Ostia di nuovo Far West, agguato nella notte in pizzeria: due gambizzati

Nella serata di oggi, intorno alle ore 22, in via delle Canarie a Ostia due uomini sono stati gambizzati. A riportare la notizia la redazione de Il Messaggero che parla di due vittime che sarebbero state avvicinate da due persone in sella ad uno scooter che hanno sparato 4 colpi di arma da fuoco colpendoli alle gambe. I feriti, in gravi condizioni, sono stati trasportati d’urgenza all’ospedale Grassi. Subito dopo l’agguato sul posto è giunta la polizia del commissariato del lido e alcune pattuglie dei carabinieri. In questi minuti le forze dell’ordine sono al lavoro tra le vie di Ostia alla ricerca dell’arma utilizzata dai due uomini a bordo del motorino che indossavano il casco integrale.

Le mafie a Roma
Premessa storica. Il 20 novembre del 1991 la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie approvava la prima relazione sulla penetrazione mafiosa nella Capitale e nel Lazio. Nel testo si legge: «Per quanto concerne la città di Roma vari fattori hanno consentito alla criminalità organizzata di stampo mafioso di insediarsi ed operare con relativa “tranquillità”: la posizione geografica centrale, la vicinanza con zone dove è più consolidato l’insediamento mafioso (in particolare la Campania), la presenza di importanti centri del potere economico, finanziario e politico, la dimensione dell’area urbana della Capitale, che rende meno agevoli i controlli delle forze dell’ordine e garantisce una più facile mimetizzazione  .

[…] Dati attendibili confermano l’antica “vocazione” romana di Cosa nostra che ha creato, nel territorio della Capitale, strutture organizzative rivelatrici di una presenza organica e che agivano rispettando gli schemi e le gerarchie mafiose. Anche Leoluca Bagarella e Giuseppe Madonia hanno dimorato a Roma per qualche tempo. […] Il fenomeno criminale nel Lazio, ed in particolare nella Capitale, pur non presentandosi ai livelli delle regioni a più alta densità mafiosa, appare in evidente espansione. […] La Commissione esprime quindi un preoccupato allarme e richiama l’attenzione del parlamento e del Governo su una situazione certamente pericolosa. […] La criminalità organizzata potendo contare su una grande disponibilità di denaro e su sistemi organizzativi sempre più sofisticati, minaccia il tessuto civile, le attività economiche e le amministrazioni pubbliche. […] E’ recentissima l’affermazione del Tribunale di Roma, Sezione per l’applicazione delle misure di prevenzione, secondo la quale i fatti, meglio sarebbe dire i cadaveri che insanguinano la Capitale, danno ragione a chi sostiene l’esistenza in Roma di una criminalità organizzata operante secondo gli stilemi delle associazioni mafiose».

Le considerazioni espresse dalla Commissione antimafia nel 1991 appaiono profetiche alla luce delle recenti inchieste sull’associazione criminale cosiddetta “Mafia Capitale” e le numerose sentenze emesse dal tribunale e dalla corte d’Appello di Roma su associazioni di tipo mafioso radicate ad Ostia. Nello stesso anno in cui venne approvata la relazione firmata da Gerardo Chiaromonte le indagini della Criminalpol del Lazio portarono ad individuare a Tor Bella Monaca il rifugio del boss camorrista latitante, Ciro Mariano. Il suo arresto rivelò la presenza nel tessuto economico della Capitale delle camorre napoletane e casertane. In questa storica inchiesta ebbe un ruolo fondamentale l’ispettore di polizia Roberto Mancini, recentemente scomparso dopo una lunga malattia, autore dell’informativa del 12 dicembre del 1996 in cui – oltre a tratteggiare la penetrazione delle ecomafie nel Lazio meridionale – rappresentava gli interessi dell’avvocato Cipriano Chianese tra Sperlonga e Formia. Nel testo redatto in quegli anni si legge: «Nelle zone di Cassino, Formia, Sperlonga in pratica il sud pontino ed il “Basso Lazio” – l’avvocato di Parete non è una presenza invisibile, poiché, oltre ad avere intestate proprietà per diversi miliardi, risulta essere regista occulto e diretto interessato (almeno in prima battuta) in operazioni immobiliario- finanziarie, iniziate nel 1979». Solo nel 2008 il tribunale di Santa Maria Capua Vetere disporrà il sequestro dei beni e la sorveglianza speciale per l’avvocato Chianese confiscando numerosi patrimoni proprio nel “Basso Lazio” ed a Sperlonga.

Giova ricordare che sul finire degli anni Novanta l’inchiesta “Malocchio” della Direzione investigativa antimafia di Roma coordinata dalla locale Dda, dai sostituti procuratori pro-tempore Pietro Saviotti e Giovanni Salvi, portò a disarticolare un’ampia organizzazione transnazionale di stupefacenti guidata da Fausto Pellegrinetti collegato a Cosa nostra il cui radicamento nella Capitale risale agli anni Settanta. Nel corso dell’indagine venne disvelata la notevole capacità di inquinamento e di riciclaggio dell’organizzazione, basti considerare che la Dia sequestrò conti correnti per 60 miliardi di lire dell’epoca. Nell’inchiesta emergeva già il ruolo della famiglia Senese nel traffico di droga e quello del broker internazionale romano Giuseppe D’Alessandri.

Sulla situazione del progressivo radicamento ed inquinamento dell’economia romana da parte delle organizzazioni criminali è la risoluzione del Consiglio superiore della magistratura sulla criminalità organizzata e l’economia legale del 2002 ad affermare: «In particolare, nel periodo dal 1996 al febbraio 2001, vi sono state complessive 37 richieste di misure di prevenzione patrimoniale e ne sono state accolte 18 e respinte 5, mentre le rimanenti sono tuttora pendenti dopo l’emissione del provvedimento di sequestro.

La linea di tendenza delle richieste è crescente ed altrettanto quella dei provvedimenti di accoglimento. Nel periodo considerato sono stati gestiti e amministrati beni e patrimoni per centinaia di miliardi, e sono stati definiti procedimenti relativi a notevoli consistenze e a “personaggi eccellenti”, come Aldo De Benedettis, Enrico Nicoletti e Manlio Vitale (nel 1996), Marcello Speranza, Angelo Coarelli e Matilde Ciarlante (nel 1998), Andrea Belardinucci, Mauro Di Giandomenico, Antonio Nicoletti, Alessandro Battistini, Luigi De Giorni, Angelo Angeletti, Ciro Maresca,Voiko Misanovic, Fausto Pellegrinetti, Franco Gambacurta (nel 2000), Daniela Scalambra e Primo Ferrareso (nel 2001)». La storia dell’infiltrazione e del radicamento delle mafie a Roma, come noto, ha inizio alla metà degli anni Settanta-Ottanta: un periodo in cui si celebrano i maxi processi contro i boss di Cosa nostra in Sicilia e quelli della camorra in Campania.

Collaboratori di giustizia, come Tommaso Buscetta e Antonino Calderone, forniranno i primi elementi in merito alla presenza del boss Pippo Calò nel Lazio e la correlata esistenza di una “decina” di Cosa nostra, sin dagli anni Settanta, nella Capitale. Una presenza guidata da Angelo Cosentino, referente a Roma di Stefano Bontade. Sulla operatività della camorra nel Lazio, un primo episodio significativo è l’attentato al braccio destro di Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata, assassinato con un’autobomba a poca distanza dalla sua abitazione nel quartiere Primavalle, il 29 gennaio 1983. La storia dello sviluppo delle organizzazioni criminali a Roma e nel Lazio non può prescindere da quella della più nota banda della Magliana, gruppo criminale autoctono, di cui probabilmente poco o nulla avremmo saputo senza la collaborazione con la giustizia da parte di Fulvio Lucioli e l’indagine coordinata dall’allora pubblico ministero, Luigi De Ficchy, che raccolse le sue confessioni. Il pentito della banda – come dimostrato dalle carte dell’indagine – decise di collaborare con la giustizia per vendetta nei confronti dei suoi ex sodali.

Lucioli che ha fatto parte del gruppo di Acilia, insieme a Nicolino Selis e ai fratelli Carnovale, racconterà delle quattro anime della consorteria criminale: quella del gruppo di Acilia, quella di Ostita, quella dei cosiddetti testaccini della Magliana e quella dei trasteverini. Una storia custodita nella requisitoria dell’allora procuratore De Ficchy, che ha curato uno dei documenti che rappresentano una pietra miliare sullo stato della criminalità mafiosa nella Capitale in quegli anni. Nel testo si legge: «[…] il presente provvedimento rappresenta l’esito di un’approfondita attività investigativa che ha permesso di ricostruire l’azione dei vertici della criminalità romana dal 1974 ai nostri giorni. E’ rimasto accertato che la maggior parte dei reati più rilevanti commessi nel territorio romano sono stati opera di una unica associazione criminosa, pure variamente conformata, che, prima e meglio di altre, ha saputo capire l’importanza dell’affare “droga” e si è organizzata al fine del capillare controllo dell’introduzione e distribuzione sul mercato romano di eroina, cocaina e droghe leggere.

La costruzione di tale mosaico è stata una attenta opera prima investigativa, poi istruttoria volta a dare significato ad arresti, fermi, controlli, provvedimenti coercitivi e comunque procedimenti che presi singolarmente non avrebbero ricevuto dal disegno complessivo in cui bisognava inserirli quella luce che ha consentito di dare loro pieno significato ed importanza. […] Con le dichiarazioni di Lucioli (primo collaboratore di giustizia della banda della Magliana) si viene finalmente a comprendere il cambiamento della criminalità romana di cui la banda della Magliana è asse preminente, subisce con l’ingresso dell’affare “droga” nella considerazione delle attività illecite e della penetrazione che la mafia, la camorra e la ’ndrangheta hanno operato nel territorio romano  ».

Nello stesso anno della requisitoria di De Ficchy il procuratore generale presso la corte d’Appello di Roma, Franz Sisti, nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, scriveva: «[…] il Lazio e in modo particolare Roma è diventato l’epicentro di mafia, camorra e ’ndrangheta, che operano nei settori più disparati e redditizi, dalla droga ai sequestri, dai taglieggiamenti al riciclaggio del denaro sporco. Tra le organizzazioni criminali è intervenuto un accordo in base al quale il campo delle losche attività è stato lottizzato anche in relazione al territorio». E’, dunque, fra gli anni Settanta e metà degli anni Novanta, come testimoniano i documenti consultati, che si sviluppano e articolano gli insediamenti criminali delle mafie tradizionali nella regione. I boss di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra, arriveranno nel “Basso Lazio” e nella Capitale, come latitanti o in fuga da “guerre di mafia” in corso nelle loro regioni d’origine ma – come sopra citato – non senza una strategia criminale: i clan in linea con l’espansione dei propri affari sceglieranno la Capitale e la regione come terra d’investimento privilegiato. Negli stessi anni, dalla nascita della banda della Magliana in poi cresceranno all’ombra del cupolone nuclei criminali autoctoni, portatori di autonome caratteristiche, speculari al tessuto socio-economico che le ha generate.

La ‘ndrangheta nella Capitale. «C’è una stabile presenza a Roma di soggetti collegati alle cosche calabresi» – scrivono i magistrati della Direzione nazionale antimafia nella loro relazione annuale, si tratta di famiglie «[…] di ‘ndrangheta che hanno fatto del territorio romano uno dei luoghi privilegiati di radicamento della propria presenza criminale». Vista dalla Calabria, territorio di origine dove è radicata storicamente la mafia calabrese, Roma già da alcuni anni era considerata «una nuova frontiera degli investimenti della ‘ndrangheta» – come la definì nel 2011, l’allora capo della procura di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, oggi alla guida di quella capitolina. Considerata “il futuro” dagli ‘ndranghetisti intercettati dalle forze dell’ordine in una conversazione mentre pianificavano gli investimenti nel tessuto economico romano, Roma e il territorio della provincia, sono in pochi anni diventati il presente dei boss. Numerosi gli ambiti di attività criminali in cui le ‘ndrine, dapprima proiezioni sul territorio romano, in seguito stabili riferimenti mafiosi, sono presenti: si va dal narcotraffico, al business del gioco d’azzardo, al riciclaggio, alle estorsioni e all’usura, con una stabile intestazione fittizia dei beni.

La presenza della mafia calabrese sul territorio romano, in relazione all’attività investigativa, risale agli anni Ottanta. Sul finire dell’estate del 1982 la sezione criminalità organizzata del Reparto operativo dei Carabinieri di Roma – diretta allora dal capitano Enrico Cataldi portò a termine un’indagine su un gruppo di spacciatori di stupefacenti e dollari falsi. “I personaggi in questione trattavano con enorme rispetto i titolari di una pizzeria a taglio in via Boccea a Roma – spiega Cataldi. Le attività investigative portarono ad individuare i proprietari della pizzeria nella famiglia Femia guidata da Antonio, i cui figli Vincenzo e Giovanni insieme ad Adolfo Bombardieri gestivano la pizzeria. Il reparto investigativo mise in piedi un’attività di ocp21 poiché il locale era frequentato da esponenti della malavita capitolina”. Il controllo terminò nel febbraio del 1984, due anni di indagini dell’Arma, recepite dall’autorità giudiziaria, che a più riprese spiccò mandati di cattura per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga e associazione a delinquere di stampo mafioso, emessi dal giudice istruttore Alberto Pazienti, su richiesta del sostituto procuratore di Roma, Luigi De Ficchy. L’organizzazione agiva tra le zone di Boccea e Primavalle e contava rapporti con Raffaele Pernasetti e Enrico De Pedis, elementi apicali della banda della Magliana. Un cognome, quello dei Femia, che arriva sino ai giorni nostri e collega la Calabria con la Capitale.

Il 24 gennaio 2013 in località Trigoria, una frazione di Roma, Vincenzo Femiaveniva ucciso in un agguato. Autore del delitto, in concorso con altri soggetti di elevato spessore criminale e appartenenti alla ’ndrangheta, è Gianni Cretarola24. L’omicidio sarebbe maturato, secondo le rivelazioni dello stesso Cretarola, in ambiente mafioso, nel quadro di un contrasto inerente al traffico di stupefacenti, cui erano dedite le articolazioni in Roma di distinte cosche di S. Luca (Rc), in Aspromonte: i Nirta (di cui Femia era esponente a Roma), i Giorgi (della cui “cellula” a Roma Pizzata Giovanni era il capo) e i Pelle. Famiglie tutte legate fra loro da vincoli di parentela27. Nella sentenza che condanna Cretarola si legge: «[…] nell’estate del 2012, Cretarola aveva proposto di avviare una collaborazione per lo smercio di cocaina nella Capitale. Dopo alcuni giorni Femia aveva rappresentato al Cretarola di non poter entrare in affari con lui, poiché Roma era invasa da cocaina a prezzo più conveniente fatta affluire da tale Pelle Sebastiano, detto “Pelle Pelle”, il quale di fatto gestiva l’illecito traffico28». Grazie ai proventi ottenuti dai sequestri di persona e dal commercio di droga, infatti, la cosca Nirta si era conquistata negli anni un ruolo di assoluto rilievo nel panorama mafioso calabrese29 come spiega il Gip distrettuale di Roma, Roberto Saulino nel provvedimento cautelare: «E’ il caso di osservare che la ‘ndrangheta calabrese e la cosca Nirta, in particolare, ha surclassato in poco tempo le analoghe realtà criminali siciliane e campane grazie alla comprovata resistenza da parte dei suoi affiliati al fenomeno del cd. pentitismo. Va aggiunto, infatti, che la forza criminale della consorteria cui appartiene il Femia si fonda, innanzitutto, su strettissimi e consolidati legami di sangue e sull’utilizzo di rituali arcaici di affiliazione, fattori che, uniti ad un‘estrema flessibilità delle sue articolazioni nel panorama nazionale e mondiale, denominate “locali”, rendono questa organizzazione criminale mafiosa impenetrabile e ancora più temibile poiché assolutamente efficiente rispetto ad altre realtà criminali meno strutturate» .

Il 20 gennaio 2015 a Roma vengono arrestati 31 appartenenti ad un’organizzazione criminale dedita al narcotraffico e collegata alle cosche della ‘ndrangheta calabrese. Le indagini portano a delineare con maggior precisione il movente all’origine del delitto Femia e palesano una vasta attività di narcotraffico internazionale fra Colombia, Marocco, Spagna e Italia. Secondo gli inquirenti, i capi del gruppo criminale vivevano da anni nella Capitale, in particolare nei quartieri Appio, S. Giovanni, Centocelle, Primavalle e Aurelia, dove contavano su una fitta rete di connivenze. Le cosche calabresi cui fanno riferimento i contatti della ‘ndrina individuata su Roma sono i Pelle-Nirta-Giorgi di San Luca. L’inchiesta è stata coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma e messa a segno dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria – Gruppo investigazione criminalità organizzata – e dai i poliziotti della locale Squadra mobile. Complesse e articolate investigazioni hanno portato ad accertare l’operatività di questo gruppo criminale “gerarchicamente organizzato” con importanti ramificazioni fra Genova, Milano e Torino, città che rappresentavano basi logistiche anche per lo stoccaggio delle partite di droga importate dal Sud America. Come si legge nel provvedimento firmato dal Gip: «[…] le attività investigative hanno evidenziato significativi profili di convergenza, consentendo di individuare, nei limiti appresso indicati, un nucleo direzionale ed operativo comune, rappresentato da soggetti di elevatissimo spessore criminale di ascendenza ‘ndranghetistica, stabilmente dediti al traffico internazionale di stupefacenti ai massimi livelli, e caratterizzato, nel contempo, oltre che dal qualificato contesto criminale di appartenenza, dalla disponibilità di armi e da allarmante potenza di fuoco».

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