Tragedia shock: Papà va al lavoro e dimentica la figlia di 7 mesi in auto: muore per il caldo

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Morire di caldo a soli 7 mesi. E’ quanto successo in Irlanda a una bimba dimenticata in auto dal papà. La tragedia è accaduta lo scorso giovedì nella contea di Tipperary. Il padre, Paul Fogarty, è andato a lavoro e ha lasciato la piccola Chloe sul seggiolino nel sedile posteriore della vettura parcheggiata, a finestrini chiusi, con temperature che sono diventate nel giro di pochi minuti “proibitive”.

Il drammatico “incidente”, di cui abbiamo brevemente scritto ieri, è avvenuto nel villaggio di Dundrum in quello che, dati alla mano, è stato il giorno più caldo dell’anno. Inutile qualsiasi tentativo di soccorso: gli operatori intervenuti sul posto, dopo averla trasportata in ospedale, hanno dovuto purtroppo constatare la morte della piccola ieri alle 17. Secondo una prima ricostruzione dei fatti (le indagini della Polizia sono ancora in corso), la bambina è rimasta per quattro ore nell’auto lasciata in un parcheggio della sede di lavoro del padre. Le temperature all’interno dell’abitacolo avrebbero raggiunto e superato i 40 gradi. Quando il padre si è accorto di averla dimenticata in macchina è tornato da lei e ha chiesto aiuto al medico di famiglia che ha subito allertato i soccorsi.

I sanitari hanno fatto il possibile: forzato l’apertura degli sportelli, estratto la bimba che è stata trasportata in eliambulanza al Limerick University Hospital, nel sud-ovest del paese. Ma i tentativi di rianimarla sono stati inutili, perché la bambina era arrivata già morta, e i medici hanno dovuto arrendersi. Chloe era l’unica figlia che Paul aveva con la moglie Louise sposata nell’agosto del 2015.

Un terribile errore umano
L’accaduto sarebbe stato inquadrato dagli inquirenti come un tragico incidente, per cui è stata del tutto esclusa l’ipotesi dell’omicidio volontario. E al momento Fogarty non risulta indagato. Il fascicolo aperto sarà completato domani dall’autopsia sul corpicino della bimba. Durante il tragitto che portava all’asilo nido in cui avrebbe dovuto lasciare la bimba, Paul sarebbe stato distratto da una chiamata ricevuta al cellulare, fino a incappare nella tragica dimenticanza. Era convinto di aver lasciato la figlioletta all’asilo nido.

Tutta la comunità locale è sconvolta dall’accaduto. I genitori di Chloe sono molto conosciuti in zona e un amico di famiglia li descrive come persone perbene, molto rispettabili e ora devastate dal dolore. Un caso terribile di errore umano, ribadiscono anche le autorità locali che conoscono i genitori. Episodi del genere sono tragici e rappresentano certamente un monito ad evitare distrazioni quando si è in auto coi bimbi. La temperatura all’interno delle auto aumenta molto, specialmente in estate, e rappresenta una grave insidia, specialmente per i più piccoli. Secondo una ricerca americana, in estate basta un quarto d’ora per portare la temperatura dell’abitacolo a una temperatura vicina ai 65°C.

Può una mamma “dimenticarsi” la bambina in auto, come è successo alla infelice signora di Merate? Sì, può. Nella catena di automatismi mattutini, alzarsi di corsa, lavarsi, vestirsi, svegliare i bambini e vestirli, preparare la colazione, controllare le cartelle, prendere la borsa per la scuola, è saltato il comando “lasciare la bimba più piccola dalla baby-sitter”. Il pilota automatico della scansione delle corse mattutine prima di arrivare al lavoro procede inesorabile. Saltato quel comando, perché la bimba dorme e non dà segno di sé dal sedile posteriore, l’automatismo procede. Arrivare a scuola, parcheggiare, chiudere la macchina, entrare di corsa nella sala insegnanti, e di corsa in aula. Mattina intensa di lezioni. Nessun allarme interno, nessun segnale rosso, nessun pensiero improvviso: “Oddio, non ho portato la bambina dalla tata!”. “Oh Signore, l’ho lasciata in macchina!”. No. Rimozione completa. Può un padre dimenticare il bambino in auto? Sì, può, come era successo dieci anni fa a Catania, a un operaio che dimenticò il suo bambino di quasi due anni in auto. Dimenticò di lasciarlo al nido, mentre andava al lavoro. Soprappensiero, lo lasciò addormentato nell’auto, nel parcheggio assolato. E alla fine del turno, lo trovò agonizzante nella macchina. Anche allora, una tragedia. Due casi drammatici in dieci anni. Rari, si dirà: solo perché con conseguenze estreme. Meritano invece una riflessione perché sono i segni pesanti e terribili di dimenticanze molto più frequenti, ma più brevi, che un numero crescente di genitori ha nei confronti dei figli, specie se piccoli. Dimenticanze che non si concludono in modo atroce perché di durata minore, perché accaduti in ambiti meno pericolosi di un’auto lasciata al sole, o perché qualche parente interviene prima, limitando i danni. Ma responsabili spesso di incidenti domestici, anche gravi, quando il bambino viene “perso di vista” perché ci si è dimenticati del piccolo, mentre si è occupati in altro, anche per pochi minuti. La dimenticanza originale, staccata dalle sue conseguenze, più o meno gravi, resta rinchiusa nei silenzi della famiglia, e se ne perde traccia e memoria. Ma sono dimenticanze di cui questi due bambini morti sono solo il segno più doloroso e purtroppo irreversibile. Che cosa facilita oggi questa dimenticanza grave, per il bambino ma anche per l’adulto? E’ un incidente “impensabile”, oppure il segno di una grave irresponsabilità, o, ancora, la conseguenza di una imperdonabile negligenza, o di qualcos’altro? Innanzitutto, dobbiamo riconoscere che il meccanismo feroce della dimenticanza ci tocca tutti: la stanchezza, la mancanza di attenzione e di concentrazione, ci portano ad una quantità crescente di “atti mancati”, come li definì Sigmund Freud, che ne fece un’analisi accurata. Freud insisteva sull’aspetto inconscio del dimenticare, come un “non voler fare”. L’atto mancato, in altre parole, direbbe la vera intenzione della persona: non faccio una cosa perché non ho voglia di farla, perché in realtà desidero fare l’opposto, perché mi interessa qualcos’altro. L’atto mancato esprimerebbe allora un’intenzionalità intensa e profonda, così potente da indurci a fare qualcosa di diverso o, addirittura, contrario a quanto vorremmo fare consapevolmente. Tuttavia, mi sembra che in queste dimenticanze nei confronti dei propri figli ci siano degli elementi che non ascriverei all’intenzionalità, seppure inconscia, ma semmai al sinistro effetto degli automatismi in cui tutti siamo crescentemente inseriti, per sopravvivere a vite sempre più concitate e frenetiche. L’obiettivo di ogni persona che lavori e abbia una famiglia diventa infatti l’ottimizzazione di quella corsa a cronometro che è l’avvio mattutino della famiglia, per scuola e lavoro. Se poi non ci sono aiuti domestici, la corsa continua nella giornata e nel tardo pomeriggio fino a notte, per riuscire a svolgere sufficientemente bene tutti i compiti che una donna e un uomo con famiglia si trovano ad affrontare. Molto spesso, più ancora le donne degli uomini. E allora, che cosa riducono le donne per riuscire a fare (quasi) tutto? Le ore di sonno. Ma la carenza cronica di sonno amputa drasticamente l’energia vitale, rendendo tutto più faticoso, e aumentando la quota di vita consegnata agli automatismi. Riduce drasticamente l’attenzione e la concentrazione su quello che si sta facendo, pilastri primi della memoria. Senza attenzione, la dimenticanza, è in agguato: dalle pentole sul fuoco, alle chiavi di casa, alla spesa sul pianerottolo, all’appuntamento dal dentista, al bambino che sta giocando in un’altra stanza, o da solo in giardino. La carenza di sonno causa anche depressione, o la peggiora. E anche questa contribuisce alle dimenticanze e agli errori di attenzione che lasciano la nostra vita in mano agli automatismi, sempre più pericolosi quanto più si abbassa la soglia di attenzione. Pericolosi fino a diventare mortali, soprattutto in caso di depressione. I bambini figli di madri depresse hanno il 44% in più di ricorsi al Pronto soccorso pediatrico rispetto ai figli di madri non depresse, proprio in conseguenza di dimenticanze e disattenzioni. Un dato che parla da solo. Queste tragedie ci lasciano allora inquieti e turbati: per quel piccolino e quella piccolina morti soli, sentendosi abbandonati, piangenti e accorati, fino a morire, non solo di caldo ma forse di disperazione. Ma anche per quella madre e quel padre, che non si perdoneranno mai per le conseguenze così gravi di un gesto che non sanno spiegare nemmeno a se stessi. E’ così orribile, la conseguenza del dimenticare un figlio, che un genitore può arrivare a desiderare la morte: perché sente di non poter più continuare a vivere, dopo quello che è successo, e perché il tormento per l’accaduto e i sensi di colpa possono essere così pervadenti da uccidere la sua stessa vita. Per tutti noi, che abbiamo figli o nipotini, fatti così gravi contengono un monito: facciamo attenzione alla stanchezza, alla carenza di sonno, alle piccole dimenticanze, se ci sono già capitate. Raddoppiamo l’autocontrollo, raddoppiamo le attenzioni, limitiamo gli automatismi. Soprattutto, rallentiamo i ritmi, soffermiamoci sulle cose (importanti) da fare, ancora di più se abbiamo bambini piccoli: perché la vita e la salute di un figlio sono le vere priorità della vita. E perché una dimenticanza più grave delle altre può essere fatale.

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