Padova shock, 41enne tenta di abortire ma viene respinta da 24 ospedali poi si rivolge alla Cgil: disposte verifiche Nas

“Mi domando che senso abbia promuovere una legge per dare diritto di scelta e poi non si mette nessuno nelle condizioni di farlo. Lo trovo offensivo, inutilmente doloroso. Una struttura pubblica doveva darmi garanzia dell’applicazione della normativa”, è questo quanto dichiarato nella giornata di ieri da Giulia, 41enne libro professionista padovana protagonista di un storia davvero incredibile. La donna è stata respinta da ben 23 ospedali ai quali si era rivolta per ottenere un’interruzione di gravidanza; dopo la sua denuncia sono state disposte verifiche dei Nas da parte del Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Dopo essersi rivolta a 23 ospedali del Nordest per interrompere la sua terza gravidanza, ha 41enne ha ricevuto una risposta negativa tra l’obiezione di coscienza e la burocrazia, prima di vedersi accolta la richiesta. La storia risale a due anni fa, ovvero al 2015 ma le cose pare non siano comunque cambiate.

Ma partiamo dal principio, quando la donna 41enne nonostante utilizzate il metodo contraccettivo della spirale, rimase incinta ed avendo già due figli ha deciso di non voler portare a termine la gravidanza, e per questo motivo si è rivolta all’ospedale della sua città ovvero Padova dove ha ricevuto il primo rifiuto, e la stessa cosa è avvenuta per le successive volte, ben 23 in altre strutture, per poi tornare nello stesso nosocomio dove la sua richiesta questa volta è stata accettata, grazie all’interessamento della Cgil, alla quale la donna si era rivolta presa dalla disperazione.

“Dopo aver provato con tutte quelle del Padovano, ho passato a tappeto il Vicentino e il Veneziano, compreso Chioggia e Portogruaro, quindi Rovigo, Verona. Ho tentato anche Trieste, Bolzano. Le risposte erano le più disparate: non ce la facciamo, siamo già al limite, non riusciamo a stare nei tempi, ci sono le vacanze, sono tutti obiettori“, ha raccontato la 41enne. La decisione di voler interrompere la gravidanza, sembra essere stata presa entro i 90 giorni, così come prevede la legge n.194, ovvero era al secondo mese avanzata e per questo motivo non poteva perdere ancora altro tempo. Stremata per i tempi stretti la donna, come già anticipato, ha deciso di rivolgersi alla Cgil che è riuscita a sbloccare la situazione proprio nell’ospedale di Padova. “Solo loro mi hanno dato una mano a sbloccare la situazione, peraltro all’ospedale Padova, la prima struttura dove mi avevano detto che non c’era posto”, ha aggiunto ancora la donna. Poi a gennaio la svolta, la donna ha potuto abortire poco pria dello scadere dei novanta giorni.

“Mi domando che senso abbia fare una legge per dare diritto di scelta e poi non mettere nessuno nelle condizioni di farlo.Lo trovo offensivo, inutilmente doloroso“, ha detto la donna.Per le senatrici del Pd Francesca Puglisi e Laura Puppato questa vicenda “conferma con grande evidenza che è necessario intervenire affinché la legge 194/78 sia attuata per davvero, così come è stato fatto nel Lazio”.

Indagine dei Nas sul caso “Giulia”

I carabinieri dei Nas indagheranno su quanto accaduto alla donna di Padova che ha ricevuto un rifiuto alla richiesta di aborto da parte di 23 ospedali. I carabinieri cercheranno di accertare le motivazioni e le circostanze per cui in così tante strutture della Sanità del Nordest non sarebbe stato garantito regolarmente il diritto previsto dalla legge 194. Un’interrogazione è già in arrivo sul tavolo del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin:

«Non è tollerabile che in Veneto l’80% dei ginecologi che operano nelle strutture sanitarie non pratichi un intervento che è previsto per legge e che deve essere garantito dai servizi sanitari pubblici», afferma la firmataria Sara Moretto, parlamentare del Pd. «Alla decisione di abortire una donna arriva con grande sofferenza, non possiamo quindi permettere che trovi nel servizio pubblico un ostacolo e causa di altro dolore. Al contrario, è necessario che le donne trovino nella sanità servizi e supporto. Un fatto estremamente grave poiché sappiamo bene che se tale servizio non è garantito, le donne intenzionate a interrompere la gravidanza potrebbero valutare opzioni alternative, come interventi molto costosi o soluzioni di ripiego non sicure». «Il presidente del Veneto Zaia – accusa la parlamentare – invece di promettere l’autonomia con referendum inutili e costosi, intervenga per garantire una sanità in grado di dare risposte a tutti i bisogni».

Gli otto ginecologi non obiettori di coscienza della provincia di Padova, esclusa la città capoluogo, convoglieranno in un polo unificato per l’interruzione volontaria di gravidanza. Una decisione che dà seguito a un protocollo già operativo da maggio scorso, per una presa in carico seria e rispettosa di quante si trovano a scegliere, e vivere, il dramma dell’aborto.
Ad annunciare la novità è Domenico Scibetta, direttore dell’Ulss 6 Euganea che ha la giurisdizione sugli ospedali di Piove di Sacco, Cittadella, Cam- posampiero e Schiavonia, dove lo scorso anno sono stati effettuati 529 aborti grazie alla presenza di quegli 8 camici bianchi, su un totale di 41 medici (obiezione di coscienza dunque all’80%). Padova-città ricade invece sotto l’ala dell’Azienda ospedaliera universitaria dove appena 2 ginecologi garantiscono l’applicazione della legge, e il rimanente 95% si astiene per motivi etici. Era stata proprio la storia di Giulia – la quarantunenne padovana che, già madre di due bambini, tra dicembre 2015 e gennaio 2016 aveva deciso di porre fine alla sua terza gravidanza, costretta a peregrinare per 23 ospedali (storia che all’Ulss era stata segnalata) – a sollecitare una presa di posizione scaturita prima nel protocollo e ora nel centro unificato. «Aggregare le forze attualmente sparpagliate nelle tre ex Ulss è una grande opportunità offertaci dalla legge regionale 19 sui nuovi ambiti territoriali – spiega Scibetta -, normativa che ci consente così la creazione di un polo di riferimento centralizzato in un momento così doloroso della vita di una donna, con la quale mi sento solidale».

Come mai nessun ginecologo dell’Azienda ospedaliera, dove Giulia si era rivolta in prima battuta, l’ha aiutata a trovare risposte, magari facendo un giro di telefonate tra colleghi? La domanda rimane senza risposta visto che ieri nessuno dalla Direzione del grande polo di via Giustiniani ha voluto spendere una parola a riguardo. A parlare, fornendo cifre e dati, è stato invece il dg dell’Ulss, Scibetta: «La vicenda di Giulia è un caso dolorissi- mo che era stato portato alla nostra attenzione già un anno fa. Da allora nella ex Ulss 16 è stata approvata e resa operativa una procedura ad hoc che ora intendiamo estendere a tutto il territorio dell’Euganea: noi dobbiamo assolutamente dare applicazione alla legge, evitando peregrinazioni, ma d’altro canto anche l’obiezione è un diritto del professionista».
Forte la mobilitazione della Cgil, grazie all’interessamento della quale Giulia era riuscita ad abortire entro lo scadere dei novanta giorni, e proprio all’ospedale civile di Padova.

«La legge 194 è una legge che regolamenta – ricorda la Cgil regionale – il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza in modo serio e responsabile, non è una norma che “liberalizza” il ricorso all’aborto alla stregua di un metodo contraccettivo». La Cgil chiede pertanto all’assessore veneto alla sanità Luca Coletto di farsi «garante del rispetto della legge in tutte le strutture pubbliche del Veneto, affinchè situazioni come quella di Giulia non abbiano più a verificarsi».

PREMESSA Trattandosi di avviare i lavori di gruppo, questo intervento dovrà essere inevitabilmente breve, essenziale, per punti. Non vi è dubbio che si tratta di un tema che merita di essere trattato anche perché spesso gli operatori sanitari vengono a trovarsi in situazioni concrete di disagio e difficoltà nei confronti di quanto viene loro richiesto in ordine alla soppressione certa o eventuale di un essere umano appena concepito o in una fase più avanzata dello sviluppo prenatale. La situazione è talvolta particolarmente tormentata, poiché ampi settori dell’opinione pubblica, dirigenti delle istituzioni da cui dipendono gli operatori sanitari, autorità che possono interpretare le leggi e imporne l’applicazione, giudicano inaccettabile giuridicamente, o comunque irrilevante, l’inquietudine di coscienza riguardo all’intervento professionale che viene loro richiesto

DEFINIZIONE L’espressione “obiezione di coscienza” sta ad indicare – come suggerisce l’etimologia latina del termine “obiectio”, “obicere” (gettare contro) – l’idea di opposizione, contrapposizione, rifiuto. Giuridicamente parlando si può definire l’obiezione di coscienza come il rifiuto di tenere un comportamento – imposto da una legge o da un comando dell’autorità – considerato in contrasto con una norma (di contenuto opposto a quello che non si vuole osservare) che trae la propria forza dai convincimenti interiori (religiosi, morali, filosofici, politici) di chi obietta. È chiaro, dunque, che l’obiezione di coscienza rimanda a una dimensione normativa appartenente ad un ordinamento di valori ulteriore, superiore, diverso e maggiormente obbligante, rispetto alla dimensione normativa che fa capo all’ordinamento giuridico.

UN DIRITTO CHE SI FONDA SUL RICONOSCIMENTO DELLA LIBERTÀ DI COSCIENZA Nella recente relazione del Ministro della salute sull’applicazione della legge 194 (26 ottobre 2015) si afferma chiaramente che l’obiezione di coscienza è un diritto (pag. 4 e pag. 43). Nella prospettiva dei diritti dell’uomo il collegamento immediato è alla libertà di coscienza, previsto, per esempio, nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (art. 18), nel Patto Internazionale sui diritti civili e politici (art. 18), nella Convenzione sui diritti del fanciullo (art. 14), nella Convenzione americana sui diritti umani (art. 12), nella Convenzione europea sui diritti dell’uomo e le libertà fondamentali (art. 9), nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (art. 10); nella Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (art. 8). Con specifico riferimento alla bioetica va ricordata la Risoluzione del Consiglio d’Europa del 7 ottobre 2010 riguardante il diritto all’obiezione di coscienza nelle cure mediche legali che condanna ogni forma di discriminazione nei confronti degli obiettori: «Nessuna persona o ospedale o istituzione può essere obbligata o ritenuta responsabile o discriminata se rifiuta per qualsiasi motivo di eseguire o assistere un aborto, interventi di eutanasia o un altro atto che possa causare la morte di un feto o di un embrione». Per quanto riguarda la nostra Carta Costituzionale, è un dato acquisito che la libertà di coscienza è implicitamente contemplata nell’art. 2 (diritti inviolabili dell’uomo), negli articoli che disciplinano e tutelano la libertà e l’uguaglianza in materia di religione (artt. 3, 7, 8, 19, e 20) e nell’art. 21 che tutela la libertà di manifestazione del pensiero. È questo l’orientamento fatto proprio dalla dottrina, tanto che è stato scritto che dell’obiezione di coscienza nella Carta Costituzionale «manca solo il nome, non l’ammissione e la tutela». La Corte Costituzionale italiana (n. 467 del 1991): «delle libertà fondamentali e dei diritti inviolabili riconosciuti e garantiti all’uomo come singolo, ai sensi dell’art. 2 della Costituzione, non può darsi una piena ed effettiva garanzia […] senza che sia stabilita una correlativa protezione costituzionale di quella relazione intima e privilegiata dell’uomo con se stesso che di quelli costituisce la base spirituale-culturale e il fondamento di valore etico-giuridico». In definitiva, secondo la Corte, «la coscienza individuale ha rilievo costituzionale quale principio che rende possibile la realtà delle libertà fondamentali dell’uomo e, quale regno delle virtualità di espressione dei diritti inviolabili del singolo nella vita di relazione, essa gode di una protezione costituzionale”.

FONDAMENTO SOGGETTIVO E OGGETTIVO Poiché la comunità umana ha bisogno della legge per essere comunità e non coacervo di individui, e poiché la legge va rispettata (principio di legalità) per garantire una reale convivenza (principio di collaborazione), non è possibile una giustificazione della disubbidienza ogni volta che il proprio personale giudizio sulla giustizia non coincide con quello della legge. L’obiezione è ammessa soltanto in alcune ipotesi. Perché? Perché evidentemente il legislatore ritiene che per ammettere l’obiezione di coscienza, l’autonomia del singolo debba essere agganciata a una realtà rilevante per l’ordinamento giuridico. Non è dunque sufficiente la sola dimensione soggettiva dell’obiezione (rispetto delle opinioni), ma è necessaria anche una dimensione oggettiva. A questo riguardo il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) nel parere “Obiezione di coscienza e Bioetica” (12 luglio 2012) mette in evidenza che il rispetto dovuto alla sensibilità morale del singolo è in rapporto a valori oggettivamente importanti per la società: è in gioco anche la “salvaguardia di una tensione verso i valori fondamentali”. Il riferimento alla sola libertà di pensiero e di religione non è in grado da solo di fondare in modo solido l’obiezione di coscienza: occorre che l’ambito in cui viene messa da parte l’applicazione della legge sia di grande e significativo rilievo. La coscienza viene interpellata su un valore che tocca l’essenza/fondamento della convivenza civile. Non vi è dubbio che il rispetto della vita umana è il valore basilare. Non a caso l’ordinamento, in linea di principio, ha legittimato l’obiezione di coscienza solo quando è in gioco la vita umana (si pensi all’obiezione al servizio militare che valeva anche solo per la remota, eventuale, incerta, ipotesi di uccidere un essere umano). In questa prospettiva incoerente è la previsione della obiezione di coscienza alla sperimentazione animale, ma resta significativo il rispetto per chi non vuole uccidere fosse anche un animale!

NON “ASTENSIONE DA”, MA “PROMOZIONE DI” In questa prospettiva si può coglie il senso dell’obiezione: non soltanto una difesa dell’opinione e della tranquillità di coscienza del sanitario, ma un modo attivo di recupero, almeno culturale, del principio fondamentale che è alla base di ogni ordinamento giuridico: la vita umana. Dunque, non si tratta semplicemente di astenersi da un comportamento ingiusto, ma di promuovere il rispetto del diritto fondamentale alla vita che è alla base della giustizia. Nella voce “Obiezione di coscienza. Profili teorici”, contenuta nell’ Enciclopedia Giuridica Treccani, Bertolino scrive: “l’obiettore autentico non è un individualista che bada solo ai problemi di coscienza: la sua presa di posizione, dettata da un’esigenza superiore, si presenta come ispirata dalla preoccupazione dell’interesse dell’intera comunità, alla quale egli indica una via diversa da seguire. Così fa, ad esempio, l’obiettore al servizio militare, che alla difesa armata contrappone quella non violenta della società, dell’umanità tutta; così fa l’obiettore all’aborto che reclama di testimoniare il principio-cardine di ogni società umana: il rispetto della vita del nascituro”. Il fatto che sia in gioco la vita umana nelle “fasi più emblematiche dell’esistenza quali sono il nascere e il morire” spiega, come vedremo, l’avversione per l’obiezione del personale sanitario da parte di quanti vorrebbero che l’aborto e l’eutanasia venissero riconosciuti come diritti fondamentali e perciò devono negare o nascondere l’identità umana e la dignità dei non nati e di quanti si trovano nelle periferie della malattia inguaribile o della gravissima disabilità. Si pensi che nell’ordinamento italiano è prevista l’obiezione anche in materia di sperimentazione animale, ma essa non è contrastata né è avversato il suo esercizio.

NORME LEGISLATIVE E DEONTOLOGICHE. I PARERI DEL CNB Com’è noto, in Italia, l’obiezione di coscienza in Italia è prevista da tre leggi: L. 194 del 22.5.1978, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza (art. 9); L. 40 del 19.2.2004, Norme in materia di procreazione medicalmente assistita (art. 16) e L. 413 del 12 ottobre 1993, Norme in materia di obiezione di coscienza alla sperimentazione animale.

Nel caso dell’obiezione di coscienza alle “tecnologie di riproduzione umana”, vi è una evidente coerenza con la radice contemporaneamente antropologica e fondativa del diritto alla vita che è alla base dell’obiezione all’aborto. Infatti – a parte la grande “perdita” di embrioni generati al di fuori del seno materno – la selezione genetica, la distruzione diretta, il congelamento degli embrioni conseguenti alla “produzione soprannumeraria”, implicano la morte deliberatamente data a esseri umani. Sembra invece derivare da una visione individualista – che, cioè, mira soltanto a proteggere la sensibilità del singolo operatore – l’obiezione prevista nel campo della sperimentazione animale, quando non si tenta di motivarla con l’erronea convinzione dell’assenza di un “salto qualitativo” tra l’uomo e l’animale che sta alla base di un certo animalismo che proclama i “diritti degli animali” e riconosce il valore unitario degli “esseri senzienti” nel provare piacere o dolore. Nel Codice di Deontologia (18 maggio 2014), accanto al principio generale secondo cui «l’esercizio della medicina è fondato sulla libertà e sull’indipendenza della professione che costituiscono diritto inalienabile del medico» (art. 4), troviamo l’articolo 22 (“Rifiuto di prestazione professionale”): «Il medico può rifiutare la propria opera professionale quando vengano richieste prestazioni in contrasto con la propria coscienza o con i propri convincimenti tecnico-scientifici, a meno che il rifiuto non sia di grave e immediato nocumento per la salute della persona, fornendo comunque ogni utile informazione e chiarimento per consentire la fruizione della prestazione». A parte la questione sull’interpretazione del «grave e immediato nocumento per la salute» e la discutibilità dell’ultima disposizione (il medico che ritiene una prestazione «in contrasto con la propria coscienza o con i propri convincimenti tecnico-scientifici» è tenuto a fornire «informazioni e chiarimenti per ottenere la prestazione»), merita ricordare che in una precedente stesura del codice, all’art. 22 era stato abolito il riferimento alla coscienza e sostituito con l’espressione “convincimenti etici”. Le moltissime critiche appuntatesi su questa omissione hanno portato al recupero del valore della coscienza, presente nelle precedenti versioni dei codici del 2006 e del 1998, anteponendolo convincimenti tecnico-scientifici. Da sottolineare che la scelta di coscienza è svincolata dall’istituto giuridico dell’obiezione di coscienza, in modo da garantirle uno spazio di espressione più ampio di quello che le risulterebbe riconosciuto dalle tassative ipotesi di legge. Infatti, quanto all’obiezione di coscienza “tout court”, vengono in evidenza gli artt. 43/3 e 44/3 del Codice di deontologia medica. Il primo, con riguardo all’aborto, afferma che «l’obiezione di coscienza si esprime nell’ambito e nei limiti dell’ordinamento e non esime il medico dagli obblighi e dai doveri inerenti alla relazione di cura nei confronti della donna». Il secondo, con riguardo alle tecnologie riproduttive, stabilisce che «sono fatte salve le norme in materia di obiezione di coscienza, senza esimere il medico dagli obblighi e dai doveri inerenti alla relazione di cura nei confronti della coppia». Alla “clausola di coscienza” fa riferimento anche il Codice deontologico dell’Infermiere (2009) «L’infermiere, nel caso di conflitti determinati da diverse visioni etiche, si impegna a trovare la soluzione attraverso il dialogo. Qualora vi fosse e persistesse una richiesta di attività in contrasto con i principi etici della professione e con i propri valori, si avvale della clausola di coscienza, facendosi garante delle prestazioni necessarie per l’incolumità e la vita dell’assistito» (art. 8). Il Codice deontologico dell’Ostetrica del 2005, integrato e rivisto nel 2014 menziona sia l’obiezione sia la clausola di coscienza: «L’ostetrica/o di fronte ad una richiesta di intervento in conflitto con i principi etici della professione e con i valori personali, si avvale della obiezione di coscienza quando prevista dalla legge e si avvale della clausola di coscienza negli altri casi, garantendo le prestazioni inderogabili per la tutela della incolumità e della vita di tutti i soggetti coinvolti» (art. 3.16). È opportuno sapere che in tema di obiezione di coscienza si è più volte espresso il CNB con i documenti: “Nota sulla contraccezione d’emergenza”, 28 maggio 2004; “Nota in merito alla obiezione di coscienza del farmacista alla vendita dei prodotti contraccettivi di emergenza”, 25 febbraio 2011; Bioetica e obiezione di coscienza, 12 luglio 2012. Molto importante è la nota sulla “pillola del giorno dopo”. Il CNB ritiene “unanimemente da accogliersi la possibilità per il medico di rifiutare la prescrizione o la somministrazione di LNG” ed esprime “unanimità sul fatto che il medico il quale non intenda prescrivere o somministrare il LNG in riferimento ai suoi possibili effetti post-fertilizzazione abbia comunque il diritto di appellarsi alla “clausola di coscienza”, dato il riconosciuto rango costituzionale dello scopo di tutela del concepito che motiva l’astensione (cfr. p. es. Corte cost. n. 35/1997), e dunque a prescindere da disposizioni normative specificamente riferite al quesito in esame”.

UN DIRITTO ASPRAMENTE CONTRASTATO Quello di sollevare obiezione di coscienza è sempre stato un diritto aspramente combattuto, come risulta già dagli atti del I convegno nazionale promosso dal MpV, “Obiezione di coscienza sanitaria: un dovere verso l’uomo”, svoltosi a Torino il 26 e il 27 novembre 1983 (pubblicati nel volume “Fondamenti dell’obiezione ed esperienza”, Torino: Fratelli Palombi Editori; 1984). Vi si legge di proposte orientate a esporre al disprezzo pubblico i nomi degli obiettori mediante manifesti da appendersi nelle strade. Tra i pesanti attacchi dei tempi più recenti, si ricordano: • il “Manifesto contro l’obiezione di coscienza” e la “Campagna contro l’obiezione di coscienza: il buon medico non obietta” del 2013; • le ripetute affermazioni secondo cui “la possibilità dell’obiezione di coscienza dei medici andrebbe sem- pag 32 plicemente abolita” (Rodotà in un’intervista pubblicata sul supplemento “D” di Repubblica il 3 dicembre 2011); • i tentativi in sede europea di ottenere pronunce di condanna morale degli obiettori e raccomandazioni agli Stati di limitare legislativamente l’estensione dell’obiezione (es.: il Rapporto n. 12347 della Commissione Affari Sociali, Salute e Famiglia del Consiglio d’Europa del 20 luglio 2010 intitolato “Women’s access to lawful medical care: the problem of unregulated use of conscientious objection”); • i due diversi ricorsi contro l’Italia presentati al Comitato europeo dei diritti sociali da parte dell’International Planned Parenthood Federation-European Network per violazione dell’art. 11 (diritto alla salute) della Carta sociale europea e da parte della CGIL (24 gennaio 2013) per ritenuta violazione oltre che dell’art. 11 anche degli articoli 1, 2, 3 e 26 della Carta sociale europea (secondo i ricorrenti, “l’obiezione di coscienza si ripercuote negativamente sia sulla salute delle donne, sia sulle condizioni di lavoro dei medici non obiettori, costretti a carichi eccessivi”). Sulla prima vicenda è intervenuto anche il MpV; • i tentativi di escludere gli obiettori di coscienza dai bandi di concorso per l’accesso ai consultori. Significativo il caso della delibera della Regione Puglia del 2010 su cui è intervenuto il Tar-Puglia che ha dichiarato illegittima l’esclusione degli obiettori; anche in questa vicenda è intervenuto il MpV); • i tentativi di impedire ai medici obiettori nei consultori di far valere l’obiezione per il rilascio del documento/ certificato e per la prescrizione della pillola del giorno dopo. A riguardo, merita attenzione il caso del decreto n. U00152/2014 del 12 maggio 2014 “Rete per la salute della donna, della coppia e del bambino: ridefinizione e riordino delle funzioni e delle attività dei Consultori Familiari regionali”, siglato dal Presidente pro-tempore della Giunta della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, investito del ruolo di Commissario ad Acta per la Sanità. Contro questo decreto, la Federazione Nazionale dei Centri e Movimenti per la Vita d’Italia (Movimento per la Vita Italiano), l’Associazione Nazionale dei Medici Cattolici (AMCI) e l’Associazione Italiana dei Ginecologi e Ostetrici Cattolici (AIGOC) hanno presentato un ricorso al TAR-Lazio per l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, del decreto stesso. Il Tar Lazio, con sentenza dell’8 ottobre 2014 aveva respinto la proposta istanza cautelare, mentre il Consiglio di Stato, con sentenza del 5 febbraio 2015 ha sospeso l’efficacia della parte del decreto riguardante il rilascio del documento per effettuare l’aborto, «considerato che l’appello cautelare appare assistito da profili di fondatezza nella parte in cui contesta il dovere del medico operante presso il consultorio familiare di attestare, anche se obiettore di coscienza, lo stato di gravidanza e la richiesta della donna di voler effettuare l’IVG, ai sensi dell’art. 5, comma 4, della legge n. 194 del 1978». In questa situazione sarebbe opportuna una norma chiarificatrice che escludesse da qualsiasi coinvolgimento nell’iter abortivo i consultori familiari rendendoli chiaramente il luogo dell’alternativa all’aborto e quello dove gli obiettori trovano spazio. Infatti, il Consiglio di Stato ha accolto la parte del ricorso relativa all’obbligo di rilasciare i certificati per la richiesta di interruzione volontaria di gravidanza. Si noti, però, che i giudici non hanno affermato con certezza il carattere non abortivo di questi prodotti, ma si sono unicamente rifatti ai documenti delle agenzie preposte al controllo dei farmaci europee e nazionali. Ciò significa che se saranno dimostrati gli effetti abortivi di queste sostanze, come del resto già risulta da uno studio attento degli stessi documenti ufficiali, l’obiezione di coscienza potrà essere completamente ripristinata. Al Tar del Lazio è ritornato il processo per un ulteriore approfondimento; • la tendenza della giurisprudenza a escludere l’obiezione per le attività connesse con l’aborto e previste dal protocollo, interpretando in maniera restrittiva e ingiusta l’art. 9 della legge 194. L’affermazione riguarda la sentenza pronunciata il 27 novembre 2012 (depositata il 2 aprile 2013) dalla VI Sezione penale della Corte di Cassazione. Questa sentenza, confermando le decisioni di primo e secondo grado (rispettivamente Tribunale di Pordenone e Corte di Appello di Venezia), ha definitivamente condannato una ginecologa obiettrice di coscienza a un anno di reclusione per il reato di cui all’art. 328 c.p. (rifiuto di atti d’ufficio), con sospensione condizionale della pena e con l’interdizione per un anno dall’esercizio della professione medica, oltre al risarcimento dei danni alla parte civile (euro 8.000,00). La ginecologa si era rifiutata di intervenire nella fase finale di un aborto, alla diciassettesima settimana, con le manovre di espulsione del feto e della placenta. A questa sintetica rassegna va aggiunta la ricorrente indimostrata accusa secondo cui l’obiezione sarebbe determinata dalla intenzione di incrementare un lucroso ricorso all’aborto clandestino.

LA QUESTIONE ANTROPOLOGICA Perché un così diffuso atteggiamento ostile verso l’operatore sanitario che non vuole essere minimamente coinvolto nella soppressione di un essere umano e intende testimoniare il valore della vita, anche a costo di affrontare difficoltà professionali? Si può leggere la risposta nella stessa sentenza della Cassazione appena richiamata: “Il diritto di aborto è stato riconosciuto come ricompreso nella sfera di autodeterminazione della donna”. Questo è il punto. Bisogna stabilire se il valore primario coinvolto nell’aborto è l’autodeterminazione della donna o se, invece, è il valore della vita umana. Posta così l’alternativa, non dovrebbero esistere dubbi sul primato della vita umana. Purtroppo, si è verificata una progressiva deriva sia nel campo del diritto, sia in quello della sensibilità popolare. Tuttavia, anche un tale (preteso) “diritto” non comporterebbe un atteggiamento di mortificazione dell’obiezione di coscienza se, contemporaneamente, l’aborto venisse riconosciuto per ciò che realmente è: la morte cagionata di un essere umano prima della nascita. La negazione esplicita o implicita, ma anche la semplice dimenticanza, che l’embrione e il feto sono individui viventi appartenenti alla nostra comune specie umana – e cioè esseri umani a pieno titolo, titolari del diritto alla vita, che devono dunque essere trattati come persone -, porta alla conseguenza che il “diritto” della donna deve essere garantito dallo Stato nel massimo grado, anche se questo implica la coartazione della coscienza del medico obiettore, ridotta ad una mera opinione individuale da tollerare con fastidio. Il medico è colui che meglio di ogni altro conosce i processi della vita, perciò la sua obiezione è un autorevole testimonianza a favore della vita umana. La sua obiezione non è uno sciocco scrupolo religioso, ma il faro che mantiene nella coscienza sociale la consapevolezza del valore in gioco, perché ciascun essere umano concepito è “uno di noi”. Alla radice del misconoscimento o della restrizione del diritto di sollevare obiezione di coscienza all’aborto si trova la negazione del figlio in quanto essere umano, in quanto valore decisivo per misurare la dignità umana e quindi la realizzazione dei collegati valori di libertà, uguaglianza, solidarietà. Di fronte di questa posizione che nega la piena umanità del concepito e il suo diritto alla vita, bisogna ricordare gli autorevoli documenti giuridici, a livello nazionale e internazionale, che – invece – riconoscono concepito come soggetto, essere umano a pieno titolo. Si tratta di documenti che vanno conosciuti e valorizzati. A livello italiano, la stessa legge 194, “integralmente iniqua”, come tante volte è stato giustamente sottolineato, non nega l’umanità del concepito e – sebbene l’espressione sia ambigua – dichiara di tutelare la vita umana sin da suo inizio; la legge che ha istituito i consultori (405/1975) afferma che deve essere tutelata la salute del “prodotto del concepimento”; la Corte Costituzionale nella decisione n. 35 del 1997 non solo ha confermato la tutela costituzionale del concepito, ma ne ha anche riconosciuto il diritto alla vita; nonostante tutto, la legge 40/2004 ancora mantiene il riconoscimento del concepito come soggetto titolare di diritti al pari degli altri soggetti coinvolti nella “procreazione medicalmente assistita”; su questa linea si pongono anche alcuni pareri del CNB che ha ribadito più volte quanto affermato all’unanimità il 22 giugno 1996, qualificando il concepito come persona. Dunque è molto ragionevole sostenere che l’essere umano nella fase embrionale è davvero “uno di noi”.

SOGGETTI E OGGETTO DELL’OBIEZIONE La disciplina prevista dall’art. 9 è macchinosa e ha dato luogo a discussioni, soprattutto con riferimento ai soggetti cui è riconosciuto il diritto di sollevare obiezione, alle attività coperte dall’obiezione di coscienza, all’obiezione di coscienza del medico e del farmacista con riguardo alla “pillola del giorno dopo”. Per gli approfondimenti si rinvia al libro “Obiezione di coscienza in sanità. Vademecum (Cantagalli, Siena 2008; Autori: M.L. Di Pietro, C. Casini, M. Casini). In estrema sintesi, i punti da evidenziare sono, quindi, i seguenti. Per quanto riguarda i soggetti la legge è chiara e aperta: il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie. L’espressione “personale sanitario” fa evidente riferimento al Regio Decreto n. 1265 del 27 luglio 1934, il cui articolo 99 distingue le professioni sanitarie principali (medici, veterinari, farmacisti, tutte persone munite di laurea ed abilitate all’esercizio professionale mediante apposito esame di stato), le professioni sanitarie ausiliarie (levatrici, infermiere diplomate, assistenti sanitarie), gli esercenti un’arte ausiliaria di professione sanitaria (come massaggiatori, odontotecnici, ortopedici etc.). Non vi è dubbio alcuno che anche i farmacisti sono compresi nella dizione dell’articolo 9, ovvero appartengono alla categoria dei soggetti (“personale sanitario”) che possono proporre obiezione. Merita, invece, attenzione più approfondita l’espressione “esercente attività ausiliarie”. Essa non può riferirsi alla categoria delle “professioni sanitarie ausiliarie”, perché quest’ultima categoria è già compresa nel personale sanitario. A prima vista potrebbe sembrare che l’espressione “esercente le attività ausiliarie”, evochi la categoria di coloro che svolgono “arti ausiliarie delle professioni sanitarie” indicata nell’articolo 99 del Regio Decreto su citato. L’“arte” implica una professionalità tecnica, mentre l’“attività” può essere semplicemente materiale e può essere svolta occasionalmente e non a fini di lucro. Inoltre, anche l’aggettivo “personale” è generico ed è tale da comprendere ogni tipo di persona che svolge funzioni, le quali potrebbero implicare una collaborazione nell’aborto. Il riferimento alle “attività” ausiliarie sembra fare riferimento ai comportamenti di fatto richiesti a chiunque, indipendentemente dalla qualifica professionale. Cosa è coperto da obiezione di coscienza? Non è possibile in questa introduzione esaminare tutti i profili discussi. Schematicamente essi vertono su due poli: 1) cosa deve intendersi per “procedure” e “attività” coperte da obiezione e cosa invece è “assistenza” non coperta da obiezione; 2) la possibilità o meno di sollevare obiezione nei confronti della “pillola del giorno dopo” e di quella dei “cinque giorni dopo” sia da parte del medico che da parte del farmacista. Su questo secondo punto si rimanda al citato parere del CNB sulla c.d. “contraccezione di emergenza” in cui si prevede la possibilità di sollevare “clausola di coscienza”, al Vademecum, anch’esso richiamato sopra, e a materiali prodotti a riguardo dal MpV. Due parole sul primo punto. Il primo comma stabilisce che il personale sanitario quando ha proposto obiezione di coscienza “non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli artt. 5 e 7 e agli interventi per l’interruzione della gravidanza”. Il successivo terzo comma specifica che l’obiezione “esonera dal compimento delle procedure e delle attività specificatamente e necessariamente dirette all’interruzione della gravidanza, ma non dall’assistenza antecedente e conseguente. Il rapporto tra il primo e il terzo comma dell’articolo 9, come pure la necessità di differenziare l’attività prodromica all’intervento dall’assistenza antecedente e conseguente, è all’origine di una serie di quesiti interpretativi. Bisogna tenere conto anche delle altre espressioni letterali contenute nell’art. 9 L. 194: l’obiettore è dispensato dal “prendere parte”. Queste parole sembrano indicare una grande estensione degli atti coperti dall’obiezione. Una cosa è il compiere l’atto distruttivo, un’altra è il prendere parte, ma anche il “prendere parte” rientra tra i comportamenti a cui l’obiettore non è tenuto. Uno degli aspetti su cui maggiore è il dibattito, riguarda il rilascio del documento al termine del colloquio. A sostegno dell’obiezione di coscienza si avanzano l’interpretazione letterale, sistematica e teleologica. La lettera della legge che richiama espressamente gli articoli 5 e 7 non lascia possibilità di dubbi: l’obiettore è esonerato dalla procedure “per” l’IVG ed è evidente che tali procedure sono: a) il rilascio del documento attestante lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta di IVG (articolo 5/4); b) il rilascio del certificato d’urgenza (articolo 5/3); c) il certificato che attesta i processi patologici nel caso di aborto oltre i primi novanta giorni. L’interpretazione letterale è conforme a quella sistematica. Infatti l’ultimo comma dell’articolo 8 stabilisce che il “certificato” e il “documento” di cui all’articolo 5 costituiscono titolo per eseguire l’intervento. Ciò significa che non si può abortire senza possedere uno di quei due mezzi cartacei dei quali ciascuno è sufficiente per ottenere l’intervento. Perciò, il rilascio del documento o del certificato costituisce la condizione necessaria e sufficiente per effettuare l’aborto. Data la configurazione legislativa, il rapporto di concausalità rispetto all’evento aborto è evidente. Cosa non è coperto da obiezione? La situazione in cui “data la particolarità delle circostanze”, il “personale intervento” dell’obiettore “è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”. A questo caso vanno aggiunte l’assistenza antecedente e conseguente all’aborto. Sebbene la prassi e alcune interpretazioni vadano in senso contrario, possiamo considerare assistenza sottratta all’obiezione tutto ciò che è sganciato dalle procedure e dai protocolli abortivi; viceversa, va considerata attività coperta da obiezione tutto ciò che è previsto in connessione con all’aborto anche se cronologicamente avviene dopo la morte del concepito.

LA REVOCA La legge prevede la revoca dell’obiezione mediante dichiarazione scritta da parte del sanitario che aveva sollevato obiezione; tale dichiarazione produce effetto dopo un mese dalla sua presentazione. L’obiezione, però, si deve intendere revocata con effetto immediato se l’obiettore prende parte a procedure o a interventi per l’aborto al di fuori del caso di pericolo imminente per la vita della donna.È anche questa una norma mortificante per l’obiettore e volta a garantire il preteso “diritto di aborto”. Infatti, la revoca dell’obiezione implica che il medico può essere obbligato successivamente a compiere atti che egli ritiene, ragionevolmente, essere uccisivi. È vero che egli può riproporre l’obiezione, ma la sua nuova dichiarazione produce effetti soltanto dopo un mese (art. 9, comma 2, L. 194/1978). Perciò, almeno in questo periodo di tempo, egli dovrebbe comprimere gravemente la sua coscienza. Si capisce, perciò, che l’obiettore debba essere molto cauto per evitare la decadenza dalla sua obiezione. Questa norma può effettivamente costituire una difficoltà giuridica. Non resta che interpretare – limitatamente al problema della decadenza dall’obiezione – la preposizione “per” (“per l’interruzione della gravidanza”) dell’ultimo comma dell’art. 9 in senso soggettivo e non oggettivo, con riferimento, cioè, all’intenzione dell’agente e non alla natura dell’atto in sé. Il rilascio del certificato o del documento di cui all’art. 5 e 7, la programmazione di collaborazioni anestesiologiche o di collaborazioni nella fase dell’espulsione e del secondamento sono obiettivamente “per” l’interruzione della gravidanza, ma il medico che senza alcun precedente coinvolgimento, neppure a livello di semplice programmazione o assicurazione della sua partecipazione, è costretto ad intervenire in quella fase finale quando la morte è già stata provocata, non “per” contribuire all’aborto ma “per” evitare danni personali di vario genere, ed anzi protestando e confermando la sua obiezione già in precedenza ripetuta all’inizio dell’intervento, non agisce soggettivamente per concorrere all’interruzione della gravidanza.

LA DICHIARAZIONE DI OBIEZIONE L’obiezione si solleva, come anticipato, con la presentazione di una dichiarazione scritta “entro un mese dal conseguimento della abilitazione o dall’assunzione presso un ente tenuto a fornire prestazioni dirette alla interruzione della gravidanza o dalla stipulazione di una convenzione con enti previdenziali che comporti l’esecuzione di tali prestazioni. L’obiezione può venire proposta anche al di fuori dei termini, ma in tale caso la dichiarazione produce effetto dopo un mese dalla sua presentazione”. L’art. 9 afferma che la dichiarazione deve essere comunicata al medico provinciale e, nel caso di personale dipendente dall’ospedale o dalla casa di cura, anche al direttore sanitario. Tuttavia, la figura del medico provinciale (istituita con L. 22 dic. 1888, n. 5849 per la tutela della igiene e della sanità pubblica) non esiste più. Facendo riferimento ad alcuni testi di Medicina legale, deve essere inviata: 1) al Direttore sanitario dell’ospedale, per gli operatori sanitari operanti negli ospedali; 2) al Direttore sanitario della casa i cura, per gli operatori sanitari operanti nelle case di cura; 3) al Magnifico rettore dell’Università per i medici universitari; 4) al Direttore generale e al Direttore sanitario della AUSL presso il quale opera l’operatore sanitario interessato; 5) Al Presidente dell’Ordine dei Medici della Provincia di appartenenza. Quanto al contenuto, si suggerisce che la dichiarazione sia fatta su carta intestata del sanitario, contenente: i destinatari, i dati anagrafici, l’anno della laurea e la sede universitaria, l’anno dell’abilitazione all’esercizio della professione e il numero della tessera dell’iscrizione all’Ordine dei medici della provincia. La dichiarazione può essere essenziale. Insieme a Carlo Casini e a Giuseppe Anzani si è pensato ad una formulazione del genere comprensiva anche dell’obiezione alla prescrizione della pillola del giorno dopo per quanto riguarda i medici: “ …. dichiara di sollevare obiezione di coscienza ai sensi dell’art. 9 della Legge n. 194 del 22 maggio 1978 (Norme sulla tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza) e delle norme costituzionali così come interpretate nel documento del Comitato Nazionale per la Bioetica del 28 maggio 2004 (Nota sulla c.d. contraccezione di emergenza)”. Sarebbe opportuno conservare una copia della dichiarazione di obiezione. Come ci si difende? La prima difesa viene dalla conoscenza e dalla consapevolezza del proprio diritto di sollevare obiezione. Occorre essere preparati e ben attrezzati dal punto di vista degli argomenti e della documentazione. È importante anche essere bravi e stimati operatori sanitari con buoni rapporti sia con i colleghi sia con le persone assistite. Talvolta certe situazioni “esplodono” perché il terreno era già “minato”. Da aggiungere anche l’importanza di essere in “rete” e di fare “rete” con altri obiettori, evitando di restare isolati. Infine, poiché talvolta può essere necessario, ci si difende anche affidandosi a giuristi e avvocati competenti sull’argomento e convinti della causa della vita. L’aspetto giuridico-legale è rilevante sia per la tutela del singolo operatore, sia per impugnare provvedimenti ingiusti che riguardano gli obiettori in generale.

L’INCORAGGIAMENTO E L’ABBRACCIO DELLA CHIESA In conclusione, si riportano alcune riflessioni di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Questi pensieri danno veramente risalto alla grande importanza e al più profondo significato dell’obiezione di coscienza; infondono energia e incoraggiano a perseverare. “L’aborto e l’eutanasia sono dunque crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza” (Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, n. 73); “Rifiutarsi di partecipare a commettere un’ingiustizia è non solo un dovere morale, ma è anche un diritto umano basilare. Se così non fosse, la persona umana sarebbe costretta a compiere un’azione intrinsecamente incompatibile con la sua dignità e in tal modo la sua stessa libertà, il cui senso e fine autentici risiedono nell’orientamento al vero e al bene, ne sarebbe radicalmente compromessa. Si tratta, dunque, di un diritto essenziale che, proprio perché tale, dovrebbe essere previsto e protetto dalla stessa legge civile. In tal senso, la possibilità di rifiutarsi di partecipare alla fase consultiva, preparatoria ed esecutiva di simili atti contro la vita dovrebbe essere assicurata ai medici, agli operatori sanitari e ai responsabili delle istituzioni ospedaliere, delle cliniche e delle case di cura. Chi ricorre all’obiezione di coscienza deve essere salvaguardato non solo da sanzioni penali, ma anche da qualsiasi danno sul piano legale, disciplinare, economico e professionale” (Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, n. 74); “Il rispetto assoluto di ogni vita umana innocente esige anche l’esercizio dell’obiezione di coscienza di fronte all’aborto procurato e all’eutanasia. Il «far morire» non può mai essere considerato come una cura medica, neppure quando l’intenzione fosse solo quella di assecondare una richiesta del paziente: è, piuttosto, la negazione della professione sanitaria che si qualifica come un appassionato e tenace «sì» alla vita. Anche la ricerca biomedica, campo affascinante e promettente di nuovi grandi benefici per l’umanità, deve sempre rifiutare sperimentazioni, ricerche o applicazioni che, misconoscendo l’inviolabile dignità dell’essere umano, cessano di essere a servizio degli uomini e si trasformano in realtà che, mentre sembrano soccorrerli, li opprimono” (Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, n. 89). «Operatori di pace sono coloro che amano, difendono e promuovono la vita nella sua integralità. Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita. […] Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all’ambiente. Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita. […] Perciò, è anche un’importante cooperazione alla pace che gli ordinamenti giuridici e l’amministrazione della giustizia riconoscano il diritto all’uso del principio dell’obiezione di coscienza nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana, come l’aborto e l’eutanasia» (Benedetto XVI, Beati gli operatori di pace, Messaggio per la 46ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2013, paragrafo n. 4)

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