Omicidio Yara, al processo d’appello per Bossetti il giudice vieta le telecamere foto

Mai divorzierò da mio marito, neppure se l’ergastolo fosse confermato sia in appello sia in Cassazione. Una decisione che apre un dibattito sul modo in cui i media hanno affrontato la tragedia di Yara Gambirasio e che non permette a tutti di assistere ad un processo pubblico che viene celebrato in un’aula di giustizia in Italia.

La moglie di Massimo Giuseppe Bossetti, Marita Comi, ha rilasciato una lunga intervista al settimanale Gente, che potete trovare in edicola dal 24 giugno 2017.

In appello non sfileranno i testimoni ma interverranno esclusivamente magistrati e legali.

Sin dal giorno dell’arresto di suo figlio, la signora Ester è stata interrogata sul suo rapporto con Guerinoni: “È stato terribile – ricorda – Ci telefonarono per invitarci ad andare in caserma”.

Massimo Bossetti, arrestato il 16 giugno di tre anni fa, è stato condannato al termine del processo di primo grado lo scorso luglio. Mi fecero un sacco di domande, alcune riferite proprio a Guerinoni. Mi chiesero se ero stata la sua amante, ma io negai fin da subito. Nelle motivazioni dei giudici si legge che “è ragionevole ritenere che l’omicidio sia maturato in un contesto di avances a sfondo sessuale”.

Tra questi la presenza del suo furgone nella zona di Brembate Sopra in un orario compatibile con quello del rapimento di Yara, la presenza sul corpo della tredicenne di sferette metalliche tipiche del lavoro edilizio e i tabulati telefonici che localizzano Bossetti in quella zona negli orari in cui Yara veniva allontanata per sempre dalla sua famiglia. E la donna ha persino sostenuto che Massimo e la sorella gemella potrebbero essere il frutto di una fecondazione artificiale avvenuta a sua insaputa. Quel Dna che i giudici hanno definito “assolutamente affidabile” in quanto “caratterizzato per un elevato numero di marcatori Str e verificato mediante una pluralità di analisi eseguite nel rispetto dei parametri elaborati dalla comunità scientifica internazionale”.

Nel corso di questi anni, guardando i programmi televisivi succede sempre più spesso di imbattersi nei racconti di casi di cronaca nera o giudiziaria oppure di vicende centrate su situazioni di disagio individuale o sociale. storie di omicidi, di violenze e abusi, di aggressioni e atti di bullismo, di malattie gravi e invalidanti, di incidenti stradali e calamità naturali dall’esito tragico: casi, tutti questi, accomunati dal senso di sofferenza vissuto dai singoli, nelle famiglie o nelle comunità più allargate. Con un’espressione molto sintetica ma efficace, quando i programmi televisivi affrontano questi argomenti, declinandoli in un senso che molto concede allo spettacolo del dramma personale o collettivo, si parla di “TV del dolore”.
Obiettivo di questa ricerca è comprendere e descrivere le modalità di rappresentazione/narrazione messe in atto nella TV del dolore. Verificare, innanzitutto, quanta parte del palinsesto giornaliero è rivolta a questi argomenti; quali sono i programmi maggiormente impegnati a focalizzare l’attenzione del telespettatore su queste storie più o meno drammatiche e drammatizzate; quali sono, soprattutto, le modalità, le tecniche narrative, gli strumenti retorici che ne sorreggono il racconto e se sussistono delle “cattive pratiche” nella loro ricostruzione.
Per meglio comprendere tutto ciò, si è scelto di adottare un tipo di analisi che privilegiasse l’aspetto qualitativo. Preliminarmente, tuttavia, è stata effettuata un’indagine anche di tipo quantitativo, al fine di acquisire una maggiore consapevolezza sulle reti e sui programmi da sottoporre a più approfondito esame e su alcune loro caratteristiche (ad esempio sui singoli casi trattati e la loro tipologia, le qualifiche degli ospiti presenti etc.). I risultati di tale indagine sono già stati presentati in un apposito report distinto. Ad essi si farà riferimento, nelle pagine seguenti, ogni volta che si renderà necessario.
il campione è costituito dalla programmazione televisiva a contenuto informativo (ad esclusione dei TG e delle loro rubriche) in cui sono stati trattati argomenti di cronaca nera o giudiziaria oppure vicende di disagio individuale o sociale. Programmi che coniugano, intrecciano, elementi tipici del genere “informazione” ad altri più propri dell’“intrattenimento”.
sono stati esaminati i programmi dalle caratteristiche citate presenti sulle sette reti televisive nazionali generaliste Rai1, Rai2, Rai3, Rete 4, Canale 5, Italia 1 e La7/ Il periodo considerato è il trimestre compreso tra il 15 settembre e il 15 dicembre 2014.

Per ciascun programma sono state analizzate tutte le parti pertinenti (servizi, discussioni in studio o in collegamento esterno, reportage etc.) dedicate alla rappresentazione delle vicende di cronaca nera/giudiziaria o dei diversi casi di disagio individuale/sociale. Ne è emerso un corpus di quasi 300 ore, sottoposto ad analisi qualitativa. Per avere un’idea della mole della programmazione dedicata a questi temi, si pensi che è come se ogni giorno, ogni emittente trasmettesse un notiziario del dolore di mezz’ora. Perché tale è la durata media giornaliera della programmazione dedicata al dolore, pari a un telegiornale di durata “normale”.
Ne è emerso, altresì, che il 96% circa di questa programmazione si concentra in 10 trasmissioni e precisamente, in ordine decrescente per spazio dedicato: Storie Vere, Pomeriggio Cinque, La Vita in diretta, Mattino Cinque, Quarto Grado, Chi l’ha visto?, Amore Criminale, I Fatti Vostri, Uno Mattina e Domenica Live. Si è pertanto deciso di estendere l’analisi a tali programmi, concentrando l’attenzione sugli aspetti e le caratteristiche di ciascuno di essi, consapevoli delle molteplici differenze che li distinguono per durata, periodicità di messa in onda e, soprattutto, per format.
Una prima indagine sui programmi selezionati, effettuata tenendo conto anche della normativa in materia, dei codici di autoregolamentazione e delle raccomandazioni degli organi e degli istituti di garanzia e vigilanza sui media, ha consentito di individuare le categorie di riferimento per effettuare l’analisi vera e propria. Sono state rilevate sette aree di criticità: non violazioni in senso stretto di norme e codici deontologici, quanto piuttosto “cattive pratiche” ricorrenti nel racconto della “nera”.
Nel dettaglio, le aree di criticità individuate sono le seguenti:
• La raffigurazione strumentale del dolore: l’esibizione del dolore (pianti, volti affranti, violenza, accanimenti morbosi e voyeuristici, soggetti deboli etc.)
• Lo spettacolo nel dolore: le forme inappropriate del racconto, toni e semantiche inappropriate (litigi, atteggiamenti irrispettosi, generalizzazioni, pregiudizi, sessismo, istigazione all’odio etc.), dibattiti e intrattenimento, gli ossimori pericolosi (omicidio passionale), riempimenti di contorno (i dettagli inutili, le testimonianze superflue etc.)
• L’eccesso patemico nel racconto: la poetica, immagini e testi allarmanti, effetti sonori amplificanti, suspense, serialità, domande retoriche etc.
• La narrazione empatica: la costruzione dell’empatia, immagini segnale, cinematografiche e sguardo, miscela di finzione e realtà, coinvolgimento emotivo.
• Il processo virtuale: processo in TV, TV nel processo, il reality del processo, valutazione delle perizie, credibilità dei testimoni, partecipazione avvocati delle parti etc.
• L’accanimento mediatico (the show must go on, se il fine giustifica i mezzi): violazione della privacy e aggressività di reporter.
• La logica assorbente dell’infotainment: tv di servizio, finto intento pedagogico, denuncia sociale, indignazione, sdegno, apporto investigativo, condivisione della morale etc.
Queste sette aree di criticità hanno costituito la griglia interpretativa adottata per l’analisi compiuta sui programmi. Nelle pagine che seguono verranno proposti un primo paragrafo di sintesi, per punti, dei principali risultati del monitoraggio; quindi una sezione più estesa e analitica, contenente le schede programma ovvero la descrizione generale del format del programma e il dettaglio delle criticità riscontrate (le “cattive pratiche”), con esempi e commenti a chiarimento. Poiché è emerso, anche, che non tutti i programmi pertinenti presentano significative criticità, per tali casi verranno evidenziati pure gli elementi “positivi” riscontrati. Sulla base di tali schede sono state elaborate le conclusioni che chiudono la ricerca.

La Vita in diretta è un contenitore televisivo della fascia pomeridiana di Rai1, in onda dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 18.30, condotto da due giornalisti affermati: Cristina Parodi e Marco Liorni. La conduzione a due procede nel corso della trasmissione in un continuo alternarsi nei ruoli ad ogni cambio d’argomento. Talvolta, quando il caso o il tema trattato viene ritenuto di particolare importanza o delicatezza, la conduzione viene gestita insieme da entrambi i giornalisti.
La mission del programma è quella di “tenervi compagnia, tenervi informati e raccontarvi tante storie”. Nel programma si toccano vari aspetti dell’attualità e della cronaca, da quella rosa e degli spettacoli alla nera e giudiziaria. Durante la puntata dolore e sorriso si danno il cambio, succedendosi l’un l’altro con continuità, con elementi di compresenza marcati dalla grafica in sovrimpressione che avverte sull’argomento affrontato “tra poco”.
Di norma, l’argomento è introdotto da uno dei due conduttori, al quale spetta il compito di lanciare un servizio finalizzato alla presentazione di un nuovo caso di cronaca o alla ricostruzione di un caso “storico”, adoperando parole chiave come “giallo” o “mistero”. Dopo il servizio, il conduttore discute con gli ospiti in studio: tra questi, alcuni sono personaggi quasi-fissi, che girano tra i vari talk che affrontano gli stessi temi (si ritrovano spesso a Storie Vere, programma mattutino sempre su Rail). Si tratta di esperti di casi criminali (criminologi, psicologi forensi, ex della scientifica, avvocati etc.) ma anche scrittori e autori televisivi, sceneggiatori o giornalisti. Talvolta è in studio la stessa inviata che segue il caso. E ancora, personaggi del mondo dello spettacolo, attori, conduttori televisivi. Molto spesso gli ospiti restano in studio per gran parte della trasmissione, contribuendo al mescolamento di generi (infotainment), per cui personaggi del mondo dello spettacolo finiscono per commentare inchieste giudiziarie, intrecciando il momento dell’intrattenimento con quello dell’approfondimento informativo. Altre volte, viene invitato il protagonista stesso della storia, molto spesso genitori il cui figlio/a è stato oggetto di violenza, incidente, malattia grave etc. In questi casi il registro muta, il dibattito corale in cui si cerca di sviscerare moventi, ipotesi, profili psicologici e anticipare conclusioni, lascia spazio al dialogo diretto a due, con la possibilità per l’ospite di lanciare appelli e messaggi o semplici sfoghi emotivi, offrendo cassa di risonanza e manifestazioni di affetto e vicinanza con l’interlocutore.
La caratteristica del programma è proprio questa alternanza tra registri narrativi sobri e circostanziati e toni più emotivi o suggestivi. In particolare, è il servizio introduttivo quello in cui si ritrovano i toni più patemici, attraverso modulazione della voce, stilemi retorici, musiche malinconiche, primi piani e sovrapposizioni di immagini evocative. Mentre il dibattito appare maggiormente sobrio, sia perché la scelta degli ospiti non privilegia la dimensione della rissa, dell’eccesso – pur senza rinunciare a un grado minimo di coinvolgimento emotivo sia perché è palese l’intenzione dei conduttori di contenere i toni melodrammatici; e sia perché comunque costituisce un momento di presa di distanza dall’evento, che manca laddove prevale invece l’essere sempre sul campo, sul luogo del delitto, in perenne attesa del colpo di scena. Se il contemporaneo Pomeriggio Cinque di Barbara D’Urso privilegia Vesserei, qui è più rilevante la chiacchiera.
Tutto ciò non impedisce l’emergere di tratti che, se non sono indiscutibili violazioni deontologiche o di leggi, rappresentano tuttavia fattori di criticità: spettacolarizzazione del dolore, eccessi patemici nella narrazione, coinvolgimento emotivo non sempre giustificato; ma soprattutto è la dimensione del processo mediatico la questione più delicata, talvolta sollevata dagli stessi ospiti.
Numerosi i casi affrontati dal programma nel trimestre monitorato: i più presenti sono la scomparsa di Elena Ceste, l’omicidio di Loris Stival e quello di Yara Gambirasio. La Vita in diretta alterna, oltre alla nera e alla rosa, anche vicende che si esauriscono in una o poche altre puntate, che non raggiungono quindi una grande notorietà, ad altre che subiscono un processo di “serializzazione”, cioè come un serial televisivo vengono continuamente riproposte, in occasione di novità più o meno rilevanti sulle indagini, di sentenze giudiziarie, di dichiarazioni dei legali di parte etc.

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