Paradise Papers: scandalo sulla regina Elisabetta: cosa sappiamo?

La regina Elisabetta II Sarebbe stata coinvolta nelle rivelazioni dei Panama papers ribattezzati Paradise papers. Jeremy Corbyn pare abbia chiesto le scuse della Regina Elisabetta per il suo coinvolgimento nelle rivelazioni dei Panama papers e non lo ha chiesto esplicitamente Ma lo ha fatto capire rispondendo ad alcune domande di un giornalista Al termine della conferenza annuale della Confindustria britannica a Londra. “Il mancato pagamento delle tasse sui loro patrimoni miliardari penalizza, fra l’altro, ospedali e scuole”, ha aggiunto Corbyn. “Se una persona molto ricca vuole eludere le imposte nel Regno Unito e metter il suo denaro in un paradiso fiscale, chi è danneggiato? I nostri ospedali, le nostre scuole, la vita, sono tutti danneggiati, questi servizi pubblici e il resto della popolazione deve pagare per controbilanciare il deficit”, è questo quanto riferito da Corbyn chiedendo al governo di autorizzare un’indagine pubblica sull’evasione fiscale.

La premier Theresa May ha lanciato un appello ai contribuenti affinché paghino le tasse dovute. Insomma lo scandalo dei Paradise Paper stia agitando l’opinione pubblica e i governi promettono di correre ai ripari ma nelle scorse ore sono arrivate le prime smentite e precisazioni da parte dei personaggi che sono stati chiamati in causa per alcuni investimenti nei cosiddetti paradisi fiscali.

Proprio nella giornata di domenica sembra che 13,4 milioni di file provenienti dallo studio legale delle Bermuda  “Appleby abbia portato alla luce i patrimoni offshore di 127 potenti di tutto il mondo  e nella lista ci sarebbero i cantanti famosi e come Bono Vox e Madonna ma anche la Regina Elisabetta II e il ministro per il commercio Wilbur Ross, e l’ex cancelliere tedesco social-democratico Gerhard Schroeder. “Questo nuovo scandalo dimostra ancora una volta come alcune aziende e ricchi individui siano pronti a fare di tutto per non pagare le tasse”, ha commentato il commissario europeo per gli Affari economici, Pierre Moscovici. Da qui, “l’appello agli Stati membri ad adottare rapidamente una lista nera europea dei paradisi fiscali, cosi’ come altre misure dissuasive”.

Il nome della Regina Elisabetta seconda è emerso dalle rivelazioni dei risultati di un lungo lavoro di inchiesta soprannominato Paradise Spa perché è stato pubblicato sui siti di The Guardian e New York Times, le Monde, Süddeutsche Zeitung e l’Espresso che è stato prodotto da giornalisti dell’Icij, un consorzio internazionale di giornalismo investigativo. Dall’inchiesta è emerso che la regina Elisabetta attraverso il Ducato di Lancaster che gestisce i suoi beni abbia investito delle ingenti somme di denaro nel paradiso fiscale della Cayman.  Intanto dalle carte spuntano nuovi nomi tra cui i ministri brasiliani delle Finanze Henrique Meirelles e dell’Agricoltura Blairo Maggi. Meirelles proprio nella giornata di ieri ha spiegato di avere creato un fondo alle Bermuda regolarmente dichiarato al fisco per amministrare parte della sua eredità.

La regina d’Inghilterra. Poi Bono Vox, Madonna, un ministro di Donald Trump, il co-fondatore della Microsoft, l’ex direttore della Cia, il finanziere George Soros e decine di politici e imprenditori di tutto il mondo. È la nuova lista dei personaggi illustri che hanno investito in società offshore. Un elenco di ricconi planetari scoperchiato da una grande leak, una gigantesca fuga di notizie, resa possibile dal reperimento di montagne di file ottenuti dal giornale tedesco Suddeutsche Zeitung, che li ha condivisi con l’International Consortium of Investigative Journalists. Documenti studiati e analizzati da più di 380 giornalisti, attivi in 67 paesi e 96 media di tutto il mondo (per l’Italia il settimanale L’Espresso insieme con Report di Rai3).

Un primo assaggio si era già avuto nel 2015 con i Panama Papers, adesso la nuova lista è quella dei Paradise Papers e contiene dettagli ancora più succulenti: 13,4 milioni di file su soldi portati all’estero che, scrive la Bbc, vedono coinvolti nomi al di sopra di ogni sospetto come la regina Elisabetta II. Eppure, secondo l’inchiesta, Sua Maestà avrebbe investito 10 milioni di sterline in un fondo alle isole Cayman che garantisce l’anonimato e non prevede il pagamento di tasse.

Alla regina Elisabetta fa capo, ufficialmente, il Ducato di Lancaster, immobiliare privata che gestisce beni della corona britannica, almeno 500 milioni di sterline. Finora si sapeva che quella società aveva fatto investimenti in edifici commerciali del sud dell’Inghilterra, ma si ignorava che avesse immesso fondi in società offshore. Dai documenti riservati dello studio Appleby (fondato nelle Bermuda) ora risulta che l’immobiliare Ducato di Lancaster ha investito 7,5 milioni e mezzo di dollari in un fondo alle Cayman, chiamato “Dover streetVI Cayman Fund LP” e specializzato nell’acquisto di quote di società farmaceutiche e tecnologiche, come un’azienda che registrale impronte digitali peri cellulari.

La Bbc sottolinea come non ci sia nulla di illegale nell’investimento e che non sia stato trovato alcun elemento che lasci intendere che Elisabetta II non paghi le tasse. Anzi la stessa sovrana, scrive il Guardian, ha fatto sapere che paga comunque le tasse. Restano però le legittime domande sul perché la consorte di Filippo dovrebbe investire in paradisi fiscali protetti dall’anonimato.
C’è anche un’altra regina nella lista dei Panama Paradise. Si tratta di No- or di Giordania indicata come beneficiaria di due trust, collocati nell’isola di Jersey. Contattata dal consorzio Icij, Noor ha precisato che si tratta di «lasciti destinati a lei e ai figli» dal defunto re Hussein.

E che «sono stati sempre amministrati in base alle regole e ai più elevati standard etici e legali». Tra le stelle dello spettacolo, figurano due celebrità. Madonna possiede indirettamente azioni in una società di forniture mediche. Bono, al secolo Paul Hewson, detiene quote di una società registrata a Malta che ha investito in un centro commerciale in Lituania. Società chiusa nel 2015, secondo una sua portavoce, che ha puntualizzato: il leader degli U2 era «un investitore di minoranza passivo».

Tra i big dell’industria spicca Paul Allen, co-fondatore di Microsoft. I file di Appleby segnalano i suoi investimenti attraverso società offshore in un mega-yacht e alcuni sottomarini. Anche il re dei fondi d’investimento, George Soros, grande finanziatore dei democratici americani, è presente negli elenchi. Le sue strutture di private equity ricorrono a una rete di offshore per operare nel campo delle riassicurazioni (maxi-polizze per altre compagnie assicurative).

Folta anche la rappresentanza dei politici americani. Tra i repubblicani spicca Wilbur Ross, attuale segretario al Commercio del presidente Trump. Da quanto emerge dai Paradise Papers, Ross trae profitto dai legami d’affari con il cerchio magico del presidente russo Vladimir Putin: risulta infatti titolare di partecipazioni in un’azienda di trasporti tra i cui proprietari compaiono il genero di Putin e un altro magnate russo. Ross avrebbe mantenuto le sue quote nell’azienda di trasporti Navigator Holdings Ltd, una società offshore creata nelle isole Marshall nell’Oceano Pacifico, di cui è stato anche presidente.

Tra i democratici emerge Wesley Clark, generale pluridecorato dell’esercito Usa, già in corsa per le elezioni presidenziali del 2004. Per il Canada fa scalpore il nome di Stephen Bronfman, consulente e amico stretto del primo ministro Justin Trudeau.
Per Oxfam, Ong che lotta per la riduzione della povertà globale, «se i governi volessero davvero arginare l’infinita serie di scandali fiscali potrebbero farlo. Ad esempio creando una blacklist a livello globale per porre fine ai paradisi fiscali, corredata da forti misure difensive e sanzionatorie ».

DaBuckinghamPalace,come previsto, nessun commento. Ma la rivelazione emersa dai cosiddetti Panama Papers che dieci milioni di sterline dei fondi di Elisabetta II sono stati investiti in società offshore ha suscitato un’ondata di indignazione culminata nelle dichiarazioni del leader laburista Jeremy Corbyn, secondo cui chi cerca di evadere le tasse «dovrebbe non solo scusarsi, ma riconoscere quello che sta facendo alla nostra società», perché danneggia «scuole, ospedali e tutti i servizi pubblici». Parole dure, che il portavoce di Corbyn ha subito voluto ridimensionare: il leader laburista «non ha chiesto alla regina di scusarsi».

Molto più morbida la premier Theresa May, che non ha voluto impegnarsi ad istituire un registro pubblico delle società offshore, sottolineando come le misure già in atto stiano creando maggiore trasparenza. Ma la notizia che oltre alla regina anche altre personalità di spicco come il donatore conservatore Lord Ashcroft e il pilota di Formula 1 Lewis Hamilton abbiano usufruito di paradisi fiscali – quest’ultimo di uno ben poco esotico come l’Isola di Man, grazie alla cui legislazione ha evaso i 3,3 milioni di sterline di Iva sul suo jet privato Bombardier da 16,5 milioni – è destinata a lasciare il segno, in un’opinione pubblica che sta assistendo al susseguirsi di scandali a tutti i livelli.

Le finanze della regina sono gestite dal Ducato di Lancaster, che esiste da 750 anni e che dal gestire terre e beni ereditati ora ha per le mani un portafoglio di asset da 519 milioni di sterline, per il Financial Times circa il 10% del suo patrimonio totale. Di questi, 10 milioni sono stati investiti in due fondi offshore, uno alle Bermuda e uno alle Cayman, ed è qui che iniziano i problemi per Elisabetta.

A rendere più indigesto il suo coinvolgimento c’è il fatto che una piccola somma – la quota non raggiunge neppure 4mila euro – sia investita in una catena di negozi, la Brighthouse, che vende mobili a rate a chi non si può permettere di pagare anticipi, col risultato che chi è costretto a ricorrervi finisce con lo spendere somme astronomiche, molto più alte del reale valore dell’oggetto. Una società che ora ha sede in Lussemburgo e a cui recentemente è stato ordinato di pagare 14,8 milioni di sterline di compensazione per i suoi 249mila clienti.

Il Ducato di Lancaster ha fatto sapere che la regina non gestisce personalmente l’insieme dei suoi investimenti, da cui l’anno scorso ha guadagnato 19,2 milioni di sterline, e ha puntualizzato che «tutti sono pienamente controllati e legittimi». In un paese in cui lo slancio repubblicano sembra essersi sopito e che ama la sua regina tanto più in un momento di confusione nazionale come quella seguita alla Brexit, Corbyn non è stato l’unico politico a esprimere frustrazione. Leanne Wood, leader del partito indipendentista gallese Plaid Cymru, ha definito la vicenda «vergognosa» e ha sottolineato come ai contribuenti non dovrebbe essere chiesto di pagare il restauro di Buckin- gham Palace – una faccenda da 370 milioni di sterline – visto che «la famiglia è già abbastanza ricca». La regina paga le tasse “su base volontaria” dal 1992, ma non si sa quante ne paghi effettivamente.

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