Reggio Calabria shock, parroco picchiato a sangue: operato alla testa, adesso è in coma

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Sarebbe stata ripresa da alcune telecamere di sorveglianza in funzione nella parrocchia di Santa Maria del Divino Soccorso l’aggressione ai danni di don Giorgio Costantino a Reggio Calabria. Ignote le ragioni che hanno condotto alla colluttazione, così come non si conoscono ancora i nomi degli autori. Uno di loro ha cercato di soccorrere don Costantino chiamando poi l’ambulanza. A quel punto i ragazzi, forti del numero, hanno aggredito con violenza il parroco gettandolo a terra e massacrandolo con calci e pugni.

Il sacerdote è stato soccorso e trasportato in ospedale dove attualmente è ricoverato in prognosi riservata.

Risulterebbe inoltre nel mese di settembre 2016 una denuncia da parte del sacerdote per l’ingresso illecito di alcuni vandali che avevano devastato gli interni della chiesa.

Il sacerdote è noto anche negli ambienti ecclesiali nazionali perché è stato a lungo portavoce italiano del Sinodo dei vescovi. È stato colpito alla testa e il parroco, sanguinante, è riuscito ad avvertire i soccorsi e a fornire le prime informazioni ai carabinieri. Allarmato, don Giorgio li avrebbe richiamati, ma invece di andar via, il gruppo lo avrebbe aggredito.

“Quanto accaduto, per la ferocia manifestata dagli aggressori -ha detto Oliverio- è segno di una barbarie che va combattuta e stroncata in nome della civiltà che appartiene alla positiva tradizione della città di Reggio Calabria e del popolo calabrese”. f.d. “Ringrazio la Prefettura, la magistratura e le forze dell’ordine, che si sono attivate subito per risolvere il caso”.

L’intera scena è stata ripresa dalle telecamere di videosorveglianza e in queste ore gli investigatori sono al lavoro per identificare il gruppo; tratterebbe di giovani anche minorenni e nello specifico di età compresa tra i 16 ed i 20 anni. Le informazioni attualmente a disposizione delle forze dell’ordine non lascerebbero pensare ad un tentativo di furto, sembrerebbe più probabile che i giovani si fossero introdotti nella chiesa per vandalizzarla, così come purtroppo accaduto nel mese di settembre dello scorso anno per mano di ignoti.

Dunque, l’aggressione potrebbe essere collegata all’episodio di settembre, avvenuto in seguito alle proteste di Don Giorgio, ignoti vandalizzarono il centro di ascolto, una struttura dove la parrocchia ha organizzato la mensa per i poveri e gli immigrati. In passato, il sacerdote aveva più volte allertato i carabinieri per segnalare schiamazzi notturni e forse strani movimenti sotto le sue finestre. E i militari spesso sono anche intervenuti per monitorare la situazione e identificare i “disturbatori” e dopo qualche giorno arrivavano i dispetti e ritorsioni.

Il vescovo chiama “alle armi” genitori, catechisti ed educatori

«CONDANNA per il vile gesto compiuto». Ma non solo. Il vescovo di Reggio Giuseppe Fiorini Morosini, nell’intervento con cui reagisce all’aggressione di Don Costantino, analizza profondamente la situazione sociale e lancia un appello a giovani ed educatori. «Si rinnova la tristezza e il rammarico per come la violenza sia così feroce anche a livello giovanile – ha scritto il presule – e come la vita umana sia sempre più svalutata. Mi appello a voi genitori, a voi sacerdoti, a voi tutti educatori: qualunque sia la responsabilità educativa, mettiamoci tutti in ascolto dei giovani ed interessiamoci della loro formazione, prima di dover piangere per una società, al cui interno la violenza sia generalizzata, in nome di un individualismo che non accetta nessun limite alle proprie emozioni e ai propri desideri».

«Mi rivolgo a voi genitori – ha continuato ancora Fiorini Morosini – che ancora bussate alle porte delle nostre chiese per chiedere i sacramenti per i vostri figli. Vi ricordo quanto vado ripetendo: chiedete formazione cristiana e non sacramenti, che si collocano solo in un cristianesimo convenzionale, senza anima e senza fede. Chiedete formazione. Preoccupatevi che i vostri figli seguano un cammino formativo presso i nostri gruppi parrocchiali che li accompagni durante l’età giovanile. Non mollateli sulla strada dopo la prima comunione fatta all’età di 10-11 anni. Sostenete l’azione educativa della scuola non schierandovi contro di essa per un sostegno antieducativo dei vostri figli, quando sono ripresi per il mancato profitto scolastico o per motivi disciplinari.

Mi rivolgo a voi sacerdoti, catechisti, animatori dei nostri gruppi.La tentazione di limitarsi solo ad alzare la voce contro i giovani e questi loro gesti delinquenziali è forte. Rigettiamola. Con l’amore di Cristo, che va in cerca della pecora sperduta, ricordiamo che anche questi giovani sbandati ci appartengono. Sono anch’essi oggetto della nostra cura pastorale. Anche per loro Gesù è morto e ci ha inviati per portare ad essi la salvezza. Non dimentichiamo che molti fra loro sono passati attraverso le nostre aule catechistiche. Perché non siamo riusciti a formarli?». «Non voglio assolutamente colpevolizzare nessuno – ha concluso il vescovo – dovrei farlo in prima persona. È il momento per noi della riflessione pacata e di un’azione pastorale rinnovata, che abbia al centro la questione giovanile. Ci stiamo preparando al Sinodo della Chiesa sui giovani. E, in diocesi, stiamo preparando la missione cittadina per i giovani, richiesta dai giovani stessi alla fine del Sinodo diocesano fatto per loro, con loro e da loro. Sosteniamo la nostra riflessione con la fiducia, la speranza, la preghiera».

Il prete Ortodosso «Sono le stesse bestie che tormentano noi»

«LA VIGLIACCA aggressione al carissimo monsignor Giorgio Costantino, a opera di un branco di bestie che imperversa da tempo contro le chiese della periferia meridionale di Reggio, deve fare aprire gli occhi a una città edonistica e apatica, che vorrebbe continuare a nascondere la testa sotto la sabbia». Queste le parole, affidate a Facebook, del Protopresbitero Daniele Castrizio, parroco della chiesa Ortodossa di San Paolo dei Greci nel
quartiere di Sbarre, a neanche 300 metri da dove il “collega” cattolico Don Costantino è stato ridotto in fin di vita.

«La risposta – prosegue Ca- strizio – non può essere demandata solo alle Istituzioni, ma deve prevedere il coinvolgimento di tutte le forze sane di Reggio, posto che ancora esistano, per la ripresa morale, culturale e spirituale di quartieri ormai in mano alle tenebre e alla cieca violenza. Sottovalutare i segnali che c’erano stati negli ultimi mesi non è stato di grande aiuto. “Sopire e troncare, troncare e sopire” non può più essere il modus operandi della classe dirigente reggina».

Un’aggressione, quella ai danni di Don Costantino, che nessuno avrebbe potuto prevedere meglio di Ca- strizio: la chiesa della quale è rettore ha subito, nel giro di pochi anni, 5 attentati gravi, di cui uno incendiario, e decine di “dispetti” e atti vandalici. «Ho denunciato ogni singolo avvenimento – ha raccontato al Quotidiano – e lo stesso aveva fatto Don Giorgio. Sono anni che qui nella zona gira un gruppo di giovani che, in preda forse alle droghe, perde il controllo e supera i limiti. Mesi fa hanno aggredito un anziano, solo perché “colpevole” di aver chiesto spiegazioni sull’ennesi – mo atto vandalico che stavano per compiere contro la nostra chiesa, ancor prima avevano pestato una signora rumena che viene ad annaffiare i nostri fiori.

Le persone con cui parlo mi dicono che si tratterebbe di ragazzi che vangono dal Gebbione». La sola repressione, però, secondo il Protopresbitero non basta: «Dobbiamo andare in strada – sostiene il parroco – e “aggredire” questi giovani per strapparli alla criminalità e all’ignoranza spaventosa di cui sono preda. Questi ragazzi non hanno niente, che sono abbandonati da una città che pensa solo al Corso Garibaldi e al Lungomare, non fa cultura nei quartieri e abbandona completamente le periferie».

È ancora sotto osservazione Monsignor Giorgio Costantino, il parroco 74enne della Chiesa della Madonna del Divino Soccorso. Nella notte tra martedì e mercoledì, il prelato ha subito una brutale aggressione che lo ha fatto finire in coma e, poi, sotto i ferri del reparto di neurochirurgia degli ospedali riuniti di Reggio Calabria. Era circa l’una di notte quando una gruppo composto da sette giovani stava bivaccando nella piazza di fronte alla chiesa, giocando a calcio. È stato proprio il pallone a finire nel cortiletto interno della canonica adiacente alla chiesa.

I ragazzi, a quel punto, hanno deciso di scassinare la serratura del cancelletto d’ingresso con una bottiglietta di plastica, e di entrare. Don Giorgio aveva visto tutto dalla finestra della stanza in cui cercava, invano, di prendere sonno, ed è sceso sul vialetto antistante il cancello ad affrontare i ragazzi. La dinamica è poco chiara: pare che il sacerdote sia stato aggredito soltanto da uno dei componenti del gruppo che lo ha scaraventato a terra e percosso, prima che il prelato fosse soccorso dagli altri membri della “banda”, i quali avrebbero anche allontanato gli aggressori.

Un atto sconvolgente per la comunità, ma non inaspettato. Lo scorso 29 agosto, un gruppo di vandali si era introdotto nella casa-accoglienza gestita da Don Giorgio e aveva devastato la struttura, spargendo a terra la pasta destinata a sfamare i meno fortunati. Continui contrasti, disturbi e “dispetti” che più volte il prete aveva denunciato alle autorità, assieme alle attività di spaccio di droga e disturbo della quiete pubblica che si svolgono ogni notte alla piazzetta del Soccorso. Dopo l’aggressione, il sacerdote è stato trasportato d’urgenza agli ospedali Riuniti, dove è arrivato già in coma con un grave trauma cranico che gli ha provocato un ematoma cerebrale. Per rimuoverlo, ieri mattina i chirurghi del nosocomio reggino hanno condotto una delicata operazione di riduzione del trauma, che sembra per fortuna essere andata a buon fine. Il sacerdote, dopo l’intervento, avrebbe infatti risposto alle stimolazioni termiche e dolorifiche. Quando Don Giorgio smaltirà definitivamente l’effetto dell’anestesia operatoria, l’equipe di medici che lo sta seguendo proverà a svegliarlo, compatibilmente con l’andamento delle attività di osservazione cui i sanitari lo stanno sottoponendo costantemente. Migliorano dunque le sue condizioni, anche se ancora non si può considerare fuori pericolo. Monsignor Giorgio Costantino, persona estremamente nota ed amata in città, prima di arrivare alla guida della comunità del soccorso, è stato parroco nella chiesa di San Sperato a Reggio. Da sempre impegnato nella comunicazione, arrivò ad essere addirittura il portavoce del Sinodo dei Vescovi in Vaticano, prima di tornare “in patria” a guidare la parrocchia di un quartiere difficile e ad alta densità mafiosa. Per lui tutta la comunità ha gremito, ieri sera alle 19, la chiesa del Soccorso, pregando affinché il Pastore possa ritornare dal proprio gregge.

Bulli adolescenti, la gang dei figli di papà

Per loro è stata tutta una “burla”. Anche quando hanno umiliato un compagno di scuola costringendolo a camminare per la strada con un guinzaglio al collo, dopo averlo ingozzato a forza di alcol. Anche quando lo hanno seviziato con una pigna, riprendendolo con il cellulare e diffondendo istantanee sui social- network. Il loro arresto, in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale dei minori di Milano, gli avrà fatto però perdere il sapore dello scherzo, quando hanno varcato le porte dell’istituto Beccaria di Milano. Protagonisti di questa indicibile vicenda, sono quattro studenti minorenni “bene” di Vigevano, arrestati dai carabinieri al termine di una lunga indagine che, insieme ad un 13enne (quindi non imputabile), li vede protagonisti di bullismo e violenza sessuale, consumati nei vicoli eleganti della provincia pavese. Accanto a loro altri minorenni denunciati per atti di vandalismo sui treni, che a tutto il gruppo sono valsi la nomea della “gang del treno”.

Le indagini dei carabinieri di Vigevano sono state difficili. Nessuna delle vittime, inizialmente, aveva il coraggio di parlare. Due 15enni che ci avevano provato erano stati picchiati. Poi, grazie all’intervento dei genitori, le denunce hanno iniziato ad arrivare e i militari sono riusciti a ricostruire il desolante quadro di violenza, documentato attraverso immagini, filmati e testimonianze. Il ritratto che ne è emerso è quello di un branco, spietato, che si aggirava per la città con l’obiettivo di far valere la propria “forza”. All’alba di ieri i militari hanno suonato ai campanelli delle residenze di professori, commercianti, impiegati e operati. Famiglie per “bene”, sulle cui tavole erano apparecchiati cereali e tazze, poco prima di prendere il treno per andare a lavorare. Lo sgomento e l’incredulità hanno infiammato i volti dei genitori del “branco”, quando hanno ascoltato le accuse: concorso in violenza sessuale, riduzione in schiavitù, pornografia minorile e violenza privata aggravata.

Secondo gli inquirenti infatti, il gruppo aveva preso di mira uno studente di 15 anni, trasformandolo nella preda prediletta di vessazioni e violenze, insieme ad altri episodi meno gravi ai danni di compagni di classe o vicini di casa. Perseguitato per mesi, il giovane è stato oggetto di barbariche incursioni tra il dicembre 2016 e il gennaio 2017, tutte finite in rete. In un’occasione è stato costretto a bere alcol e costretto a camminare per il paese con un guinzaglio al collo. In un altro caso, dopo aver tentato di allontanarsi dal gruppo, è stato braccato e portato a forza su un ponte. Lì è stato denudato, sollevato a per i piedi a testa in giù sul ponte e seviziato con una pigna. Anche questo episodio è finito in rete, tramite Whatsapp, Twitter, Instagram, Facebook, e altre piattaforme.

«I ragazzi arrestati sono apparsi stupiti – ha spiegato il Capitano dei Carabinieri della Compagnia di Vigevano Rocco Papaleo – secondo loro è tutta una bravata, uno scherzo». Le bravate non sono finite qui. A carico loro e di altri coetanei vi sono diversi episodi di danneggiamento e vandalismo ai danni di alcuni convogli ferroviari. Per lo studente di 13 anni, considerata la pericolosità sociale, è comunque al vaglio degli inquirenti un’eventuale richiesta di una misura di prevenzione.

Situazioni simili, diversi contesti, sullo sfondo il panorama urbano. Qui si muovono le aggregazioni giovanili che i media sono soliti definire sommariamente “bande”.
L’etichetta stigmatizzante riflette poca attenzione e genera panico. Le interpretazioni di questi mondi, invece, da un lato rivelano la costituzione di nuovi spazi pubblici, dall’altro evocano forme di ridefinizione dei rapporti tra ragazzi e delineano in modo collettivo una condizione di vulnerabilità condivisa e spesso di marginalità.
Una ricercatrice universitaria, un sociologo, uno scrittore e tre esperienze di chi ogni giorno è a fianco ai ragazzi, per tentare di raccontare vite spesso costrette tra confini, paure e soprattutto depotenzializzate dal poco ascolto.

Disagio giovanile
Una tematica che poteva definire qualcosa negli anni ’70 e forse ’80, oggi rischia di indicare un modo di dire, uno slogan, utile per il mondo adulto e le ansie con cui deve fare i conti, o per fare titoli sui quotidiani. Chi è definibile oggi come giovane, e a quale disagio ci si riferisce? Ormai, da diversi anni, nelle ricerche vengono considerati giovani coloro che si collocano tra i 14 e i 34 anni, e alcune si spingono sino ai 39 anni. Oltre venti anni della vita di un italiano sono vissuti come anni della giovinezza. Ma cosa condividono? Condividono certamente un disagio che presenta motivazioni, vissuti e soluzioni molto diverse. Insomma, non è più il caso di parlare (e scrivere), di giovani in generale, e tanto meno di disagio giovanile in genere.

Negli anni ’80 un indicatore molto gettonato di disagio giovanile era il consumo di droghe: oggi vediamo assumere cocaina da adulti di ambo i generi e senza distinzione di condizione e di ceto. Eppure, la droga sembra riguardare solo i ragazzi e le ragazze. Stessa sorte assume il tema della violenza: i giovani vengono indicati come i veri protagonisti della violenza urbana. A guardare i casi reali, troppo spesso le persone più giovani (e i bambini) sono, al contrario, le vittime della violenza: quella fisica ed omicida, prima di tutto in famiglia, ma anche quella contenuta nelle parole. Atteggiamenti e comportamenti razzisti traversano diverse realtà giovanili, ma tali comportamenti vengono di solito appresi dagli adulti e trovano giustificazioni nelle parole degli adulti, a volte dalle parole della politica.
I giovani e la città
II XXI secolo sarà l’era delle città (80% dei cittadini europei vivono in città). La città auspicabile è quella in grado di valorizzare, e non mortificare, le culture, gli stili di vita, le diverse nazionalità ed identità giovanili. Per fare ciò, è necessario adottare le tre chiavi che Richard Florida indica, ovvero le 3T – tecnologia, talento, tolleranza – che connotano come altrettanti fattori distintivi le città più dinamiche e attrattive. Vale la pena di sottolineare l’importanza della terza T (tolleranza), visto l’accanimento degli amministratori verso alcune culture giovanili (hip hop, writers, ravers) criminalizzate nelle strade e — contemporaneamente — esposte nelle gallerie. Riconoscere la presenza e il ruolo delle culture giovanili significa, prima di tutto, tornare a tutelare quegli spazi pubblici dove, di norma, esse si esprimono, sottraendole alla progressiva privatizzazione: «Da quando le cose vanno per conto loro, in modo incontrollabile, sentiamo che sta aumentando il pericolo che lo spazio pubblico si riduca (…) allo spazio inutilizzabile
che è rimasto fra le tasche di spazio privato». Osservando molte piazze delle nostre città, il cui perimetro è completamente destinato ad un uso privato, come non osservare con occhi diversi i gruppi di giovani che non si vogliono ridurre ad abitarne le ultime tasche residue?
Per dirla con Marc Augé: «Oggi l’utopia è incarnata dalla città. Non abbiamo altri luoghi per realizzare la nostra utopia. E se non la realizziamo, tutto è destinato a esplodere. Agiamo subito, dunque, e interessiamoci da vicino alla città: essa è il luogo in cui si concentrano le paure ma anche le speranze delle prossime generazioni».
Al contrario, a leggere le cronache, sembra che la vivibilità di molte piazze romane dipenda dalla presenza di rumorose, moleste presenze giovanili, spesso in conflitto tra loro: emo contro truzzi a Piazza del Popolo, movida fuori controllo a Trastevere, ecc. Ma qual è il posto destinato alle diverse aggregazioni giovanili? Quale piazza può essere abitata senza necessariamente consumare?

La violenza è nella società, prima che nelle gang

«Ci siamo interessati a questa problematica come università affrontando una ricerca che si focalizzava su un gruppo particolare di ragazzi, le cosiddette “baby gang”, cioè le aggregazioni dei giovani latino-americani immigrati in Italia. La situazione di partenza era fortemente legata all’immagine di criminalizzazione dei media rispetto a questo fenomeno. Qualunque fatto in qualche modo riconducibile a dei giovani latino-americani veniva automaticamente definito come frutto di baby gang con descrizioni basate su immagini fortemente stereotipate.
Era sufficiente essere un adolescente latino-americano con un certo stile o abbigliamento per essere etichettato come appartenente a una banda» ci dice Francesca Lagomarsino, Ricercatrice al Dipartimento Scienze Antropologiche Università di Genova.
Il termine gang, baby gang, nell’immaginario collettivo rimanda a una visione fortemente negativa, a film statunitensi, a un contesto diverso dal nostro, in cui anche il grado di violenza, si suppone sia molto elevato.

Possiamo tentare di definire il termine “baby gang”?

«Questi gruppi, che sono fondamentalmente i Nietas e i Latin King, sono sparsi sul territorio. Ce ne sono soprattutto a Genova, Milano e Perugia, con delle specificità. L’accento che veniva maggiormente sottolineato, in questa visione stereotipata da parte dell’informazione era il fine degli atti delittivi, come se queste fossero le finalità del loro stare insieme.
In realtà, abbiamo visto come questi atti fossero assolutamente marginali e non legati al fatto di far parte del gruppo. Questo ovviamente cambia completamente l’immagine sociale, e soprattutto la percezione di paura e di timore. L’idea iniziale era di decostruire lo stereotipo, e poi dargli voce. Tutte le descrizioni, infatti, erano sempre fatte tramite la polizia, come fonte principale, oppure educatori, insegnanti. Noi invece pensavamo che questi ragazzi avessero sicuramente qualcosa da dire».

Quindi dargli voce disinnesca l’allarmismo?

«È uscita fuori in modo molto chiaro l’idea che sembrava fossero chissà quali criminali, quando di criminale non c’era proprio niente. Il problema è che i media non sono stati molto recettivi su questo: ragionano per categorie interpretative. Dal punto di vista, invece, di un micro-lavoro quotidiano, non solo nel quartiere, nelle associazioni, credo sia servito molto. Soprattutto perché i ragazzi si sono presentati come degli interlocutori credibili. Sono state realizzate, ad esempio, attività di prevenzione sull’abuso delle sostanze, sulla sessualità, e loro erano gli interlocutori privilegiati che andavano a parlare con gli educatori, con l’assessore per i finanziamenti, e che facevano da tramite con i loro pari».

Quali le problematiche legate alle dinamiche aggregative dei ragazzi?

«Tendenzialmente il bisogno primario, indipendentemente dalla classe sociale e dalla provenienza etnica. È sicuramente quello di aggregarsi in gruppi di pari. Si condividono le cose, che sia la passione sportiva, piuttosto che un interesse, e questo è trasversale a tutte le classi sociali.
Per cui una cosa che mi ha colpito è che alla fine le dinamiche di questi ragazzi non erano molto diverse da quelle dei coetanei. Su questo si innestano invece delle dinamiche più strutturali legate alle condizioni di vita, come la questione dei documenti, la precarietà del soggiorno, la disputa del lavoro che però è assolutamente condivisibile anche con ragazzi italiani. Per il problema della violenza è emerso abbastanza chiaramente che esso riguarda, e in forte misura, tutta la società, solo che si manifesta in modo diverso. Il problema è come questa viene percepita. La violenza di questi ragazzi è identificata come qualcosa di intrinseco, per età, classe sociale bassa, o perché sono stranieri, come se fossero ideologicamente violenti, pericolosi e niente fosse imputabile al contesto sociale in cui vivono.
Il dubbio-timore che adolescenti e giovani adulti, siano soggetti un po’ sul confine è sempre in agguato, e lo è ancor più per alcuni, in particolare se sono stranieri. L’unione di problematiche tende a costruire un’immagine negativa. Poi la “violenza” del politico che ruba dei miliardi passa quasi come normalità. La violenza del ragazzino che spacca una bottiglia in testa a un altro invece come qualcosa di inaccettabile, inconcepibile, animale».

Si può parlare di baby gang in Italia, alla luce di tutto questo?

«Con l’immaginario da film americano che possiamo avere noi: il contesto è assolutamente diverso. È vero, che, soprattutto per gli stranieri, ma non solo, c’è un grosso problema a livello di investimenti in attività sociali, rivolte ai giovani, che non siano a pagamento. Perché in realtà ce ne sono, ma spesso si rivolgono ad un target molto specifico e bisognoso di un particolare intervento sociale. E tutte le attività ricreative finiscono per essere o a pagamento, o legate al consumo, e questo è un grosso limite».

PREMESSA Nella realtà italiana il disagio socio-relazionale, in età evolutiva, sta assumendo una rilevanza qualitativamente e quantitativamente significativa, manifestandosi sia a scuola che al di fuori del contesto scolastico. Di fronte a queste problematiche sempre più complesse, la scuola, in questi ultimi anni, sta rivalutando il suo ruolo educativo e formativo della persona nel suo complesso, cercando di dotare ogni alunno non solo di strumenti culturali ma anche di un bagaglio di competenze relazionali. Tali competenze sono più che mai necessarie in quanto i giovani di oggi dovranno domani non solo saper svolgere un lavoro, ma sapersi inserire in un gruppo ed adattarsi a situazioni sempre nuove, sapendo vivere e relazionarsi in modo positivo in una futura realtà lavorativa e più in generale nella società (4). QUALCHE DATO Dall’ottavo “Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza” si evince che su un campione rappresentativo di 1680 bambini e 1950 adolescenti di 52 scuole italiane di ogni ordine e grado, il 25,2% degli alunni dichiara di subire brutti scherzi dai coetanei; il 27,5% afferma di subire provocazioni e prese in giro reiterate nel tempo, mentre il 23,2% viene offeso ripetutamente e senza motivo. Si presentano, inoltre, situazioni di maggiore gravità: l’11,5% dei ragazzi dichiara, ad esempio, di essere stato minacciato da coetanei o ragazzi più grandi, il 10,9% di aver subito furti dai compagni, mentre il 7,5% sostiene di essere stato vittima di percosse ad opera di coetanei (3). Il fenomeno, secondo il Rapporto, interessa più i maschi delle femmine, nonostante il bullismo al femminile si stia diffondendo sempre di più. Uno studio condotto nel 2002 dalla Regione Lombardia ha rilevato che, su un campione di 10.513 studenti (5426 maschi e 5087 femmine), dei quali 4.406 delle scuole elementari e 6.107 delle medie, il 64% degli alunni delle scuole elementari e il 50% di quelli delle scuole medie hanno avuto a che fare, come vittime o come aggressori, con il fenomeno del bullismo”. Secondo i ricercatori lombardi i “bulli hanno maggiori probabilità di una carriera deviante che li porterà in molti casi ad avere problemi con le droghe e la giustizia prima dei 24 anni” (Quotidiano on line di informazione, documentazione e ricerca socio-sanitaria, 2 ottobre 2007).

IL BULLISMO TRA DIFFICOLTÀ DEL SINGOLO E RINFORZO SOCIALE Il bullismo non è un fenomeno riconducibile alla sola condotta dei singoli, ma riguarda l’insieme dei pari. È facilitato in contesti ove esista una tacita accettazione o sottovalutazione del fenomeno. Nel bullismo si identificano diversi ruoli significativi. Oltre alla vittima e al bullo ci sono i sostenitori del bullo, coloro che difendono la vittima e gli spettatori che sembrano distanziarsi dal gioco perverso che si esplicita sotto i loro occhi. Le dinamiche relazionali distorte rafforzano i comportamenti disfunzionali dei diversi attori. Il bullo subisce una pressione dal gruppo: deve proteggere l’immagine da duro che si è costruita. La vittima umiliata, spaventata e insicura si vergogna di chiedere aiuto, finché la sofferenza e l’isolamento possono esitare in azioni distruttive. Alla base dei comportamenti aggressivi si riscontra soprattutto l’atteggiamento anaffettivo (mancanza di calore) delle persone che precocemente si sono prese cura del bambino, rinforzato da comportamenti che possono essere indifferentemente troppo permissivi o punitivi. Al contrario non si è dimostrata significativa l’appartenenza ad una particolare classe sociale. La recente ricerca connessa alla prevenzione dei rischi inerenti lo sviluppo dei comportamenti anti-sociali tra i giovani, ha identificato nel continuum caratterizzato dai due poli aggressività- prosocialità, la modalità attraverso cui si esprime il comportamento sociale di un individuo. L’azione educativa della scuola, nel promuovere comportamenti antitetici al bullismo, ovvero prosociali, favorisce non solo il successo scolastico ma promuove anche lo sviluppo dell’autostima, della socialità. Per favorire ciò gli insegnanti devono mirare a rafforzare alcune abilità individuali e interpersonali, quali la capacità di riconoscere le proprie emozioni, l’empatia, il problem solving e l’autoefficacia personale. Sono dunque chiamati a ricoprire il ruolo di facilitatori delle dinamiche relazionali di gruppo, integrando la funzione formativa ed educativa ad attività che incoraggino atteggiamenti collaborativi e cooperativi, al fine di creare un clima che favorisca l’apprendimento ed il benessere psicofisico degli alunni. Per fronteggiare il fenomeno non va comunque persa di vista la funzione rieducativa, e non punitiva, dell’istituzione scolastica, sottolineata anche al livello ministeriale attraverso le linee di indirizzo generali per la prevenzione e la lotta al bullismo del 2007.

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