Omicidio Yara Gambirasio, il Pg conferma l’ergastolo: Bossetti sbotta in aula “Idiozie contro di me”

Scontro tra il PG di Brescia Marco Martani e Massimo Bossetti nella prima udienza del processo d’appello che ha visto il muratore di Mapello, unico imputato per l‘omicidio di Yara Gambirasio. Bossetti accusato di omicidio volontario pluriaggravato spera di ottenere un da ribaltamento della sentenza che lo scorso anno portò la sua condanna all’ergastolo.

Nel corso dell’udienza di ieri il sostituto procuratore generale di Brescia Marco Martani ha chiesto la conferma dell’ergastolo per Massimo Bossetti per l’ omicidio pluriaggravato di Yara Gambirasio, la ragazzina che è stata uccisa per motivi che soltanto l’imputato sa e potrebbe dire se volesse confermare, è questo quanto dichiarato da Martani.

Secondo il pg, Bossetti non è soltanto colpevole dell’omicidio di Yara Gambirasio ma pare abbia commesso anche altri reati tra i quali quello di calunnia, puntando il dito contro un ex collega e per questo motivo deve essere condannato all’ergastolo con la pena accessoria dell’ isolamento diurno di 6 mesi. Parole pesanti e soprattutto una richiesta davvero dura quella arrivata al termine della requisitoria del pg rappresentante dell’accusa nel processo iniziato nella giornata di ieri, davanti ai giudici della Corte d’Assise d’Appello.“Yara è stata aggredita e uccisa in un tragitto fra il campo sportivo e il luogo del ritrovamento a Chignolo, su slip e leggins sono state trovare rispettivamente 16 e due tracce di dna di ignoto uno, che è perfettamente compatibile con quello dell’imputato”, ha aggiunto il Pg.

Una folla di curiosi e giornalisti si sono riversati nella giornata di ieri davanti al Tribunale di Brescia per il processo d’appello contro Massimo Bossetti; circa una decina le testate giornalistiche accreditate per poter assistere al processo celebrato davanti alla Corte presieduta da Massimo Fischetti, accanto al giudice Massimo Vacchiano ed a 6 giudici popolari. È stato vietato l’introduzione in aula di telecamere e fotografi così come è stato vietato l’uso di tablet e cellulari, ammessi soltanto i classici registratori o carta e penna.Si è ripartito con la relazione che sintetizza gli elementi della sentenza ed  i motivi di appello, ovvero un riassunto dei 34 faldoni di cui si compone un’inchiesta senza pari con oltre 118000 ore di cui sono stati acquisiti i tabulati più di 25000 profili genetici acquisiti da polizia scientifica e Ris, ricerca ininterrotta per tre mesi fino al ritrovamento del corpo senza vita della povera Yara Gambirasio nel campo di Chignolo d’Isola e di quella traccia genetica che ha portato dritto a Bossetti.

In aula presenti anche Ester Arzuffi, Laura Bossetti e Marisa Comi, madre sorella e moglie di Massimo Bossetti per assistere all’udienza nel corso della quale l’imputato ha potuto stringere la mano alla moglie; i giudici hanno anche concesso che l’imputato potesse tenere affianco i suoi difensori. Pare ci sia stato un momento di forte tensione in cui Massimo Bossetti per alcuni secondi si è alzato dal banco degli imputati richiamando l’attenzione delle guardie penitenziarie, contro un passaggio dell’intervento del procuratore generale Martani e nello specifico Bassetti avrebbe urlato “Viene qua a dire idiozie”.

E la pubblica accusa rincara. L’ergastolo già inflitto in primo grado al carpentiere, non basta. Massimo Bossetti per il procuratore generale di Brescia, Marco Martani, va condannato anche per avere incolpato del delitto il collega Massimo Maggioni. L’imputato «ha sviato le indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio», stando al pg, «facendo girare a vuoto la macchina della giustizia e provocando un danno alla persona ingiustamente accusata».

Al “fine pena mai”, si aggiungano sei mesi da scontare in isolamento diurno. Massimo Bossetti è in cella dal 16 giugno 2014. E a un anno esatto dal primo verdetto (ieri), torna in aula a Brescia per il giudizio d’Appello. Il presidente della Corte, Enrico Fischetti, apre l’udienza sintetizzando i motivi che il primo luglio 2016 convincono l’Assise di Bergamo a «comminare il massimo della pena». La parola passa quindi al pg Marco Martani, e l’imputato finisce sotto il fuoco incrociato delle accuse. «Sui vestiti della bambina c’è l’impronta dei sedili del furgone di Bossetti, le telecamere e le antenne dei telefoni hanno registrato la sua presenza davanti alla palestra, la dinamica del rapimento e dell’omicidio è chiara, il suo computer racconta che aveva un debole per le ragazzine. Manca il movente del delitto? Sia lui a dire perché lo ha fatto».

Basta un’occhiata alla moglie seduta dietro al bancone, e l’imputato balzi in piedi: «Non posso stare qui a sentire queste idiozie», protesta. Intervengono le guardie, il presidente richiama all’ordine e ricorda al muratore che (a tempo opportuno) potrà dichiarare quel che ritiene. Se lo ritiene. Lui si tace, mentre l’accusa riprende l’oratoria fiume. Prova a demolire i cosiddetti «motivi aggiunti» della difesa, un centinaio di pagine e di sospetti. «Il Dna trovato sugli indumenti di Yara sarebbe stato fatto fabbricare allo scopo di falsificare le prove e inchiodare un innocente», è la tesi. Inoltre «una immagine ricavata dal satellite e risalente al 24 gennaio 2011» proverebbe che il corpo senza vita della bambina non c’era nel campo incolto di Chignolo, dove il 26 febbraio successivo venne ritrovato.

Per un aeroplanino sfuggito di mano a un ignaro collezionista e planato per caso sopra di lei. Il procuratore denuncia alla Corte il tentativo degli avvocati, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, «di accusare il Ris di avere contatti con soggetti operanti all’estero che hanno come attività quella di confezionare prove false». Un attacco di questo tipo, denuncia Martani, «va oltre il limite del grottesco». E sottolinea il pg: «Per la difesa i 16 campioni di Dna trovati sul corpo di Yara e quello rilevato sui suoi indumenti, poi identificato come quello di Bossetti, sarebbero stati messi lì a bella posta al ritrovamento del cadavere. Ma un’operazione simile, se fosse avvenuta, oltre che illegale sarebbe stata complessa, onerosa e pagata non si sa con quali fondi». E ancora «al momento del ritrovamento del corpo non si sapeva a chi potesse appartenere quel Dna.

Fosse stato artificiale come sostiene la difesa, in teoria, poteva non appartenere a nessuno. Invece, guarda il caso, è di un essere umano che abita proprio a pochi chilometri dal paese di Yara. Quando dagli indumenti di lei venne prelevato un profilo genetico attribuibile all’assassino e ribattezzato “Ignoto 1”, l’imputato era sconosciuto alla giustizia, come il suo Dna mai utilizzato e assente da qualsiasi banca dati». Massimo Bossetti «è carico» dice la difesa entrando in aula. A sostenerlo ci sono gli occhi della moglie Marita Comi. Quelli della madre e della gemella, che Ira loro però non si incrociano. In penultima fila, platea pubblico, siedono i sostenitori del carpentiere. Molti hanno preso le ferie, come avevano fatto alproces- so d’Assise. Quando l’accusa chiede di rincarare l’ergastolo con l’isolamento, si alza il mugugno generale. «Ma come si fa? Vergogna!», è il coro. E ognuno si segna il ritorno in aula: 6, 10 e 14 luglio. Per la sentenza.

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