Onde gravitazionali, la prima volta di uno scontro di stelle di neutroni una miniera d’oro nello spazio

Ieri si aspettava un sensazionale annuncio sulle onde gravitazionali, e quando i ricercatori hanno svelato le carte, abbiamo scoperto, tra molte altre cose, l’origine dell’o- ro.Nessuno sapeva come si formasse questo elemento, c’erano diverse ipotesi ma nessuna supportata dai fatti. Si è scoperto che il nobile metallo nasce dalla fusione di due stelle di neutroni.
Dapprima le due stelle ruotano una attorno all’altra come in una giostra impazzita, poi collassano luna dentro l’altra, producendo un’esplosione di immane energia. Questa esplosione ha letteralmente scosso una zona dell’universo osservabile, increspando il campo gravitazionale.

Queste increspature, nella forma di onde gravitazionali, sono state rilevate da Ligo e Virgo, due osservatori specializzati per questo tipo di onde, il primo americano e il secondo italiano. Comparando le loro rilevazioni, i due osservatori sono stati in grado di circoscrivere il punto celeste dove è avvenuta la collisione stellare. Da quel punto li no nello spazio, i ricercatori hanno scoperto una miniera di risultati scientifici e di elementi chimici.

L’esplosione della coppia di stelle di neutroni ha consentito di osservare direttamente, per la prima volta, una fusione tra questo tipo di stelle, e il fatto che da tale fusione si sprigionino onde gravitazionali, un breve flusso di raggi gamma (prima, di queste sporadiche emissioni era ignota la scaturigine), radiazioni luminose (e altre radiazioni elettromagnetiche) e, soprattutto, che da essa derivi la formazione degli elementi pesanti, cioè quelli con un alto numero atomico, ovvero con un alto numero di protoni nel nucleo. Come appunto l’oro. Insomma a farla breve: l’oro sulla Terra noi lo troviamo nei filoni auriferi, miniere o fiumi che lo contengono come in uno scrigno, ma chi ce l’ha messo lì, all’origine, sono statele stelle di neutroni, che l’hanno letteralmente creato attraverso complesse reazioni nucleari successive alla loro fusione.

Quindi, per una volta, se i media titolano «oro spaziale» o «miniere spaziali» non è un’esagerazione, è la pura verità. L’oro è un rigurgito del cosmo quando alcuni oggetti celesti, dopo essersi corteggiati in un tango stellare, collidono e producono esplosioni così energetiche da superare persino le supernove, e infatti vengono chiamate kilonove. Non è solo una scoperta scientifica epocale, come tutti i ricercatori concordano, ma è anche la conferma che, nel nostro tempo, il vero luogo dove è possibile immaginare l’inimmaginabile, dove prendono corpo i sogni più arditi, le bellezze più stupefacenti, è l’astronomia, la cosmologia, che ci sollevano dalle infime miserie dei comportamenti umani.

Sembra quasi fatale che l’oro, l’elemento cui l’uomo dà la caccia da tempi remotissimi, prezioso sotto ogni latitudine, che ha spinto la nostra razza a epopee eroiche come a conflitti sanguinosi, sotto il segno di un amore che l’avidità ha spesso trasformato in delirio, ecco, era quasi destino che questo minerale, che forse è stato il primo metallo che l’uomo abbia conosciuto, e il cui nome,

dal latino «aurum», significa scintillante, ardente, venisse da un’esplosione stellare. Che il suo bagliore fosse il riflesso di un’origine negli astri vorticanti nello spazio profondo.
E anche qui, «spazio profondo» non è un comune modo di dire, dal momento che, almeno nel caso di cui stiamo parlando e della relativa fucina cosmica, l’esplosione tra le due stelle di neutroni, rilevata lo scorso 17 agosto, è avvenuta in una galassia distante 130 milioni di anni luce. Quindi tutti gli animi avidi della Terra, nonostante siano la maggioranza e decisamente spregiudicati, dovranno frenare gli appetiti, se hanno in mente di andare a sfruttare i giacimenti che la scienza ci dice esistano nel cielo.

Non dubitiamo che nel giro di qualche millennio la razza umana, o quel che sarà la discendente della razza umana, avrà trovato il modo di saccheggiare lo spazio con la stessa brutale spietatezza con cui i Conquistadores depredarono l’oro dell’America.
Questi cercavano l’Eldorado, la leggendaria città d’oro di cui anche Voltaire narra nel suo Candido mentre sbeffeggia la brama di conquista dell’Occidente, e per lungo tempo non si rassegnarono ad abbandonarne la febbrile caccia. Figurarsi cosa accadrà quando gli uomini avranno i mezzi tecnologici per raggiungerlo, ora che sappiamo che Eldorado esiste veramente, là fuori nello spazio. Ed è un super Eldorado, perché non è semplicemente una città d’oro, ma una continua sorgente di metalli preziosi, letteralmente sputati dalla collisione delle stelle di neutroni.

Da oggi c’è una nuova astronomia, che sa contemporaneamente ascoltare l’universo e vederne i colori. Le onde gravitazionali, combinate con un coro di 70 telescopi spaziali e sulla Terra hanno visto gli ultimi minuti di vita di due stelle di neutroni, anticamera dei buchi neri, hanno ascoltato la loro eco mentre collidevano e visto la luce liberata dall’esplosione, mentre la materia liberata tutto intorno dava origine agli elementi più pesanti, come oro e platino. È stata una staffetta senza precedenti nella storia della scienza, che ha portato ad una cascata di scoperte, riportate da un torrente di pubblicazioni sulle riviste più prestigiose, come Nature, Science e Physical Review Letters.

Un risultato «meraviglioso», lo ha definito la ministra della Ricerca Scientifica Valeria Fedeli nella conferenza organizzata a Roma in simultanea con Stati Uniti e Germania. L’Italia ha infatti dato un contributo cruciale con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, con Virgo, che fa capo all’Osservatorio Gravitazionale Europeo che si trova a Cascina, in provincia di Pisa; l’Istituto Nazionale di Astrofisica è stato fra i primi al mondo a fotografare, riconoscere e descrivere la sorgente del segnale con i suoi telescopi e quelli gestiti dall’Osservatorio Europeo Australe.
Da oggi si inaugura «un modo completamente nuovo di cercare risposte alle nostre domande sull’universo», ha detto il presidente dell’Infn, Fernando Ferroni, ricordando il ruolo che in questa rivoluzione ha giocato il papà di Virgo, Adalberto Giazotto.

In testa alla cinquina di record presentati c’è la rilevazione della prima onda gravitazionale prodotta da due stelle incredibilmente dense, come quelle di neutroni, mentre ruotavano velocemente l’una attorno all’altra in una spirale che le ha portate a fondersi. Il segnale ha viaggiato per 130 milioni di anni luce dalla periferia della galassia NGC 4993,
nella costellazione dell’Idra, fino a raggiungere uno degli strumenti del rivelatore americano Ligo (Laser Interferometer Gravitational-Wave Obser- vatory). Erano le 14:41 italiane del 17 agosto 2017. Immediatamente dopo Virgo ha permesso di localizzare la sorgente del segnale. Tutte le altre onde gravitazionali finora osservate erano state generate dalla fusione di buchi neri, che non
produce radiazione elettromagnetica.

Il secondo risultato è arrivato quando la fusione delle stelle di neutroni ha generato un rapidissimo lampo di raggi gamma intercettato dal telescopio spaziale Fermi: è stata la conferma che la fusione di stelle di neutroni è una delle misteriose sorgenti di lampi di raggi gamma.
La rapidissima comunicazione
dei dati tra Fermi e Ligo-Virgo ha fatto puntare circa 70 telescopi a Terra e nello spazio sulle stelle di neutroni. Insieme hanno visto per la prima volta nascere nell’universo elementi pesanti come oro e platino: finora era un processo sconosciuto. È arrivata infine la conferma che le onde gravitazionali viaggiano alla velocità della luce, come Einstein aveva previsto oltre un secolo fa.

Un pezzo importante di Sardegna – che studia sperimenta, ricerca e osserva – fa parte della rivoluzione dell’astronomia. Il Sardinia radio telescope (Srt) di San Basilio e i ricercatori della struttura sono partner scientifici di pregio del progetto ha scosso la comunità mondiale di astrofisica. Nello staff di circa settanta specialisti (tra fisici, ingegneri, tecnici e amministrativi), sono tanti i sardi provenienti e formatisi nei laboratori dell’ateneo di Cagliari, con numerosi tirocinanti iscritti alla facoltà di Ingegneria che prendono parte ai processi di sviluppo tecnologico dell’antenna. Dall’hardware al software, giovani competenze di primo piano spendibili su scenari internazionali. Con un diametro di 64 metri e un’altezza di settanta, il radiotelescopio di San Basilio e il più grande d’Italia e tra i più avanzati al mondo.
Inaugurata nel settembre 2013, con le prime osservazioni scientifiche di riguardo che risalgono al 2015, l’antenna è pilastro e riferimento scientifico ineludibile delle osservazioni e delle ricerche di astrofisica coordinate dall’Osservatorio astronomico di Cagliari Inaf-Oac. Ieri, il rafforzamento della visibilità e dell’accreditamento internazionale. Con i potenti interferometri di Ligo (Stati Uniti) e Virgo (Cascina), a caccia di misteri stellari da risolvere, anche Srt ha contribuito a catturato le onde gravitazionali. «La contemporanea osservazione di onde gravitazionali e di onde elettromagnetiche emesse da uno stesso evento cosmico è evento di straordinaria portata» dice Andrea Possenti, direttore uscente dell’Osservatorio di Cagliari. Un contesto in cui Srt, con le recenti osservazioni, ha competenze di alto profilo. «Il ruolo dei ricercatori operanti nell’isola è destinato a svilupparsi e crescere in quello che viene riconosciuto come uno degli ambiti più innovativi della ricerca astronomica internazionale» aggiunge Emilio Molinari, neo direttore dell’Osservatorio di Cagliari, proveniente dalla direzione del telescopio nazionale Galileo, situato alle Canarie. Nel dettaglio, l’Inaf ha partecipato alle campagne osservative mettendo in campo sia le elevate capacità dei ricercatori, sia la qualità dei propri strumenti. Il Sardinia radio telescope di San Basilio è stato puntato su NGC 4993 il 7, 8, 9, 19 e 22 settembre scorso, dopo che il radiotelescopio americano Vla (Very large array) ha annunciato l’osservazione di un’emissione radio proveniente dalla regione di cielo dove ha avuto luogo l’evento. Lo scopo di questo lavoro, che ha coinvolto con Srt una dozzina dei migliori radiotelescopi del mondo, è di misurare le variazioni nel tempo del flusso di onde radio.
Con queste osservazioni, Sardinia radio telescope ha compiuto un fondamentale passo avanti ulteriore nella propria carriera scientifica. Ed è entrato nella ristretta cerchia degli strumenti mondiali qualificati per svolgere un ruolo importante nella innovativa astrofisica multi-messaggero.

La Teoria delle Relatività Generale La teoria della relatività nasce nei primi del 900, un periodo di profondi cambiamenti scientifici. Fino ad allora si pensava che i fenomeni elettromagnetici quali la luce, viaggiassero attraverso lo spazio sfruttando l’etere, ovvero qualcosa di sconosciuto che permea il tutto. La Terra sarebbe quindi in movimento rispetto all’etere e quindi la luce che punta verso la direzione in cui la terra sta viaggiando ruotando attorno al sole, sarebbe rallentata, poiché l’etere è fermo mentre la Terra si muove ad alta velocità. Nel 1887 Albert Michelson e Edward Morley, in un celebre esperimento con un interferometro, dimostrarono che la velocità della luce non cambia da qualunque sistema di riferimento la si osservi.

L’ipotesi dell’esistenza dell’etere viene quindi a cadere. Tuttavia, se la velocità della luce resta costante, allora, poiché la velocità “c” è lo spazio percorso “s” diviso il tempo impiegato a precorrerlo “t”, significa che a cambiare sono “s” e “t”. Questi devono cambiare in modo che a man mano che un oggetto accelera, si contrae il suo spazio percorso (come se diminuisse di dimensione) ed il suo tempo rallenta. In sostanza tempo e spazio non sono più concetti universali: essi dipendono dallo stato di moto del loro osservatore. Oltre a questo nuovo concetto di relatività che coinvolge spazio e tempo, presente nella cosiddetta Relatività Ristretta formulata nel 1905, Einstein osservò che, secondo la teoria della gravità di Newton, se si fà apparire improvvisamente una massa in un sistema gravitazionale, tutti gli altri corpi risentono di essa reagendo istantaneamente alla forza che essa esercitata. Ciò dovrebbe avvenire indipendentemente dalla distanza a cui si trovano i corpi dalla nuova massa. Questo significa che il “segnale” del cambiamento avvenuto, si trasmette a velocità infinita, ovvero superiore a quella della luce. Ciò è in contraddizione con la teoria della Relatività Ristretta che indica chiaramente la velocità della luce è massima possibile. Questa contraddizione indusse Einstein ad affrontare il problema della relatività dei concetti di spazio e tempo, includendo nelle sue considerazioni anche la forza gravitazionale. Il punto di partenza del suo ragionamento è il principio di equivalenza di Galileo.

Questa proprietà universale dei corpi, spinge a dedurre che esista una sorta di equivalenza tra il concetto di accelerazione e quello di gravità. Per convincersi di questo la cosa più semplice è condurre un esperimento in un ascensore ideale. Sottolineiamo che si tratta di esperimento ideale, visto che la sua realizzazione pratica, come vedremo, implicherebbe mettere a repentaglio l’ incolumità di quel signore (l’osservatore) che si deve trovare dentro l’ascensore. L’Osservatore in ascensore ha in mano una pallina da far cadere. Se l‘ascensore è sulla Terra ed è fermo, lasciando la pallina che ha in mano, l’osservatore la vedrà cadere verso il pavimento. Portiamo ora l’ascensore in alto e poi tagliamo la corda che lo sostiene: l’osservatore nell’ascensore, lasciando la pallina, non la vedrà cadere verso il pavimento: la gravità per lui non esiste più. Un modo per riveder cadere la pallina esiste: basta portare l’ascensore lontano dalla Terra (quindi siamo in assenza del campo gravitazionale della Terra) e accelerarlo verso l’alto. L’uomo nell’ascensore percepirà una forza che tende a spingerlo verso il pavimento dell’ascensore e, liberando la pallina, la vedrà cadere di nuovo verso il basso.

Gravità e accelerazione sembrano quindi identificarsi. Tuttavia la gravità terrestre punta sempre verso il centro della Terra: è una forza centrale, quindi il problema che abbiamo difronte è capire come mai le forze applicate ai corpi partano dal centro della Terra puntando in direzioni sempre diverse in base a dove si trova l’osservatore con la sua pallina. Per risolvere questo dilemma, Einstein usa il concetto che lo spazio ed il tempo che l’osservatore sperimenta osservando il moto della pallina, non sono assoluti. L’idea è che la massa della Terra distorca lo spazio tempo, e quindi generi una accelerazione verso il centro di se stessa. Cosa significa distorcere lo spazio tempo? Immaginate di tendere un telone elastico dai suoi quattro angoli e posizionare una palla in centro: la palla incurva il telo verso il basso e qualsiasi oggetto su di esso cadrebbe scivolando verso la palla.

La massa della Terra distorce lo spazio-tempo e tende a far cadere verso il centro la pallina La nuova teoria dello “spazio curvo” venne chiamata relatività generale, per distinguerla dalla precedente relatività ristretta che non prendeva in considerazione la gravità. La prova che la relatività generale era corretta fu dimostrata nel 1919 dall’astronomo inglese Arthur Eddington, che osservò con un telescopio la luce di una stella che giungeva a noi passando nei pressi del Sole. L’osservazione fu fatta durante un eclisse totale di Sole, e i suoi telescopi rilevarono che la traiettoria della luce che descrive la proprietà dello spazio vicino al Sole, effettivamente era distorta perché la massa dello stesso Sole è la causa della deformazione spazio-temporale. La grandezza che permette di calcolare la distanza tra punti in uno spaziotempo curvo e quindi esprime in termini matematici le proprietà geometriche dello spazio-tempo, è il tensore metrico gmn : è una matrice i cui termini, in un sistema di riferimento qualsiasi, possono assumere valori diversi da punto a punto. Su questa quantità si fonda l’equazione della Relatività Generale di Einstein, che un anonimo autore ha scritto su una locomotiva abbandonata in un deserto del Sud-America.

A sinistra del segno di uguaglianza dell’equazione appare la quantità adimensionale Rmn – € 1 2 gmn R : è la matrice di curvatura dello spazio-tempo, che dipende dalle derivate seconde del tensore metrico gmn . A destra l’altra matrice Tmn rappresenta la sorgente dell’interazione gravitazionale. Per Einstein questa sorgente non è soltanto la densità della materia, ma anche la densità e il flusso dell’impulso e dell’energia della materia stessa, ovvero il suo stato di moto. Il coefficiente € 8 π G c 4 ≈ 2 10−43 N−1 , che moltiplica la matrice sorgente, ci informa su quanto sia debole l’effetto della Gravità sulla geometria dello spazio-tempo: una significativa curvatura dello spazio-tempo si ottiene quando entrano in gioco forze che compensano il fattore G/c4 . In senso figurato si usa dire che la materia e il suo stato di moto (Tmn ) determinano la struttura locale delle linee dello spazio-tempo (Rmn e quindi gmn ) che a loro volta determinano lo stato di moto della materia. In termini più propriamente matematici, la formula scritta a caratteri cubitali sulla locomotiva della foto rappresenta un sistema di equazioni accoppiate non lineari, la cui soluzione in genere è ricavabile solo per via numerica. Concludiamo quindi che lo spazio ed il tempo sono relativi e le loro proprietà sono legate all’esistenza della materia e dell’energia, ovvero anche allo stato stesso di moto della materia.

Le onde Gravitazionali Durante la nostra attività quotidiana, osserviamo vari fenomeni ondulatori: le onde sonore, onde d’acqua, la luce, le onde radio tramite le quali sentiamo la musica trasmessa alla radio. Che tipo di onde sono allora quelle gravitazionali?

Esse sono in realtà increspature deboli nello spazio-tempo, il mondo a quattro dimensioni che Einstein ha creato nelle sue teorie della Relatività Ristretta e Generale. Come un’onda gravitazionale passa, oggetti cambierebbero la loro lunghezza, ma solo di una quantità piccolissima. Ad esempio quella generata da corpi stellari enormi distanti da noi miliardi di anni luce, possono cambiare la distanza tra oggetti di una parte nel 10-21, che è circa il rapporto tra il diametro di un atomo diviso per pa distanza dal Sole alla Terra. Questo effetto è estremamente piccolo e queste rende molto difficile la loro rilevazione. Le onde gravitazionali interagiscono in modo estremamente debole con la materia, quindi si possono propagare attraverso lo spazio interstellare senza che le informazioni che esse trasportano, siano modificate. La loro rilevazione apre una nuova finestra sull’universo: si tratta di scoprire un vero tesoro di informazioni molto diverso da quello che già possediamo tramite le osservazioni fatte con i telescopi ottici, radio, infrarossi, UV, X o Gamma, tutti basati sulla radiazione elettromagnetica . Le onde elettromagnetiche, rilevate dalle radio o dalle televisioni di casa nostra, sono emesse dalle antenne delle stazioni emittenti e si propagano sino a noi. Queste onde sono generate dagli elettroni, che all’interno dell’antenna, devono correre avanti e indietro e così producono segnali elettromagnetici. In modo analogo, per produrre in modo efficiente un’onda gravitazionale occorre che un corpo molto massiccio, ad esempio una stella, si sposti avanti e indietro abbastanza velocemente. Molte delle stelle osservate sono membri di sistemi doppi, ovvero stelle binarie che ruotano una intorno all’altra grazie alla reciproca attrazione gravitazionale. Se le stelle coinvolte in questa danza cosmica sono enormi e vicine tra loro, le forze in gioco che le trascinano facendole oscillare a vicenda, sono enormi. Einstein, nel 1915, aveva previsto che tale sistema fosse una sorgente di onde gravitazionali, che si propagano alla velocità della luce, ma sosteneva che tale radiazione sarebbe stata troppo debole per essere rilevata. Nel sistema binario di stelle, il fatto di emettere radiazione gravitazionale fa si che il sistema perda l’energia meccanica, e determina quindi il loro progressivo avvicinamento. Man mano che le due stelle si avvicinano la loro velocità di rotazione reciproca aumenta. Quindi, misurando il periodo di rotazione un sistema binario molto precisamente, si può verificare indirettamente che esiste questa emissione, una potente prova indiretta dell’esistenza della radiazione gravitazionale. I radio-astronomi Russell Hulse e Joseph Taylor, stavano studiando stelle pulsar che ruotano rapidamente emettendo impulsi elettromagnetici a radiofrequenza di straordinaria regolarità. Queste stelle si comportano come orologi cosmici e si possono osservare per anni con regolarità.

Hulse e Taylor hanno trovato una pulsar in cui l’emissione radio oscilla, indicando prima una fase di accelerazione e quindi una fase di rallentamento della stella. Un’attenta analisi ha mostrato che questo modo peculiare di emettere era una conseguenza dell’effetto Doppler intrinseco al sistema, ovvero al fatto che la pulsar stava orbitando rispetto ad una stella compagna, avvicinandosi e allontanandosi quindi rispetto ad essa.

Si tratta di due stelle molto compatte che ruotano una intorno all’altra in circa otto ore, a una separazione tra loro che varia da uno a cinque raggi solari. Dal momento che sono così vicine, le forze gravitazionali che si esercitano tra loro sono straordinariamente forti. Scrupolose misurazioni a lungo termine dei tempi di arrivo dell’impulso rivelò che la velocità di rotazione del sistema aumentava, e questo avveniva perdendo energia meccanica proprio nel modo che Einstein aveva predetto molti anni prima per effetto dell’emissione di onde gravitazionali. Nel 1993, Hulse e Taylor hanno ricevuto il Premio Nobel per la fisica per questo lavoro. Avevano individuato una sorgente di onde gravitazionali. Il passo successivo sarebbe quello di costruire un rivelatore di osservare direttamente queste onde. Nei prossimi paragrafi vediamo allora come si possono realizzare dei rilevatori di Onde Gravitazionali, limitandoci ad illustrare brevemente solo tre principali categorie:

Rivelatori risonanti Questi consistono in un grosso cilindro metallico che viene sospeso in una camera da vuoto per essere isolato dal rumore acustico e da quello sismico della Terra. I cilindri utilizzati hanno lunghezze caratteristiche che variano da 1.5 a 3 metri e masse da 1 a 3 tonnellate. L’onda gravitazionale che incide sull’antenna, la pone in vibrazione e quindi il cilindro viene equipaggiato con un trasduttore sensibile che è atto a trasformare il segnale di vibrazione in un segnale elettrico e poter rilevare le piccole variazioni di lunghezza del cilindro. Alcuni processi astrofisici, come le esplosioni di supernove possano irradiare onde gravitazionali ad una frequenza di circa 1000 Hz. La lunghezza del cilindro è scelto in modo che il cilindro risuoni a questa frequenza, così che il debole effetto dell’onda gravitazionale dovrebbe determinare una oscillazione della lunghezza del cilindro sufficiente grande da poter essere registrata grazie al sistema di trasduzione. Il gran nemico di questa tecnica è il rumore termico responsabile della continua fluttuazione casuale della lunghezza del cilindro. Per battere tale rumore questi cilindri vengono raffreddati a temperature prossime dello zero assoluto. Per anni il record della temperatura più bassa mai raggiunta (95 mK) con masse così grandi (2.2 tonnellate), è stato ottenuto dalle antenne NAUTILUS ed AURIGA dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) italiano.

Questi tipi di rivelatore hanno però due limitazioni: a) sono sensibili solo a segnali attorno a 1000 Hz b) osservano variazioni di distanza dell’ordine del metro, ovvero della lunghezza del cilindro.

Un diverso tipo di rivelatore che utilizza raggi laser riflessi su distanze chilometriche, supera ambedue queste limitazioni. Per aumentare l’ampiezza dell’oscillazione da misurare, questi rilevatori sono interferometri con bracci lunghi diversi chilometri. Un raggio laser viene diviso e viaggia diversi chilometri in direzioni perpendicolari a specchi sospesi. I raggi riflessi sono combinati e interferiscono, fornendo un alternanza di luce e buio che dipende dalle relative fasi dei due fasci che hanno viaggiato nei due bracci dell’interferometro. Questo strumento quindi è costituito da due tunnel lunghi tre o quattro chilometri, nei quali sono installati tubi a ultra alto vuoto. In essi viaggiano i due fasci laser ottenuti dividendo in due con uno specchio un unico fascio laser ultra stabile. All’interno di ogni tunnel, i fasci laser vengono riflessi da specialissimi specchi che li fanno viaggiare avanti e indietro per centinaia di volte, allungandone il percorso fino a 300 chilometri. Quando le due metà dei fasci laser tornano a unirsi, si produce una figura d’interferenza. Se i due fasci laser vengono colpiti da un’onda gravitazionale, quando un fascio si allunga l’altro si accorcia e cambia la figura di interferenza. Virgo è il rivelatore interferometrico di 3 km, costruito in Italia vicino Pisa dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) italiano e dal Conseil National de la Recherche Scientifique (CNRS) francese. Il progetto Laser Interferometer Gravitational Observatory (LIGO) negli Stati Uniti d’America, finanziato dalla National Science Foundation Americana (NSF), è costituito da due analoghi rivelatori di 4 km l’uno: il primo a Hanford, 300 km di distanza da Seattle, e l’altro a Linvingstone, 70 km a Nord di New Orleans. I tre rivelatori vengono azionati allo stesso momento per ridurre le possibilità che il rumore in uno o l’altro potrebbe imitare un’onda gravitazionale. Inoltre questi sistemi non hanno una capacità di puntamento. La loro sensibilità dipende poco dalla direzione di provenienza dell’onda. In altre parole sono molto più simili ad un microfono omni-direzionale che ad un telescopio. Quindi per dedurre la direzione di provenienza dei segnali, quali quelli associati alla fase finale di vita di un sistema binario, un evento transitorio nel tempo, bisogna sfruttare l’informazione raccolta, in istanti leggermente diversi, da almeno tre rivelatori posti in punti diversi della Terra. In sostanza si ricostruisce il punto del cielo dove è avvenuto il fenomeno, sfruttando il principio della triangolazione. Il metodo è del tutto analogo a quello utilizzato per localizzare il proprio telefono cellulare equipaggiato con un ricevitore GPS. Affinché la localizzazione sia efficace, occorre ricevere i segnali da almeno tre satelliti GPS.

Interferometri nello Spazio Gli interferometri terrestri sono vulnerabili agli effetti del rumore sismico, soprattutto alle basse ultra frequenze. Questa dipendenza dalla frequenza è importante, perché ad esempio i buchi neri supermassivi producono onde gravitazionali a frequenze al di sotto di 1 ciclo al secondo (Hz). Per evitare questo rumore, l’interferometro deve essere realizzato nello spazio, lanciando tre satelliti che possono essere distanti tra loro milioni di chilometri. Il sistema “Laser Interferometeric Space Antenna” (LISA) è un progetto ancora non realizzato, portato avanti dall’agenzia spaziale europea ESA. Esso è basato su tre satelliti posti circa cinque milioni di chilometri l’uno dall’altro , in un’orbita con un periodo di circa un anno. (Vedi disegno). LISA sarà sensibile alle onde gravitazionali da 10-4 Hz a 1 Hz. Purtroppo però, attualmente il suo lancio è previsto solo nel 2034. La scoperta Le onde gravitazionali sono state osservate direttamente per la prima volta il 14 Settembre del 2015, alle 10, 50 minuti 45 secondi (ora italiana). L’osservazione `e avvenuta contemporaneamente a Livingston e ad Hanford all’interno di una finestra di coincidenza di appena 6.9 millisecondi I dati sono stati analizzati dalle collaborazioni internazionali Ligo e Virgo. Quest’ultima fa capo allo L’annuncio è stato dato in contemporanea a Washington (USA) pressa la sede della National Science Foundation (NSF) americana e a Cascina (Pisa- Italia) , dove è installato lo strumento Virgo, gestito dall’European Gravitational Observatory (EGO) fondato e finanziato da INFN italiano e CNRS francese. E’ stata la collisione tra due buchi neri avvenuta un miliardo di anni fa a provocare il primo segnale delle onde gravitazionali mai scoperto, rilevato dalle antenne dello strumento Ligo ed analizzato fra Europa e Stati Uniti dalle collaborazioni Ligo e Virgo. Il risultato è doppiamente sorprendente perché, oltre a confermare l’esistenza delle onde gravitazionali, fornisce anche la prima prova diretta dell’esistenza dei buchi neri. La collisione di buchi neri ricostruita sulle base del primo segnale di un’onda gravitazionale è un evento invisibile perfino ai telescopi più potenti perché non emette altro che onde gravitazionali.

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