Omicidio Yara Gambirasio, per i giudici “Valida la prova del Dna. Impossibile nuova perizia”

Si torna a parlare dell’omicidio di Yara Gambirasio e proprio nella giornata di ieri è emerso che per i giudici della Corte d’Assise e d’Appello di Brescia la prova del DNA che identifica Massimo Bossetti come il suo omicida è valida e non è dunque possibile seguire la superperizia che è stata richiesta dalla difesa perché il materiale genetico ritrovato sugli indumenti della ragazzina è esaurito. E’ questo quanto emerge dalle motivazioni della sentenza con la quale il collegio presieduto da Enrico Fischetti lo scorso XVII luglio ha condannato all’ergastolo il muratore di Mapello per la morte di Yara Gambirasio scomparsa come già risaputo il 26 novembre del 2010 da Brembate di Sopra in provincia di Bergamo e ritrovata poi senza vita tre mesi dopo in un campo di Chignolo d’Isola.

Secondo quanto riferiscono i giudici, i rilievi degli avvocati di Bossetti ovvero Claudio Dalvagni e Paolo Camporini a proposito di una violazione dei principi del contraddittorio delle ragioni difensive riguardo alla prova del DNA sono del tutto infondati. Non finisce qui perché la corte di Assise e d’Appello di Brescia hanno spiegato che in ogni caso non sarebbe possibile effettuare altre analisi per comparare le tracce trovate su slip e leggins di Yara e il DNA di Bossetti, perché il campione utilizzato per effettuare questi test è praticamente terminato.

Non solo l’imputato è raggiunto dalla prova granitica” del Dna “diretta in quanto rappresentativa direttamente del fatto da provare, collocandolo sul luogo dell’omicidio” ma anche “da una serie di elementi indiretti che uniti tra di loro consentono di giungere a una sicura affermazione di responsabilità”, è questo quanto scrivono i giudici della Corte d’Assiste d’Appello di Brescia nelle motivazioni di quasi 400 pagine dove confermano l’ergastolo per Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio.

Il processo si è svolto nelle aule di giustizia ma si è svolto anche in modo parallelo sui media alimentandosi di notizie vere, notizie false senza in alcun modo influenzare la regolarità e serenità del processo giudiziario aggiungono i giudici. “Pure senza approfondire il tema irrilevante, su chi abbia alimentato (o contribuito ad alimentare) il processo mediatico appare alquanto singolare e paradossale che la difesa e l’imputato, dopo aver fatto specificatamente appello alla necessità di chiudere giornali, di spegnare la tv, di abbandonare il web e aprire i codici e la Costituzione, abbiano dato il loro consenso alla ripresa audio e televisiva del processo di secondo grado, di seguito non autorizzata dalla Corte”, hanno aggiunto ancora i giudici. Il dossier di 40 pagine di cui sopra abbiamo parlato su Yara Gambirasio, era stato scritto da un uomo di Rimini e che vede coinvolti anche la polizia postale del Trentino Alto Adige coordinata dalla Procura di Trento.

Per i giudici della Corte d’Assise e d’Appello di Brescia la prova del Dna che identifica Massimo Bossetti come l’omicida di Yara Gambirasio – la ragazzina di 13 anni sparita da Brembate Sopra (Bergamo) il 26 novembre 2010 e ritrovata morta esattamente tre mesi dopo in un campo a Chignolo d’Isola – è valida, e non è dunque possibile eseguire la super perizia chiesta più volte dalla difesa perché il materiale genetico trovato sugli indumenti della ragazzina è esaurito. È quanto emerge dalle motivazioni della sentenza con la quale lo scorso 7 luglio è stato condannato all’ergastolo il muratore: per igiu- dici, infatti, i rilievi degli avvocati di Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, a proposito di una violazione «deiprinci- pi del contraddittorio e delle ragioni difensive» riguardo alla prova del Dna, sono «del tutto infondati».

Sì, insomma, Massimo Bossetti si dovrebbe fidare ciecamente del lavoro di laboratorio effettuato ai tempi – tra mille polemiche, kit scaduti e tanta confusione sulle anomalie del materiale – senza che nessun suo perito di fiducia ci fosse a controllare (ovviamente era impossibile: allora il muratore non era ancora indagato e si cercava un misterioso Ignoto 1), ma soprattutto senza che nessuno possa farlo ora. Rifacendo l’esame. Nulla, niente di tutto ciò che invece dovrebbe essere qualcosa di normale: se ti condannano per il Dna che è la prova regina (unica prova vera) e tu sostieni che non sia il tuo e anzi chiedi un’ulteriore verifica sapendo che in caso di conferma non avresti più nessuno scampo ma ti negano anche questa occasione, significa che forse non c’è la reale volontà di arrivare alla verità sicura. Perché non dare questa possibilità a Bossetti? Perché lasciarlo in carcere con il dubbio?

Non solo. La Corte d’Assise e d’Appello aggiunge che non sarebbe possibile effettuare un’ulteriore analisi per comparare le tracce trovate su slip e leggings della ragazzina e il Dna di Bossetti perché il campione, utilizzato per fare diversi test, è terminato (per il movente invece spiega che «può essere circoscritto nell’area delle avances sessuali respinte, della reazione dell’aggressore a tale rifiuto, unita al sicuro timore di essere riconosciuto per aver commesso nei confronti della ragazza qualcosa di grave»). Eppure la difesa del muratore, sulla questione Dna, sostiene da sempre il contrario. «Hanno trovato sugli slip di Yara questa traccia di Dna. Una quantità esorbitante, tantissimo – spiegò qualche mese fa Salvagni in un’intervista a Bergamo Post – Facciamo finta un bicchiere di

Dna… Se fosse possibile ripetere i test? Certo, ci sono ancora dei campioni, il Dna era molto. È stato detto anche in udienza che ci sono». La questione del profilo genetico, ma non solo. Nel frattempo spunta anche una novità che potrebbe cambiare lo scenario e quindi la posizione di Bossetti: il nome della 13enne di Brembate compare oggi anche in un’altra inchiesta, della polizia postale del Trentino Alto Adige, coordinata dalla Procura di Trento, denominata “Black Shadow” a proposito di una rete di pedofili. Sono stati infatti trovati riferimenti e foto di Yara Gambirasio, sul computer di uno degli arrestati, un uomo di Rimini di 53 anni. All’interno di un file dossier di circa40 pagine c’erano anche immagini della 13enne di Brembate accanto a preghiere blasfeme e filastrocche. La vicenda potrebbe ora essere seguita dal pool difensivo del muratore. Che sta lavorando e lottando per trovare il vero colpevole della morte di Yara. Non uno qualsiasi…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.