Vasto, lacrime sulla bara bianca di Italo. Don Antonio: “Basta odio”

Da mercoledì sera, suo figlio è nel carcere di Torre Sinello, a Vasto, dopo aver confessato ai carabinieri di aver sparato a Italo D’Elisa, il 21enne che, lo scorso 1° luglio, si era scontrato, a bordo della sua auto, con lo scooter di Roberta Smargiassi, la moglie di Di Lello, morta a 34 anni poco dopo il trasporto in ospedale. Lasciamo che la magistratura faccia il suo corso. “Stava malissimo e la notte aveva gli incubi”, ha asserito in una intervista al quotidiano Repubblica. Dall’altro chi fa notare che in un paese dove vige il diritto, le pene si infliggono in tribunale e questa specie di legge del taglione o giustizia personale non può essere accettata né tollerata. È un inferno. Aveva paura a uscire di casa. “È stato detto che Italo era strafottente, non era così, lui e Fabio avevano un graffio nell’anima comune”. Magari sarebbero diventati amici, erano due persone buone. Non ce l’ha, e non aveva più la patente. Che ieri al suo avvocato spiegato di non aver voluto ammazzare il 22enne. “Era in uno stato di shock pazzesco“. Presente in chiesa anche il fratello di Roberta Smargiassi, la donna investita e uccisa da Italo, e una corona di fiori bianchi da parte della famiglia Di Lello.

“Abbiamo scritto subito una lettera di condoglianze, con il nostro dolore per quello che era accaduto. Ma non abbiamo mai ricevuto risposta”.

Ma al contrario su Facebook non sembra attenuarsi la guerra verbale tra chi difende l’assassino e chi invece invita solo a piangere le vittime di questa assurda vendetta.

Ha scelto il silenzio Fabio Di Lello davanti al giudice per le indagini preliminari di Vasto Caterina Salusti. Un’altra immagine, nella quale Di Lello tiene in mano un bicchiere di vino, è corredata da una scritta altrettanto eloquente: “Ha colpito un insignificante verme che meritava assolutamente di morire per l’orribile e volontario delitto che ha compiuto”. È quanto ha detto il sacerdote nel corso dell’omelia durante i funerali di Italo D’Elisa, il ragazzo ucciso nei giorni scorsi a Vasto (Chieti) dal marito della donna che il giovane aveva travolto con l’auto la scorsa estate.

Un eroe! Vorrei tanto essere il suo avvocato per guardare in faccia il giudice che eventualmente lo condanni! Ha fatto giustizia dove la giustizia non arriva… il mio investitore ha avuto solo la patente sospesa per qualche mese e basta. Io invece sono stato condannato a vita a soffrire». E ancora: «Ho scritto a Fabio chiedendogli

di essere tra i legali che lo difenderanno, anche solo per andare in tribunale sulla mia sedia a rotelle completamente paralizzato e guardare in faccia il giudice…».
A scrivere queste parole, mentre si celebra il funerale di Italo D’Elisa, il ragazzo ammazzato per vendetta dal panettiere ex calciatore Fabio di Lello, è un legale, un avvocato.

Ha creato una pagina Facebook dal titolo inequivocabile: «Fabio Di Lello, libero!».
«A chi parla di perdono – si legge ancora – consiglio un test: provate a stare 30 minuti fermi senza potervi muovere magari con una mosca che vi passeggia sulla faccia senza la possibilità di cacciarla via…. solo perché chi vi ha investito aveva fretta di tornare a casa e quindi percorreva contromano ima strada per mettersi primo al semaforo… Mai punito… mai chiesto scusa».

A chilo attacca risponde: «Non sono esaltato ma solamente una delle poche persone che può capire che vuol dire essere uccisi e raccontarlo. Sì, perché è forse peggio che uccidere paralizzare una persona nel pieno della sua vita, 47 anni, e non chiedere nemmeno scusa anzi chiedere un risarcimento danni per la propria macchina con la quale percorreva ima strada contromano e con la quale mi ha investito in pieno spezzando la mia vita. Fino al giorno prima avevo una vita…… «Vivevo la vita che tutti vorrebbero», racconta «invece è arrivato qualcuno e mi ha trascinato all’infemo. E questo qualcuno è rimasto impunito… non ci crederete ma quello che ha fatto Fabio mi fa stare un po’ meglio…Per me è un ero- e… massima solidarietà per chi fa giustizia dove giustizia non esiste… Anche
il mio investitore non mi ha mai chiesto scusa nonostante mi abbia costretto su una sedia a rotelle…».

Questo signore, si chiama Gabrio Cristaldi, è da considerare un odiatore? È uno che ha contribuito a far ammazzare Italo D’Elisa? È una bestia schifosa, uno dei giustizieri on line contro cui molti benpensanti se la prendono in queste ore come avessero armato la mano del marito di Roberta Smargiassi? C’è un altro gruppo su Fb, appena formato, «Fabio Di Lello – Sosteniamolo».

«Giustizia è stata fatta, punto», scrive un tale Angelo Pinna. Un altro, Giovanni Corcione, esalta l’assassino: «Fabio hai fatto bene, i miei complimenti, sei un esempio per tutti noi, altro che questa giustizia di merda che non serve a un c…», mentre ce ne sono alcuni che gli rendono «onore» come a un gladiatore e chi, come un tale Antonio Rossi esclama: «Hai fatto bene, tieni duro… Se funzionasse la giustizia, certe cose nemmeno accadrebbero… in questo Paese la legge ti induce a compiere azioni estreme. Anche se non ti conosco ti mando un grande abbraccio! E spero che trovi la pace dentro di te!».

Se su Internet, e non solo, c’è una marea di gente che assolve l’omicida di Vasto, se ci sono uomini e donne che fanno l’esaltazione della vendetta brutale, non basta liquidarli bollandoli come animali. Tanto per essere chiari, chi scrive non pensa affatto che Fabio
Di Lello sia un eroe, ma probabilmente solo uno che non sopportava l’idea che colui che aveva provocato la morte della moglie fosse in giro a vivere la sua vita mentre la propria era diventata un inferno insopportabile. Comunque, un assassino da punire duramente. Ma la mobilitazione per dare giustizia a Roberta, la ragazza morta investita, e anche le sparate più violente sul web, nascono dal fatto che l’Italia è il Paese del Bengodi. Un posto dove una signorina che conficca la punta dell’ombrello nell’occhio di una ragazza viene condannata a 16 anni di galera e ne sconta solo otto, un luogo dove pluriomicidi ed ex terroristi possono calcare impunemente la scena e dove un autorevole giudice, è accaduto pochi giorni fa a Bologna, ha raccontato dati alla mano che i criminali stranieri vengono in Italia perché sanno che il nostro sistema carcerario è straordinariamente permissivo, ed è meglio scontare la galera da noi piuttosto che a casa. Se un assassino condannato a 30 anni facesse davvero 30 anni di galera senza uscire dopo un breve soggiorno grazie a sconti, permessi e benefici, molto probabilmente Fabio Di Lello sarebbe considerato solo un killer disperato, non un angelo vendicatore. E l’avvocato sulla sedia a rotelle che ha creato quella pagina per il suo eroe sbagliato sarebbe sempre un uomo distrutto, sì, ma forse in pace con la sua terra.

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