procuratore capo di Vasto, Giampiero Di Florio, «e con l’udienza preliminare già fissata per il 21 febbraio, si sarebbe arrivati al giudizio in meno di otto mesi». Sul fatto che D’Elisa aspettasse il processo a piede libero, la procura non ha ripensamenti: era incensurato, si è fermato a prestare soccorso, non aveva bevuto e non aveva assunto droghe. Non c’erano le esigenze cautelari perché il ragazzo stesse in carcere. Sulle mancate scuse alla famiglia di Roberta, forse a un ragazzo di 21 anni è mancato il coraggio, pensando che nessuna parola potesse lenire il dolore che aveva – involontariamente – causato.

Italo D’Elisa è stato colpito da almeno due proiettili, alla testa e all’addome. Il corpo è stato trasferito all’ospedale di Chieti, dove verrà eseguita oggi l’autopsia. L’assassino reo confesso, Fabio Di Lello, 34 anni, è stato trasferito in carcere, in attesa dell’udienza di convalida prevista per oggi pomeriggio o domattina. Ha già confidato ai carabinieri di aver voluto fare giustizia per la morte della moglie Roberta, travolta e ammazzata a un incrocio, sette mesi fa, dall’auto condotta da D’Elisa. E’ guardato a vista per paura che commetta gesti autolesionistici. Il medico legale Pietro Falco eseguirà dalle 7.30 l’esame autoptico. Gli esami sono cominciati ieri sera, quando l’anatomopatologo ha eseguito una prima ricognizione esterna sul cadavere, così come disposto dal titolare dell’inchiesta, il Pm De Lucia. Arrivato sul luogo del delitto, l’altra sera, Falco ha individuato subito due ferite d’arma da fuoco: un proiettile ha centrato l’addome dell’operaio, l’altro, quello fatale, cranio-encefalico. C’era molto sangue, però, e non è escluso che, nel corso dell’autopsia, venga trovata un’altra ferita a una gamba. Assistono alla perizia Christian D’Ovidio, consulente di Fabio Di Lello e Concetta Scioli, per la famiglia D’Elisa.

«Colpi di pistola calibro 9, regolarmente detenuta per uso sportivo da Fabio Di Lello», ha detto ieri il maggiore dei carabinieri di Vasto, Giancarlo Vitiello. «Aveva comprato l’arma da tempo -ha aggiunto l’ufficiale – e nel caricatore c’erano ancora 11 proiettili». Ieri pomeriggio, in tribunale a Vasto, si sono trovati faccia a faccia i legali delle parti e Angelo D’Elisa, il papà della vittima: «Non ho parole – ha detto l’uomo uscendo dal palazzo di giustizia – e confido in una condanna esemplare».

Il suo legale, Pompeo Del Re, ha aggiunto: «Italo è stato ucciso al culmine di una indegna campagna di opinione, che ne aveva fatto un carnefice, per la piazza, virtuale e non, ingiustamente a piede libero». Giovanni Cerella e Pierpaolo Andreoni, legali di Fabio Di Lello, affilano le armi: «Il ragazzo ha ceduto e ha sparato, ma è vittima anch’egli. Non sopportava di vedere libero, per la città, chi gli ha spezzato vita e aspettative. Fabio era scosso nel profondo e questo conta». Incapace, a conti fatti, di elaborare il lutto, Di Lello era tuttavia seguito da tempo da uno psicologo: lo hanno sottolineato i suoi legali.

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